Innocenzo Manzetti


Il vero inventore del telefono

Mauro Caniggia Nicolotti e Luca Poggianti, biografi di Manzetti


E' paradossale che ancora oggi, dopo quasi un secolo e mezzo dall'invenzione del telefono, si debba ancora porre in dubbio la paternità di questo apparecchio, ormai diventato parte integrante della nostra vita quotidiana. Ma, come è noto, la nebbia che avvolge i misteri della storia copre ancora molte vicende dell'umanità. A prescindere comunque dalla soluzione dell'enigma sulla paternità del telefono, ciò che è certo è che esso è frutto dell'ingegno italiano.

Alla voce "telefono" tutte le enciclopedie e i testi scientifici associano il nome di Antonio Meucci, o al massimo citano la storica disputa tra questi e l'americano Alexander Graham Bell. E' comunque Meucci che viene universalmente riconosciuto come inventore dell'apparecchio che rivoluzionò la comunicazione mondiale dell'era moderna. Ma fu veramente il fiorentino Meucci ad inventare il telefono? Non è una domanda casuale, perché vi è un altro italiano, il valdostano Innocenzo Manzetti (Aosta, 1826-1877), a cui con ogni probabilità dovrebbe essere attribuita l'invenzione del primo apparecchio capace di trasmettere la voce e i suoni a distanza.


Innocenzo Manzetti, il vero inventore del telefono
Il valdostano Innocenzo Manzetti precorse con largo anticipo tutti coloro che contribuirono all'invenzione del telefono, riuscendo ad approntare un apparecchio elettrico in grado di comunicare a distanza già negli anni Cinquanta dell'Ottocento. Molto prima di Antonio Meucci (1871) e di Alexander Graham Bell (1876), coloro che oggi vengono unanimemente riconosciuti come inventori del telefono. La sensazionale scoperta di Manzetti ebbe un notevole risalto internazionale grazie ad una serie di articoli apparsi su alcuni giornali italiani, francesi ed americani del 1865-1866, in seguito alla presentazione pubblica della sua invenzione. Purtroppo nonostante questi avvenimenti inconfutabili, il nome di Manzetti non ha mai avuto la possibilità di imporsi con decisione nella storia delle telecomunicazioni e nel mondo scientifico. Diversi sono stati i motivi che hanno relegato nell'oblìo l'inventore. Basti pensare alla sua morte prematura (a soli 51 anni ed appena un anno dopo il brevetto di Bell), che gli impedì di difendere in prima persona la sua priorità. Oppure al fatto che Aosta, eccessivamente periferica all'interno del nuovo Regno d'Italia, nonché investita di ben più gravi problemi di carattere sociale ed economico, era praticamente esclusa dal dibattito culturale e scientifico italiano ed internazionale che avrebbe potuto senza dubbio contribuire a esaltare la sua invenzione. Di conseguenza gli indiscutibili meriti di Manzetti nell'invenzione del telefono sono stati poco a poco dimenticati nel corso degli anni, fino a farne un personaggio sconosciuto ai più, suoi concittadini compresi.


Innocenzo Manzetti


Chi era


Un artista
Molto attivo ed intraprendente, Innocenzo Manzetti possedeva una particolare inclinazione per le arti meccaniche che gli assorbiva la maggior parte del suo tempo libero. Sperimentava di continuo i suoi ritrovati, ma le sue condizioni economiche non gli permettevano quasi mai il completamento definitivo delle sue opere. L'amico Edouard Bérard, canonico teologale della Cattedrale di Aosta, in un suo appunto scrisse le seguenti considerazioni sull'amico: "...Mio caro Manzetti, inizi molte cose, ma faresti meglio a seguirne una sola e portarla a termine..." L'inventore gli rispose: "...Sotto un certo punto di vista hai ragione, ma tu sai bene che, a causa della mia povertà e dell'indifferenza del governo per gli artisti come me, non potrò mai giungere alla fortuna che mi è necessaria per terminare come si deve una delle mie macchine. Lavoro per la mia soddisfazione e per divertirmi...".

Il periodo della giovinezza
Innocenzo Manzetti dimostrava inclinazione per gli studi e non sembrava ricercare i giochi e i divertimenti che accomunavano i giovani della sua età. Nei momenti liberi s'ingegnava infatti a costruire modellini di case, di ponti, ecc..., o si dedicava agli strumenti musicali, che tanto lo interessavano. Frequentò le scuole dei Fratelli della Dottrina Cristiana e successivamente il Real Collegio di Aosta (oggi conosciuto sotto il nome di "ex-convento di Saint-Bénin") gestito dai padri della Compagnia di Gesù. Con il passar del tempo il suo amore per lo studio lo indirizzò verso la scienza e non verso il latino, al quale l'avevano dapprima avviato i genitori. I suoi compagni ricordavano che dimostrava più interesse per le scienze positive, per le arti meccaniche che per le lingue. Non dimostrava affatto problemi scolastici, anzi, denotava una naturale predilezione per i calcoli algebrici. A dire il vero però l'amico Edouard Bérard riferisce che l'interesse di Manzetti per la meccanica faceva sì che talvolta trascurasse i suoi doveri scolastici perché la maggior parte del suo tempo era assorbito dai lavori manuali che faceva per passione, per procurarsi delle risorse che suo padre non poteva fornirgli e che consacrava alla fabbricazione di meccanismi sorprendenti. Sovente mi pregava di dettargli il compito che doveva portare al professore.

Terminati gli studi aostani, i genitori lo inviarono a Torino affinché potesse completare gli studi scientifici e conseguire il diploma di geometra. Nel capoluogo piemontese si manteneva agli studi impartendo lezioni di lingua francese e di matematica, eseguendo diverse ripetizioni o mediante altri piccoli lavoretti. Tutto ciò gli permetteva anche, una volta superati gli esami, di ritornare ad Aosta. In città trovò un impiego vantaggioso presso l'Ufficio del Genio Civile Divisionale, incarico che però non mantenne a lungo in quanto gli impediva di esercitare contemporaneamente la professione di geometra. Intanto, durante il tempo libero, anzichè frequentare amici e conoscenti, Manzetti si dedicava alla ricerca e alla sperimentazione scientifica.


Innocenzo Manzetti


Le invenzioni


Manzetti si occupava di acustica, d'idraulica, di elettricità, di meccanica, di astronomia e la sua prima importante invenzione, realizzata intorno agli anni 1848-49, fu il "suonatore di flauto" (vedi figure a lato), una sorta di moderno robot in grado di suonare tale strumento a fiato. L'automa (che era composto da almeno cinquecento congegni meccanici!) assomigliava ad un uomo vero e la sua struttura era composta da ferro, acciaio e pelle di camoscio. Aveva una maschera e due occhi di porcellana. Una parte delle componenti essenziali dell'automa era costruita con un particolare tipo di plastica realizzata anch'essa da Manzetti.

