OLTRE
IL MITO DELL’AUTODIDATTA: ORIGINI E FORMAZIONE DI GUGLIELMO
MARCONI
Barbara
Valotti
Tra
gli elementi che più colpiscono della carriera di Guglielmo
Marconi, il padre delle radiocomunicazioni, vi è sicuramente
la giovane età in cui raggiunse risultati eccezionali che lo
portarono tra il 1895 e il 1902 ad essere il pioniere di una nuova
tecnologia – la radiotelegrafia - e a conquistare, grazie agli
straordinari successi raggiunti in quegli anni, le prime pagine dei
più noti giornali internazionali. Egli effettuò i primi
esperimenti di telegrafia senza fili a 21 anni (nel 1895) e ben presto
iniziò una vera e propria escalation di successi,
dal primo collegamento radiotelegrafico attraverso la Manica (1899)
alle prime “radiocronache” sportive (nel 1898 durante
le regate di Kingstown, in Irlanda, e durante l’America’s
Cup nel 1899 Marconi seguì le gare su un piroscafo ed
inviò messaggi radiotelegrafici ai giornali che poterono così
pubblicare i risultati con tempestività), fino al primo esperimento
transatlantico realizzato a soli 27 anni (dicembre 1901) e alle sue
importanti conferme ottenute l’anno successivo.
In molti dei numerosi articoli apparsi sull’inventore si sottolineò
la giovane età del personaggio e ci si interessò della
sua formazione. Assai significativa a tale riguardo è una frase
dello stesso Marconi pronunciata durante un’intervista al Giornale
d’Italia datata 20 maggio 1903: smentendo una spesso riportata
ostilità del padre Giuseppe Marconi nei confronti del figlio
aspirante inventore, quest’ultimo aggiunse “Non solo
egli non ha osteggiato i miei tentativi, ma li ha incoraggiati, tanto
vere che le mie prime esperienze […] furono fatte coi mezzi
da lui spontaneamente fornitimi. Non so perché la stampa abbia
voluto ricamare un romanzo sulla mia giovinezza”. Alla
risposta del giornalista che suggerì che quei presunti ostacoli
incontrati e superati dal giovane “renderebbero anzi più
notevole la sua opera geniale”, Marconi ribatté:
“Ma sono contrari alla verità ed io non voglio farmi
bello di meriti che non ho; per i riguardi doverosi verso il mio buon
padre la prego di dire esplicitamente che nessuno aiuto mi è
mancato dalla famiglia e che senza tale aiuto io non sarei certamente
riuscito a far conoscere e progredire la mia scoperta”.
Tra gli elementi ricorrenti del “romanzo ricamato” sull’adolescenza
di quel personaggio straordinario, centrali erano l’ostilità
paterna nei confronti del figlio aspirante inventore (a cui veniva
contrapposto un premuroso sostegno materno) e il compiacimento degli
autori dei primi ritratti biografici relativo alla mancanza di studi
regolari (e infatti Marconi, primo Nobel Italiano per la Fisica –
premio ottenuto nel 1909 – non ottenne mai un diploma). Elementi
più nebulosi ma assai intriganti erano il rapporto con un illustre
docente dell’Università di Bologna, Augusto Righi, e
la questione della scelta dell’Inghilterra quale base per la
carriera di quel già affermato inventore e imprenditore che
naturalmente portava a chiedersi la ragione per cui la scelta non
fosse ricaduta sull’Italia, avanzando così il sospetto
che il Governo Italiano si fosse fatto scappare un personaggio e un’invenzione
così importanti.
Nuove ricerche d’archivio condotte nel 1994 hanno portato alla
luce documenti che permettono di chiarire, approfondire e in alcuni
casi confutare quegli elementi, consentendo così una ricostruzione
meno fantasiosa ma allo stesso tempo assai intrigante del periodo
giovanile dell’inventore della radiotelegrafia. Prima di esporre
i risultati più interessanti di quella ricerca, vale la pena
sottolineare che chi scrive, durante le indagini svolte tra archivi
e biblioteche di Roma, Livorno, Brescia, Bologna, Londra, Dublino
e Chelmsford, si è trovata a vivere una sorta di romanzo di
carattere investigativo assai appassionante. Il percorso qui proposto
parte dunque da un romanzo il cui protagonista definì con qualche
insofferenza “ricamato” e attraverso un’avventura
archivistica di straordinario interesse mira a delineare un ritratto
del giovane Marconi finalmente accurato, discordante dalle leggende
costruite dai primi biografi: le conclusioni, lo possiamo anticipare,
sono assai avvincenti.
Una fotografia della famiglia
Marconi: alla destra di Guglielmo Marconi sono seduti la madre,
Annie, e il padre Giuseppe, in piedi è il fratello Alfonso.
Le
origini della Famiglia Marconi
[1]
Giuseppe Marconi, padre di Guglielmo, era originario di Capugnano, un
paesino dell’Appennino Tosco-Emiliano e fu il quarto dei cinque
figli avuti da Domenico Marconi, il fondatore delle fortune di famiglia.
