LA REPUBBLICA ROMANA

 

 

Nel 1846 il cardinale Giovanni Maria Mastai Ferretti viene proclamato Papa, con il nome di Pio IX, all'età di 54 anni. Da circa trenta ha scelto la vita ecclesiastica. Di nobili origini (era un conte), prima di compiere i ventiquattro anni non aveva disdegnato privilegi di ogni sorta e allontanato le compagnie, frequentemente lussuriose, di alcune giovani rampanti aristocratiche dell'epoca. Una tradizione familiare, questa, ereditata dal padre, il quale aveva ottenuto dalla propria moglie ben nove figli in dodici anni. Alla proclamazione del nuovo pontefice i romani credono di aver trovato un benefattore sullo stile di Carlo Alberto di Savoia o di Ferdinando II. La nuova costituzione, di ispirazione liberale e democratica, viene rilasciata con grande naturalezza, forse con troppa. A leggerla bene, ma gli analfabeti costituiscono una larghissima parte della popolazione, non cambia assolutamente nulla (gli uomini vengono ancora definiti sudditi anziché cittadini). Pero l'importante è credere che Pio IX sia diverso dagli altri. La nuova carta riformista viene ratificata il 15 marzo 1848. Poco più di un mese dopo il generale Durando, capo delle truppe pontificie, si appresta a varcare i confini e ad attaccare gli austriaci. Pio IX, in nome della sua carica, che dice essere parte di tutti i cristiani, invita il graduato a partire, ma gli ordina di non oltrepassare il Po, costringendolo a fermarsi. Nel regno borbonico Ferdinando II fa le stesse identiche mosse con Guglielmo Pepe che vuole avanzare con 40.000 unita per Venezia. Tuttavia di uomini ne vengono inviati solo 17.000, anche loro fermi sulle rive del grande fiume. Giunge subito lampante l'idea che i regnanti vecchi e nuovi sono solo interessati a conservare il potere e a difenderlo con le menzogne. Il tradimento e fatto, ai romani cosi non resta che tornare sulle proprie convinzioni e riprendere la lotta contro il potere papale. 
Nel novembre del 1848 Pio IX nomina, per calmare le acque, un rappresentante laico, Pellegrino Rossi, "scovato" all'interno delle gerarchie della polizia Il neo-primo ministro scontenta tutti, dai liberali più estremisti ai clericali più conservatori, dai cattolici ai repubblicani. E' un agnostico ed è sposato con una protestante, inoltre è stato uno degli uomini fidati di Luigi Filippo prima che questo ultimo, il 24 febbraio, venisse rovesciato dalla rivoluzione a Parigi. Evidentemente non porta fortuna, però Pio IX, con una bella operazione di facciata, lo mette in mostra per ribadire le sue buone volontà. Piero Sterbini, sul "Contemporaneo", attacca violentemente Rossi per le sue mediazioni senza esito. Dal "Monitore" l'esponente del governo gli risponde un pò troppo spavaldamente. Il 15 novembre scende dalla sua carrozza per recarsi al lavoro. Mentre sale le scale un piccolo gruppo di uomini formato da Toto Ranuzzi, Luigi Brunetti, Mecocetto, Trentanove e Costantini lo avvicina. Mecocetto alza il suo mantello per coprire la scena della vista dei presenti, Gigi Brunetti lo colpisce alla gola con una coltellata. Pellegrino Rossi muore in pochi minuti e per le strade della città l'opinione pubblica si divide. La sera stessa dell'omicidio, con un atto intollerante, alcuni congiurati vanno a salutare l'assassinio sotto le finestre della vedova Rossi cantando e ironizzando sul fatto. La protesta popolare esplode il giorno dopo.
