Innocenzo
Manzetti
Il vero inventore del telefono
E' paradossale
che ancora oggi, dopo quasi un secolo e mezzo dall'invenzione del
telefono, si debba ancora porre in dubbio la paternità di questo
apparecchio, ormai diventato parte integrante della nostra vita quotidiana.
Ma, come è noto, la nebbia che avvolge i misteri della storia
copre ancora molte vicende dell'umanità. A prescindere comunque
dalla soluzione dell'enigma sulla paternità del telefono, ciò
che è certo è che esso è frutto dell'ingegno
italiano.
Alla
voce "telefono" tutte le enciclopedie e i testi scientifici
associano il nome di Antonio Meucci, o al massimo citano la storica
disputa tra questi e l'americano Alexander Graham Bell. E' comunque
Meucci che viene universalmente riconosciuto come inventore dell'apparecchio
che rivoluzionò la comunicazione mondiale dell'era moderna.
Ma fu veramente il fiorentino Meucci ad inventare il telefono? Non
è una domanda casuale, perché vi è un altro italiano,
il valdostano Innocenzo Manzetti (Aosta, 1826-1877),
a cui con ogni probabilità dovrebbe essere attribuita l'invenzione
del primo apparecchio capace di trasmettere la voce e i suoni a distanza.
Innocenzo Manzetti, il vero inventore del telefono
Il valdostano Innocenzo Manzetti precorse con largo anticipo tutti
coloro che contribuirono all'invenzione del telefono, riuscendo ad
approntare un apparecchio elettrico in grado di comunicare a distanza
già negli anni Cinquanta dell'Ottocento. Molto prima di Antonio
Meucci (1871) e di Alexander Graham Bell (1876), coloro che oggi vengono
unanimemente riconosciuti come inventori del telefono. La sensazionale
scoperta di Manzetti ebbe un notevole risalto internazionale grazie
ad una serie di articoli apparsi su alcuni giornali italiani, francesi
ed americani del 1865-1866, in seguito alla presentazione pubblica
della sua invenzione. Purtroppo nonostante questi avvenimenti inconfutabili,
il nome di Manzetti non ha mai avuto la possibilità di imporsi
con decisione nella storia delle telecomunicazioni e nel mondo scientifico.
Diversi sono stati i motivi che hanno relegato nell'oblìo l'inventore.
Basti pensare alla sua morte prematura (a soli 51 anni ed appena un
anno dopo il brevetto di Bell), che gli impedì di difendere
in prima persona la sua priorità. Oppure al fatto che Aosta,
eccessivamente periferica all'interno del nuovo Regno d'Italia, nonché
investita di ben più gravi problemi di carattere sociale ed
economico, era praticamente esclusa dal dibattito culturale e scientifico
italiano ed internazionale che avrebbe potuto senza dubbio contribuire
a esaltare la sua invenzione. Di conseguenza gli indiscutibili meriti
di Manzetti nell'invenzione del telefono sono stati poco a poco dimenticati
nel corso degli anni, fino a farne un personaggio sconosciuto ai più,
suoi concittadini compresi.
Innocenzo
Manzetti
Chi era
Un artista
Molto attivo ed intraprendente, Innocenzo Manzetti possedeva una particolare
inclinazione per le arti meccaniche che gli assorbiva la maggior parte
del suo tempo libero. Sperimentava di continuo i suoi ritrovati, ma
le sue condizioni economiche non gli permettevano quasi mai il completamento
definitivo delle sue opere. L'amico Edouard Bérard, canonico
teologale della Cattedrale di Aosta, in un suo appunto scrisse le
seguenti considerazioni sull'amico: "...Mio caro Manzetti,
inizi molte cose, ma faresti meglio a seguirne una sola e portarla
a termine..." L'inventore gli rispose: "...Sotto un certo
punto di vista hai ragione, ma tu sai bene che, a causa della mia
povertà e dell'indifferenza del governo per gli artisti come
me, non potrò mai giungere alla fortuna che mi è necessaria
per terminare come si deve una delle mie macchine. Lavoro per la mia
soddisfazione e per divertirmi...".
Il
periodo della giovinezza
Innocenzo Manzetti dimostrava inclinazione per gli studi e non sembrava
ricercare i giochi e i divertimenti che accomunavano i giovani della
sua età. Nei momenti liberi s'ingegnava infatti a costruire
modellini di case, di ponti, ecc..., o si dedicava agli strumenti
musicali, che tanto lo interessavano. Frequentò le scuole dei
Fratelli della Dottrina Cristiana e successivamente il Real Collegio
di Aosta (oggi conosciuto sotto il nome di "ex-convento di Saint-Bénin")
gestito dai padri della Compagnia di Gesù. Con il passar del
tempo il suo amore per lo studio lo indirizzò verso la scienza
e non verso il latino, al quale l'avevano dapprima avviato i genitori.
I suoi compagni ricordavano che dimostrava più interesse per
le scienze positive, per le arti meccaniche che per le lingue. Non
dimostrava affatto problemi scolastici, anzi, denotava una naturale
predilezione per i calcoli algebrici. A dire il vero però l'amico
Edouard Bérard riferisce che l'interesse di Manzetti per la
meccanica faceva sì che talvolta trascurasse i suoi doveri
scolastici perché la maggior parte del suo tempo era assorbito
dai lavori manuali che faceva per passione, per procurarsi delle risorse
che suo padre non poteva fornirgli e che consacrava alla fabbricazione
di meccanismi sorprendenti. Sovente mi pregava di dettargli il compito
che doveva portare al professore.
Terminati
gli studi aostani, i genitori lo inviarono a Torino affinché
potesse completare gli studi scientifici e conseguire il diploma di
geometra. Nel capoluogo piemontese si manteneva agli studi impartendo
lezioni di lingua francese e di matematica, eseguendo diverse ripetizioni
o mediante altri piccoli lavoretti. Tutto ciò gli permetteva
anche, una volta superati gli esami, di ritornare ad Aosta. In città
trovò un impiego vantaggioso presso l'Ufficio del Genio Civile
Divisionale, incarico che però non mantenne a lungo in quanto
gli impediva di esercitare contemporaneamente la professione di geometra.
Intanto, durante il tempo libero, anzichè frequentare amici
e conoscenti, Manzetti si dedicava alla ricerca e alla sperimentazione
scientifica.
Innocenzo
Manzetti
Le invenzioni

Manzetti si occupava di
acustica, d'idraulica, di elettricità, di meccanica, di astronomia
e la sua prima importante invenzione, realizzata intorno agli anni
1848-49, fu il "suonatore di flauto"
(vedi figure a lato), una sorta di moderno robot in grado di suonare
tale strumento a fiato. L'automa (che era composto da almeno cinquecento
congegni meccanici!) assomigliava ad un uomo vero e la sua struttura
era composta da ferro, acciaio e pelle di camoscio. Aveva una maschera
e due occhi di porcellana. Una parte delle componenti essenziali
dell'automa era costruita con un particolare tipo di plastica realizzata
anch'essa da Manzetti.