Fu infatti quest’ultimo che tra il 1820 e il 1830 acquistò
diversi poderi (prevalentemente nella zona della prima valle del Reno),
inserendosi così nella borghesia agraria bolognese. Alla sua
morte, avvenuta nel 1848, Domenico lasciò ai tre figli maschi
un discreto patrimonio fondiario, consistente in circa 130 ettari. L’anno
successivo la famiglia Marconi acquistò la Villa Griffone di
Pontecchio (nella campagna bolognese), residenza poi celebre proprio
per i primi esperimenti di radiotelegrafia di Guglielmo, il terzo ed
ultimo figlio di Giuseppe. A differenza di quanto talvolta suggerito,
l’attività di Giuseppe non si può certo descrivere
nei termini di una tranquilla gestione del patrimonio di famiglia: se
gli anni Cinquanta furono segnati dal domicilio bolognese e dal matrimonio
con Giulia Renoli (figlia di un banchiere, poi scomparsa prematuramente
nel 1858), dal quale nel 1855 nacque il primogenito Luigi, i primi anni
Sessanta sono contrassegnati da continui viaggi prevalentemente d’affari
(Firenze, Livorno, Genova, Modena, Fiume, Trieste furono alcune delle
mete). Il più noto di questi viaggi fu però intrapreso
per uno scopo assai diverso: nel gennaio del 1865 Giuseppe Marconi partì
per la Francia e il mese successivo sposò a Boulogne sur Mèr
Annie Jameson, con la quale trascorse il viaggio di nozze a Parigi.
Esattamente nove mesi dopo a Villa Griffone nacque il loro primogenito,
Alfonso. L’incontro con questa ragazza irlandese era avvenuto
a Bologna, dove la giovane si era trasferita per prendere lezioni di
canto. Vi fu sicuramente qualche problema nel fare accettare ai Jameson
(la famiglia di Annie, proprietaria di una fiorente distilleria di whiskey,
risiedeva nella Contea di Wexford, nel Sud dell’Irlanda) il matrimonio
con un attempato signore bolognese, ma l’ostinatezza era una caratteristica
di entrambi e fu una qualità che ben trasmisero al secondo dei
loro figli, Guglielmo, che nacque a Bologna il 25 aprile del 1874: la
fortissima determinazione con cui volle diventare inventore, ambizione
maturata verso i 17-18 anni, e con la quale credette alle potenzialità
del suo sistema di radiotelegrafia si rivelò fondamentale per
il suo successo.
La
formazione di un giovane “dilettante di elettricità”
L’infanzia di Guglielmo Marconi fu caratterizzata da frequenti
spostamenti, dapprima in Inghilterra (la famiglia trascorse almeno due
anni a Bedford) e in seguito in Toscana. Tra i documenti relativi al
lungo periodo trascorso in Inghilterra nella seconda metà degli
anni Settanta, spicca la corrispondenza con un avvocato inglese in merito
alla richiesta di “naturalizzazione” da parte del Signor
Marconi (la questione è ancora nebulosa ma sembra che egli avesse
rinunciato alla cittadinanza italiana nel 1877 per questioni che rimangono
da chiarire). La pratica non andò a buon fine ma il fatto è
di indubbio interesse almeno per due motivi: dimostra ancora una volta
quanto Giuseppe Marconi non fosse il personaggio staticamente legato
alla campagna bolognese più volte erroneamente descritto e permette
di comprendere gli stretti legami che i Marconi ebbero con l’Inghilterra
che, non a caso, fu la nazione nella quale una quindicina d’anni
più tardi Guglielmo scelse di trasferirsi per sviluppare la sua
promettente invenzione. E’ importante sottolineare che tra gli
elementi fondamentali del legame con l’Inghilterra, centrale è
quello linguistico: Annie Jameson – che dalle carte di famiglia
risulta perfettamente bilingue – trasmise questa caratteristica
ai figli. Annie svolse inoltre un ruolo fondamentale nelle decisioni
e nelle scelte relative alla loro educazione e alla loro istruzione.
Verso la metà degli anni Ottanta Giuseppe si trasferì
in modo decisamente più stabile a Villa Griffone, mentre Annie
e i figli trascorrevano l’inverno in Toscana: prima a Firenze
e poi a Livorno. Proprio Livorno fu una città importante per
la formazione di Guglielmo che, risolti i problemi di salute che preoccuparono
i genitori fino all’età di 10 anni, dal 1885 al 1889 vi
frequentò l’Istituto Nazionale. In quegli anni egli maturò,
oltre a un profondo amore per il mare (che lo accompagnò per
tutta la vita e che lo rese particolarmente orgoglioso delle applicazioni
marittime del suo telegrafo senza fili), un forte interesse per l’elettrologia
che, tra l’altro, lo rese un po’ insofferente nei confronti
degli studi regolari. Nella prima intervista che rilasciò all’inizio
della sua carriera, egli dichiarò: “da dieci anni sono
un appassionato studente dilettante di elettricità”
[2]
:
è certo che quella passione fu assecondata dalla madre, come
risulta dalla testimonianza di Giotto Bizzarrini, uno degli insegnanti
privati del giovane:
Nel 1892 la famiglia di Guglielmo Marconi tornò a Livorno.