Una folla tumultuosa giunge fino al Quirinale. Tra i manifestanti c'è anche Carlo Luciano Buonaparte, così poco incline alle idee di famiglia da decidere di schierarsi con il popolo e non con il Papa. Giuseppe Galletti, un deputato amato dai romani e stimato da Pio IX, inizia a far da mediatore affacciandosi più volte al "finestrone" tra i cittadini ed il pontefice, ascoltando richieste e risposte. Nel frattempo uno dei portoni secondari del Quirinale viene incendiato e susseguentemente inizia una piccola sparatoria, al culmine della quale cade il monsignor Palma, proprio a pochi metri dal Papa. Il potere cede, Galletti può sporgersi dalla finestra e proclamare la nascita di un nuovo governo democratico. Durante i minuti che seguono l'annuncio Pio IX decide comunque che il rischio di rimanere a Roma è grande. Così, attraverso l'aiuto delle sue Guardie civiche, si traveste da prete ed esce da una porta secondaria prendendo l'Appia in direzione di Ariccia. Da lì si trasferisce a Gaeta, dove lo accoglie con tutti gli onori Ferdinando II. 
La fuga del Papa, degna storicamente di non pochi sovrani italiani, determina il crollo della sua amministrazione. Non ha una dinastia e come tale decade da ogni funzione. Roma, la città della Chiesa, rimane in balia degli eventi, senza capi e con un governo disorientato. Il popolo comunque non sta a lagnarsi troppo e decide di risolvere ogni problema come si è sempre sognato di fare, cioè attraverso la sovranità. Il 9 febbraio 1849 un triunvirato composto da Mazzini, Saffi ed Armellini proclama la nascita della Repubblica Romana. Per simbolo sceglie un tricolore ed un'aquila che sorregge un fascio. La cronaca ci racconta che mentre a Genzano ci sono scene di giubilo a Frascati, viceversa, nessuno esulta. Passano pochi giorni e in primavera Pio IX annuncia di voler passare alle maniere forti cercando aiuto nei regnanti francesi, occupati nel loro rafforzamento del potere tramite la legittimazione del clero. Il generale Oudinot sbarca a Civitavecchia. Con lui sono venuti da Marsiglia molti dei militi che lo hanno aiutato nella vittoriosa guerra in Algeria. Luigi Napoleone, dal canto suo, averte i cittadini locali che le sue truppe verranno in pace per ripristinare l'ordine e la legalità. Il 26 aprile le schiere transalpine cominciano a marciare muniti di propositi non belligeranti, le intenzioni vere però decisamente diverse. La stessa nazione che 50 anni prima voleva imporre gli ideali di uguaglianza, libertà e credo repubblicano, con un effimero governo durato una folata di vento, ora muove i suoi figli per le strade della regione con intenti repressivi. A Civitavecchia arrivano, quasi a scongiurare eventuali pericoli, due ministri, Rusconi e Montecchi, e un rappresentante del popolo, tale Pescantini. Dall'Aurelia intanto Luciano Manara entra nelle porte di Roma con 400 giovani milanesi, ma nella città non c'è ansia. Tutto sembra procedere come prima, anche se la tensione è sempre sul filo di un equilibrio che appare fragile e poco duraturo. Giuseppe Garibaldi dirama i suoi soldati, gli universitari e i reduci lungo Porta Portese fino a San Pancrazio, il colonnello Masi, invece, dispone le sue truppe a Porta Cavalleggeri, il Vaticano e Porta Angelica. 