L'automa muoveva le braccia, si levava il cappello, salutava con voce simile a quella umana e pronunciava alcune parole. Per mezzo dell'aria compressa che veniva immessa nel flauto (in ebano) a colpi di lingua, il robot poteva suonare qualsiasi brano musicale grazie al flauto di cui era dotato. Il macchinario funzionava con una carica simile a quella degli orologi e, in un primo tempo, era in grado di suonare dodici arie diverse. In guisa delle pianole meccaniche, il movimento dell'automa si modulava su un programma registrato meccanicamente su un cilindro (una sorta di moderno microchip i cui circuiti erano rappresentati da piccoli fili di metallo). Con una successiva opera di perfezionamento, Manzetti riuscì a far eseguire al suo automa qualsiasi motivo musicale, mediante il collegamento diretto della tastiera di un organo (che così veniva resa muta) alle dita dell'automa. Senza dubbio l'automa di Manzetti aveva superato qualitativamente quelli che erano stati inventati in precedenza. Tra di essi ricordiamo "l'uomo artificiale" (un suonatore di flauto meccanico) presentato il 9 agosto 1741 da Jacques de Vaucanson (1709-1782). L'invenzione di Manzetti si inserì in un contesto caratterizzato da diverse sperimentazioni volte a simulare l'apparato fonatorio umano. Oltre a Vaucanson, infatti, a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento diversi uomini di scienza si impegnarono in tali ricerche, ma per raggiungere dei risultati soddisfacenti si dovette attendere fino al 1937, allorché Dudley riuscì a creare un modello realistico dell'apparato di fonazione dell'uomo. Questo è importante per capire fin da subito l'importanza rivestita dall'automa nell'opera di Manzetti; la sua costruzione infatti stimolò l'inventore in maniera decisiva ad approfondire le ricerche sulla trasmissione del suono a distanza, ciò che lo portò in seguito a realizzare la sua creazione più importante: il telefono. In pratica l'automa deve essere visto come un mezzo il cui perfezionamento indusse consequenzialmente Manzetti - nel tentativo di far parlare il suo uomo artificiale - ad interessarsi al fenomeno della comunicazione vocale a distanza. Manzetti non era salito agli onori della cronaca soltanto per l'automa. Si veda, infatti, come le pagine del giornale politico, amministrativo e agricolo "Le Valdôtain" di Aosta si esprimevano il 6 marzo 1891 in merito ad una curiosa invenzione del genio valdostano: il carro automovibile.

Una invenzione valdostana I giornali di Parigi ci informano che l'ingegner Serpollet ha creato una vettura "phaéton" a vapore. Il veicolo è capace di trasportare da sei a otto persone. Ecco le informazioni che ci vengono fornite sulla macchina che fa muovere la vettura. Il generatore è collocato posteriormente tra due serbatoi di carbone. Il camino è riverso. Il peso totale della vettura è di 1250 chili. La macchina è a due cilindri. La sua forza di quattro cavalli e la sua velocità di 25 chilometri all'ora, ecc... Ci si meraviglia, si porta agli onori l'opera dell'ingegner Serpollet, come una invenzione recente, l'ultima parola del perfezionamento nell'applicazione del vapore come agente di locomotiva e non si sa che in una cittadina sperduta nelle pieghe delle Alpi, un geometra umile, sconosciuto e ignorato ha fatto correre una prima vettura a vapore 25 o 30 anni prima di quella dell'inventore parigino? Questa città è Aosta, il creatore sconosciuto è Innocenzo Manzetti. Noi stessi abbiamo visto il veicolo a vapore creato dall'inventore del telefono. L'abbiamo visto nel 1864 percorrere la strada dei Capucins e il cammino lungo le mura romane. Era una specie di furgone. La macchina precedeva la panchetta dove due persone si trovavano comodamente sedute. Il camino era alto e sebbene situato di fronte ai viaggiatori non li scomodava affatto. Il vapore si proiettava in un pistone situato sotto la caldaia; il pistone faceva muovere la biella in comunicazione con le ruote anteriori e la vettura si muoveva. Era semplice, era primitiva, ma l'idea era conosciuta, è andata avanti, si è perfezionata nell'atelier dell'ingegner Serpollet, che ora si prende tutto il merito. Perché Manzetti non ha sollecitato il brevetto d'invenzione? Mistero! Si sa, ha lasciato seppellire con lui il segreto del suo automa che gli sarebbe stato sufficiente per essere rinomato eternamente.

Manzetti realizzò numerosi altri strumenti che risultarono di grande utilità pubblica. Tra gli altri si ricorda il velocipede a tre ruote, un veicolo in legno e ferro composto da una ruota anteriore e due posteriori e dotato di tre posti. Nel 1861 egli costruì anche una particolare macchina idraulica impiegata per svuotare i pozzi delle miniere di Ollomont (Aosta). Tale strumento, che sostituì l'enorme vecchio macchinario utilizzato fino ad allora ed ormai rotto (le cui ruote avevano un diametro di 14 metri e uno spessore di 4!) si distingueva per le sue dimensioni assai contenute. Il pezzo più voluminoso era rappresentato da quattro cilindri di un metro di altezza e di quaranta centimetri di diametro.... Nel 1864 realizzò un sistema di filtraggio che permetteva di rendere più pura l'acqua del torrente Buthier, allora usata per l'approvigionamento idrico di Aosta. Fu di sua creazione anche un particolare pantografo in grado di riprodurre qualsiasi oggetto riducendolo o ingrandendolo. Si pensi che, grazie a questo strumento, Manzetti riuscì ad incidere su di un pezzo d'avorio di un centimetro quadrato una scena composta da una ventina di personaggi nonché addirittura un medaglione con l'immagine di Papa Pio IX riprodotto su di un grano di riso. Realizzò anche un pappagallo volante in legno (secondo l'amico Bérard il meccanismo era anche in grado di parlare...) che veniva caricato con una chiave ed era in grado di volare libero per oltre due minuti. Costruì inoltre una macchinetta musicale che, attraverso l'ausilio di una manovella, faceva muovere un pupazzetto raffigurante un bimbo. Il fantoccio, dopo aver alzato una mano, lanciava pallini di piombo sopra un pettine armonico circolare, simile a quelli delle "tabatière à musique" di Norimberga. I pallini, cadendo sugli aghi del pettine, producevano una serie di suoni in grado di correre in aiuto al musicista temporaneamente sprovvisto di idee. Il motore a scoppio: secondo il parere di un ammiratore sembra che Manzetti avesse anche elaborato un tipo di forza sprigionata dalla combinazione di alcune sostanze liquide e che poteva essere applicata alla meccanica...

Le opere di Manzetti attirarono sempre l'attenzione di molti estimatori, interessati spesso anche al loro acquisto. Manzetti però non era dotato di un grande senso degli affari. Non solo egli creava marchingegni per puro diletto o per amore di scienza, ma quando produceva per rivendere non ne traeva certo un gran guadagno. Così, ad esempio, fu per la macchina che fabbricava la pasta, venduta sembra ad una fabbrica inglese per una somma irrisoria.


Innocenzo Manzetti


Il telefono


Il telegrafo parlante o vocale
Nonostante le sue molteplici e straordinarie creazioni, è indiscutibile che la maggiore invenzione di Manzetti sia stata l'apparecchio telefonico (vedi figura). E' difficile accertare con precisione quando il genio valdostano abbia iniziato le ricerche e le sperimentazioni scientifiche atte a scoprire un mezzo per comunicare a distanza. La sua ricerca era sicuramente indirizzata ad instaurare delle funzioni vocali al "suonatore di flauto". Quest'opera lo aveva sempre affascinato e l'eventualità di riuscire a comunicargli la parola a distanza gli rubava gran parte delle sue energie di ricerca. Non è azzardato comunque risalire al 1844 allorché, all'età di 18 anni, cominciò a fare i primi esperimenti in merito alla trasmissione del suono attraverso la materia.