Fu allora che Alfonso venne a trovarmi e m’invitò ad impartire
a Guglielmo lezioni private del gruppo scientifico. Mi ricordo che Alfonso
mi disse: «Guglielmo almanacca sempre con le storte, con le bottiglie
di Wolf, con un apparecchio telegrafico, con un rocchetto di Ruhmkorff
ed ha installato delle lastre di zinco sul tetto di casa; ma ha bisogno
di un po’ di indirizzo tecnico e specialmente di cognizioni matematiche».
Io accettai volentieri l’invito. Contemporaneamente la Signora
Annetta Jameson Marconi presentava il figlio al compianto, valentissimo
Prof. Vincenzo Rosa, ordinario di Fisica nel R. Liceo Niccolini di Livorno,
ed anche il Rosa prendeva ad impartire lezioni a colui che doveva divenire
il dominatore degli spazi. Se non erro le lezioni del Rosa - o almeno
alcune di esse - si svolgevano nel gabinetto di Fisica dell’accennato
Liceo, gabinetto assai ben attrezzato. A me mancava il tempo di andare
a casa Marconi o a casa mia, ambedue assai lontane dalla scuola dove
ero occupato per impartire il mio insegnamento. Risolsi il problema
prendendo espressamente una casa in affitto in Via Vittorio Emanuele
n. 36, dove era la Società degli Insegnanti. La stanza mi fu
affittata dal custode della scuola stessa, Celestino Bellandi, ex-comandante
dei pompieri. Vi andavo dalle 12 alle 13, Guglielmo arrivava sempre
qualche minuto prima di me ed il Bellandi, aprendomi la porta d’ingresso
del quartiere mi diceva: “il suo scolaro c’è già:
ma sa che ha l’aria di un gran pensatore? Diverrà qualche
cosa!”. Intuizione ben giusta. Non ricordo per quanto tempo feci
scuola a Guglielmo Marconi. Rammento che Guglielmo, nemico dei programmi
ufficiali, non faceva che interrogare. Le nostre lezioni erano vere
e proprie conversazioni su argomenti di carattere scientifico.
Guglielmo dimostrava una passione istintiva per lo studio delle applicazioni
elettriche e una mentalità eccezionalmente portata alla specializzazione
scientifica. Non parlava mai se non di cose che interessavano i suoi
studi. Mi sovviene che una volta venne a lezione con una cartata di
ritagli di zinco e mi disse che se ne serviva per farvi reagire l’acido
solforico e preparare piccole quantità d’idrogeno. E’
indubitato che anche per la Chimica nutriva accentuata passione. [...]
E’ un fatto che Guglielmo Marconi a 18 anni, cioè durante
la sua seconda permanenza a Livorno, iniziò ricerche sulle oscillazioni
elettriche prodotte dalle scariche atmosferiche. [...] [
[3]
Il
ritratto è senza dubbio interessante, ma fino a pochi anni fa
non erano mai stati trovati manoscritti che offrissero testimonianze
dirette e dettagliate dell’attività di questo giovane appassionato
di elettricità. Questa grave lacuna è stata colmata nel
1994, grazie al ritrovamento (un vero e proprio “scoop”
per gli storici della scienza) da parte del Dott. Giovanni Paoloni di
una serie di quaderni e fogli sparsi annotati dall’inventore della
telegrafia senza fili tra il 1890 e il 1894 [4] . I tre quaderni più
interessanti contengono annotazioni di base di elettricità, bozze
di lettere inviate a famigliari e a fornitori di materiale elettrico,
note spese e appunti della sua attività di laboratorio. Tra questi
ultimi spicca un importante progetto tecnologico, la realizzazione di
una nuova pila elettrica, a cui il giovane si dedicò nell’estate
del 1892: un frammento di una bozza di una lettera nella quale Marconi
richiedeva “spiegazioni circa alcuni articoli del programma”
ha permesso di individuare il bando del Concorso per una pila elettrica
con premio di L. 2000 che fu pubblicato sulla Rivista settimanale
illustrata L’ELETTRICITA’, il 20 dicembre 1891: l’argomento
venne ripreso nel numero del 7 agosto 1892 e il giorno successivo Marconi
appuntò la data e l’argomento su un suo taccuino di laboratorio.
Nelle pagine (una decina) che testimoniano questo progetto sono presenti
disegni, schizzi, calcoli matematici e dati relativi a misure elettriche
[5] .
Evidenti segni di bruciatura della carta interrompono le interessanti
registrazioni del comportamento della pila ideata da Marconi e non ci
consentono di conoscere gli sviluppi dell’ambizioso progetto.
Queste nuove informazioni sono tuttavia di estremo interesse poiché
mostrano il giovane Marconi impegnato in uno dei settori di ricerca
più importanti dell’epoca, deciso a prendere parte a un
concorso di carattere scientifico internazionale e ben attento ai costi
delle sue ricerche (in un appunto infatti oltre alle annotazioni per
i costi di materiale, compaiono le voci mano d’opera, interesse
e ammortamento, impreviste). Le ambizioni del giovane in merito
a questa attività, sono ben rivelate in una bozza di una lettera
indirizzata al fratello da Livorno:
Ho
tardato molto a darti io stesso mie notizie, ma spero che mi scuserai.