A sorpresa, il 30 aprile, i francesi attaccano. i repubblicani, con una controffensiva coraggiosa, occupano Villa Pamphili e "chiudono i cancelli". Le forze di Oudinot rispondono mostrando le spalle a Porta Portese, dove un cannoneggiamento riuscito mette in fuga i nemici del popolo romano legittimando la prima vittoria della guerra, sigillata dalla difesa di Porta Angelica grazie all'azione dell'artiglieria. A San Pancrazio le cose non vanno diversamente. Garibaldi ha imposto ai suoi, come al solito, il corpo a corpo con la baionetta, con il risultato che alla fine Giuseppe Mazzini deve fermare Nino Bixio, il quale, è oramai convinto che i francesi vadano verso una disfatta. La decisione fa infuriare Garibaldi, ma Mazzini, uomo politico a capo del triunvirato, ufficialmente non vuole offendere la bandiera nemica! Il generale Oudinot a questo punto vuole partecipare in maniera diversa alla battaglia. Si avvia una trattativa, con il supporto di un visconte noto per la sua diplomazia, un certo Lesseps, che consente la liberazione di 300 prigionieri francesi, accolti dai romani con la solidarietà famosa nel mondo. Si festeggia. Le porte della capitale rimangono sguarnite, le bande di Ciceruacchio creano un pò di panico, ma per il resto la contentezza non supera i livelli di guardia. E proprio Ciceruacchio, al secolo Angelo Brunetti, è uno dei protagonisti delle vicissitudini che vive Roma in questi giorni. E' un carrettiere di Campo Marzio, ha 45 anni ed è un avversario del potere temporale da un ventennio, tanto da guadagnarsi la fama di capopopolo. Con la Repubblica sta tirando su le sue fortune personali. Durante l'assedio infatti è lui l'organizzatore dello smercio delle armi e dei trasporti di viveri. Un pò per interesse e un pò per sincero patriottismo Brunetti è una delle bandiere della difesa e sarà uno dei suoi personaggi più rappresentativi fino all'ultimo. A Velletri intanto i soldati borbonici se ne stanno andando, sollecitati dal loro Re. Garibaldi, col suo fido Rosselli, decide di aggredirli comunque. Il costo dell'operazione e di duecento morti. 
Tuttavia le autorità repubblicane stravolgono completamente la dinamica della battaglia contornandola di tesi quanto meno fantasiose. In un certo qual modo quel che accade a Velletri è simile a ciò che avverrà quasi cento anni dopo a Napoli, durante le "quattro giornate", con i tedeschi in ritirata costretti a combattere con gli italiani. Nella campagna dei castelli, in questa primavera del 1849, succede esattamente la stessa cosa, ciò nonostante la storia parlerà diversamente, come per un normale scontro tra due eserciti avversari. Oltretutto il rischio è stato quello di superare i confini con il Regno delle due Sicilie, mettendo i garibaldini nelle condizioni di doversi difendere da eventuali trappole. A Roma, contemporaneamente agli eventi bellici, si alzano barricate dappertutto. Chi si arroga il diritto di farlo viene pagato (non tutti) e l'ingenuità strategica che ne consegue è deleteria. C'è addirittura chi vorrebbe abbattere il viadotto che porta da Castel Sant'Angelo al Vaticano, storica via di fuga di molti Papi, ma la continuazione della guerra mette fine ad un simile progetto. Le chiese, parallelamente, vengono prese nella morsa di un saccheggio selvaggio ed improprio operato da bande locali che poco hanno a che fare con la difesa della città. I confessionali sono trasformati in veri e propri piccoli bunker personali da cui sparare e coprirsi. In Piazza del Popolo un accumulo di materiale per la formazione delle barricate si trasforma in una sceneggiata inutile. Una cinquantina di confessionali e alcuni stemmi pontifici sono dati alle fiamme. Quello che subito appare come un sacrilegio viene interrotto da Sterbini e dall'opposizione di molti cittadini convinti che certe gesta non aiutassero la Repubblica. Il '48 si esaurisce così. A Custoza e Novara si chiude drammaticamente. A farne le spese è solo il generale Remorino, fucilato dal suo stesso ordine al termine di un processo sommario troppo precipitoso e alla ricerca del colpevole di una disfatta che è di tutto l'esercito piemontese. 