L'automa
muoveva le braccia, si levava il cappello, salutava con voce simile
a quella umana e pronunciava alcune parole. Per mezzo dell'aria compressa
che veniva immessa nel flauto (in ebano) a colpi di lingua, il robot
poteva suonare qualsiasi brano musicale grazie al flauto di cui era
dotato. Il macchinario funzionava con una carica simile a quella degli
orologi e, in un primo tempo, era in grado di suonare dodici arie
diverse. In guisa delle pianole meccaniche, il movimento dell'automa
si modulava su un programma registrato meccanicamente su un cilindro
(una sorta di moderno microchip i cui circuiti erano rappresentati
da piccoli fili di metallo). Con una successiva opera di perfezionamento,
Manzetti riuscì a far eseguire al suo automa qualsiasi motivo
musicale, mediante il collegamento diretto della tastiera di un organo
(che così veniva resa muta) alle dita dell'automa. Senza dubbio
l'automa di Manzetti aveva superato qualitativamente quelli che erano
stati inventati in precedenza. Tra di essi ricordiamo "l'uomo
artificiale" (un suonatore di flauto meccanico) presentato il
9 agosto 1741 da Jacques de Vaucanson (1709-1782). L'invenzione di
Manzetti si inserì in un contesto caratterizzato da diverse
sperimentazioni volte a simulare l'apparato fonatorio umano. Oltre
a Vaucanson, infatti, a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento diversi
uomini di scienza si impegnarono in tali ricerche, ma per raggiungere
dei risultati soddisfacenti si dovette attendere fino al 1937, allorché
Dudley riuscì a creare un modello realistico dell'apparato
di fonazione dell'uomo. Questo è importante per capire fin
da subito l'importanza rivestita dall'automa nell'opera di Manzetti;
la sua costruzione infatti stimolò l'inventore in maniera decisiva
ad approfondire le ricerche sulla trasmissione del suono a distanza,
ciò che lo portò in seguito a realizzare la sua creazione
più importante: il telefono. In pratica l'automa deve essere
visto come un mezzo il cui perfezionamento indusse consequenzialmente
Manzetti - nel tentativo di far parlare il suo uomo artificiale -
ad interessarsi al fenomeno della comunicazione vocale a distanza.
Manzetti non era salito agli onori della cronaca soltanto per l'automa.
Si veda, infatti, come le pagine del giornale politico, amministrativo
e agricolo "Le Valdôtain" di Aosta si esprimevano
il 6 marzo 1891 in merito ad una curiosa invenzione del genio valdostano:
il carro automovibile.
Una
invenzione valdostana I giornali di Parigi ci informano che l'ingegner
Serpollet ha creato una vettura "phaéton" a vapore.
Il veicolo è capace di trasportare da sei a otto persone. Ecco
le informazioni che ci vengono fornite sulla macchina che fa muovere
la vettura. Il generatore è collocato posteriormente tra due
serbatoi di carbone. Il camino è riverso. Il peso totale della
vettura è di 1250 chili. La macchina è a due cilindri.
La sua forza di quattro cavalli e la sua velocità di 25 chilometri
all'ora, ecc... Ci si meraviglia, si porta agli onori l'opera dell'ingegner
Serpollet, come una invenzione recente, l'ultima parola del perfezionamento
nell'applicazione del vapore come agente di locomotiva e non si sa
che in una cittadina sperduta nelle pieghe delle Alpi, un geometra
umile, sconosciuto e ignorato ha fatto correre una prima vettura a
vapore 25 o 30 anni prima di quella dell'inventore parigino? Questa
città è Aosta, il creatore sconosciuto è Innocenzo
Manzetti. Noi stessi abbiamo visto il veicolo a vapore creato dall'inventore
del telefono. L'abbiamo visto nel 1864 percorrere la strada dei Capucins
e il cammino lungo le mura romane. Era una specie di furgone. La macchina
precedeva la panchetta dove due persone si trovavano comodamente sedute.
Il camino era alto e sebbene situato di fronte ai viaggiatori non
li scomodava affatto. Il vapore si proiettava in un pistone situato
sotto la caldaia; il pistone faceva muovere la biella in comunicazione
con le ruote anteriori e la vettura si muoveva. Era semplice, era
primitiva, ma l'idea era conosciuta, è andata avanti, si è
perfezionata nell'atelier dell'ingegner Serpollet, che ora si prende
tutto il merito. Perché Manzetti non ha sollecitato il brevetto
d'invenzione? Mistero! Si sa, ha lasciato seppellire con lui il segreto
del suo automa che gli sarebbe stato sufficiente per essere rinomato
eternamente.
Manzetti
realizzò numerosi altri strumenti che risultarono di grande
utilità pubblica. Tra gli altri si ricorda il velocipede
a tre ruote, un veicolo in legno e ferro composto da una
ruota anteriore e due posteriori e dotato di tre posti. Nel 1861 egli
costruì anche una particolare macchina idraulica
impiegata per svuotare i pozzi delle miniere di Ollomont (Aosta).
Tale strumento, che sostituì l'enorme vecchio macchinario utilizzato
fino ad allora ed ormai rotto (le cui ruote avevano un diametro di
14 metri e uno spessore di 4!) si distingueva per le sue dimensioni
assai contenute. Il pezzo più voluminoso era rappresentato
da quattro cilindri di un metro di altezza e di quaranta centimetri
di diametro.... Nel 1864 realizzò un sistema di filtraggio
che permetteva di rendere più pura l'acqua del torrente Buthier,
allora usata per l'approvigionamento idrico di Aosta. Fu di sua creazione
anche un particolare pantografo in grado di riprodurre
qualsiasi oggetto riducendolo o ingrandendolo. Si pensi che, grazie
a questo strumento, Manzetti riuscì ad incidere su di un pezzo
d'avorio di un centimetro quadrato una scena composta da una ventina
di personaggi nonché addirittura un medaglione con l'immagine
di Papa Pio IX riprodotto su di un grano di riso. Realizzò
anche un pappagallo volante in legno (secondo l'amico
Bérard il meccanismo era anche in grado di parlare...) che
veniva caricato con una chiave ed era in grado di volare libero per
oltre due minuti. Costruì inoltre una macchinetta musicale
che, attraverso l'ausilio di una manovella, faceva muovere un pupazzetto
raffigurante un bimbo. Il fantoccio, dopo aver alzato una mano, lanciava
pallini di piombo sopra un pettine armonico circolare, simile a quelli
delle "tabatière à musique" di Norimberga.
I pallini, cadendo sugli aghi del pettine, producevano una serie di
suoni in grado di correre in aiuto al musicista temporaneamente sprovvisto
di idee. Il motore a scoppio: secondo il parere di
un ammiratore sembra che Manzetti avesse anche elaborato un tipo di
forza sprigionata dalla combinazione di alcune sostanze liquide e
che poteva essere applicata alla meccanica...
Le
opere di Manzetti attirarono sempre l'attenzione di molti estimatori,
interessati spesso anche al loro acquisto. Manzetti però non
era dotato di un grande senso degli affari. Non solo egli creava marchingegni
per puro diletto o per amore di scienza, ma quando produceva per rivendere
non ne traeva certo un gran guadagno. Così, ad esempio, fu
per la macchina che fabbricava la pasta, venduta
sembra ad una fabbrica inglese per una somma irrisoria.
Innocenzo
Manzetti
Il telefono

Il telegrafo parlante o vocale
Nonostante le sue molteplici e straordinarie creazioni, è
indiscutibile che la maggiore invenzione di Manzetti sia stata l'apparecchio
telefonico (vedi figura). E' difficile accertare con precisione quando
il genio valdostano abbia iniziato le ricerche e le sperimentazioni
scientifiche atte a scoprire un mezzo per comunicare a distanza. La
sua ricerca era sicuramente indirizzata ad instaurare delle funzioni
vocali al "suonatore di flauto". Quest'opera lo aveva sempre
affascinato e l'eventualità di riuscire a comunicargli la parola
a distanza gli rubava gran parte delle sue energie di ricerca. Non
è azzardato comunque risalire al 1844 allorché, all'età
di 18 anni, cominciò a fare i primi esperimenti in merito alla
trasmissione del suono attraverso la materia.
La
"prima telefonata"
Il fratello raccontò
ciò che accadde nel 1850: (...) un giorno divertendoci facemmo
uno scherzo ad un nostro nipotino. Per fargli paura gridammo in un
cappello a gibus e, avvicinandolo alla guancia del bambino, questo
urlò che il cappello gli aveva solleticato il viso. Allora
provammo a parlare tra i denti e ci accorgemmo che il fondo del cappello
vibrava ugualmente. A tale proposito decidemmo di fissare al cappello
una cordicella. Uno teneva la corda fra i denti e l'altro parlava
nel cappello finché la vibrazione arrivò fino alla bocca.