Sono sempre molto occupato a studiare; specialmente la matematica, di
cui prendo lezioni tre volte la settimana dal prof. Bizzarrini di questo
Istituto [...].
Ho consultato i programmi governativi delle materie richieste per ottenere
la licenza dell'Istituto Tecnico o del Liceo, come era desiderio del
prof. Righi. [...] Volendo ottenere la licenza dell'Istituto Tecnico
(Sezione fisico-matematica) sono richieste quindici materie e per la
licenza liceale undici; i candidati provenienti da scuola privata o
paterna devono sottoporsi a un esame più rigoroso degli altri
[...]. Io cercherò di fare di tutto per potere superare questi
esami, e sarebbe anche necessario che quest'estate al Griffone avessi
un insegnante capace di insegnarmi tutte le materie necessarie; forse
non sarebbe difficile trovare uno studente dell'Università che
potrebbe essere al caso.
I miei studi elettrici particolari vanno molto bene, essendo pervenuto
a risultati soddisfacentissimi dal lato teorico ed industriale, e sono
certo che l'ultima macchina che ho costruito merita una privativa industriale.
Questo te lo potrà confermare anche il prof. Righi dopo che gli
avrò tutto spiegato.
Con i diversi studi e lavori mi trovo occupato per più di dieci
ore al giorno, il che trovo alquanto faticoso ...
Siamo
dunque ben lontani dalla leggenda dell’autodidatta isolato, la
cui genialità sarebbe scaturita quasi dal nulla e per ispirazione
improvvisa. Il contesto che si delinea grazie ai nuovi documenti è
ben più ricco e concreto: vi sono interessi, letture, ambizioni,
attenzione per gli aspetti economici e lo sfruttamento commerciale dell’invenzione.
E vi sono contatti con personaggi importanti.
Alla ricerca dei contatti giusti: insegnanti e letture del giovane
Marconi
Tra
le questioni controverse degli anni giovanili di Guglielmo Marconi ben
nota è quella che riguarda il suo rapporto con Augusto Righi,
illustre docente dell’Università di Bologna, impegnato
negli anni Novanta dell’Ottocento in importanti ricerche sulle
onde elettromagnetiche. Spesso etichettato come “il maestro di
Marconi”, in realtà egli smentì questo ruolo fin
dalle prime interviste rilasciate sull’argomento nelle quali raccontava
invece di alcune visite che l’adolescente Marconi, presentatogli
attraverso conoscenze comuni, gli aveva fatto per chiedergli consiglio
e narrargli “delle esperienze che con mezzi rudimentali ingegnosamente
combinava [...], dei progettati nuovi tentativi dai quali emergeva sempre
la passione con cui si dedicava a questioni di scienza applicata”.
Tra le nuove testimonianze sulla questione, la bozza della lettera di
Marconi impegnato ad ottenere un diploma “come era desiderio
del prof. Righi”, rivela un fondamentale consiglio datogli
dal Professore a cui il giovane si rivolgeva per chiedergli pareri sui
suoi “studi elettrici particolari”. Il tutto è
confermato in due lettere inviate da Righi all’illustre collega
britannico Oliver Lodge, che lo contattò nel 1897, assai irritato
dalla popolarità che quel giovane stava conquistando in Inghilterra.
Nella seconda di queste lettere, datata 25 giugno 1897, Righi scrisse:
Se
non sbaglio, mi chiedete nuovamente informazioni sul Signor Marconi.
Ecco tutto quanto vi posso dire. Lo conobbi circa quattro anni fa. La
famiglia è molto ricca, suo padre è di Bologna e sua madre
è inglese. Il giovane Marconi ha il forte desiderio di diventare
inventore. In diverse occasioni mi ha rivolto domande su idee e invenzioni
ingegnose ma di difficile realizzazione. Gli ho consigliato di intraprendere
studi regolari e di seguire corsi universitari. […]
Il Signor Marconi ha visto le mie esperienze e gli ho fornito spiegazioni
in merito. Non lo vedo da due anni ed è proprio in questo periodo
e a mia insaputa che egli ha realizzato la sua presunta invenzione.
Giovane com’è, non è il caso di volergliene se si
è comportato in modo poco gentile con me. Lo hanno mal consigliato,
ecco tutto.
Il suo merito effettivo è quello di essere stato il primo, credo,
ad avere l’idea di impiegare le onde elettriche per dei segnali
a distanza.[...]
Il
brano chiarisce una volta per tutte i termini di questo rapporto che
permise a Marconi di acquisire conoscenze importanti ma che allo stesso
tempo non andò oltre i naturali consigli che un professore universitario
poteva dare a quel curioso aspirante inventore. Inoltre, mette in luce
un fondamentale aspetto relativo alla questione dell’invenzione
marconiana del 1895: il giovane si guardò bene dal condividere
quello che era il suo progetto più ambizioso, probabilmente perché
sicuro di avere finalmente qualcosa di assai promettente che mai avrebbe
sopportato di vedere sminuito e tanto meno posto in secondo piano rispetto
al conseguimento di un diploma. La segretezza con cui protesse la propria
invenzione rivela poi le ambizioni e le abilità imprenditoriali
del giovane che con ogni probabilità non erano state assecondate
dal Professor Righi.