Il 16 maggio Bologna si arrende. Gli austriaci l'hanno bombardata per otto giorni e non c'è stato niente da fare. Anche il visconte Lesseps e Mazzini stanno terminando la loro inutile trattativa. Ognuno ha preso tempo e i francesi, più dei repubblicani, si sono armati e rafforzati. Le ore che separano un accordo dall'attacco sono rimaste poche, talmente poche che alla fine Oudinot, per sbloccare le intese, dirige le sue bombe su Monte Mario. L'ultimatum francese, proposto a Mazzini prima dell'offensiva, viene accettato. Nel documento c'è scritto che la Repubblica può richiedere la protezione del governo di Napoleone III, ha libertà di decisione deve trovare sistemazioni adeguate alle truppe transalpine in cambio della garanzia di una difesa del territorio occupato. Mazzini, messo sotto pressione, non ha alternative. Dà via libera al mediatore per concludere una vicenda protrattasi troppo a lungo. Ma ormai Oudinot ha capito che si può ottenere il massimo e, dichiarando illeciti i poteri di Lesseps, manda a dire che le trattative sono concluse. Forte di 30.000 uomini il generale inizia un nuovo, grande e decisivo assedio. 
La leggenda comincia qui. Le cannonate devastano vari luoghi della città. La popolazione si reca a Villa Borghese per rafforzare le barricate. Si fa una strage di alberi, ma poco importa. Tra il 2 e il 3 giugno Villa Pamphili viene messa sotto un fuoco terribile, parecchie ville vengono occupate dai francesi. Solo al Casino dei Quattro Venti, ripreso e perduto più volte, i repubblicani non mollano. Nella battaglia muore il giovane colonnello Masina. Nino Costa e Annibali, due intrepidi combattenti, si rendono protagonisti di un gesto nobilissimo: caricati di armi, munizioni e oggetti pesanti soccorrono due bersaglieri feriti alle gambe e li trascinano con loro fino alla propria trincea. I francesi per un momento gli sparano, poi li elogiano applaudendoli, colpiti dall'atto eroico. Il capitano Enrico Dandolo, tra Villa Corsini e Villa Valentini, viene ucciso a tradimento. Fatto avvicinare dai francesi attraverso un messaggio urlato in italiano, è stato colpito da una pallottola sparata da pochi passi. Proprio a Villa Corsini il confronto tra i soldati è ristretto addirittura tra le scale dell'edificio. A volte, nello scontro, si giunge a situazioni paradossali e tragiche. Le truppe di Oudinot hanno già perso mille uomini, altri mille ne stanno morendo ora, nonostante questo varcano, di minuto in minuto, diverse mete. 
Il Vascello, unico "feudo" repubblicano fuori le mura, resiste eroicamente. Il capitano Goffredo Mameli, che ha combattuto dall'inizio in prima linea al fianco di Garibaldi, viene ferito gravemente. Ha 21 anni.
Alla cereria Savorelli c'è il Quartier Generale dell'"Eroe dei due mondi", il quale non ha fatto altro che litigare col napoletano Carlo Pisacane già ufficiale dell'esercito borbonico, volontario sulle Alpi bresciane e ferito dagli austriaci, studioso di problemi militari. Pisacane era preoccupato, per la loro impossibilità di amalgamazione con gli altri reparti regolari dell'esercito, dell'arrivo delle truppe garibaldine, un corpo che appariva più pittoresco che marziale e che verrà raccontato dallo scultore Gibson dentro ad una cornice di bizzarria abbastanza particolare. Nemmeno Emilio Dandolo ama particolarmente i soldati della "Legione" e annota: "Garibaldi e il suo stato maggiore  sono vestiti in bluses scarlatte, cappellini di tutte fogge, senza distintivi di sorta e senza impacci di militari ornamenti. Montano con selle all'americana, pongono cura di mostrare   grande disprezzo per tutto ciò che è osservato e preteso con grandissima severità dalle armate regolari. Seguiti dalle loro ordinanze si sbandano, si raccolgono, corrono disordinatamente in qua e là, attivi, avventati, infaticabili".
