Per favore
Il tricolore non nacque a Reggio Emilia nel 1797. Fu ideato a Bologna nel 1794 da Giambattista De Rolandis, nativo di Castell'Alfero (Asti), studente universitario a Bologna. Dunque il Piemonte non ha bisogno di lezioni di italianità da nessuno. Ne ha date tante e ne dà, con grande generosità. In questi giorni è stata fatta la festa al tricolore di Reggio Emilia, ma fu il Piemonte a idearlo. Se quello della repubblica cisalpina non entusiasma per qualcosa è. Ha ragione il presidente Napolitano. Bisogna studiare la storia. Infatti. Ricordiamo allora che a proporre il tricolore a Reggio Emilia, a bande orizzontali anziché verticali, fu don Giuseppe Compagnoni ( Lugo di Romagna, 1754-Milano, 1833): un prete spretato. Con poche eccezioni vale la regola “chi ha tradito tradirà”. Ordinato sacerdote nel 1778, dedito alle lettere più che alla Bibbia, agli animi più che alle anime, Compagnoni svestì l'abito e diresse riviste. Bastava cambiare poche parole, la solfa era la stessa. Fu anche un abile falsario. Esule a Parigi scrisse Le veglie di Tasso, spacciate per vere e tradotte in varie lingue. Gli intellettuali giacobini le bevono tutte. Sulla fine si prese beffa anche dei patrioti italioti e si riconciliò con la chiesa, “ che ha sì gran braccia/ e volentier perdona”. Se lo fece con Re Manfredi, perché con farlo con lui? Del resto Giuseppe Compagnoni non inventò il tricolore di suo. Lo scopiazzò. Si era occupato del processo a Giuseppe Balsamo, Cagliostro, morto per disperazione o ammazzato a bastonate nel pozzetto del carcere di San Leo e lì apprese che nel rito egizio il celebre Mago usava nastri verdi bianchi e rossi. Come che sia, la bandiera della Repubblica cisalpina nacque per imitazione su modello francese, come ricorda Oreste Bovio in Due secoli di Tricolore edito dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito: un libro esemplare, da ristampare. Il primo tricolore vero genuino pulito non fu quello di Reggio Emilia ma la coccarda ideata da Giambattista De Rolandis, che unì il verde al bianco e al rosso di Asti e di Bologna. De Rolandis e Luigi Zamboni cospirarono contro il dominio papale su Bologna. I liberali piemontesi lo tennero in cuore: Santa Rosa, Pellico, Ornato, Balbo...., tutti i dimenticati di questo 150° che al Piemonte sta stretto perché viene “celebrato” anziché “studiato”. La lorda camicia da notte della contessa di Castiglione continua ad avere la meglio sulle grandi ragioni storiche. Incapace di storia, l'Italia odierna storpia il passato. Nel “Messaggere Torinese” del 23 febbraio 1848 Angelo Brofferio, patriota pasticcione ma generoso, ricordò che sul punto di morire il clinico Giuseppe De Rolandis, nipote di Giambattista, egittologo insigne a fianco di Champollion, medico personale di Carlo Alberto, “contemplò un'ultima volta la coccarda tricolore” e la raccomandò al re. Iniziata la guerra d'indipendenza dall'Austria, il l 23 marzo il re di Sardegna la adottò quale “bandiera tricolore italiana”. Suo figlio, Vittorio Emanuele duca di Savoia, distribuì personalmente i tricolori ai reggimenti in partenza per la guerra. Il Piemonte dava lezioni di italianità mai abbastanza ripagate e oggi in gran parte ignorate. Il tricolore divenne bandiera del Regno d'Italia il 25 marzo 1861: una settimana dopo la proclamazione del regno. Bello sarebbe che tra il 17 e il 25 marzo 2011 su ogni balcone figurasse un tricolore con lo scudo sabaudo, come quello che l'Alpino Miotto avrebbe voluto per sé. Senza di esso l'Italia odierna non sarebbe mai nata. Sarebbe rimasta quella dei falsari alla Compagnoni. Aldo A. Mola ----------------- Per un pugno di "Euro" Per il presidente Giorgio Napolitano "la Bandiera deve essere elemento di studio e di ricerca perché è unico simbolo di coesione dell'intera Penisola". Eppure la cerimonia che doveva presentare i 150 anni del Risorgimento, ha finito di calpestare quel vessillo che doveva trionfare. E' la mancata l' osservanza storica. Ad aver amareggiato è l'aver favoleggiato sul più importante capitolo di storia patria. Quella archiviata, controllabile, verificabile da chiunque. Bologna non si meritava uno schiaffo del genere. Non se lo meritava la storia felsinea, né Milano, né Modena, né il Piemonte e neppure… l' intera Italia. La storia è una cosa seria. La si studia, non si commercia. E' stato uno schiaffo per quei due studenti, che l'hanno creata, vagheggiata, Giovanni Battista De Rolandis e Luigi Zamboni, dimenticati con disinvoltura, colpevoli di aver chiesto all'assolutismo imperante, maggiore dignità per il popolo. Il messaggio allegorico dei tre colori "giustizia, uguaglianza, libertà" è ancora intriso di sangue sulla Montagnola, accanto al "Vangelo" ed alla "Carta dei diritti dell'Uomo", in attesa di una tardiva evoluzione di coscienze. Di un riscatto consapevole. Ed è stato uno schiaffo anche per quegli italiani che pagano le tasse anche senza poter lavorare, travagliati da una crisi che li rende smarriti di fronte ai cancelli chiusi della Mirafiori-occupazione, per i quali - in questi chiari di luna - un euro sprecato significa mezzo chilo di pane in meno. Troppo per una favola.
Ito De Rolandis di Castell'Alfero 9 gennaio 2011
Il documento del 28 ottobre 1796. Verbale dell'assise del Senato di Bologna. Il capitolo segnato da matita blu parla di Bandiera coi colori Nazionali e non Cispadani. E' scritto testualmente: "Richiesto quali siano i colori Nazionali per formarne una Bandiera. Si è risposto il Verde, il Bianco ed il Rosso. "
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