Negli anni successivi l’unico personaggio a cui Marconi riconobbe
un ruolo importante nella propria formazione fu Vincenzo Rosa, che nei
primi anni Novanta dell’Ottocento fu insegnante di Fisica presso
il Liceo Niccolini di Livorno. In particolare, lo ricordò durante
la conferenza tenuta in occasione del Premio Nobel, nella quale dichiarò:
Nel
tracciare brevemente la storia del mio contributo alla realizzazione
della radiotelegrafia, debbo dire che non ho mai studiato in modo regolare
la Fisica e l’Elettrotecnica, per quanto fin da ragazzo abbia
nutrito il più vivo interesse per questi argomenti.
Ho tuttavia seguito un corso di conferenze [6] sulla Fisica tenuto dal
compianto prof. Rosa a Livorno e posso asserire di essermi tenuto diligentemente
al corrente di tutte le pubblicazioni di quel tempo relative ad argomenti
scientifici comprendenti lavori di Hertz, Branly e Righi. [7]
Purtroppo
le informazioni di cui disponiamo sui loro rapporti sono piuttosto scarse.
L’unica testimonianza diretta è contenuta in un quaderno
annotato da Marconi nella primavera del 1892: in esso si trova la minuta
di una lettera nella quale il giovane richiedeva l’invio di “1
tubo a rubinetto e [...] tubi ad U che» - scriveva - «devo
fornire al Prof. Rosa di questo Liceo”.
Questo appunto permette così confermare la presenza di Marconi
presso il laboratorio del Liceo in cui insegnava Vincenzo Rosa. Marconi
non era studente presso la scuola, ma - grazie al professore - poteva
frequentarne il laboratorio di fisica. Purtroppo in tale istituto (tuttora
esistente) non sono conservate testimonianze dell’attività
di Rosa (i registri degli anni in cui egli vi insegnò sono andati
distrutti), ad eccezione di alcune fotografie dei consigli di classe
di cui fece parte (egli ebbe tra i suoi colleghi anche Giovanni Pascoli).
Se i rapporti con Righi e Rosa furono per ragioni diverse frammentari,
dai quaderni del giovane Marconi e da alcune carte su cui il padre Giuseppe
annotava con estrema accuratezza le spese giornaliere è stato
possibile identificare un importante elemento di continuità della
formazione marconiana: la lettura della rivista L’Elettricità.
Vi sono infatti appunti tratti da diversi articoli pubblicati sulla
rivista, vi è l’annotazione del pagamento per l’abbonamento
ad essa e non va dimenticato che il primo rilevante progetto tecnologico
del giovane Marconi scaturì da un concorso promosso dalla redazione
de L’Elettricità. Lo stile della rivista –
fondata a Milano nel 1882 – era di carattere divulgativo, essenzialmente
pratico, informato e aggiornato su quanto avveniva in Europa e negli
Stati Uniti, con una costante attenzione per i “dilettanti di
elettricità”: senza dubbio contribuì a formare la
personalità del giovane inventore e rispose alle sue crescenti
esigenze. Alcune rubriche della rivista permettono di chiarire questo
punto essenziale: in quella intitolata Rivista delle Riviste
erano riportate le notizie più interessanti pubblicate sulle
riviste internazionali, un’altra riportava l’elenco dei
brevetti rilasciati dal Governo Italiano “per invenzioni e
perfezionamenti riflettenti l’Elettricità e le sue applicazioni”;
di notevole interesse era la sezione dedicata ai libri, nella quale
venivano recensite pubblicazioni che, tra l’altro, potevano essere
acquistate attraverso l’amministrazione della rivista. Oltre all’indicazione
dei testi più interessanti, la rivista pubblicava spesso un sunto
del catalogo della Società Elettrica Industriale: presso tale
Società (fornitrice di alcuni ministeri e di varie università)
si poteva acquistare ogni tipo di materiale e di apparecchiatura elettrica.
Essa aveva sede a Milano ed aveva sicuramente uno stretto rapporto con
la rivista. Dalla documentazione relativa all’attività
svolta da Marconi negli anni 1892-1893 risulta che il giovane si servì
più volte di questo fornitore.
La rivista istituì nel 1893 un Laboratorio di Elettricità,
a cui i lettori si potevano rivolgere, per le misurazioni elettriche,
la prova di apparecchiature e la realizzazione di vari esperimenti (con
relative tariffe dei lavori). Una delle rubriche preferite da Marconi
fu sicuramente quella intitolata Norme pratiche per la costruzione
di apparecchi elettrici: in essa l’autore, Giulio Pardini,
forniva indicazioni per “mettere in grado il dilettante, lo
studente, di fabbricare da sé il suo bravo gabinetto di elettricità,
sviluppando nel tempo stesso in lui la passione al lavoro manuale, che
più della teoria, conduce sovente a delle scoperte.”
Nella presentazione si sottolineava come questi insegnamenti non venissero
impartiti nelle scuole, nelle quali dominava la teoria. Marconi trasse
probabilmente utili suggerimenti da queste Norme pratiche che
riguardavano strumenti per la “produzione d’energia,
azioni chimiche e termiche, apparecchi magnetici di misura, elettro-calamite
e sonerie elettriche, apparecchi d’induzione, telefoni e microfoni,
lampade elettriche, impianti domestici, ecc.”.