I francesi hanno fretta di chiudere l'offensiva e scavano parallelamente alle mura del palazzo di comando. Le diversità di veduta tra Pisacane e Garibaldi sono molte. Con il tempo la ragione penderà più dalla parte del socialista partenopeo che da quella del barbuto nizzardo, personaggio indiscutibilmente basilare del Risorgimento, ma diverso, nella strategia bellica, dall'uomo che voleva iniziare la cosiddetta "guerra di popolo", compiutamente realizzata paradossalmente molti anni dopo, nel Vietnam del comandante Giap
Il 12 giugno gli attacchi si fanno incessanti. Colomba Antonietti, moglie del garibaldino Pino Porzio, viene colpita in pieno petto da una cannonata mentre sta riempiendo una breccia sulle mura di San Pancrazio, una delle porte in cui non si cede. Intanto diviene commuovente il comportamento dei bambini di Roma. Quando arriva una palla di cannone, si lanciano contro di essa con una pezza bagnata in mano al grido di "Bombe! Panza a tera!". Molti di questi fanciulli (tra questi il leggendario "Righetto"), si calcola almeno una cinquantina, perdono la vita in modo eroico e straziante.
Villa Savorelli è colpita, ma non annessa. Si aspetta una notte favorevole per occuparla definitivamente. La tragica luna si alza il 21 giugno, favorita dalla stanchezza dei resistenti che quasi non si accorgono di essere catturati in un'azione diversiva. I prigionieri, fra cui il comandante Rosi, sono centoventi. La Repubblica è virtualmente caduta. Si combatte fino all'ultimo spinti più dal valore che dalla convinzione di un miracolo. Nessuno pensa alla vittoria. Il Vascello e San Pancrazio vengono sommersi da una pioggia di bombe provenienti dal Gianicolo. Le mura crollano sui cittadini in lotta.
Per il 29 giugno, festa di San Pietro e San Paolo, si assiste ad una tregua momentanea. Nella sera scoppia un temporale fortissimo e profittando dei fulmini e dei tuoni i francesi entrano. Villa Spada cade inesorabilmente. Luciano Manara, uno di quelli che non si è dato mai per vinto, muore tra le braccia del fratello di Enrico Dandolo, Emilio. All'alba del 30 giugno 1849 l'Assemblea decide se restare o andare. Garibaldi non è più disposto a rimanere in una città indifendibile. Dopo la vittoria di Velletri aveva chiesto l'instaurazione di una dittatura (Mazzini, però, si era rifiutato di concedergliela). Pur in rotta di collisione con alcuni esponenti della Repubblica, il futuro condottiero dei Mille era rimasto lo stesso tra tante indecisioni. Ora il suo compito è proprio finito, nonostante questo promette: "La fortuna che oggi ci tradì, ci arriderà domani. Io esco da Roma. Chi vuol continuare la guerra contro lo straniero venga con me. Io non offro né paga, né quartiere, né provvigioni. Offro fame, sete, miserie, marce forzate, battaglie e morte. Chi ha il nome dItalia non sulle labbra soltanto, ma nel cuore, mi segua". C'è chi si aggrappa al suo mito (sono in 4700) per sperare ancora. Viene proclamata, ma già era in funzione da tempo, l'insurrezione permanente e si giunge in questa maniera al 4 luglio.
Il generale Rostolan occupa Palazzo Torlonia, i Caffè vengono chiusi, soppressi i giornali. L'Armata si è sciolta. A San Pietro, due giorni prima, Garibaldi ha chiamato le sue truppe scese da Porta Portese e Porta San Pancrazio. Si sono radunati tutti a San Giovanni e sono partiti per il nord.  