Attaccammo poi un altro cappello ad una corda molto lunga e, piazzandoci
uno in giardino e l'altro in balcone e comunicando, ci accorgemmo
che la voce risultava molto chiara. Utilizzammo più volte questo
fenomeno per fare degli scherzi ai nostri amici. Mio fratello aveva
un teschio. Decapitammo un burattino e mettemmo il teschio, munito
di un berretto bianco, al posto della testa; il burattino fu piazzato
contro la parete di un corridoio buio e vicino alla sagoma posammo
sul bordo di una panca un altro cappello. Il gioco consisteva nell'invitare
il più coraggioso di tutti a raggiungere, durante la notte,
il manichino, tirare la cordicella che comunicava con la camera posta
al piano inferiore. Tirata la cordicella veniva pronunciata con voce
rude la frase "Che cosa fai là ?!" Chi s'imbatteva
in ciò, non vedendo altro che un cappello, si spaventava e
impaurito scappava a gambe levate. Tempo dopo, volendo rendere il
gioco più interessante, lo rimpiazzammo impiantando due specie
di contenitori svasati assieme ad una pergamena tesa da un cerchio
di ferro bianco. Provammo tale meccanismo utilizzando anche il cartone
al posto della carta pecora. Lo strumento fu sperimentato dal pioppo
sito nei pressi del Seminario dei Cappuccini alla Porta Pertuise,
separati da una distanza superiore ai 600 metri.
I
successivi esperimenti...
Gli anni che intercorsero tra il 1849 (anno a cui risale una memoria
scritta di Manzetti sulla trasmissione a distanza) e la presentazione
ufficiale del suo prototipo furono dedicati ad un profondo studio
dei fenomeni legati all'elettricità. Manzetti scoprì
probabilmente per caso l'elettricità, allorquando si accorse
che, collegando un magnete (posto all'interno di un bicchiere che,
rivestito di cartapecora, aveva adattato a cornetta) ad un misuratore
d'intensità elettrica (galvanometro) tramite un filo di rame,
la sua voce, seppure per un breve momento, riusciva a far muovere
l'ago dello strumento. Ripetendo l'esperimento senza la calamita,
si accorse che l'ago si muoveva in senso inverso. Nella successiva
sperimentazione Manzetti pose sopra la cornetta due fili di rame rivestiti
di seta e collegati l'uno ad un galvanometro, l'altro ad una pila.
Ciò confermò la presenza di cariche elettriche positive
o negative a seconda che il circuito creato fosse interrotto o chiuso.
Grazie a questo tipo di sperimentazione il Manzetti prese notevole
confidenza con quelle che alcuni anni prima erano state definite leggi
dell'induzione elettromagnetica. Tali scoperte permisero all'inventore
di proseguire nelle sue ricerche e di approdare al primo rudimentale
apparecchio telefonico. Nel 1861 riuscì a trasmettere distintamente
un discorso e un brano musicale sino a due chilometri di distanza.
(...) "Dopo replicati esperimenti egli accertò che una
corrente elettrica, propagandosi sopra un filo metallico, esercita
sopra un altro filo, posto in prossimità, ed in stato neutro,
un'azione che genera in quest'ultimo una corrente momentanea in direzione
opposta alla corrente eccitatrice; in altri termini, il Manzetti scoprì
la corrente che i dotti definirono elemento induttore e la sua influenza
sul corpo indotto. Egli accertò altresì che, se invece
di avvicinare o allontanare la calamita dal centro, si reagisce sui
poli di quella con una armatura di ferro, si possono parimente ottenere
delle correnti indotte. A quest'armatura collocò una lamina
di ferro e questa vibrava per l'influenza di un suono. Le correnti
indotte erano ondulatorie, quindi atte alla trasmissione della parola.
Continuando gli esperimenti col suo automa si accorse che i movimenti
ondulatori andàvano avanti a qualche distanza. Il telefono
era inventato." (...)
San
Tommaso... Grazie all'estratto di uno scritto del canonico Bérard
è possibile risalire agli anni che impegnarono Manzetti nella
realizzazione del suo apparecchio telefonico. (...) "Nel 1863
o 1864, mi fece parte dell'idea che aveva di trasmettere la parola
parlata per mezzo del telegrafo. Mi ricordo allora di avergli detto
qualche parola di sfiducia e di aver aggiunto il rimprovero che gli
rivolgevo sovente, di voler iniziare molte cose e di non portare nulla
a termine. "Ebbene! Vedrai se non ci riesco" mi disse. Nel
1864, mi fece vedere un prototipo di una macchina per trasmettere
i suoni attraverso il telegrafo. "Quando riuscirai con la tua
macchina a farmi sentire un suono qualunque ad una certa distanza,
mi premurerò di parlarne nei giornali". All'epoca ero
redattore di alcuni giornali della Valle d'Aosta: "L'Indépendant"
e la "Feuille d'Aoste". Prima dell'anno 1865 Manzetti ottenne
ciò che mi aveva promesso, cioè di trasmettere con l'elettricità
la parola a distanza. Mi venne a cercare in casa e mi disse: "Vieni
a vedere, Tommaso, non hai visto, ma vieni a toccare con dito"
(...). Dalla lettera del canonico Bérard - della quale non
si conoscono né la data, né il destinatario - si possono
trarre alcune conferme: innanzitutto il canonico Bérard non
incoraggiava troppo il suo amico; inoltre - dato molto più
importante - viene ribadito sia l'uso dell'elettricità (confermando
quindi l'invenzione del telefono elettrico), sia la data della definitiva
ultimazione dell'apparecchio: il 1864.
Edouard,
ci senti?
Anche la parte successiva della lettera è molto importante.
Manzetti aveva realizzato un apparecchio molto semplice: due specie
di cornette, ricoperte da un diaframma in cartapecora e collegate
tra loro da un filo metallico. L'inventore consegnò all'amico
Bérard una delle due estremità e gli chiese di allontanarsi
di almeno 5 o 6 metri, quindi gli consigliò di avvicinare lo
strumento all'orecchio e cominciò a parlare dentro il proprio
cornetto. (...)"Mi disse tante cose di cui non ho conservato
il ricordo, ma ne rammento una: "Edouard, ci senti?" (...)
Descrizione
del telefono
Dopo la morte dell'inventore, nei suoi manoscritti fu rinvenuta la
descrizione del suo rivoluzionario strumento stilata da un suo amico,
il dottor Pierre Dupont, Maggiore medico dell'esercito sardo: Il telegrafo
parlante era composto da un cornetto a forma di imbuto nel quale si
trovava una lamina di ferro (una piastrina molto sottile) piazzata
trasversalmente. Questa lamina vibrava facilmente sotto l'impulso
delle onde sonore provenienti dal fondo dell'imbuto. Nel cornetto
trovava posto anche un ago magnetizzato infilato in una bobina, posizionato
verticalmente rispetto alla lama vibrante e vicino a questa. Dalla
bobina partiva un filo di rame avvolto nella seta il cui secondo capo
si collegava ad una bobina piazzata in un apparecchio identico a quello
già descritto. Da quest'ultimo partiva un ulteriore filo elettrico
che andava a collegarsi al primo. Dunque, se in prossimità
della lama del cornetto si emetteva un suono, questo suono era subito
riprodotto dalla lama dell'altro cornetto. La comunicazione tra le
lame delle due cornette avveniva in forza di un principio che le vibrazioni
di una lama di ferro davanti al polo di un pezzo di ferro magnetizzato
determinano delle correnti elettriche che durano quanto dura la vibrazione
della lama. In poche parole le onde sonore prodotte dalla voce, il
suono, in un cornetto si trasformano nell'apparecchio in onde elettriche
e ridiventano onde sonore nell'altro cornetto.