La "prima telefonata"
Il fratello raccontò ciò che accadde nel 1850: (...) un giorno divertendoci facemmo uno scherzo ad un nostro nipotino. Per fargli paura gridammo in un cappello a gibus e, avvicinandolo alla guancia del bambino, questo urlò che il cappello gli aveva solleticato il viso. Allora provammo a parlare tra i denti e ci accorgemmo che il fondo del cappello vibrava ugualmente. A tale proposito decidemmo di fissare al cappello una cordicella. Uno teneva la corda fra i denti e l'altro parlava nel cappello finché la vibrazione arrivò fino alla bocca. Attaccammo poi un altro cappello ad una corda molto lunga e, piazzandoci uno in giardino e l'altro in balcone e comunicando, ci accorgemmo che la voce risultava molto chiara. Utilizzammo più volte questo fenomeno per fare degli scherzi ai nostri amici. Mio fratello aveva un teschio. Decapitammo un burattino e mettemmo il teschio, munito di un berretto bianco, al posto della testa; il burattino fu piazzato contro la parete di un corridoio buio e vicino alla sagoma posammo sul bordo di una panca un altro cappello. Il gioco consisteva nell'invitare il più coraggioso di tutti a raggiungere, durante la notte, il manichino, tirare la cordicella che comunicava con la camera posta al piano inferiore. Tirata la cordicella veniva pronunciata con voce rude la frase "Che cosa fai là ?!" Chi s'imbatteva in ciò, non vedendo altro che un cappello, si spaventava e impaurito scappava a gambe levate. Tempo dopo, volendo rendere il gioco più interessante, lo rimpiazzammo impiantando due specie di contenitori svasati assieme ad una pergamena tesa da un cerchio di ferro bianco. Provammo tale meccanismo utilizzando anche il cartone al posto della carta pecora. Lo strumento fu sperimentato dal pioppo sito nei pressi del Seminario dei Cappuccini alla Porta Pertuise, separati da una distanza superiore ai 600 metri.

I successivi esperimenti...
Gli anni che intercorsero tra il 1849 (anno a cui risale una memoria scritta di Manzetti sulla trasmissione a distanza) e la presentazione ufficiale del suo prototipo furono dedicati ad un profondo studio dei fenomeni legati all'elettricità. Manzetti scoprì probabilmente per caso l'elettricità, allorquando si accorse che, collegando un magnete (posto all'interno di un bicchiere che, rivestito di cartapecora, aveva adattato a cornetta) ad un misuratore d'intensità elettrica (galvanometro) tramite un filo di rame, la sua voce, seppure per un breve momento, riusciva a far muovere l'ago dello strumento. Ripetendo l'esperimento senza la calamita, si accorse che l'ago si muoveva in senso inverso. Nella successiva sperimentazione Manzetti pose sopra la cornetta due fili di rame rivestiti di seta e collegati l'uno ad un galvanometro, l'altro ad una pila. Ciò confermò la presenza di cariche elettriche positive o negative a seconda che il circuito creato fosse interrotto o chiuso. Grazie a questo tipo di sperimentazione il Manzetti prese notevole confidenza con quelle che alcuni anni prima erano state definite leggi dell'induzione elettromagnetica. Tali scoperte permisero all'inventore di proseguire nelle sue ricerche e di approdare al primo rudimentale apparecchio telefonico. Nel 1861 riuscì a trasmettere distintamente un discorso e un brano musicale sino a due chilometri di distanza. (...) "Dopo replicati esperimenti egli accertò che una corrente elettrica, propagandosi sopra un filo metallico, esercita sopra un altro filo, posto in prossimità, ed in stato neutro, un'azione che genera in quest'ultimo una corrente momentanea in direzione opposta alla corrente eccitatrice; in altri termini, il Manzetti scoprì la corrente che i dotti definirono elemento induttore e la sua influenza sul corpo indotto. Egli accertò altresì che, se invece di avvicinare o allontanare la calamita dal centro, si reagisce sui poli di quella con una armatura di ferro, si possono parimente ottenere delle correnti indotte. A quest'armatura collocò una lamina di ferro e questa vibrava per l'influenza di un suono. Le correnti indotte erano ondulatorie, quindi atte alla trasmissione della parola. Continuando gli esperimenti col suo automa si accorse che i movimenti ondulatori andàvano avanti a qualche distanza. Il telefono era inventato." (...)

San Tommaso... Grazie all'estratto di uno scritto del canonico Bérard è possibile risalire agli anni che impegnarono Manzetti nella realizzazione del suo apparecchio telefonico. (...) "Nel 1863 o 1864, mi fece parte dell'idea che aveva di trasmettere la parola parlata per mezzo del telegrafo. Mi ricordo allora di avergli detto qualche parola di sfiducia e di aver aggiunto il rimprovero che gli rivolgevo sovente, di voler iniziare molte cose e di non portare nulla a termine. "Ebbene! Vedrai se non ci riesco" mi disse. Nel 1864, mi fece vedere un prototipo di una macchina per trasmettere i suoni attraverso il telegrafo. "Quando riuscirai con la tua macchina a farmi sentire un suono qualunque ad una certa distanza, mi premurerò di parlarne nei giornali". All'epoca ero redattore di alcuni giornali della Valle d'Aosta: "L'Indépendant" e la "Feuille d'Aoste". Prima dell'anno 1865 Manzetti ottenne ciò che mi aveva promesso, cioè di trasmettere con l'elettricità la parola a distanza. Mi venne a cercare in casa e mi disse: "Vieni a vedere, Tommaso, non hai visto, ma vieni a toccare con dito" (...). Dalla lettera del canonico Bérard - della quale non si conoscono né la data, né il destinatario - si possono trarre alcune conferme: innanzitutto il canonico Bérard non incoraggiava troppo il suo amico; inoltre - dato molto più importante - viene ribadito sia l'uso dell'elettricità (confermando quindi l'invenzione del telefono elettrico), sia la data della definitiva ultimazione dell'apparecchio: il 1864.

Edouard, ci senti?
Anche la parte successiva della lettera è molto importante. Manzetti aveva realizzato un apparecchio molto semplice: due specie di cornette, ricoperte da un diaframma in cartapecora e collegate tra loro da un filo metallico. L'inventore consegnò all'amico Bérard una delle due estremità e gli chiese di allontanarsi di almeno 5 o 6 metri, quindi gli consigliò di avvicinare lo strumento all'orecchio e cominciò a parlare dentro il proprio cornetto. (...)"Mi disse tante cose di cui non ho conservato il ricordo, ma ne rammento una: "Edouard, ci senti?" (...)

Descrizione del telefono
Dopo la morte dell'inventore, nei suoi manoscritti fu rinvenuta la descrizione del suo rivoluzionario strumento stilata da un suo amico, il dottor Pierre Dupont, Maggiore medico dell'esercito sardo: Il telegrafo parlante era composto da un cornetto a forma di imbuto nel quale si trovava una lamina di ferro (una piastrina molto sottile) piazzata trasversalmente. Questa lamina vibrava facilmente sotto l'impulso delle onde sonore provenienti dal fondo dell'imbuto. Nel cornetto trovava posto anche un ago magnetizzato infilato in una bobina, posizionato verticalmente rispetto alla lama vibrante e vicino a questa. Dalla bobina partiva un filo di rame avvolto nella seta il cui secondo capo si collegava ad una bobina piazzata in un apparecchio identico a quello già descritto. Da quest'ultimo partiva un ulteriore filo elettrico che andava a collegarsi al primo. Dunque, se in prossimità della lama del cornetto si emetteva un suono, questo suono era subito riprodotto dalla lama dell'altro cornetto. La comunicazione tra le lame delle due cornette avveniva in forza di un principio che le vibrazioni di una lama di ferro davanti al polo di un pezzo di ferro magnetizzato determinano delle correnti elettriche che durano quanto dura la vibrazione della lama. In poche parole le onde sonore prodotte dalla voce, il suono, in un cornetto si trasformano nell'apparecchio in onde elettriche e ridiventano onde sonore nell'altro cornetto.