Con Garibaldi ci sono, tra gli altri, un disertore austriaco, Antonio Livraghi, il frate barnabita Don Ugo Bassi e Angelo Brunetti. La destinazione è Venezia, ultima "isola" italiana. Fuori Roma c'è chi si disperde, chi si dà alla macchia e chi diserta. Rimangono in pochi. Livraghi condivide con Ugo Bassi la morte, l'8 agosto 1849. Angelo Brunetti viene fucilato con il figlio Lorenzo di tredici anni. Anita Garibaldi trascorre ancora poco tempo al fianco del suo uomo. Anch'ella è preda di una morte misera, come misera e al tempo stesso traboccante di amore era stata la sua vita. Si spegne il 4 agosto, nella traversata della valle di Comacchio, divorata dalla febbre, sopra un carretto (o su un letto altrui), vestita di panni regalati dalla carità, lontano dalla sua patria, il Brasile, e dalla sua famiglia. Le sue traversie non finiscono nemmeno dopo il decesso. La regolare sepoltura di una donna non del posto, infatti, corre il rischio di richiamare attenzione. La sera stessa del 4, al calar della notte, i fratelli Ravaglia avvolgono la salma in un lenzuolo, la caricano su un biroccio, scavano in fretta una fossa superficiale in un terreno incolto a un chilometro da una fattoria, vi depositano il cadavere e lo coprono con un po' di terra. Sei giorni dopo una ragazzina, giocando nei paraggi, vede sporgere dalla sabbia una mano e un avambraccio rosicchiati dalle bestie. Il parroco del paese di Mandriole, autorizzato dal vescovo, dà dignitoso seppellimento al corpo della signora più eroica del nostro Risorgimento. Tanti furono, oltre Anita, gli stranieri che vennero a difendere Roma. Nobili, aristocratici, poveri, bersaglieri, donne, ragazzini e volontari di tutte le estrazioni, da tutto il mondo, vollero aggiungersi ai resistenti per combattere una delle più grandi vergogne d'Europa.
Nel ricordo di Andrea Aguyar, uruguaiano di Montevideo, ucciso da una bomba a Santa Maria in Trastevere, scorrono via le ultime ore della Repubblica.
L'Assemblea Costituente riesce appena in tempo a votare la Costituzione, un avveniristico documento nel quale si sentenzia, primo caso fra tutti gli stati del mondo, l'abrogazione della pena di morte. Ma la ghigliottina di Mastro Titta continuerà a funzionare per altri venti anni.
Il 6 luglio Goffredo Mameli spira tra atroci sofferenze. La cancrena lo ha divorato, oltre ad avergli fatto amputare una gamba. Ha lasciato all'Italia la sua poesia d'amore divenuta un inno. Sulla sua tomba è incisa questa frase:"....però il mio dolore è profondo e lo tengo sacro, è tutto per me. Cerco di essere degna del figlio. E d'una italiana, me lo divinizzo, lo considero come un martire, e come tale non lo piango....- Genova 22 agosto 1849-Adelaide Zoagli Mameli". Carlo Pisacane viene arrestato e rinchiuso Castel Sant'Angelo. Si è fatto catturare in divisa, cosa vietatissima dagli ordini di disciplina imposti da Oudinot. Perirà a Sapri in una spedizione sfortunata.

 

Angelo Brunetti (Ciceruacchio)

 

 

UN'ANALISI

Il ricordo della Repubblica Romana si è perso. Oltre centocinquanta anni di storia hanno contribuito alla sua "sparizione". Sarebbe ora, viceversa, di riconsiderarla. Gli eroi del Risorgimento possono dire di aver vinto. Il loro compito era grande e complesso. Con i sacrifici personali unirono la penisola legittimando così la propria missione. Se oggi l'Italia non ci piace non è certo per colpa loro, perché essi si fermarono là dove si erano prefissi di arrivare. Per anni, specialmente in alcuni settori culturali della destra, si è cercata una alternativa culturale al Risorgimento italiano. Di origine sicuramente socialista, repubblicana e liberale, ma insieme patriota, unitaria, sociale, solidale, monarchica, comunitaria, combattentistica e volontarista, la lunga marcia delle guerre di indipendenza, che furono in una certa qual maniera guerre di annessione, sono state a volte messe in disparte per rivalutare Radetzky, l'Austria Felix di Cecco Peppe, il regno borbonico o lo stato pontificio. Chiarite le tante falsità costruite intorno agli invasori stranieri della nostra terra è innegabile dire che questi poteri si fondarono sulla discriminazione, sulle pene ingiustificate, sul terrore sulla oppressione psicologica e fisica. Molti dei "congiurati" liberali o repubblicani non si comportarono diversamente, è vero, tuttavia questo fu il prezzo dell'unità. La violenza non risolve. Lo capirono gli stessi romani che proprio per estraniarsi dalle strette logiche terroriste della lotta antipapale fecero una Costituzione, cercando la via legale e civile per un nuovo governo, meno velleitario e più costruttivo.