La
notizia della nuova invenzione
La notizia della nuova invenzione fece grande scalpore ad Aosta. Nei
giorni successivi alla scoperta fu un accorrere di amici e conoscenti
a casa di Manzetti, tutti curiosi e desiderosi di provare il rivoluzionario
apparecchio. Dapprima furono sperimentati collegamenti tra il giardino
e la casa dell'inventore o tra una casa e l'altra, in seguito le sperimentazioni
permisero la trasmissione della voce da una sponda all'altra del fiume
Dora Baltea. Ovviamente i primi giornali a parlare della scoperta
furono quelli valdostani, seguiti ben presto dalla carta stampata
nazionale ed internazionale. Ad Aosta, il 29 giugno 1865, "l'Indépendant"
si pronunciava così (il redattore dell'articolo fu probabilmente
lo stesso canonico Bérard):
Il signor Vincenzo Manzetti, di cui abbiamo avuto più volte
occasione di parlare, ci ha informati di un'applicazione assai sorprendente
del filo telegrafico. Dei suoni prodotti da una apparecchio alla stazione
di partenza possono riprodursi alla stazione di arrivo; per mezzo
di questo strumento si potrà un giorno parlare da Aosta a Torino,
a Parigi, a Londra, ecc... Questo è il problema che Manzetti
si propone di risolvere. Alcuni esperimenti ci sono parsi fattibili
sebbene ancora imperfetti. Coloro che conoscono il genio e la perseveranza
del nostro compatriota si convinceranno che non si fermerà
a questo. Dal canto nostro, ne abbiamo la certezza, il signor Manzetti
riuscirà nella sua impresa, e legherà il suo nome alla
scoperta più sorprendente del nostro secolo.
Bérard, la cui diffidenza continuava ad impedirgli di credere
nell'abilità dell'amico, non si smentiva affatto. Egli, benché
avesse riportato la notizia dell'invenzione, non solo non si lanciò
a descriverne il funzionamento, ma sembrò quasi voler porre
dei dubbi sulla piena riuscita dell'invenzione stessa. Dichiarazioni
quali "Questo è il problema che Manzetti si propone di
risolvere." oppure "...il signor Manzetti riuscirà
nella sua impresa..." sembrano confermare l'incredulità,
la poca fiducia e l'estrema diffidenza di Bérard. Per il religioso
sembra quasi che Manzetti non avesse realizzato che un rudimentale
e malfunzionante prototipo. Ciò comunque non impedì
affatto che la notizia circolasse. Quest'ultima infatti non rimase
confinata tra i monti della Valle d'Aosta, perché venne infatti
immediatamente riportata per esempio dal quotidiano politico-economico
"Corriere di Sardegna" in data 18 luglio 1865. La settimana
successiva si espresse inoltre il periodico bolognese "L'Arpa"
che, nel numero del 24 luglio 1865, in un articolo intitolato "L'uomo
automa e il telegrafo musicante" enunciava:
Altra meraviglia che vince il cavallo di Vienna si è quella
del suonatore automa inventato e costruito da signor Manzetti di Aosta.
Esso non soltanto si alza, si siede, volge le braccia, muove occhi
e membra, apre e chiude la bocca, saluta, ma, mercè un tubo
di gomma elastica ripieno di aria compressa, dà persino le
pulsazioni del polso. Il meccanismo è così nuovo e bene
inteso che lo stesso professor Matteucci ne rimase stupito. Messo
in comunicazione con un "armonium" il nostro suonatore di
carta pesta alza il suo strumento e con mirabile precisione ripete
tutte le suonate con tale grazia, inflessione di voci, e chiaroscuri,
da destare in chichessia indefinibile meraviglia. Ma non è
tutto; ché il bravo Manzetti che raccomandiamo al Governo per
un posto di insegnamento di meccanica, ha trovato il modo di trasmettere
per mezzo del telegrafo elettrico i suoni musicali; ed è già
a buon punto, specialmente per le parole di suono accentato vibrato
di trasmetter da luogo a luogo tutto intero l'umano linguaggio.
Successivamente, dal settimanale "Feuille d'Aoste" del 22
agosto 1865, arrivarono le seguenti considerazioni:
Il signor Manzetti e il telegrafo Alcuni meccanici inglesi, ai quali
il signor Manzetti ha recentemente svelato il suo segreto per trasmettere
la parola per mezzo del filo telegrafico, si propongono di applicare
questa invenzione ai telegrafi privati, l'uso dei quali è molto
diffuso in Inghilterra. A Londra, per esempio, ci sono alberghi dove
il servizio è diretto per mezzo del telegrafo. Con la scoperta
del signor Manzetti, questo servizio si farà più facilmente
e più prontamente. Noi non dubitiamo che un giorno questo ingegnoso
procedimento sarà applicato alle grandi linee telegrafiche
e che l'ufficio dell'ufficiale del telegrafo diventerà una
sala di conversazione. Sia questo giorno più o meno lontano,
non è meno vero l'affermare che il nome del nostro compatriota
merita fin da oggi di essere annoverato nella serie di uomini che
hanno fatto progredire, in questo secolo, le arti e l'industria. Lo
sarà senza dubbio, ma noi lo diciamo con amaro rincrescimento,
questa sarà probabilmente la sola ricompensa riservata al signor
Manzetti. Non sarebbe stato probabilmente così se il signor
Manzetti fosse stato in altri paesi, dove i titoli di ministro della
pubblica istruzione, di ministro dell'agricoltura, del commercio,
delle arti e dell'industria, non sono vani e menzogneri come in Italia,
ma significano incoraggiamento e vera protezione della scienza e delle
arti.
Innocenzo
Manzetti
Lo strano caso dei due americani
La strada che conduce
all'invenzione del telefono è lastricata da commiserazioni
per gli inventori spogliati del frutto del loro lavoro, da lunghi
processi di rivendicazione, da ingegnosi inventori "talmente
dotati" che, in un batter d'occhio, hanno approntato ottimi telefoni
saltando a piè pari anni di studio e di ricerca, nonché
da scaltri individui capaci di carpire con avidità i risultati
di altri colleghi. Tra i tanti esempi di astuzia non si può
non rammentare proprio quello che vide protagonisti gli inventori
Antonio Meucci e Alexander Graham Bell. L'americano raggirò
il collega italiano brevettando (1876) un apparecchio telefonico identico
a quello progettato da Meucci, i cui stessi disegni scomparvero stranamente
tempo prima. Malgrado le sue numerose azioni di rivendicazione, nulla
o poco cambiò in favore di Meucci e da allora il nome Bell
è portavoce di diverse compagnie e società che si occupano
di telecomunicazioni e di informatica. La filibusteria americana non
si arrestò a quel clamoroso episodio ma si manifestò
anche in altri modi. A tale proposito proponiamo un articolo del giornale
"American Manufacturer", che si esprimeva più o meno
così: "E' stato registrato al Patent Office (l'ufficio
brevetti di Washington, n.d.a.), il 22 luglio scorso (non
conosciamo l'anno preciso ma crediamo possa trattarsi del 1879 o del
1880, n.d.a.), una domanda che offre un interesse immenso, delle
brillanti prospettive economiche e, tra l'altro, può essere
considerato come soggetto di primario interesse nazionale. Una Compagnia,
composta da influenti uomini d'affari, si è formata ed è
intenzionata a rilevare tutti i brevetti dei telefoni antecedenti
alla data di quelli che si utilizzano oggi e che sono conosciuti sotto
il nome di Brevetti Bell, Gray ed Edison. Questa Compagnia riunisce
in sé numerosi ed importanti uomini d'affari provenienti da
diverse località del paese. La zona maggiormente rappresentata
e coinvolta sembra essere quella di Cincinnati, il capitale della
Società ammonta a 5 milioni di dollari, la sua sede è
a New-York e tra circa un paio di mesi comincerà la sua attività
sostenendo sul mercato un suo telefono. Sembra che l'intento principale
della Compagnia sia quello di escludere dal mercato tutti i telefoni
esistenti, salvo ovviamente il loro. Non è escluso che vengano
addirittura forzate le scelte delle compagnie, attraverso il pagamento
di cospicue somme di denaro, le cui comunicazioni avvengono grazie
agli apparecchi Gray, Bell ed Edison. Sembra inoltre che, grazie ad
una testimonianza registrata ed esistente tra le mani della nuova
Società - documento concludente e decisivo -, il vero inventore
del telefono, il cui nome è Daniel Drowbaugh, non è
altri che un povero meccanico abitante i dintorni di Harrisburg (non
viene però specificato se la località è quella
situata nell'Illinois, oppure nell'Oregon, o nel Nebraska o nella
Pennsylvania, n.d.a.). E' stata la sua condizione di povertà
ad impedirgli di sfruttare la sua invenzione. La nuova compagnia ha
acquistato e possiede tale progetto, la cui data è anteriore
a tutte le altre. Essa possiede inoltre il brevetto del telefono accordato
a Klemm a New York. Un gran numero di capitalisti si sono recati a
Washington per constatare la registrazione della domanda e assicurano
in maniera positiva e convincente che non passerà molto tempo
che otterranno l'intero sfruttamento del telefono, non solo in questo
paese ma in tutto il mondo. Saranno anche in grado di stabilire delle
linee telefoniche grazie alle quali si potrà trasmettere i
messaggi affrontando costi ridotti."