La notizia della nuova invenzione
La notizia della nuova invenzione fece grande scalpore ad Aosta. Nei giorni successivi alla scoperta fu un accorrere di amici e conoscenti a casa di Manzetti, tutti curiosi e desiderosi di provare il rivoluzionario apparecchio. Dapprima furono sperimentati collegamenti tra il giardino e la casa dell'inventore o tra una casa e l'altra, in seguito le sperimentazioni permisero la trasmissione della voce da una sponda all'altra del fiume Dora Baltea. Ovviamente i primi giornali a parlare della scoperta furono quelli valdostani, seguiti ben presto dalla carta stampata nazionale ed internazionale. Ad Aosta, il 29 giugno 1865, "l'Indépendant" si pronunciava così (il redattore dell'articolo fu probabilmente lo stesso canonico Bérard):
Il signor Vincenzo Manzetti, di cui abbiamo avuto più volte occasione di parlare, ci ha informati di un'applicazione assai sorprendente del filo telegrafico. Dei suoni prodotti da una apparecchio alla stazione di partenza possono riprodursi alla stazione di arrivo; per mezzo di questo strumento si potrà un giorno parlare da Aosta a Torino, a Parigi, a Londra, ecc... Questo è il problema che Manzetti si propone di risolvere. Alcuni esperimenti ci sono parsi fattibili sebbene ancora imperfetti. Coloro che conoscono il genio e la perseveranza del nostro compatriota si convinceranno che non si fermerà a questo. Dal canto nostro, ne abbiamo la certezza, il signor Manzetti riuscirà nella sua impresa, e legherà il suo nome alla scoperta più sorprendente del nostro secolo.
Bérard, la cui diffidenza continuava ad impedirgli di credere nell'abilità dell'amico, non si smentiva affatto. Egli, benché avesse riportato la notizia dell'invenzione, non solo non si lanciò a descriverne il funzionamento, ma sembrò quasi voler porre dei dubbi sulla piena riuscita dell'invenzione stessa. Dichiarazioni quali "Questo è il problema che Manzetti si propone di risolvere." oppure "...il signor Manzetti riuscirà nella sua impresa..." sembrano confermare l'incredulità, la poca fiducia e l'estrema diffidenza di Bérard. Per il religioso sembra quasi che Manzetti non avesse realizzato che un rudimentale e malfunzionante prototipo. Ciò comunque non impedì affatto che la notizia circolasse. Quest'ultima infatti non rimase confinata tra i monti della Valle d'Aosta, perché venne infatti immediatamente riportata per esempio dal quotidiano politico-economico "Corriere di Sardegna" in data 18 luglio 1865. La settimana successiva si espresse inoltre il periodico bolognese "L'Arpa" che, nel numero del 24 luglio 1865, in un articolo intitolato "L'uomo automa e il telegrafo musicante" enunciava:
Altra meraviglia che vince il cavallo di Vienna si è quella del suonatore automa inventato e costruito da signor Manzetti di Aosta. Esso non soltanto si alza, si siede, volge le braccia, muove occhi e membra, apre e chiude la bocca, saluta, ma, mercè un tubo di gomma elastica ripieno di aria compressa, dà persino le pulsazioni del polso. Il meccanismo è così nuovo e bene inteso che lo stesso professor Matteucci ne rimase stupito. Messo in comunicazione con un "armonium" il nostro suonatore di carta pesta alza il suo strumento e con mirabile precisione ripete tutte le suonate con tale grazia, inflessione di voci, e chiaroscuri, da destare in chichessia indefinibile meraviglia. Ma non è tutto; ché il bravo Manzetti che raccomandiamo al Governo per un posto di insegnamento di meccanica, ha trovato il modo di trasmettere per mezzo del telegrafo elettrico i suoni musicali; ed è già a buon punto, specialmente per le parole di suono accentato vibrato di trasmetter da luogo a luogo tutto intero l'umano linguaggio.
Successivamente, dal settimanale "Feuille d'Aoste" del 22 agosto 1865, arrivarono le seguenti considerazioni:
Il signor Manzetti e il telegrafo Alcuni meccanici inglesi, ai quali il signor Manzetti ha recentemente svelato il suo segreto per trasmettere la parola per mezzo del filo telegrafico, si propongono di applicare questa invenzione ai telegrafi privati, l'uso dei quali è molto diffuso in Inghilterra. A Londra, per esempio, ci sono alberghi dove il servizio è diretto per mezzo del telegrafo. Con la scoperta del signor Manzetti, questo servizio si farà più facilmente e più prontamente. Noi non dubitiamo che un giorno questo ingegnoso procedimento sarà applicato alle grandi linee telegrafiche e che l'ufficio dell'ufficiale del telegrafo diventerà una sala di conversazione. Sia questo giorno più o meno lontano, non è meno vero l'affermare che il nome del nostro compatriota merita fin da oggi di essere annoverato nella serie di uomini che hanno fatto progredire, in questo secolo, le arti e l'industria. Lo sarà senza dubbio, ma noi lo diciamo con amaro rincrescimento, questa sarà probabilmente la sola ricompensa riservata al signor Manzetti. Non sarebbe stato probabilmente così se il signor Manzetti fosse stato in altri paesi, dove i titoli di ministro della pubblica istruzione, di ministro dell'agricoltura, del commercio, delle arti e dell'industria, non sono vani e menzogneri come in Italia, ma significano incoraggiamento e vera protezione della scienza e delle arti.


Innocenzo Manzetti


Lo strano caso dei due americani


La strada che conduce all'invenzione del telefono è lastricata da commiserazioni per gli inventori spogliati del frutto del loro lavoro, da lunghi processi di rivendicazione, da ingegnosi inventori "talmente dotati" che, in un batter d'occhio, hanno approntato ottimi telefoni saltando a piè pari anni di studio e di ricerca, nonché da scaltri individui capaci di carpire con avidità i risultati di altri colleghi. Tra i tanti esempi di astuzia non si può non rammentare proprio quello che vide protagonisti gli inventori Antonio Meucci e Alexander Graham Bell. L'americano raggirò il collega italiano brevettando (1876) un apparecchio telefonico identico a quello progettato da Meucci, i cui stessi disegni scomparvero stranamente tempo prima. Malgrado le sue numerose azioni di rivendicazione, nulla o poco cambiò in favore di Meucci e da allora il nome Bell è portavoce di diverse compagnie e società che si occupano di telecomunicazioni e di informatica. La filibusteria americana non si arrestò a quel clamoroso episodio ma si manifestò anche in altri modi. A tale proposito proponiamo un articolo del giornale "American Manufacturer", che si esprimeva più o meno così: "E' stato registrato al Patent Office (l'ufficio brevetti di Washington, n.d.a.), il 22 luglio scorso (non conosciamo l'anno preciso ma crediamo possa trattarsi del 1879 o del 1880, n.d.a.), una domanda che offre un interesse immenso, delle brillanti prospettive economiche e, tra l'altro, può essere considerato come soggetto di primario interesse nazionale. Una Compagnia, composta da influenti uomini d'affari, si è formata ed è intenzionata a rilevare tutti i brevetti dei telefoni antecedenti alla data di quelli che si utilizzano oggi e che sono conosciuti sotto il nome di Brevetti Bell, Gray ed Edison. Questa Compagnia riunisce in sé numerosi ed importanti uomini d'affari provenienti da diverse località del paese. La zona maggiormente rappresentata e coinvolta sembra essere quella di Cincinnati, il capitale della Società ammonta a 5 milioni di dollari, la sua sede è a New-York e tra circa un paio di mesi comincerà la sua attività sostenendo sul mercato un suo telefono. Sembra che l'intento principale della Compagnia sia quello di escludere dal mercato tutti i telefoni esistenti, salvo ovviamente il loro. Non è escluso che vengano addirittura forzate le scelte delle compagnie, attraverso il pagamento di cospicue somme di denaro, le cui comunicazioni avvengono grazie agli apparecchi Gray, Bell ed Edison. Sembra inoltre che, grazie ad una testimonianza registrata ed esistente tra le mani della nuova Società - documento concludente e decisivo -, il vero inventore del telefono, il cui nome è Daniel Drowbaugh, non è altri che un povero meccanico abitante i dintorni di Harrisburg (non viene però specificato se la località è quella situata nell'Illinois, oppure nell'Oregon, o nel Nebraska o nella Pennsylvania, n.d.a.). E' stata la sua condizione di povertà ad impedirgli di sfruttare la sua invenzione. La nuova compagnia ha acquistato e possiede tale progetto, la cui data è anteriore a tutte le altre. Essa possiede inoltre il brevetto del telefono accordato a Klemm a New York. Un gran numero di capitalisti si sono recati a Washington per constatare la registrazione della domanda e assicurano in maniera positiva e convincente che non passerà molto tempo che otterranno l'intero sfruttamento del telefono, non solo in questo paese ma in tutto il mondo. Saranno anche in grado di stabilire delle linee telefoniche grazie alle quali si potrà trasmettere i messaggi affrontando costi ridotti."