Un articolo pubblicato nell’autunno del 1893 appare ai nostri
occhi straordinariamente interessante per l’invenzione che meno
di due anni dopo avviò la brillante carriera di un giovane lettore
della rivista:
L’elettricità pare destinata a sovraneggiare non solo
nel dominio dell’ottica, ma anche in quelle della termodinamica.
I raggi luminosi non possono traversare i muri e nemmeno una spessa
nebbia; ma i raggi elettrici colla ondulazione da 30 a 60 cm attraverserebbero
facilmente muri, nubi e nebbie, i quali, così diverrebbero trasparenti.
Le vibrazioni lente dell’etere permetterebbero la meravigliosa
concezione della telegrafia senza fili, senza cordoni sottomarini, senza
nessuna delle costose installazioni dei nostri giorni.
Se il secolo diciannovesimo è stato chiamato il secolo del vapore,
il secolo ventesimo passerà certamente nella storia col nome
di Secolo dell’Elettricità.

|
Fattura
della Società Elettrica Industriale, 14 novembre 1893.
Secondo l'interpretazione di Maurizio Bigazzi, il materiale
oggetto dell'ordine consentirebbe di datare all'inverno 1893
il passaggio dell'attivita sperimentale di Guglielmo Marconi
dall'elettrochimica alle onde hertziane. Accademia Nazionale
dei Lincei, Carte Marconi, scat. 37, fasc. A1 |
Di
certo le nozioni e i suggerimenti contenuti nel settimanale accompagnarono
costantemente l’attività di laboratorio del giovane Marconi
che si fece sempre più intensa: dal 1893 egli lavorò
prevalentemente a Villa Griffone (dove continuò a interessarsi
alle pile e con ogni probabilità ideò un motore termoelettrico
[8] ). Il legame con la rivista
L’Elettricità è confermato da un documento
ritrovato tra le carte marconiane e datato – non a caso –
14 novembre 1893: si tratta di una fattura della Società Elettrica
Industriale che documenta l’acquisto da parte del giovane di
un “liquido per saldare privo d’acido”.
Secondo l’analisi svolta da Maurizio Bigazzi la richiesta di
questa sostanza particolare fa supporre che al termine del 1893 Marconi
iniziò ad effettuare esperienze con apparecchiature impieganti
onde elettromagnetiche. Le ricerche sull’elettromagnetismo trovarono
ampio spazio nel corso del 1894 anche a causa della morte del più
illustre sperimentatore del settore, il tedesco Heinrich Hertz, deceduto
all’inizio di quell’anno.
Il cammino che portò Marconi a lavorare al suo sistema di telegrafia
senza fili appare dunque ben contestualizzato e alla luce di quanto
esposto il celebre “esperimento della collina” (il primo
ostacolo naturale superato dalle onde radio fu infatti la Collina
dei Celestini posta di fronte alla finestra del laboratorio di Marconi,
situato all’ultimo piano della Villa Griffone) fu l’ultimo
anello di un lungo percorso intrapreso da un giovane aspirante inventore
che a 21 anni realizzò esperimenti particolarmente importanti,
avviandosi così a divenire il pioniere delle radiocomunicazioni.
Per la verità parecchi anni più tardi Marconi non sfuggì
allo stereotipo dell’invenzione caratterizzata da un’illuminazione
improvvisa: in un paio di testimonianze infatti ha raccontato di un
momento particolarmente ispiratore vissuto sulle montagne di Oropa.
Accennato che di quell’episodio fornì due date discordanti
(1894 e 1895), importa sottolineare come il soggiorno estivo nelle
Alpi – che alcuni indizi presenti nei documenti ritrovati portano
a datare estate 1895, ma le ricerche sono ancora in corso –
si collochi in ogni caso all’interno di un contesto piuttosto
articolato. Quanto emerge dalla formazione di Marconi, ossia le letture
che egli svolse, la frequentazione di lezioni private, i rapporti
con professori e fornitori di materiale elettrico, i denari investiti
negli esperimenti, permette di concludere che questo giovane, spesso
descritto come un autodidatta privo di conoscenze scientifiche e giunto
all’invenzione delle telegrafia senza fili quasi all’improvviso,
si teneva, in realtà, al corrente da anni dei risultati della
ricerca d’avanguardia, aveva grande dimestichezza con le esperienze
elettriche, che eseguiva con tenacia e – quando necessario -
nella massima segretezza, e poneva come principale obiettivo delle
sue ricerche l’impiego industriale e lo sfruttamento commerciale
dei suoi ritrovati. Questi elementi sono stati decisivi per la strategia
che egli adottò, negli anni 1894-1895, allo scopo di comunicare
per mezzo di onde elettromagnetiche e giungere all’invenzione
che lo rese celebre.