Cosa
c'è di serio in questo articolo che vuole riabilitare un malcapitato
inventore proveniente da non si sa dove e arricchito dopo essere stato
tolto dalla miseria? L'operazione descritta fu un grossolano tentativo
di truffa? I soldi impegnati per comprare i brevetti sparsi per il
mondo servirono realmente a rilevare altri progetti o furono soprattutto
un espediente per spaventare le compagnie Bell ed Edison e per mettere
in difficoltà ed escludere dal mercato i loro brevetti?
Si
può ragionevolmente credere che la Compagnia di cui sopra sia
la stessa che inviò due emissari ad Aosta il 6 febbraio 1880.
I due uomini, tali Horace H. Eldred - direttore dei telegrafi a New
York - e Max Meyer, si presentarono alla vedova Manzetti con delle
lettere di raccomandazione del signor Marsh, all'epoca Ministro plenipotenziario
degli Stati Uniti e accreditato dal Governo Italiano. Gli americani
erano infatti giunti in Europa con l'intento di acquistare i diritti
di tre inventori, tra i quali Manzetti di Aosta, allo scopo di far
annullare i brevetti di Alexander Graham Bell. Con espedienti meschini
riuscirono a raggirare la moglie dell'allora defunto Manzetti nonché
il fratello di questi, privando loro dei progetti, dei prototipi e
dei diritti in cambio di onore e notevoli somme di denaro che mai
arrivarono. I due americani, cercati negli anni successivi da parenti
e amici dell'inventore, risultarono irreperibili....
Innocenzo Manzetti
Le dispute sulla paternità dell'invenzione
La notizia dell'invenzione di Manzetti corse per il mondo intero e fu
diramata dai giornali di ogni continente. Il 21 ottobre 1865 anche l'"Eco
d'Italia" - giornale in lingua italiana pubblicato a New-York -
annunciava la notizia. Insieme alla scoperta di Manzetti, come si vedrà
qui di seguito, il giornale italo-americano concedeva ampio spazio alle
rivendicazioni di un emigrante fiorentino - tale Antonio Meucci - che
asseriva di essere arrivato alle stesse conclusioni del valdostano.
NUOVE SCOPERTE ITALIANE
Sotto questo titolo riproducevasi nel n. 33 dell'"Eco d'Italia"
un articolo tolto dal "Diritto" in cui si accennava ad una
nuova scoperta del sig. Manzetti d'Aosta che sarebbe la trasmissione
dei suoni e delle voci parlate per mezzo dell'elettricità. Ora
appare che il nostro amico sig. A. Meucci di Staten Island inventore
di tanti utili trovati, applicati con grande successo negli Stati Uniti
avesse fatta una simile scoperta, e molto prima che fosse pubblicata
nei giornali quella del sig. Manzetti d'Aosta. In giustizia al sig.
Meucci, pubblichiamo le seguenti lettere che provano evidentemente come
egli sia il lavoro o almeno il primo scopritore della trasmissione dei
suoni e delle voci parlate al pari delle lettere telegrafiche, e di
altre utilissime invenzioni di cui ultima è quella da lui fatta
della fabbricazione della carta per mezzo di legno o paglia indipendente
d'ogni altra sostanza.
Signor
E. Bendelari,
New York
Staten Island, 29 agosto 1865.
Leggo nell'"Eco d'Italia" di sabato 19 corrente un articolo
tolto dal Diritto di Firenze riguardante la scoperta di trasmettere
i suoni e le voci parlate per telegrafo, fatta in Italia da certo Sig.
Manzetti di Aosta. Ora tale scoperta essendo in tutto eguale alle informazioni
che vi detti quattro anni sono in casa di Vincenzo Riveccio nel momento
che era in procinto di rimpatriare, gradirei sapere se in Italia avete
istruito o parlato a qualche persona riguardo alla mia idea su tale
affare. Vi prego voler essere sì gentile di rispondermi che desidero
pubblicare la vostra lettera assieme al mio sistema nel "Diritto".
Gradite i miei saluti o credetemi
Vostro amico,
ANTONIO MEUCCI
P.S.
Non obbliate che la risposta vostra deve far fede come io nel 1860 vi
tenni proposito del mio sistema di trasmettere la parola per filo Elettrico.
New
York, 15 settembre 1865.
Signor Antonio Meucci,
Staten Island.
Carissimo
amico,
Rilevo dalla vostra del 29 dello scorso agosto che l'"Eco d'Italia"
riportava un articolo tolto dal "Diritto" di Firenze riguardante
la scoperta fatta da un certo signor Manzetti d'Aosta di trasmettere
suoni e voci parlate per telegrafo. Ricordo benissimo che prima di partire
per l'Italia nell'anno 1860 voi mi teneste parola su questo soggetto
in casa del sig. Riveccio di avere scoperto il modo di trasmettere la
parola per filo elettrico; ma essendo io premurato di partire, non ebbi
tempo di rivedervi per prendere tutte le informazioni necessarie su
questo soggetto. Mi duole moltissimo di sentire che la vostra scoperta
sia stata partecipata da altro ingegno, ma sappiate per vostro regolamento
che i miei affari in Italia non mi permisero di parlare, accennare o
comunicare la vostra idea a persona alcuna. Accettate i miei distinti
saluti,
Vostro
amico
E. BENDELARI
Signor Ignazio Corbellini,
Arenzano (Genova)
(trattasi del direttore de "Il Commercio di Genova", n.d.a.)
