Comitato Guglielmo Marconi International
Fondato nel 1995

Il giorno più importante


E venne il giorno del'esperimento decisivo: Marchi, dopo l'esperimento nella casa dei Celestini, salì sul crinale e discese verso la collina vicina, detta dei Pigni. Le disposizioni di Marconi erano chiare: Antonio doveva attendere li fino al momento in cui non avesse sentito chiaramente i cinque colpi nel ricevitore che teneva in mano trepidando: "Devi tornare indietro soltanto dopo aver sentito i cinque segnali!", gli aveva raccomandato Marconi. "Altrimenti aspetta lì".


La collina dei Celestini ripresa dalla torretta delle antenne
della stazione radioamatoriale IY4FGM

Ci si può facilmente immaginare ciò che provò Guglielmo Marconi quando vide Antonio Marchi apparire di fianco alla collina e scendere di corsa lungo la carraia che portava alla villa. Guglielmo non resistette fino al suo arrivo, prese a correre andandogli incontro gridandogli in dialetto: "Et sintò i culpadeín!...", "Hai sentito i colpi?...". Marchi non aveva il fiato sufficiente per rispondergli, e soltanto quando gli fu vicino assentì con la testa, e finalmente, quando si trovarono di fronte, glielo disse, e Guglielmo Marconi, saltandogli quasi addosso, lo abbracciò emozionatissimo urlando: "Tugnat, avén vínt, avén vint!..." "Antonio, abbiamo vinto!". Questo è il racconto di Marchi: ma Guglielmo Marconi usava anche altri sistemi di segnalazione, un fazzoletto bianco legato a un bastone o, quando era presente il fratello Alfonso, anche un colpo di fucile.
"Il nonno raccontava sempre questo episodio, egli comprendeva quanta importanza potesse avere per Marconi - racconta Mons. Marchi - E noi restavamo affascinati e riuscivamo quasi a vivere, attraverso le sue parole. semplici ma efficaci, quei momenti, come se fossimo stati muti spettatori e testimoni di quanto accadeva nella villa in quegli anni. E il nonno ripeteva spesso che quella cassettina, - non si azzardò mai a chiedere che cosa ci fosse in realtà dentro - temeva che un giorno o l'altro potesse scoppiargli veramente in mano, o potesse danneggíare in qualche modo la salute dello stesso Guglielmo Marconi".


Qui sopra. il non meno famoso laboratorio nella soffitta di Villa Griffone dove lavorava Guglielmo Marconi.
Tra l'indescrivibile caos di oggetti, si individuano nel fondo le scatole nere che coprivano gli apparati trasmittenti e riceventi.

Antonio Marchi ricordava inoltre il pungente odore che serpeggiava nella soffitta dove Marconi aveva allestito il proprio laboratorio, senza spiegarsene l'origine. Oggi si può capire come le esalazioni di acido, dovute alla reazione elettrolitica, fossero non certo gradevoli e che Antonio Marchi le sentisse soprattutto quando spostava le pesanti casse che contenevano, appunto, piastre immerse nell'acido.
Ma la spiegazione è ovvia, come conferma Maurizio Bigazzi, il tecnico-storico che ha ricostruito pezzo dopo pezzo le apparecchiature di Guglielmo Marconi, le uniche esistenti oggi al mondo: "Guglielmo Marconi, prima di inventare la telegrafia senza fili, si era dedicato con passione e competenza alla chimica.


Un'immagine romanticamente classica non poteva mancare nell'icografia marconiana:
Guglielmo Marconi a cinque anni con la madre Annie e il fratello Alfonso.

Così si spiega lapossibilità che ba avuto di lavorare facilmente con pile, acidi e accumulatori di energia. E Marchi quando parla di esalazioní pericolose, era ciò che accadeva nella 'stanza dei bachi' dove Marconi ogni sera caricava l'accumulatore con le numerose pile cbe si era costruito in casa. La reazione termica faceva ovviamente scaturire vapori di gas e di questo si lamentava Marchi. D'altra parte Marconi aveva bisogno di caricare l'accumulatore con le batterie ogni notte, per usarlo il giorno successivo collegato al roccbetto di Rubmkorff, una bobina di induzione. Ecco spiegato il motivo per cui Guglielmo Marconi aveva sempre bisogno di acido fresco".
Già, quell'acido che Antonio Marchi, scendendo a Bologna col calesse, acquistava in una mesticheria di via Saragozza, cercando di evitare i temporali, come gli aveva raccomandato il signorino, per non bagnare mai quel liquido nella damigiana, per non danneggiarlo.
Marconi, ad ogni passo compiuto nel mondo misterioso dell'elettricitá, raccontava a Marchi i suoi segreti e Antonio stava ad ascoltare anche se non capiva nulla (o poco) di quelle parole, di trasmissione di segnali, di scintille scoccate tra le sfere dell'oscillatore, di punti e linee trasmesse e ricevute, di piccoli fulmini fatti scoccare a distanza, per ora, di pochi metri.
Era stato lui, Tugnat, ad ascoltare ciò che dicevano e si sussurravano i contadini delle case vicine al Griffone, dandosi di gomito quando lo vedevano entrare in osteria o quando passava vicino a loro lungo la strada che da Pontecchio portava a Bologna o su, al Sasso. Erano ancora i tempi in cui il mondo era pieno di misteri non del tutto esplorati ed era ancora facile credere negli spiriti che popolavano il bosco o nel dio che scagliava le folgori. il materialismo non aveva fatto proseliti né conquistato le masse.



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