
Guglielmo Marconi e Antonio Marchi, che visse fino a 106 anni.
"Nonno Antonio è stato con noi da sempre,
con la sua benevolenza, la sua presenza così imporiante per una
famigha numerosa come la nostra e noi siamo crescíutí
attorno alla sua figura, come piccoli alberi attorno alla quercia maestosa.
Era un uomo semplice ma aveva una saggezza infinita, pur non essendo
un uomo di cultura. Ma era quella cultura geniale che germína
spontaneamente in questi personaggi e si formava col crescere delle
esperienze, giorno dopo giorno, anni dopo anni e il trascorrere delle
stagioni della sua lunga vita lo arricchivano di sapienza. Era nato
agricoltore, quindi conosceva molto bene l'arte del lavoro nei campi
anche se non era mai andato a scuola ".
Così ricorda Antonio Marchi uno dei nipoti, Mons. Giovanni Marchi,
vicario arcivescovile a San Luca dal 1971. Sente ancora vicina, malgrado
siano trascorsi cinquant'anni, la presenza dell'uomo che ebbe una parte
importante nella vita giovanile di Guglielmo Marconi, decisamente importante
considerando che Antonio Marchi visse col "sgnurein", il signorino
Marconi, i momenti più elettrizzanti della scoperta del secolo
scorso.
Guglielmo lo chiamava affettuosamente "Tognetto",
perché Marchi era ben piantato sulle gambe, solido, muscoloso,
ma non era alto di statura: quando andò a servizio dalla famiglia
Marconi, Antonio Marchi a 50 anni aveva alle spalle una lunga esperienza
di campagna. Prese alloggio nella piccola costruzione, che é
tuttora vicina alla Villa Griffone, con il compito dei lavori di giardinaggio
e di custodia della villa.
In quell'anno, nel 1892, Guglielmo Marconi aveva 18 anni, ma già
da sei si interessava di "elettrologia" e aveva realizzato
le sue prime esperienze, anche se ancora non aveva a disposizione la
grande soffitta della villa per impiantarvi il laboratorio.
Antonio Marchi si affezionò subito a quel giovanetto che già
dimostrava introversione e una mal dissimulata propensione per la solitudine,
che amava profondamente la natura e si immergeva nel mondo pieno di
incantesimi di Villa Griffone. L'unico compagno vero diventò
quel tarchiato, solido ma dolce e premuroso contadino che doveva rivestire
un ruolo di primo piano nella grande avventura marconiana.

La famiglia Marconi al completo: Guglielmo con il padre Giuseppe, la
madre Annie Jameson e, dietro il fratello Alfonso. Siamo nel 1897.
"Il nonno ne parlava sempre di quegli anni
- ricorda ancora Mons. Marchi - e ne parlava con dolcezza, come
se si rivolgesse agli anni più sereni della sua lunga vita:
pensi che morì a 106 anni. Nel 1948 e giá quando aveva
cent'anni, la sua lucida memoria riandava al passato e alle esperienze
avute con Marconi, con una freschezza di particolari che meravigliava
tutti coloro che l'ascoltavano. Io, attraverso i suoi racconti, ho potuto
vivere l'esperienza marconiana come se l'avessi vissuta
in prima persona. Era un rapporio, tra il giovane 'signorino'
e l'ormai maturo contadino, affettuoso, incredibilmente affettuoso
".
D'altra parte gli avvenimenti della famiglia Marconi a Villa Griffone
erano vissuti dai Marchi con riverenza e con interesse, e Antonio ogni
sera raccontava ciò che avevano fatto lui e il giovane Guglielmo.
Sono nati in questi momenti i numerosi aneddoti tra un esperimento e
un viaggio a Bologna col somarello per i rifornimenti necessari. Oppure,
per " attaccare " i cavalli alla carrozza e quindi scendere
alla Stazione ferroviaria cittadina per portare qualche ospite o per
attendere i " padroni " che arrivavano in treno da Roma.