Nell'"Eco d'Italia" del 19 agosto p.p. ho letto di un
nuovo scoprimento che riguarda una delle mie antiche; ve lo accludo
acciò lo possiate esaminare. Io sono stato uno dei primi che
ha lavorato con tutta l'assiduità nell'arte dell'Elettricità
come per il Galvanismo all'epoca della sua prima scoperta; allora mi
trovavo all'Avana. Abbandonato questo ramo per le enormi spese, mi dedicai
quando venni agli Stati Uniti ad altri rami, però non l'abbandonai,
anzi di quando in quando facevo qualche saggio di questa bella scoperta,
e per mezzo di qualche piccolo esperimento arrivai a scoprire che un
istrumento posto all'udito e coll'aiuto dell'Elettricità e del
filo metallico si poteva trasmettere la parola esatta tenendo in bocca
e stringendo il conduttore fra i denti, ed a qualunque distanza due
persone potevano mettersi in comunicazione diretta tra loro senza necessità
di dovere comunicare ad altri i propri segreti. Ma stante le mie troppe
occupazioni, lo abbandonai coll'idea di comunicarlo a qualche intelligente
compatriota acciò nella nostra bella Italia fossero fatti i primi
esperimenti. Nell'anno 1860 il mio amico sig. Bendelari partendo per
l'Italia ed offrendomi i suoi servigi, gli comunicai la mia scoperta,
che ho creduto sempre molto utile, riserbandomi di dargli più
ampli schiarimenti quando fosse ritornato a vedermi, ciò che
non poté fare stante le sue molte occupazioni, così non
vedendolo più, tutto rimase in oblìo. Come vi ho detto
più sopra trovai l'articolo, qui accluso, nell'"Eco d'Italia",
ed ho voluto, e voglio giustificare che io avevo fatta questa scoperta,
e che per essere identica a quella del sig. Manzetti, ho creduto che
il sig. Bendelari avesse fatto palese a qualcuno ciò che gli
avevo comunicato verbalmente. Scrissi allora al detto sig. Bendelari
in proposito, e mi rispose, le quali copie vi rimetto. Io non posso
negare al sig. Manzetti la sua invenzione, ma soltanto voglio far osservare
che possono trovarsi due pensieri che abbiano la stessa scoperta, e
che unendo le due idee si potrebbe più facilmente arrivare alla
certezza di una cosa così importante. Se mai per combinazione
vi trovaste col detto sig. Manzetti o con qualche suo amico, vi prego
di comunicargli quanto vi ho detto e ve ne anticipo i miei ringraziamenti.
(...)
A.
MEUCCI
Da questa lettera si evince con estrema chiarezza che Antonio Meucci
aveva realizzato un apparecchio telefonico molto simile a quello di
Innocenzo Manzetti ma, secondo la descrizione, del tutto inferiore a
quello preparato ad Aosta. Infatti Meucci era ancora costretto a stringere
tra i denti il conduttore, mentre Manzetti poteva parlare già
liberamente in una sorta di cornetta. Un altro punto da non sottovalutare
affatto è che Manzetti ebbe tanta pubblicità sui giornali,
i quali descrissero l'apparecchio e testimoniarono la paternità
valdostana dell'invenzione. Meucci, invece, si limitò a sostenere
di aver già sperimentato un primo rudimentale apparecchio fin
dal 1860; null'altro! Non solo egli non poté dimostrare quanto
detto - a parte la conferma piuttosto sibillina dell'amico Bendelari:
"ma essendo io premurato di partire, non ebbi tempo di rivedervi
per prendere tutte le informazioni necessarie su questo soggetto"
- ma non era neppure a conoscenza che lo stesso Manzetti poteva dimostrare
di essere giunto alle sue stesse conclusioni fin dal 1850. Oltre a ciò,
Antonio Meucci, concluse il suo scritto con una precisazione molto importante:
"Io non posso negare al sig. Manzetti la sua invenzione...".
Ciò dovrebbe già essere sufficiente per capire che Manzetti
non ebbe affatto una parte poco importante nell'invenzione del telefono,
ma ne fu anzi il vero precursore e inventore.
La
notizia della scoperta non tardò ad arrivare a Parigi, che venne
informata grazie ad uno scritto di Emile Quétand - avvocato della
Corte Imperiale parigina - il quale sulle pagine del "Petit Journal"
del 22 novembre 1865 prendeva posizione sull'invenzione valdostana.
Qui di seguito il pezzo nella versione tradotta:
Curiosità dalla Scienza. Scoperta della trasmissione del
suono e della parole per mezzo del telegrafo.
Una nuova scoperta che darà degli importanti sviluppi per gli
usi che se ne potranno fare nelle arti e nell'industria, viene ancora
ad aumentare le meraviglie di questo secolo; è la trasmissione
dei suoni e delle parole per mezzo del telegrafo. L'autore di questa
scoperta è il signor Innocenzo Manzetti di Aosta, inventore di
un celeberrimo automa... Il signor Manzetti trasmette la parola per
mezzo del filo telegrafico, con un apparecchio più semplice di
quello oggi utilizzato per i dispacci telegrafici. Oramai due negozianti
potranno trattare i loro affari istantaneamente da Londra a Calcutta,
informarsi reciprocamente delle loro speculazioni; proporle, combinarle.
Parecchie sperimentazioni sono state già eseguite e, grazie alla
loro riuscita, confermano la possibilità di mettere in pratica
su vasta scala tale scoperta. Si trasmette perfettamente la musica;
quanto alle parole, quelle sonore si sentono distintamente...."
La
redazione della "Feuille d'Aoste" - nel frattempo venuta a
conoscenza della posizione di Antonio Meucci - nel rivendicare il primato
della notizia, volle riproporre, nell'edizione del 19 dicembre 1865,
il carteggio avvenuto tra Meucci e Bendelari.
I
nostri lettori ci saranno grati d'aver riprodotto in queste pagine de
la "Feuille d'Aoste" l'articolo seguente del "Commercio
di Genova", che mette in evidenza l'importanza dell'ultima scoperta
fatta da un figlio della Valle. I lettori non avranno certamente dimenticato
l'importanza della notizia, data da noi e segnalata da quasi tutti i
giornali, della recente scoperta che trasmette i suoni e le parole come
si trasmettono attualmente le lettere per mezzo del telegrafo. Avevamo
designato come inventore di questa bella scoperta Manzetti di Aosta,
ideatore del celebre automa che suona perfettamente il flauto, come
può fare un uomo, e che riproduce i suoni che chiunque può
creare tramite un "harmonium" collegato direttamente all'automa.
Queste notizie non solo hanno fatto il giro dell'Europa, hanno attraversato
l'oceano informando anche l'America. L'"Eco d'Italia" di New
York, del 19 agosto scorso, riportava un articolo del "Diritto"
dando la notizia delle scoperte di Manzetti e soprattutto della trasmissione
dei suoni e delle parole. Ecco come questo giornale si esprime: "Manzetti
trasmette direttamente le parole per mezzo di un filo telegrafico ordinario
con un apparecchio più semplice di quello che usiamo oggi per
scrivere. Oramai due negozianti potranno trattare istantaneamente dei
loro affari da Londra a Calcutta, annunciarsi le speculazioni, proporle,
combinarle. Degli esperimenti sono già stati fatti; i loro risultati
sono stati sufficentemente positivi per poter stabilire le possibilità
pratiche di questa scoperta. La musica si trasmette perfettamente. Le
parole non sono state ancora tutte riprodotte; quelle sonore si sentono
distintamente, quelle dal suono debole si percepiscono in modo confuso:
questo è causato dal materiale che il Manzetti ha potuto utilizzare
per il suo abbozzo. Ma è in fase di perfezionamento. Tuttavia
la possibilità di trasmettere per mezzo dell'elettricità
le vibrazioni delle onde sonore prodotte dalle parole, per la scienza
è un fatto acquisito. Non servono commenti per far capire quanto
sia importante questa scoperta." Abbiamo ricevuto oggi da Clifton
Staten Island una lettera da parte del Signor Meucci, il quale rivendica
questa scoperta dicendo che era già stata scoperta da lui stesso
prima del 1860. Noi gli cediamo la parola e trascriviamo un passaggio
della sua lettera. Riproduciamo anche un'altra lettera, quella del Signor
Bendelari dandoci la conferma che Meucci ci ha scritto...
L'articolo
proseguiva pubblicando la lettera di Meucci e la risposta di Bendelari,
già riproposte nelle pagine che precedono.