Cosa c'è di serio in questo articolo che vuole riabilitare un malcapitato inventore proveniente da non si sa dove e arricchito dopo essere stato tolto dalla miseria? L'operazione descritta fu un grossolano tentativo di truffa? I soldi impegnati per comprare i brevetti sparsi per il mondo servirono realmente a rilevare altri progetti o furono soprattutto un espediente per spaventare le compagnie Bell ed Edison e per mettere in difficoltà ed escludere dal mercato i loro brevetti?

Si può ragionevolmente credere che la Compagnia di cui sopra sia la stessa che inviò due emissari ad Aosta il 6 febbraio 1880. I due uomini, tali Horace H. Eldred - direttore dei telegrafi a New York - e Max Meyer, si presentarono alla vedova Manzetti con delle lettere di raccomandazione del signor Marsh, all'epoca Ministro plenipotenziario degli Stati Uniti e accreditato dal Governo Italiano. Gli americani erano infatti giunti in Europa con l'intento di acquistare i diritti di tre inventori, tra i quali Manzetti di Aosta, allo scopo di far annullare i brevetti di Alexander Graham Bell. Con espedienti meschini riuscirono a raggirare la moglie dell'allora defunto Manzetti nonché il fratello di questi, privando loro dei progetti, dei prototipi e dei diritti in cambio di onore e notevoli somme di denaro che mai arrivarono. I due americani, cercati negli anni successivi da parenti e amici dell'inventore, risultarono irreperibili....


Innocenzo Manzetti


Le dispute sulla paternità dell'invenzione


La notizia dell'invenzione di Manzetti corse per il mondo intero e fu diramata dai giornali di ogni continente. Il 21 ottobre 1865 anche l'"Eco d'Italia" - giornale in lingua italiana pubblicato a New-York - annunciava la notizia. Insieme alla scoperta di Manzetti, come si vedrà qui di seguito, il giornale italo-americano concedeva ampio spazio alle rivendicazioni di un emigrante fiorentino - tale Antonio Meucci - che asseriva di essere arrivato alle stesse conclusioni del valdostano.
NUOVE SCOPERTE ITALIANE
Sotto questo titolo riproducevasi nel n. 33 dell'"Eco d'Italia" un articolo tolto dal "Diritto" in cui si accennava ad una nuova scoperta del sig. Manzetti d'Aosta che sarebbe la trasmissione dei suoni e delle voci parlate per mezzo dell'elettricità. Ora appare che il nostro amico sig. A. Meucci di Staten Island inventore di tanti utili trovati, applicati con grande successo negli Stati Uniti avesse fatta una simile scoperta, e molto prima che fosse pubblicata nei giornali quella del sig. Manzetti d'Aosta. In giustizia al sig. Meucci, pubblichiamo le seguenti lettere che provano evidentemente come egli sia il lavoro o almeno il primo scopritore della trasmissione dei suoni e delle voci parlate al pari delle lettere telegrafiche, e di altre utilissime invenzioni di cui ultima è quella da lui fatta della fabbricazione della carta per mezzo di legno o paglia indipendente d'ogni altra sostanza.

Signor E. Bendelari,
New York
Staten Island, 29 agosto 1865.


Leggo nell'"Eco d'Italia" di sabato 19 corrente un articolo tolto dal Diritto di Firenze riguardante la scoperta di trasmettere i suoni e le voci parlate per telegrafo, fatta in Italia da certo Sig. Manzetti di Aosta. Ora tale scoperta essendo in tutto eguale alle informazioni che vi detti quattro anni sono in casa di Vincenzo Riveccio nel momento che era in procinto di rimpatriare, gradirei sapere se in Italia avete istruito o parlato a qualche persona riguardo alla mia idea su tale affare. Vi prego voler essere sì gentile di rispondermi che desidero pubblicare la vostra lettera assieme al mio sistema nel "Diritto".
Gradite i miei saluti o credetemi


Vostro amico,
ANTONIO MEUCCI

P.S. Non obbliate che la risposta vostra deve far fede come io nel 1860 vi tenni proposito del mio sistema di trasmettere la parola per filo Elettrico.

New York, 15 settembre 1865.
Signor Antonio Meucci,
Staten Island.

Carissimo amico,
Rilevo dalla vostra del 29 dello scorso agosto che l'"Eco d'Italia" riportava un articolo tolto dal "Diritto" di Firenze riguardante la scoperta fatta da un certo signor Manzetti d'Aosta di trasmettere suoni e voci parlate per telegrafo. Ricordo benissimo che prima di partire per l'Italia nell'anno 1860 voi mi teneste parola su questo soggetto in casa del sig. Riveccio di avere scoperto il modo di trasmettere la parola per filo elettrico; ma essendo io premurato di partire, non ebbi tempo di rivedervi per prendere tutte le informazioni necessarie su questo soggetto. Mi duole moltissimo di sentire che la vostra scoperta sia stata partecipata da altro ingegno, ma sappiate per vostro regolamento che i miei affari in Italia non mi permisero di parlare, accennare o comunicare la vostra idea a persona alcuna. Accettate i miei distinti saluti,