La Repubblica Romana fu un enorme coacervo di anime ed intenti. Ad unire tutti gli strappi ci pensarono due ideali: Roma e l'Italia. I "fronti" si sarebbero poi divisi per amministrarle. Il piemontesismo, oligarchico e burocratico all'eccesso, indirizzò il processo unitario su un uso stantio della amministrazione pubblica, un male rimasto per secoli senza troppe soluzioni. Il 1870 segna il confine tra l'Italia romantica e idealista con quella reale. Porta Pia assimilò nella sua mitizzazione due fenomeni distinti, quasi se dalla parte esterna delle mura di Roma esistesse un sentimento che si rifiutò di entrare con la stessa volontà con cui affrontò battaglie ed ardimenti. I mali nazionali cominciano da Porta Pia, però solo quelli governativi. Lo spirito unitario contribuì necessariamente alla formazione di un popolo che ricevette una identità completa solo prima, durante e dopo il conflitto 1915-1918, inserendosi nel contesto ideologico che introdusse il fascismo.
Poi, a mano a mano, lo smembramento, originato dall'otto settembre. Sono molti i motivi per i quali oggi la Repubblica Romana trova una nuova collocazione storica. La globalizzazione ed un Europa fondata dalle e sulle banche creano quei giusti propositi per recuperare un importante bagaglio culturale, patrimonio di tutta la comunità nazionale. Inoltre è una grande sfida contro il potere di quella cultura che da più di cinquanta anni continua a rinunciare al suo passato preferendogli falsi miti ed idee intollerabili. Il '48 romano paga lo scotto di essere stato un eco "prefascista" ed anticlericale nell'enorme calderone ideologico del Risorgimento. In fin dei conti nacque a conclusione di un tradimento e di una fuga. La mancata dichiarazione di guerra all'Austria e la susseguente "ritirata" di Pio IX a Gaeta possono essere equiparate all'otto settembre 1943 e alla vergognosa viltà di Vittorio Emanuele III che scappa, in un Italia sconvolta e disorientata, a sud. La resistenza dei romani, pur consci della loro prossima sconfitta, è simile, se non uguale, allo spirito dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana. Anche nella simbologia (l'aquila con il fascio) la Repubblica di Mussolini e quella di Mazzini sono collegabili e persino nel valore ideale delle due identità ci sono degli spunti sociali steggianti assolutamente non ignorabili dal punto di vista storico e da quello dei contenuti politici. Esiste infine quel mito di Roma, luce eterna della civiltà e dell'umanità, che in entrambe le esperienze è un cardine fondamentale. E tutto ciò senza considerare l'avversione contro il potere della Chiesa, ancor oggi un ostacolo nell'ampio riconoscimento di questo fenomeno di libertà. Un popolo, per essere tale, non evita il proprio passato. Ne' lo rifiuta per fini strumentali di parte. Può criticarlo, se vuole, ma non può cancellarlo della storia.
L'epurazione intellettuale attuata contro la Repubblica Romana, e l'incredibile processo di beatificazione nei confronti del giacobinismo napoletano del 1799, dimostrano l'inattendibilità dei nostri storici e dei nostri uomini di cultura. Ed una comunità che giudica i suoi progenitori con la mentalità "novecentista" è paradossale quanto ritorta su se stessa. E' compito nostro diffondere un giudizio di critica alternativo e avverso alle tendenze antistoriche dei nemici dell'italianità e della memoria collettiva. Altrimenti sarà inutile progettare il futuro, orfani di un meraviglioso e glorioso diario di famiglia che non deve essere gettato in un dimenticatoio di scartoffie.