Il sostegno economico per lo svolgimento di questa intensa attività
fu tutt’altro che irrilevante: i documenti ritrovati permettono
di individuare nel padre lo “sponsor” costante (nelle
liste delle spese regolarmente registrate da Giuseppe vi sono annotazioni
di denaro relative a libri, riviste e materiale “per Guglielmo”)
e appare evidente che quella sponsorizzazione si fece sempre più
consistente. Nel febbraio 1896 Giuseppe annotò infatti voci
di spesa (in precedenza dell’ordine di alcune decine di lire)
“pel viaggio di Londra” di Annie e Guglielmo
di alcune centinaia di lire e nel giro di pochi mesi spedì
al figlio alcune migliaia di lire. Quel sostegno si sarebbe rivelato,
forse con un po’ di sorpresa viste alcune iniziali probabili
incomprensioni nei confronti di un figlio sempre chiuso in laboratorio,
il migliore dei suoi investimenti. Guglielmo era ben consapevole del
fondamentale sostegno economico paterno e questo è ben dimostrato
in una serie di lettere di straordinario interesse che egli inviò
a Giuseppe, rimasto al Griffone, nei mesi immediatamente successivi
al suo trasferimento a Londra [9]
. Queste lettere contengono preziose informazioni sull’intesa
economica tra i due, sugli esordi del Marconi inventore e imprenditore
nella capitale finanziaria mondiale dell’epoca, e permettono
di fare luce su un ultimo punto controverso della vicenda marconiana:
la decisione di sviluppare la propria invenzione in Inghilterra.

A) Una pagina della rivista l'ELETTRICITÀ
B) Il bando di concorso internazionale per una pila elettrica,
con premio lire 2.000
pubblicata sulla rivista l'ELETTRICIÀ
L'appunto di Giuseppe Marconi
nel quale annotò la spesa effettuata dal figlio
per l'abbonamento alla rivista L'ELETTRICITÀ
La pagina del quaderno nella quale Marconi scrisse
la minuta della lettera da inviare alla direzione della rivista:
in essa egli riportò un brano dell'articolo 2) del bando del
concorso.
Un'altra pagina dei quaderni ritrovati.
La
scelta dell’Inghilterra
Tra le notizie non sufficientemente verificate relative alla biografia
marconiana, non vi è dubbio che quella che ha fatto più
scalpore riguardi un presunto disinteresse del suo sistema radiotelegrafico
da parte delle autorità italiane nei mesi immediatamente successivi
agli esperimenti del 1895. In realtà, non è stato trovato
alcun documento che provi questo contatto tentato da Marconi, mentre
diversi indizi portano a delineare una situazione differente. Nella
stessa intervista del maggio 1903 citata all’inizio di questo
contributo, vi è un passaggio ingiustamente trascurato:
[giornalista] è vero che prima di incominciare i suoi esperimenti
in Inghilterra ella si rivolse al Governo italiano che le rifiutò
il suo appoggio?
[Marconi]
E’ falso; io nulla chiesi e quindi nulla mi si poteva rifiutare:
dopo i primi esperimenti, trovandomi a Londra, col nostro ambasciatore
generale Ferrero, ed egli mi incoraggiò a continuare le prove
in Inghilterra, parendogli quello campo in cui più facilmente
avrei potuto costituire una potente compagnia che mi fornisse i mezzi
per gli esperimenti su larga scala che intendevo fare.
Naturalmente,
si potrebbe obiettare, Marconi non spiega come mai si trovasse a Londra,
città nella quale si era trasferito pochi mesi dopo i primi esperimenti
di telegrafia senza fili svolti a Villa Griffone. In merito alla scelta
dell’Inghilterra, Marconi dichiarò “Decisi di
trasferirmi in Inghilterra con l’intento di lanciare l’invenzione
su vasta scala. Scelsi l’Inghilterra per diverse ragioni, principalmente
perché avevo numerosi parenti ed amici là e la Gran Bretagna
era a quell’epoca all’apice del proprio sviluppo finanziario
ed industriale.”
L’Inghilterra, come si è visto in precedenza, era
stata teatro di diverse vicende famigliari dei Marconi e se a questo
si aggiunge la situazione contingente di quella nazione (a capo di un
vasto Impero e dunque fortemente interessata al potenziamento delle
reti di comunicazioni), appare evidente come la scelta dei Marconi fosse
pienamente motivata. Inoltre, il giovane inventore sapeva che a Londra
poteva contare sull’appoggio di diversi parenti per perseguire
due importanti obiettivi: assicurare alla propria invenzione un riconoscimento
legale e scientifico e trovare le condizioni migliori per lo sfruttamento
commerciale del suo sistema di radiotelegrafia (a tale proposito, occorre
sottolineare che ben sette tra i nove soci della Compagnia che Marconi
fondò poco più di un anno dopo il suo arrivo furono, non
a caso, commercianti di granaglie irlandesi
[10] ). E a Londra, per una
coincidenza assai fortunata, era stato da poco nominato Ambasciatore
d’Italia il Generale Ferrero, che tra il novembre 1893 e il febbraio
1895 era stato Comandante della Divisione Militare di Bologna
[11] . Nella
prima lettera inviata al padre, datata 4 marzo 1896, il giovane raccontò
di avere incontrato il Generale Ferrero che gli consigliò “da
amico di non rivelare alcun segreto” almeno fino alla presentazione
del brevetto ed espresse giudizi molto duri nei confronti del governo
italiano (di cui Marconi si dichiarò sorpreso). L’analisi
svolta permette dunque di avanzare un’ipotesi ben diversa in merito
al rapporto di Marconi con l’Italia: un rapporto cercato non attraverso
una lettera a un Ministero, bensì tramite l’Ambasciatore
Ferrero – con ogni probabilità già conoscente della
famiglia - in una città che, sebbene straniera, non risultava
tale ai Marconi e che a fine Ottocento era la capitale finanziaria mondiale.