Ma giorno dopo giorno, Antonio "Tugnat" Marchi concedeva sempre
più spazio, nell'economia della sua giá gravosa giornata
di lavoro, alle richieste di Guglielmo: il giovane aveva bisogno di
un aiuto sempre costante, di una persona che gli fosse fedele e che,
sooprattutto, tenesse per sé ogni segreto che Marconi, ormai
fiducioso verso Antonio, gli svelava. Ormai, Marchi era diventato il
partner insostituibile per Guglielmo Marconi, lo seguiva come un'ombra
e si faceva in quattro per risolvergli ogni problema. Anche a costo
di sfidare le ire, immancabili come sempre, del padre Giuseppe che non
vedeva di buon occhio quanto il figlio stava preparando a Pontecchio:
era inflessibile, un rigorista senza alternative, era il padrone di
casa e non voleva assolutamente abdicare a questa sua funzione.
Antonio Marchi lo sapeva, ma cercava di attenuare e ammorbidire la consueta
asprezza che Giuseppe dimostrava nei confronti del figlio, che d'altra
parte lo temeva, proprio per questi atteggiamenti duri e irremovibili,
quasi implacabili.
Un giorno - e Antonio raccontava spesso questo episodio - Guglielmo,
sordo alle proteste di Marchi, volle trasportare con la carriola una
damigiana piena di acido che serviva per caricare le batterie, ma in
discesa non ebbe la forza per tenerla in equilibrio e la carriola gli
sfuggi dalle mani e la damigiana andò in pezzi.
Tugnat non perse tempo, preparò alla svelta la carrozza e il
cavallo pensando ad alta voce che cosa gli avrebbe detto il padrone
al suo ritorno. Poi parti il più velocemente possibile, discese
a Bologna per acquistare un'altra damigiana di acido, fermandosi a San
Lorenzo per fare aggiustare la carriola che avrebbe ripreso al ritorno.
Tutto per evitare che Giuseppe Marconi se la prendesse col figlio, anche
se, ogni poco, egli diceva ad Antonio Marchi: "Tu che sei
una persona matura, come ti presti a fare quelle cose lì
per Guglielmo? Mi meravigli davvero, Antonio!"
Ma Antonio non rispondeva, sapeva soltanto che il "signorino"
Guglielmo gli poteva chiedere di gettarsi nel pozzo e lui l'avrebbe
fatto! E il giovane Marconi sapeva d'altra parte che poteva contare
fino in fondo su di lui, anche quando gli esperimenti si susseguivano
velocemente ed era necessario raddoppiare gli sforzi. Ma per Antonio
Marchi si trattava di aggiungere un lavoro agli altri lavori, farsi
in quattro, come diceva.
Guglielmo non voleva altri al suo fianco e Antonio era l'unico compagno
che partecipasse disinteressatamente alla nascita della radio. "Non
aveva alcuna conoscenza tecnica, non aveva istruzione, ma era sempre
disponibile e aveva una cura minuziosa per tutto ciò che
il giovane Marconi gli chiedeva di fare", ricorda il nipote.
E quando Guglielmo aumentò a mano a mano la distanza di emissione,
del segnale trasmesso, era sempre Antonio Marchi che, con la cassetta
del ricevitore, si portava alla distanza richiesta, poi sempre più
lontano, fino a salire lentamente la collina che si alza dietro la villa.
Marconi gli aveva raccomandato di fare molta attenzione a quella cassetta,
se gli fosse caduta di mano poteva anche scoppiare. Un modo di dire,
che consentiva a Marchi di aumentare notevolmente la responsabilitá!
E Antonio, nella sua limpida ingenuitá, pensava che dentro alla
cassetta ci fosse dell'esplosivo! Ma si guardò bene dal dire
o da chiedere più di quanto Guglielmo gli aveva detto: non avrebbe
mai messo in dubbio nulla che potesse fare capire al "sgnuréin"
che lui volesse mettere un limite alle sue prestazioni! Sapeva che quella
cassetta era preziosa ma lui continuava ad andare e a tornare dal punto
indicato da Marconi e a rispondere a voce se aveva sentito i tre colpi
di chiamata, com'era convenuto.

Mons. Giovanni Marchi, vicario arcivescovile al Santuario di San Luca,
osserva il prezioso documento dettato dal padre sui ricordi del nonno,
Antonio Marchi, l'umile e fedele aiutante di Marconi a Villa Griffone.
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