Legislatura 15º - Disegno di legge N. 821

SENATO DELLA REPUBBLICA

---- XV LEGISLATURA ----

    N. 821


DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE

d'iniziativa dei senatori GRILLO, AMATO, STANCA, SELVA, PASTORE, PICCIONI, RAMPONI, POSSA, MAFFIOLI, IZZO, COMINCIOLI e ASCIUTTI

COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 18 LUGLIO 2006

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Modifica dell'articolo 12 della Costituzione

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Onorevoli Senatori. - Nel verbale del Consiglio dei Ministri del 12 ottobre 1946 si legge: «On. Cipriano Facchinetti, Ministro per la Guerra - In merito al giuramento delle Forze armate avverte che sarà effettuato il 4 novembre. Quale inno si adotterà l'inno di Mameli. La formula nuova del giuramento sarà sottoposta all'Assemblea Costituente. Si proporrà schema di decreto col quale si stabilisca che provvisoriamente l'inno di Mameli sarà considerato inno nazionale. Gli ufficiali che si rifiutassero di giurare saranno considerati dimissionari. Gli ufficiali giureranno il giorno tre novembre».

    Nè il decreto citato nè, in prosieguo, altri provvedimenti al riguardo saranno mai emanati. Appare davvero singolare che un Paese che annovera nel suo repertorio normativo più di centomila leggi non abbia trovato spazio per una semplice e breve disposizione legislativa capace di attribuire dignità formale all'inno nazionale.
     L'articolo 12 della Costituzione stabilisce che la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano e ne descrive con accuratezza le caratteristiche. Lo stemma della Repubblica fu scelto tra altri simboli partecipanti ad un concorso pubblico indetto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, al quale seguì una disposizione legislativa, il decreto legislativo 5 maggio 1948, n. 535: «Foggia ed uso dell'emblema dello Stato». La scelta cadde sulla proposta del pittore piemontese Paolo Paschetto. L'emblema dello Stato, confermato con una specifica deliberazione dell'Assemblea costituente, «è composto di una stella a cinque raggi di bianco, bordata di rosso, accollata agli assi di una ruota di acciaio dentata, tra due rami di olivo e di quercia, legati da un nastro di rosso, con la scritta di bianco in carattere capitale Repubblica Italiana».
     Niente invece è stato scritto per l'inno nazionale che rimane ancora ignorato dalle nostre leggi. Eppure «Fratelli d'Italia» è un inno-distintivo, sa ancora toccare il cuore dei cittadini e l'immaginario collettivo della nazione, sintetizza un patrimonio di valori nazionali ed emoziona quanto se non più della muta bandiera.
     I motivi di questa «dimenticanza» non sono chiari. Forse si è dato per scontato quello che ormai era considerato nei fatti l'inno nazionale, cioè l'inno di Mameli. Anche se fu l'inno del Piave ad essere usato dopo l'armistizio del 1943, un inno patriottico ma di ispirazione monarchica al contrario dell'inno di Mameli dettato da sentimenti mazziniani che più si addicevano ad una giovane repubblica democratica quale sarà l'Italia dopo il referendum del 1946.
     La storia risorgimentale, l'unica comune a tutta la nazione, durata un secolo (dal Congresso di Vienna del 1815 fino alla fine della prima guerra mondiale che possiamo considerare l'ultima guerra di indipendenza), è costellato da canzoni patriottiche, espressione popolare del sentimento nazionale. Hanno scandito momenti importanti della lotta di liberazione ed anche attraverso esse si è creata la coscienza della nazione e del suo popolo.
     Ci piace qui ricordare alcuni canti e liriche patriottici: «La bandiera dei tre colori» che ci riporta alla Milano delle cinque giornate; «Addio mia bella addio», la canzone dei volontari di tutte le guerre d'indipendenza; «La bela Gigogin» canzone popolare lombarda alla quale i patrioti lombardi, sicuramente i più numerosi ed entusiasti sostenitori dell'unità d'Italia, vollero dare un contenuto politico; ed ancora «L'inno a Giuseppe Garibaldi» richiesto personalmente dall'eroe dei due mondi e il cui testo fu scritto dal poeta Luigi Mercantini; «L'inno di Oberdan» in onore del patriota irredentista impiccato dall'imperatore asburgico Francesco Giuseppe; poi, nel Novecento, «Le campane di San Giusto» che festeggia la liberazione di Trieste e la «Leggenda del Piave» che ci racconta le vicende della prima guerra mondiale che videro il fiume spettatore.