Quanto visto fino ad ora spinge a fare una semplice considerazione,
la cui importanza si comprenderà meglio in seguito quando verrà
analizzata la posizione di Bell nella "vicenda telefono":
vale a dire che tutto questo gran parlare dell'invenzione di Manzetti
e della presa di posizione di Meucci induce a dedurre che fino ad allora
nessun giornale aveva mai diramato la notizia della possibilità
pratica di trasmettere a distanza i suoni e le parole. Di conseguenza,
anche volendo prescindere dall'anteriorità dell'uno o dell'altro,
sembra alquanto bizzarro negare a Manzetti e a Meucci i loro meriti
nell'invenzione del telefono, attribuendola allo scozzese Bell. Comunque,
molti altri giornali parlarono diffusamente dell'invenzione di Manzetti.
Oltre a quelli già proposti, si ricordano in particolare:
- "L'Italia Contemporanea" di Firenze del 10 agosto 1865 (la
cui annata è andata perduta con l'alluvione che ha flagellato
la città toscana nel 1966);
- "Il Commercio d'Italia" di Genova del 1 dicembre 1865;
- "Rossini", giornale artistico teatrale di Napoli, del 20
agosto 1865; ed altri che verranno analizzati.
Il
4 gennaio 1866 sul periodico novarese "La Verità" apparve
il seguente articolo:
Con
il numero del 6 gennaio 1866 del periodico "Il Commercio di Genova"
giunsero le prime precisazioni alle dichiarazioni di Antonio Meucci.
Infatti Gandolfi, relatore dell'articolo sull'invenzione di Manzetti
apparso sul "Diritto" del 10 luglio 1865 e pubblicato da molti
giornali italiani e stranieri, prese nuovamente posizione a favore del
genio valdostano, mettendo in dubbio non tanto l'ingegno dell'emigrante
italiano quanto piuttosto il suo apparecchio, assai meno perfezionato
di quello di Manzetti.
Le
prove di Meucci... e di Manzetti
Ora - escludendo Bell e Gray, tutt'altro che contemporanei alle sperimentazioni
di Manzetti e di Meucci (Durante
gli anni delle sperimentazioni (1850/1860) dei due inventori italiani,
Bell (nato nel 1847) era poco più che un bambino, mentre Gray
(nato nel 1835) era un giovanotto alle prese dapprima con il lavoro
di carpentiere e successivamente con gli studi all'Oberlin College)
- concentriamo l'attenzione
sui due inventori italiani, inquadrando con maggiore precisione e confrontando
gli anni che videro impegnati i due geni nei loro esperimenti. Vi è
da tenere presente che, secondo alcuni "affidavit" - dichiarazioni
giurate rilasciate in occasione del processo che vide contrapposte le
invenzioni di Bell e di Meucci - l'inventore fiorentino agli inizi degli
anni '60 non aveva ancora definito le sue sperimentazioni sul telefono.
Tal Mattia Egloff affermò infatti che "verso il 1860
o 1861 il Meucci gli disse che scopo dei suoi esperimenti era di riuscire
a trasmettere la voce umana per mezzo dei fili elettrici"
. Un certo Patrick Kehoc dichiarò invece che "Meucci
era dietro a fare uno strumento per trasmettere la voce umana e ciò
era nel 1861 o 1862, ed intese a traverso dei fili del Meucci, il suono
della voce senza però capire le parole, e che detti fili erano
in comunicazione con una battera galvanica".
Come detto in precedenza, con l'apparecchio approntato da Meucci era
necessario stringere tra i denti una verga calamitata, il che comprometteva
sensibilmente la chiarezza della pronuncia, mentre l'apparecchiatura
di Manzetti permetteva la chiara trasmissione della parola perché
si poteva liberamente parlare nella cornetta. Tra i due telefoni non
vi erano soltanto queste differenze, visto che Manzetti ideò
un primo apparecchio telefonico fin dal 1850; nel 1863, allorquando
il Meucci sperimentava ancora l'induzione elettromagnetica, il valdostano
aveva inoltre già approntato un proprio telefono:
"Sullo scorcio del mese di luglio dell'anno 1863 trovandomi
di passaggio per la città di Aosta, venni invitato con altre
persone di recarmi a visitare l'uomo artificiale, meccanismo costrutto
da un certo Manzetti. (...)" L'inventore era inoltre "occupato
a definire un altro suo ritrovato, cioè: la trasmissione della
musica e delle parole a lunghissima distanza per mezzo del telegrafo,
e che non gli mancava più che qualche nota per compiere la sua
invenzione. - Ecco il Telefono". (...) (articolo apparso sulla
"Gazzetta Piemontese" del 15 febbraio 1878).
Malgrado
la disputa, che coinvolse parte del mondo scientifico di allora ed eccita
oggi la curiosità di molti, Manzetti - probabilmente a causa
del suo carattere fondamentalmente schivo alle luci della popolarità
e dell'innato amore che nutriva per la scienza nella sua essenza, più
che per il successo personale che ne poteva scaturire - non depositò
mai il brevetto della sua invenzione e questo gli impedì di rivendicarla
ufficialmente. Peraltro, come si è visto, i brevetti richiedevano
un notevole sforzo economico che Manzetti non era probabilmente in grado
di sostenere. Lo stesso Comune di Invorio - grazie al sindaco, barone
Giulio Ferrari-Ardicini, che si era recato a visitare Manzetti - il
25 febbraio 1866 gli concesse un contributo di 100 lire per le sue sperimentazioni.
Contributo che, seppur minimo (ma di indubbio valore simbolico), poteva
anche permettergli di far arrivare da Torino le pile necessarie alla
sua invenzione, il cui costo incideva pesantemente sulle finanze familiari.
Purtroppo non accettò mai neanche il consiglio di illustrare
la sua invenzione presso le maggiori università o negli ambienti
del mondo scientifico dell'epoca. Atteggiamento questo che permette
di comprendere il motivo per cui il nome di Manzetti non figuri in tutte
le enciclopedie e risulti ai più sconosciuto o del tutto ignorato
nell'ambiente scientifico.
La
visita misteriosa
Manzetti non negava mai l'accesso al suo laboratorio. Nei mesi successivi
alla presentazione del prototipo del suo telefono fu raggiunto da numerosi
interessati provenienti da ogni dove, ai quali l'inventore non risparmiava
spiegazioni sul funzionamento dell'apparecchio. A riprova di ciò
si citano alcune testimonianze. La prima viene fornita da un passo tratto
dalla "Feuille d'Aoste" del 22 agosto 1865: "Alcuni
meccanici inglesi, ai quali il signor Manzetti ha recentemente svelato
il suo segreto per trasmettere la parola per mezzo del filo telegrafico,
si propongono di applicare questa invenzione ai telegrafi privati...".
Un altro esempio giunge sempre dalla "Feuille d'Aoste (20 luglio
1870) in un articolo ripreso dal giornale d'Ivrea "Dora Baltea"
in cui si raccontavano le impressioni di un viaggiatore in Valle d'Aosta:
" (...) Da qualche anno non c'è visitatore che passando
per Aosta non faccia visita a Manzetti, geometra, componente il consiglio
municipale della città, e meccanico di prim'ordine. (...) Egli
ebbe piacere a farmi vedere e spiegarmi con grande gentilezza le sue
principali invenzioni meccaniche. (...)"
Si narra che un giorno si presentò alla sua porta uno straniero
molto interessato all'invenzione. Innocenzo, come al solito, non lesinò
spiegazioni e con il suo solito fare gentile e premuroso illustrò
con molti ragguagli la sua creazione. Nessuno venne mai a conoscenza
del nome del misterioso visitatore, così tanto preparato e afferrato
in materia di elettricità. Più tardi si seppe che lo scaltro
personaggio era un esperto elettricista statunitense, forse addirittura
il professor Graham Bell. Il pettegolezzo si basava sul fatto che lo
scozzese avrebbe lasciato a Manzetti il suo biglietto da visita... Si
noti che l'apparecchio presentato da Bell assomigliava moltissimo a
quello approntato dall'inventore di Aosta 12 anni prima, ed è
piuttosto per questa ragione che molti attribuirono allo sconosciuto
visitatore il nome di Bell.