Si trattò indubbiamente del palcoscenico più adatto per
la combinazione di elementi scientifici, tecnologici, imprenditoriali
ed economici che caratterizzò la straordinaria carriera del padre
delle radiocomunicazioni: le radici di quella combinazione a dir poco
felice sono ben presenti nelle vicende relative alle sue origini famigliari
e alla sua formazione, contrassegnate da cosmopolitismo piuttosto che
da provincialismo, solido spirito pratico-imprenditoriale piuttosto
che da gretta parsimonia, contatti e letture di alto livello piuttosto
che da uno sterile isolamento. Furono questi i tratti caratteristici
di un personaggio che rivoluzionò le telecomunicazioni e che
nei primi anni del Novecento, non ancora trentenne, conquistò
le prime pagine dei principali giornali dell’epoca.
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[1]
La stesura di questo paragrafo è stata svolta in collaborazione
con il Dott. Giancarlo Dalle Donne, con il quale sono in corso interessanti
ricerche d’archivio sulla famiglia Marconi.
[2]
“ardent amateur student of electricity” si dichiarò
all’intervistatore dello “Strand Magazine” (Marzo
1897), che fu colpito dal suo inglese perfetto e dai suoi modi così
descritti: “Guglielmo Marconi, il cui nome si ripeterà
spesso negli anni a venire, è un giovane Anglo-Italiano. E’
nato a Bologna, Italia, e compirà 22 anni [23! n.d.r.] il prossimo
mese di aprile. […] Egli è un giovane alto e snello, che
sembra avere almeno trent’anni, ed ha una maniera calma e seria,
una grave precisione nel parlare che fa credere che egli abbia parecchi
anni in più Egli è estremamente modesto, non si atteggia
a scienziato e dice semplicemente che ha osservato certi fatti ed ha
inventato degli strumenti per metterli alla prova […]”.
[3]
Lettera di Giotto Bizzarini a Umberto di Marco, pubblicata da Giovan
Battista Marini-Bettolo, Ricordo di Guglielmo Marconi, in Accademia
Nazionale delle Scienze detta dei XL, Omaggio a Guglielmo Marconi, uno
dei XL, Roma, 1988, pp. 33-34. Marini-Bettolo non indica con precisione
la data della lettera (che è di sua proprietà), ma afferma
che essa fu scritta poco dopo la scomparsa di Marconi, quindi - possiamo
presumere - negli ultimi mesi del 1937.
[4]
Sul ritrovamento di questa documentazione, identificata negli archivi
della cessata Accademia d’Italia, si veda l’articolo di
Gianni Paoloni Genio e sregolatezza. Il giovane Marconi e l’invenzione
della radio, in “Prometeo”, Anno 13, n. 50, p. 149.
[5]
Maurizio Bigazzi, consulente scientifico della Fondazione Guglielmo
Marconi, ha svolto un’accurata analisi tecnica di questo materiale,
esposta in “Alta Frequenza”, vol. 7, n. 2, Marzo-Aprile
1995, pp. 36-39.
[6]
Questa traduzione dall’inglese lectures è piuttosto discutibile:
Marconi seguì infatti un corso di lezioni private, e non di conferenze,
del professor Rosa.
[7]
Guglielmo Marconi, Per il Premio Nobel, in Scritti di Guglielmo Marconi,
Roma, Reale Accademia d’Italia, 1941, p. 165.
[8]
In seguito ad accurate analisi tecniche, Maurizio Bigazzi ha recentemente
realizzato un prototipo di questo motore sulla base di uno schizzo particolarmente
suggestivo presente tra i documenti ritrovati: tale apparato è
esposto presso il Museo Marconi di Villa Griffone.
[9]
Le trascrizioni di queste lettere sono conservate presso l’Accademia
dei Lincei, Roma. Gli originali di una parte di esse fanno parte della
Henry Willar Lende Collection (San Antonio, Texas): si veda “GEC
Review”, Vol. 12, n. 2, 1997, pp. 94-106.
[10]
Per un approfondimento degli aspetti imprenditoriali della carriera
marconiana, si veda Anna Guagnini, “Guglielmo Marconi inventore
e imprenditore”, in (a cura di Anna Guagnini e Giuliano Pancaldi),
Cento anni di radio, Torino, Seat, 1995.
[11] Si vedano a
tale proposito le informazioni raccolte da M. Gervasi pubblicate in
“Giornale di Fisica”, vol. 15, Ottobre-Dicembre 1974, p.
307.
GRAFFITI PER UN CENTENARIO
La vicenda scientifica di Guglielmo Marconi ricostruita attraverso dichiarazioni
originali
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