Vostro amico
E. BENDELARI


Signor Ignazio Corbellini,
Arenzano (Genova)
(trattasi del direttore de "Il Commercio di Genova", n.d.a.)
Nell'"Eco d'Italia" del 19 agosto p.p. ho letto di un nuovo scoprimento che riguarda una delle mie antiche; ve lo accludo acciò lo possiate esaminare. Io sono stato uno dei primi che ha lavorato con tutta l'assiduità nell'arte dell'Elettricità come per il Galvanismo all'epoca della sua prima scoperta; allora mi trovavo all'Avana. Abbandonato questo ramo per le enormi spese, mi dedicai quando venni agli Stati Uniti ad altri rami, però non l'abbandonai, anzi di quando in quando facevo qualche saggio di questa bella scoperta, e per mezzo di qualche piccolo esperimento arrivai a scoprire che un istrumento posto all'udito e coll'aiuto dell'Elettricità e del filo metallico si poteva trasmettere la parola esatta tenendo in bocca e stringendo il conduttore fra i denti, ed a qualunque distanza due persone potevano mettersi in comunicazione diretta tra loro senza necessità di dovere comunicare ad altri i propri segreti. Ma stante le mie troppe occupazioni, lo abbandonai coll'idea di comunicarlo a qualche intelligente compatriota acciò nella nostra bella Italia fossero fatti i primi esperimenti. Nell'anno 1860 il mio amico sig. Bendelari partendo per l'Italia ed offrendomi i suoi servigi, gli comunicai la mia scoperta, che ho creduto sempre molto utile, riserbandomi di dargli più ampli schiarimenti quando fosse ritornato a vedermi, ciò che non poté fare stante le sue molte occupazioni, così non vedendolo più, tutto rimase in oblìo. Come vi ho detto più sopra trovai l'articolo, qui accluso, nell'"Eco d'Italia", ed ho voluto, e voglio giustificare che io avevo fatta questa scoperta, e che per essere identica a quella del sig. Manzetti, ho creduto che il sig. Bendelari avesse fatto palese a qualcuno ciò che gli avevo comunicato verbalmente. Scrissi allora al detto sig. Bendelari in proposito, e mi rispose, le quali copie vi rimetto. Io non posso negare al sig. Manzetti la sua invenzione, ma soltanto voglio far osservare che possono trovarsi due pensieri che abbiano la stessa scoperta, e che unendo le due idee si potrebbe più facilmente arrivare alla certezza di una cosa così importante. Se mai per combinazione vi trovaste col detto sig. Manzetti o con qualche suo amico, vi prego di comunicargli quanto vi ho detto e ve ne anticipo i miei ringraziamenti. (...)

A. MEUCCI

Da questa lettera si evince con estrema chiarezza che Antonio Meucci aveva realizzato un apparecchio telefonico molto simile a quello di Innocenzo Manzetti ma, secondo la descrizione, del tutto inferiore a quello preparato ad Aosta. Infatti Meucci era ancora costretto a stringere tra i denti il conduttore, mentre Manzetti poteva parlare già liberamente in una sorta di cornetta. Un altro punto da non sottovalutare affatto è che Manzetti ebbe tanta pubblicità sui giornali, i quali descrissero l'apparecchio e testimoniarono la paternità valdostana dell'invenzione. Meucci, invece, si limitò a sostenere di aver già sperimentato un primo rudimentale apparecchio fin dal 1860; null'altro! Non solo egli non poté dimostrare quanto detto - a parte la conferma piuttosto sibillina dell'amico Bendelari: "ma essendo io premurato di partire, non ebbi tempo di rivedervi per prendere tutte le informazioni necessarie su questo soggetto" - ma non era neppure a conoscenza che lo stesso Manzetti poteva dimostrare di essere giunto alle sue stesse conclusioni fin dal 1850. Oltre a ciò, Antonio Meucci, concluse il suo scritto con una precisazione molto importante: "Io non posso negare al sig. Manzetti la sua invenzione...". Ciò dovrebbe già essere sufficiente per capire che Manzetti non ebbe affatto una parte poco importante nell'invenzione del telefono, ma ne fu anzi il vero precursore e inventore.

La notizia della scoperta non tardò ad arrivare a Parigi, che venne informata grazie ad uno scritto di Emile Quétand - avvocato della Corte Imperiale parigina - il quale sulle pagine del "Petit Journal" del 22 novembre 1865 prendeva posizione sull'invenzione valdostana.
Qui di seguito il pezzo nella versione tradotta:
Curiosità dalla Scienza. Scoperta della trasmissione del suono e della parole per mezzo del telegrafo.
Una nuova scoperta che darà degli importanti sviluppi per gli usi che se ne potranno fare nelle arti e nell'industria, viene ancora ad aumentare le meraviglie di questo secolo; è la trasmissione dei suoni e delle parole per mezzo del telegrafo. L'autore di questa scoperta è il signor Innocenzo Manzetti di Aosta, inventore di un celeberrimo automa... Il signor Manzetti trasmette la parola per mezzo del filo telegrafico, con un apparecchio più semplice di quello oggi utilizzato per i dispacci telegrafici. Oramai due negozianti potranno trattare i loro affari istantaneamente da Londra a Calcutta, informarsi reciprocamente delle loro speculazioni; proporle, combinarle. Parecchie sperimentazioni sono state già eseguite e, grazie alla loro riuscita, confermano la possibilità di mettere in pratica su vasta scala tale scoperta. Si trasmette perfettamente la musica; quanto alle parole, quelle sonore si sentono distintamente...."

La redazione della "Feuille d'Aoste" - nel frattempo venuta a conoscenza della posizione di Antonio Meucci - nel rivendicare il primato della notizia, volle riproporre, nell'edizione del 19 dicembre 1865, il carteggio avvenuto tra Meucci e Bendelari.

I nostri lettori ci saranno grati d'aver riprodotto in queste pagine de la "Feuille d'Aoste" l'articolo seguente del "Commercio di Genova", che mette in evidenza l'importanza dell'ultima scoperta fatta da un figlio della Valle. I lettori non avranno certamente dimenticato l'importanza della notizia, data da noi e segnalata da quasi tutti i giornali, della recente scoperta che trasmette i suoni e le parole come si trasmettono attualmente le lettere per mezzo del telegrafo. Avevamo designato come inventore di questa bella scoperta Manzetti di Aosta, ideatore del celebre automa che suona perfettamente il flauto, come può fare un uomo, e che riproduce i suoni che chiunque può creare tramite un "harmonium" collegato direttamente all'automa. Queste notizie non solo hanno fatto il giro dell'Europa, hanno attraversato l'oceano informando anche l'America. L'"Eco d'Italia" di New York, del 19 agosto scorso, riportava un articolo del "Diritto" dando la notizia delle scoperte di Manzetti e soprattutto della trasmissione dei suoni e delle parole. Ecco come questo giornale si esprime: "Manzetti trasmette direttamente le parole per mezzo di un filo telegrafico ordinario con un apparecchio più semplice di quello che usiamo oggi per scrivere. Oramai due negozianti potranno trattare istantaneamente dei loro affari da Londra a Calcutta, annunciarsi le speculazioni, proporle, combinarle. Degli esperimenti sono già stati fatti; i loro risultati sono stati sufficentemente positivi per poter stabilire le possibilità pratiche di questa scoperta. La musica si trasmette perfettamente. Le parole non sono state ancora tutte riprodotte; quelle sonore si sentono distintamente, quelle dal suono debole si percepiscono in modo confuso: questo è causato dal materiale che il Manzetti ha potuto utilizzare per il suo abbozzo. Ma è in fase di perfezionamento. Tuttavia la possibilità di trasmettere per mezzo dell'elettricità le vibrazioni delle onde sonore prodotte dalle parole, per la scienza è un fatto acquisito. Non servono commenti per far capire quanto sia importante questa scoperta." Abbiamo ricevuto oggi da Clifton Staten Island una lettera da parte del Signor Meucci, il quale rivendica questa scoperta dicendo che era già stata scoperta da lui stesso prima del 1860. Noi gli cediamo la parola e trascriviamo un passaggio della sua lettera. Riproduciamo anche un'altra lettera, quella del Signor Bendelari dandoci la conferma che Meucci ci ha scritto...