     Ma la lirica riconosciuta dalla stragrande maggioranza degli italiani come identificativa dello spirito patrio è stata, ancor prima di essere eseguita come inno nazionale, l'inno di Mameli. Il titolo originario era «Il canto degli italiani», le parole furono scritte nel 1847 dal giovane poeta genovese Goffredo Mameli, la musica fu composta dal giovane musicista, anch'egli genovese, Michele Novaro. Fu eseguito la prima volta a Genova - quando l'Italia iniziava ad essere percorsa dai moti mazziniani ed antiaustriaci - in occasione del centenario della rivolta di Genova contro il dominio austriaco che vide tra i suoi eroi un ragazzo, Giovanni Battista Perasso, soprannominato Balilla e citato nella quarta strofa della lirica.
     Il nostro inno è certamente tra i migliori delle varie nazioni, è un inno che va «alla carica» come i loro giovani autori andavano alla conquista della libertà e dell'indipendenza, con entusiasmo, semplicità e spontaneità. Mameli per questi ideali sacrificò la propria vita, lui che aveva avuto i natali da una famiglia ricca e che avrebbe quindi potuto avere una vita lunga e piena di agi. Morì difendendo l'esperimento mazziniano della Repubblica romana, ferito al ginocchio da «fuoco amico» mentre a cavallo sulle pendici del Gianicolo comandava una carica contro le truppe francesi del generale Oudinot, venuto a restaurare l'ordine precostituito. Gli fu estratta la pallottola ma un frammento di scheggia sfuggì ai ferri di un generoso ma poco attento chirurgo-soldato. La ferita così andò in cancrena, inutile fu l'amputazione della gamba, Goffredo Mameli morì in ospedale dopo alcuni giorni di atroci sofferenze il 6 luglio 1849: non aveva ancora 22 anni, proprio mentre si arrendeva la Repubblica romana. Michele Novaro, di cinque anni più grande di Mameli, visse la sua vita di musicista componendo musiche ispirate al sentimento patriottico e creò una scuola popolare di canto a Genova, dove si spense all'età di 63 anni in povertà, quasi dimenticato dalla sua Italia.
     In un mondo i cui simboli sono spesso solo cose che compriamo o usiamo, crediamo sia importante ed educativo per le giovani generazioni trovare simboli che diano il senso di appartenenza ad una comunità, che abbiano il valore evocativo della propria storia, del proprio passato, consapevoli che un paese che non ha memoria patria è come una persona senza passato. Non avere cognizione del proprio passato rende più difficile proiettarsi nel futuro.
     In quest'Italia che cambia, in un contesto internazionale che si modifica non senza gravi traumi, forse è giusto rivalutare i simboli, salvaguardare le matrici di un popolo, i riferimenti culturali e tra questi anche l'inno nazionale, che dal passato ci porta al futuro, senza retorica o malinteso nazionalismo.
     Tutte le altre nazioni repubblicane hanno riconosciuto un posto speciale ai propri inni, è il caso della Germania, degli Stati Uniti d'America, del Portogallo che lo richiama in Costituzione come d'altra parte fa anche la Francia che aggiunge tutti i suoi simboli identificativi: il motto della Repubblica: «Libertà, Uguaglianza, Fratellanza»; il suo principio: «governo del popolo, attraverso il popolo e per il popolo»; il suo emblema nazionale e la sua lingua nazionale. Anche una istituzione sovranazionale come l'Unione europea ha sentito la necessità di un simbolo musicale scegliendo formalmente come suo inno la musica della «Ode an die Freude» (Inno alla gioia) tratta dalla Neunten Symphonie di Ludwig van Beethoven, nell'adattamento del maestro Herbert von Karajan.
     L'Italia è rimasta indietro ed è doveroso per noi colmare questo vuoto giuridico, doveroso nei confronti del nostro passato e del nostro presente.
     Rispettando il valore profondamente simbolico dell'inno si è preferita la strada della modifica della Costituzione. Un percorso, quello indicato dall'articolo 138 della Costituzione, più lungo ma che per questo coinvolge maggiormente il Parlamento che deve trattarlo in quattro letture con approvazione definitiva a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, consentendo così una riflessione sui valori della nostra democrazia che vada oltre il riconoscimento formale di un inno.

 

DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE

Art. 1.

    1. All'articolo 12 della Costituzione, dopo il primo comma è aggiunto il seguente:

    «L'inno della Repubblica è “Fratelli d'Italia”».


Atto Senato n. 1766 XVI Legislatura