Come
è stato appurato, Bell riuscì ad ottenere il brevetto
del telefono perché depositò la sua domanda qualche ora
prima di quella di Gray. Anche se, a dire il vero, c'è chi afferma
che, mettendo a confronto le capacità dei due americani, si è
portati a credere a quelle insinuazioni secondo cui Bell, tramite il
suocero Hubbard, avrebbe corrotto l'esaminatore capo dell'Ufficio Brevetti
di Washington, ottenendo l'anticipazione dell'ora di presentazione della
sua domanda, prevaricando così i diritti di Gray. Sarebbe stato
soltanto dopo il suo ritorno a Boston che Bell avrebbe approntato in
pochi giorni il suo apparecchio telefonico. Infatti fu solamente il
10 marzo 1876 che comunicò con "l'esterefatto" Watson
da due differenti stanze. Il 9 luglio dell'anno successivo fu costituita
la "Bell Telephone Co." tra Bell, Hubbard e Sanders. Questa
riuscì in poco tempo a realizzare una prima trasmissione telefonica
alla ragguardevole distanza di 22 km. Tra il 1876 e il 1880 Gray tentò
invano di contrastare il brevetto di Bell.
I
numerosi processi
Durante la fase di ricerca sono stati inoltre trovati, tra centinaia
di materiali diversi (lettere, giornali, foto, ecc...), alcuni documenti
inediti di capitale importanza. La prima testimonianza è
un articolo apparso sulla rivista londinese The Telegraphic Journal
and Electrical Review del 7 gennaio 1882 a cura del Maggiore W.C. Barney,
personalità molto competente in materia di brevetti e di prime
scoperte telefoniche. Barney scriveva (28-12-1881) all'editore della
rivista, allegando un articolo del Fanfulla di Roma del 1878, che Manzetti
di Aosta poteva essere considerato il vero inventore del telefono in
quanto aveva già presentato pubblicamente un telefono elettrico
molti anni prima del brevetto di Bell. Barney fu inoltre autore di un
secondo articolo apparso nuovamente sul The Telegraphic Journal and
Electrical Review in data 23 febbraio 1884, nel quale si esprimeva nella
seguente maniera:
Nella Rivista 7 gennaio 1882 io pubblicai che Manzetti di Aosta, in
Italia, reclamava per la sua invenzione di un telefono del 1865, e nel
28 dello stesso mese suddetto, annunciavo eguale reclamo per parte di
M. Donough, e si pubblicavano la descrizione ed i disegni del suo brevetto
datato dal 10 Aprile 1876. Faccio ora pubblico il reclamo di Meucci,
un italiano residente a New-York, che asserisce di avere inventato e
costruito un telefono nel 1849. Io sentii parlare di questa invenzione,
e la trattai come una semplice voce, perché Meucci fece registrare
la sua invenzione all'Ufficio dei Brevetti degli Stati Uniti nell'anno
1871. (...) La prima memoria ufficiale di quest'invenzione, per parte
di Meucci, è la registrazione da lui chiesta nel 1871 all'ufficio
delle Privative degli Stati Uniti, e la prima notizia stampata della
sua asserzione "di trasmettere esattamente il discorso" che
io abbia potuto trovare, è il "Commercio di Genova"
del 1865. (...) Il riferimento è all'occasione in cui Meucci
scrisse al giornale ligure in risposta all'articolo che trattava la
precedenza dell'invenzione di Manzetti. L'autorevole opinione del Maggiore
Barney, che pone più di un dubbio sulla datazione dell'invenzione
di Meucci e che per contro non esclude l'anteriorità della scoperta
di Manzetti, è da considerare alquanto importante. Essa, infatti,
da un lato è pronunciata da uno dei più grandi esperti
del campo; dall'altro, proviene da un Paese che, non potendo vantare
alcun "pretendente" inventore, si è sempre dimostrato
piuttosto neutrale in merito alla vicenda dell'invenzione del telefono.
Oltre
alle dichiarazioni di Barney, un altro documento inedito da segnalare
è la sbalorditiva lettera che il procuratore dell'Ufficio Brevetti
di Washington, Aug. M. Tanner, scrisse nel novembre del 1885 al canonico
Edouard Bérard (grande amico di Manzetti) per avere una conferma
dell'anteriorità dell'invenzione valdostana. Conferma che gli
avrebbe permesso "di riconoscere il defunto Manzetti come il vero
inventore del telefono vocale". Parole che confermano indiscutibilmente
una situazione finora mai considerata: il nome di Manzetti arrivò
anche all'Ufficio Brevetti statunitense, lo stesso che nove anni prima
aveva concesso il brevetto a Bell... E vi giunse non in maniera incidentale,
poiché laggiù vi era una personalità autorevole
disposta ad accordare al valdostano la priorità assoluta sull'invenzione
del telefono!
Purtroppo la mancanza della documentazione successiva impedisce di comprendere
come sia terminata questa vicenda finora sconosciuta. E' comunque probabile
che essa si inserisca nelle varie dispute che nel corso degli anni ottanta
videro contrapposti i diversi pretendenti all'invenzione del telefono
(la più importante fu quella tra Bell e Meucci), liti che si
acuirono proprio nel 1885. In quell'anno infatti si era accesa una controversia
che - nata a causa delle proteste e delle citazioni di alcuni privati
cittadini, di diverse compagnie telefoniche e della stampa - portò
in tribunale una vertenza giudiziaria tra il Governo degli Stati Uniti
d'America e la Compagnia telefonica di Alexander Graham Bell. L'accusa
intendeva annullare la validità del brevetto di Bell. Le denunce
di frode contro l'inventore erano state sollevate fin dall'agosto 1885
e furono inviate al District Attorney del Tennessee. Le accuse presentate
erano molto forti, tanto da mettere in dubbio la serietà dello
stesso Ufficio Patenti contro cui l'Attorney General, signor Garland,
ordinò un'inchiesta. Quest'ultimo, rilevate le irregolarità,
ordinò in nome del Governo degli Stati Uniti un procedimento
contro Bell. Il Governo considerò valide le accuse contro l'inventore
e, nel mese di settembre, promosse giudizio contro la Compagnia che
lo sosteneva. Il mese successivo furono inoltre presentate, da parte
di diverse compagnie, alcune ulteriori domande per l'annullamento del
brevetto di Bell. Le richieste furono esaminate dal Ministero dell'Interno
e dal Commissario delle patenti. Fu nel mese di novembre che a Washington
si tennero le udienze contro Bell, in presenza del Sottosegretario di
Stato Lamar. Ma siccome la Compagnia di Bell aveva ormai esteso enormemente
i suoi impianti e il brevetto stava per giungere alla sua naturale scadenza
legale, la questione della priorità dell'invenzione venne a poco
a poco abbandonata... La lettera di Tanner va quindi probabilmente inquadrata
nell'ambito dei vari tentativi volti a fare maggiore chiarezza sulla
vicenda; essa costituisce comunque un elemento che potrebbe cambiare
completamente le carte in tavola sul "giallo" dell'invenzione
del telefono.
Queste
vicende, tanto curiose quanto significative, possono essere sufficienti
per capire che Bell e Meucci, i due principali "contendenti"
di Manzetti, sono da considerare successivi alle sperimentazioni e alla
scoperta dell'inventore valdostano.
Indubbiamente,
malgrado le numerose dispute, gli italiani Manzetti e Meucci non guadagnarono
nulla dalla loro scoperta. Entrambi morirono infatti in povertà.
Chi riuscì a trarre vantaggi dall'invenzione del telefono fu
soltanto Bell, che in pochi anni seppe crearsi un impero finanziario:
la "American Bell Telephone", azienda che nel corso del tempo
ha saputo ritagliarsi uno spazio commerciale molto importante. Oggi
la creatura di Bell, il cui nome attuale è "AT&T"
(American Telephone and Telegraph), è considerata la più
grande compagnia telefonica del mondo).

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