L'articolo proseguiva pubblicando la lettera di Meucci e la risposta di Bendelari, già riproposte nelle pagine che precedono.
Quanto visto fino ad ora spinge a fare una semplice considerazione, la cui importanza si comprenderà meglio in seguito quando verrà analizzata la posizione di Bell nella "vicenda telefono": vale a dire che tutto questo gran parlare dell'invenzione di Manzetti e della presa di posizione di Meucci induce a dedurre che fino ad allora nessun giornale aveva mai diramato la notizia della possibilità pratica di trasmettere a distanza i suoni e le parole. Di conseguenza, anche volendo prescindere dall'anteriorità dell'uno o dell'altro, sembra alquanto bizzarro negare a Manzetti e a Meucci i loro meriti nell'invenzione del telefono, attribuendola allo scozzese Bell. Comunque, molti altri giornali parlarono diffusamente dell'invenzione di Manzetti. Oltre a quelli già proposti, si ricordano in particolare:
- "L'Italia Contemporanea" di Firenze del 10 agosto 1865 (la cui annata è andata perduta con l'alluvione che ha flagellato la città toscana nel 1966);
- "Il Commercio d'Italia" di Genova del 1 dicembre 1865;
- "Rossini", giornale artistico teatrale di Napoli, del 20 agosto 1865; ed altri che verranno analizzati.

Il 4 gennaio 1866 sul periodico novarese "La Verità" apparve il seguente articolo:

Con il numero del 6 gennaio 1866 del periodico "Il Commercio di Genova" giunsero le prime precisazioni alle dichiarazioni di Antonio Meucci. Infatti Gandolfi, relatore dell'articolo sull'invenzione di Manzetti apparso sul "Diritto" del 10 luglio 1865 e pubblicato da molti giornali italiani e stranieri, prese nuovamente posizione a favore del genio valdostano, mettendo in dubbio non tanto l'ingegno dell'emigrante italiano quanto piuttosto il suo apparecchio, assai meno perfezionato di quello di Manzetti.

Le prove di Meucci... e di Manzetti
Ora - escludendo Bell e Gray, tutt'altro che contemporanei alle sperimentazioni di Manzetti e di Meucci
(Durante gli anni delle sperimentazioni (1850/1860) dei due inventori italiani, Bell (nato nel 1847) era poco più che un bambino, mentre Gray (nato nel 1835) era un giovanotto alle prese dapprima con il lavoro di carpentiere e successivamente con gli studi all'Oberlin College) - concentriamo l'attenzione sui due inventori italiani, inquadrando con maggiore precisione e confrontando gli anni che videro impegnati i due geni nei loro esperimenti. Vi è da tenere presente che, secondo alcuni "affidavit" - dichiarazioni giurate rilasciate in occasione del processo che vide contrapposte le invenzioni di Bell e di Meucci - l'inventore fiorentino agli inizi degli anni '60 non aveva ancora definito le sue sperimentazioni sul telefono. Tal Mattia Egloff affermò infatti che "verso il 1860 o 1861 il Meucci gli disse che scopo dei suoi esperimenti era di riuscire a trasmettere la voce umana per mezzo dei fili elettrici" . Un certo Patrick Kehoc dichiarò invece che "Meucci era dietro a fare uno strumento per trasmettere la voce umana e ciò era nel 1861 o 1862, ed intese a traverso dei fili del Meucci, il suono della voce senza però capire le parole, e che detti fili erano in comunicazione con una battera galvanica".

Come detto in precedenza, con l'apparecchio approntato da Meucci era necessario stringere tra i denti una verga calamitata, il che comprometteva sensibilmente la chiarezza della pronuncia, mentre l'apparecchiatura di Manzetti permetteva la chiara trasmissione della parola perché si poteva liberamente parlare nella cornetta. Tra i due telefoni non vi erano soltanto queste differenze, visto che Manzetti ideò un primo apparecchio telefonico fin dal 1850; nel 1863, allorquando il Meucci sperimentava ancora l'induzione elettromagnetica, il valdostano aveva inoltre già approntato un proprio telefono:
"Sullo scorcio del mese di luglio dell'anno 1863 trovandomi di passaggio per la città di Aosta, venni invitato con altre persone di recarmi a visitare l'uomo artificiale, meccanismo costrutto da un certo Manzetti. (...)" L'inventore era inoltre "occupato a definire un altro suo ritrovato, cioè: la trasmissione della musica e delle parole a lunghissima distanza per mezzo del telegrafo, e che non gli mancava più che qualche nota per compiere la sua invenzione. - Ecco il Telefono". (...) (articolo apparso sulla "Gazzetta Piemontese" del 15 febbraio 1878).

Malgrado la disputa, che coinvolse parte del mondo scientifico di allora ed eccita oggi la curiosità di molti, Manzetti - probabilmente a causa del suo carattere fondamentalmente schivo alle luci della popolarità e dell'innato amore che nutriva per la scienza nella sua essenza, più che per il successo personale che ne poteva scaturire - non depositò mai il brevetto della sua invenzione e questo gli impedì di rivendicarla ufficialmente. Peraltro, come si è visto, i brevetti richiedevano un notevole sforzo economico che Manzetti non era probabilmente in grado di sostenere. Lo stesso Comune di Invorio - grazie al sindaco, barone Giulio Ferrari-Ardicini, che si era recato a visitare Manzetti - il 25 febbraio 1866 gli concesse un contributo di 100 lire per le sue sperimentazioni. Contributo che, seppur minimo (ma di indubbio valore simbolico), poteva anche permettergli di far arrivare da Torino le pile necessarie alla sua invenzione, il cui costo incideva pesantemente sulle finanze familiari. Purtroppo non accettò mai neanche il consiglio di illustrare la sua invenzione presso le maggiori università o negli ambienti del mondo scientifico dell'epoca. Atteggiamento questo che permette di comprendere il motivo per cui il nome di Manzetti non figuri in tutte le enciclopedie e risulti ai più sconosciuto o del tutto ignorato nell'ambiente scientifico.

La visita misteriosa
Manzetti non negava mai l'accesso al suo laboratorio. Nei mesi successivi alla presentazione del prototipo del suo telefono fu raggiunto da numerosi interessati provenienti da ogni dove, ai quali l'inventore non risparmiava spiegazioni sul funzionamento dell'apparecchio. A riprova di ciò si citano alcune testimonianze. La prima viene fornita da un passo tratto dalla "Feuille d'Aoste" del 22 agosto 1865: "Alcuni meccanici inglesi, ai quali il signor Manzetti ha recentemente svelato il suo segreto per trasmettere la parola per mezzo del filo telegrafico, si propongono di applicare questa invenzione ai telegrafi privati...".
Un altro esempio giunge sempre dalla "Feuille d'Aoste (20 luglio 1870) in un articolo ripreso dal giornale d'Ivrea "Dora Baltea" in cui si raccontavano le impressioni di un viaggiatore in Valle d'Aosta:
" (...) Da qualche anno non c'è visitatore che passando per Aosta non faccia visita a Manzetti, geometra, componente il consiglio municipale della città, e meccanico di prim'ordine. (...) Egli ebbe piacere a farmi vedere e spiegarmi con grande gentilezza le sue principali invenzioni meccaniche. (...)"

Si narra che un giorno si presentò alla sua porta uno straniero molto interessato all'invenzione. Innocenzo, come al solito, non lesinò spiegazioni e con il suo solito fare gentile e premuroso illustrò con molti ragguagli la sua creazione. Nessuno venne mai a conoscenza del nome del misterioso visitatore, così tanto preparato e afferrato in materia di elettricità. Più tardi si seppe che lo scaltro personaggio era un esperto elettricista statunitense, forse addirittura il professor Graham Bell. Il pettegolezzo si basava sul fatto che lo scozzese avrebbe lasciato a Manzetti il suo biglietto da visita... Si noti che l'apparecchio presentato da Bell assomigliava moltissimo a quello approntato dall'inventore di Aosta 12 anni prima, ed è piuttosto per questa ragione che molti attribuirono allo sconosciuto visitatore il nome di Bell.

Come è stato appurato, Bell riuscì ad ottenere il brevetto del telefono perché depositò la sua domanda qualche ora prima di quella di Gray. Anche se, a dire il vero, c'è chi afferma che, mettendo a confronto le capacità dei due americani, si è portati a credere a quelle insinuazioni secondo cui Bell, tramite il suocero Hubbard, avrebbe corrotto l'esaminatore capo dell'Ufficio Brevetti di Washington, ottenendo l'anticipazione dell'ora di presentazione della sua domanda, prevaricando così i diritti di Gray. Sarebbe stato soltanto dopo il suo ritorno a Boston che Bell avrebbe approntato in pochi giorni il suo apparecchio telefonico. Infatti fu solamente il 10 marzo 1876 che comunicò con "l'esterefatto" Watson da due differenti stanze. Il 9 luglio dell'anno successivo fu costituita la "Bell Telephone Co." tra Bell, Hubbard e Sanders. Questa riuscì in poco tempo a realizzare una prima trasmissione telefonica alla ragguardevole distanza di 22 km. Tra il 1876 e il 1880 Gray tentò invano di contrastare il brevetto di Bell.

I numerosi processi
Durante la fase di ricerca sono stati inoltre trovati, tra centinaia di materiali diversi (lettere, giornali, foto, ecc...), alcuni documenti inediti di capitale importanza. La prima testimonianza è un articolo apparso sulla rivista londinese The Telegraphic Journal and Electrical Review del 7 gennaio 1882 a cura del Maggiore W.C. Barney, personalità molto competente in materia di brevetti e di prime scoperte telefoniche. Barney scriveva (28-12-1881) all'editore della rivista, allegando un articolo del Fanfulla di Roma del 1878, che Manzetti di Aosta poteva essere considerato il vero inventore del telefono in quanto aveva già presentato pubblicamente un telefono elettrico molti anni prima del brevetto di Bell. Barney fu inoltre autore di un secondo articolo apparso nuovamente sul The Telegraphic Journal and Electrical Review in data 23 febbraio 1884, nel quale si esprimeva nella seguente maniera:
Nella Rivista 7 gennaio 1882 io pubblicai che Manzetti di Aosta, in Italia, reclamava per la sua invenzione di un telefono del 1865, e nel 28 dello stesso mese suddetto, annunciavo eguale reclamo per parte di M. Donough, e si pubblicavano la descrizione ed i disegni del suo brevetto datato dal 10 Aprile 1876. Faccio ora pubblico il reclamo di Meucci, un italiano residente a New-York, che asserisce di avere inventato e costruito un telefono nel 1849. Io sentii parlare di questa invenzione, e la trattai come una semplice voce, perché Meucci fece registrare la sua invenzione all'Ufficio dei Brevetti degli Stati Uniti nell'anno 1871. (...) La prima memoria ufficiale di quest'invenzione, per parte di Meucci, è la registrazione da lui chiesta nel 1871 all'ufficio delle Privative degli Stati Uniti, e la prima notizia stampata della sua asserzione "di trasmettere esattamente il discorso" che io abbia potuto trovare, è il "Commercio di Genova" del 1865. (...) Il riferimento è all'occasione in cui Meucci scrisse al giornale ligure in risposta all'articolo che trattava la precedenza dell'invenzione di Manzetti. L'autorevole opinione del Maggiore Barney, che pone più di un dubbio sulla datazione dell'invenzione di Meucci e che per contro non esclude l'anteriorità della scoperta di Manzetti, è da considerare alquanto importante. Essa, infatti, da un lato è pronunciata da uno dei più grandi esperti del campo; dall'altro, proviene da un Paese che, non potendo vantare alcun "pretendente" inventore, si è sempre dimostrato piuttosto neutrale in merito alla vicenda dell'invenzione del telefono.

Oltre alle dichiarazioni di Barney, un altro documento inedito da segnalare è la sbalorditiva lettera che il procuratore dell'Ufficio Brevetti di Washington, Aug. M. Tanner, scrisse nel novembre del 1885 al canonico Edouard Bérard (grande amico di Manzetti) per avere una conferma dell'anteriorità dell'invenzione valdostana. Conferma che gli avrebbe permesso "di riconoscere il defunto Manzetti come il vero inventore del telefono vocale". Parole che confermano indiscutibilmente una situazione finora mai considerata: il nome di Manzetti arrivò anche all'Ufficio Brevetti statunitense, lo stesso che nove anni prima aveva concesso il brevetto a Bell... E vi giunse non in maniera incidentale, poiché laggiù vi era una personalità autorevole disposta ad accordare al valdostano la priorità assoluta sull'invenzione del telefono!
Purtroppo la mancanza della documentazione successiva impedisce di comprendere come sia terminata questa vicenda finora sconosciuta. E' comunque probabile che essa si inserisca nelle varie dispute che nel corso degli anni ottanta videro contrapposti i diversi pretendenti all'invenzione del telefono (la più importante fu quella tra Bell e Meucci), liti che si acuirono proprio nel 1885. In quell'anno infatti si era accesa una controversia che - nata a causa delle proteste e delle citazioni di alcuni privati cittadini, di diverse compagnie telefoniche e della stampa - portò in tribunale una vertenza giudiziaria tra il Governo degli Stati Uniti d'America e la Compagnia telefonica di Alexander Graham Bell. L'accusa intendeva annullare la validità del brevetto di Bell. Le denunce di frode contro l'inventore erano state sollevate fin dall'agosto 1885 e furono inviate al District Attorney del Tennessee. Le accuse presentate erano molto forti, tanto da mettere in dubbio la serietà dello stesso Ufficio Patenti contro cui l'Attorney General, signor Garland, ordinò un'inchiesta. Quest'ultimo, rilevate le irregolarità, ordinò in nome del Governo degli Stati Uniti un procedimento contro Bell. Il Governo considerò valide le accuse contro l'inventore e, nel mese di settembre, promosse giudizio contro la Compagnia che lo sosteneva. Il mese successivo furono inoltre presentate, da parte di diverse compagnie, alcune ulteriori domande per l'annullamento del brevetto di Bell. Le richieste furono esaminate dal Ministero dell'Interno e dal Commissario delle patenti. Fu nel mese di novembre che a Washington si tennero le udienze contro Bell, in presenza del Sottosegretario di Stato Lamar. Ma siccome la Compagnia di Bell aveva ormai esteso enormemente i suoi impianti e il brevetto stava per giungere alla sua naturale scadenza legale, la questione della priorità dell'invenzione venne a poco a poco abbandonata... La lettera di Tanner va quindi probabilmente inquadrata nell'ambito dei vari tentativi volti a fare maggiore chiarezza sulla vicenda; essa costituisce comunque un elemento che potrebbe cambiare completamente le carte in tavola sul "giallo" dell'invenzione del telefono.

Queste vicende, tanto curiose quanto significative, possono essere sufficienti per capire che Bell e Meucci, i due principali "contendenti" di Manzetti, sono da considerare successivi alle sperimentazioni e alla scoperta dell'inventore valdostano.

Indubbiamente, malgrado le numerose dispute, gli italiani Manzetti e Meucci non guadagnarono nulla dalla loro scoperta. Entrambi morirono infatti in povertà. Chi riuscì a trarre vantaggi dall'invenzione del telefono fu soltanto Bell, che in pochi anni seppe crearsi un impero finanziario: la "American Bell Telephone", azienda che nel corso del tempo ha saputo ritagliarsi uno spazio commerciale molto importante. Oggi la creatura di Bell, il cui nome attuale è "AT&T" (American Telephone and Telegraph), è considerata la più grande compagnia telefonica del mondo).

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