Comitato Guglielmo Marconi International

Intervista a Degna Marconi Paresce


Amore di figlia, anche se i capelli sono da tempo candidi e gli anni cominciano a essere 84: una cornice di legno per una copia di zecca della banconota da 2.000 lire che l'Italia dedicò a papà Guglielmo Marconi. Degna Paresce Marconi sorride e ironizza, con quel suo italiano colorato d'inglese che le deriva dalla madre e nonna irlandesi dal suo peregrinare da un'ambasciata all'altra al fianco di un marito diplomatico: "Sì bella idea, peccato che sul retro il modello del telegrafo sia sbagliato. Non importa".
Degna Marconi è in piena attività. La lista dei progetti è fittissima. Frassinelli ha appena distribuito la seconda edizione del suo libro "Marconi, mio padre". È una miniera di storia e ricordi pubblici e familiari.
Ancora progetti. Il volume servirà come base per un film in quattro parti da 52 minuti ciascuna per Raiuno. Per celebrare il centesimo anniversario della prima trasmissione di segnali radio in codice Morse via etere, che si celebrerà nel 1995.
A giudicare dalla franchezza con cui Degna Marconi Paresce parla del padre c'è da aspettarsi un grande spettacolo: "Era molto onesto. Quando papà diventò presidente dell'Accademia d'Italia aveva un'auto a disposizione ma la usava puntigliosamente solo e soltanto per andare e tornare in quelle circostanze. Però era molto, molto vanitoso, subiva il fascino dell'adulazione". Mussolini lo capì, lo fece appunto presidente dell'Accademia e dal Quirinale arrivò la nomina a marchese: "Sì, gli piaceva tutto questo". E con voi figli? "Era esigente. Chiedeva correttezza e puntualità, in cambio regalava molto affetto, negli spazi che le ricerche gli lasciavano liberi per dedicarsi a noi".
Genio e regolatezza, verrebbe da dire: "Genio, parola senza senso. Mio padre mi diceva: non credete ai geni, esistono solo persone tenaci. Mamma diceva in inglese: bulldog tenacity". Mamma, scandisce Degna Paresce Marconi. Ed è come rimettere il dito in una piaga ancora tutta da rimarginare. Papa' Guglielmo il 16 marzo 1905 sposò, nella chiesa cattolica londinese di San Giorgio in Hanover Square, l'irlandese Beatrice O'Brien. Nacquero tre figli: Giulio, Degna e Gioia. Un matrimonio all'inizio molto riuscito e poi tempestoso: un pò per i distacchi, un pò per il temperamento mondano di lei, un pò (forse soprattutto) per la distrazione con cui il premio Nobel 1909 per la fisica seguiva le vicende familiari e si concedeva numerosi intermezzi extraconiugali. La crisi diventò a un certo punto insanabile. I due si separarono e divorziarono".
Lei risposò il marchese Marignoli. Lui, ottenuto anche l'annullamento dalla Sacra Rota dopo il divorzio, nel 1927 sposò Cristina, figlia del marchese Bezzi Scali. Nacque Elettra, lo stesso nome del famoso panfilo di 66 metri acquistato nel 1918 per farne il più grande e moderno laboratorio galleggiante del mondo. È la parola "annullamento" che la figlia Degna detesta: "Io sono protestante, per me esiste il bianco o il nero. Come si fa ad "annullare" un matrimonio da cui sono nati tre figli, celebrato in una famosa chiesa cattolica, durato tanti anni?". E dall'annullamento deriva soprattutto la frattura con quella che Degan chiama la "seconda famiglia". Questione di eredità? "No, per carità. Col divorzio liquidò i conti con mia madre, comprammo una bella villa a Posillipo. E poi papà non è mai stato ricco: ha fatto i soldi, li ha spesi li ha rifatti e li ha rispesi. Diceva sempre: gli uomini non capiscono che il denaro deve circolare. La nostra vera eredità è il nome e l'affetto. E io sono gratissima".
Se nonsi tratta di conti in banca c'è dunque di mezzo altro: "Vede, la sua seconda famiglia dopo quell'annullamento ha fatto di tutto per cancellarci. Io non ho alcun astio, anzi non so cosa darei per fare pace. Ma sono loro, soprattutto Cristina, a non amare che si parli di noi. Faccio un esempio: nel 1974 io venni intervistata dalla Rai, quando ancora c'era Bernabei. Il sevizio venne bene ma non andò mai in onda, al suo posto ci fu un concerto, i giornali parlarono della "figlia di Marconi imbavagliata". Mi dissero che le pressioni della seconda famiglia erano arrivate fino a Bernabei... Speriamo che per il film tutto vada bene". Già il progetto televisivo cinematografico: "Mi piacerebbe che si attenessero al libro, il mio ideale sarebbe un film-verita' senza troppe invenzioni romanzesche".
Ultima osservazione: con questa generazione il cognome Marconi si estinguerà: "Mio figlio Francesco Paresce è docente di astrofisica all'università di Torino e lavora anche a Baltimora, venera la memoria del nonno ma ama tagliare i traguardi con le proprie forze". Dicono che la "seconda famiglia" starebbe studiando il modo per dare il cognome Marconi al giovane Guglielmo Giovanelli. Il giudizio di donna Degna è un pugno d'acciaio coperto da un guanto di velluto: "Mi hanno chiesto il permesso tramite i legali, ho detto di sì. Che facciano, se gli fa piacere, anche se mi sembra ridicolo. Tanto, di Guglielmo Marconi ce n'è uno solo".
Paolo Conti
Articolo tratto da: SETTE Corriere della Sera, numero 43
supplemento del Corriere della Sera del 28 ottobre 1993, pagina 92



La radio di papà

Guglielmo Marconi nei ricordi della figlia Degna
Un secolo di distanza dai primo segnali via etere

Prima di lui era il silenzio. Sì, prima di quel magico ti-ti-ti lanciato nell'etere nell'estate del 1895 dalla soffitta di Villa Griffone e ascoltato a tre chilometri di distanza oltre la collina di Pontecchio, il mondo era ancora avvolto nel grande silenzio della creazione. Comunicare a distanza "senza fili" era inimmaginabile. Così che il comandante di un vapore nell'atlantico, come l'ammiraglio di una flotta in navigazione, erano ancora soli con se stessi in mezzo al mare al pari di Cristoforo Colombo o del mitico Ulisse.
A rompere quell'eterno silenzio fu proprio il misterioso ti-ti-ti che risuonò quasi un secolo fa nella campagna bolognese. Insomma, un avvenimento storico. Esso segnò l'inizio di un epoca che avrebbe rimpicciolito il mondo fino a ridurlo nel metaforico villaggio globale in cui oggi viviamo. A compiere quel prodigio era stato un ragazzo di ventun anni, dagli studi scombinati e divorato da due passioni: la storia greca e l'elettricità, il pelide Achille e Beniamino Franklin. Si chiamava Guglielmo Marconi.
"Uomo di due secoli e di due patrie", come Io definisce la figila primogenita in una bella biografia riproposta dall'editore Frassinelli - (Degna Marconi Paresce, Marconi mio padre, pagine 320, lire a 29.500) - il giovane inventore era già allora un ragazzo diverso. Di padre bolognese e di madre idandese, era cresciuto bilingue. Battezzato cattolico, era stato allevato dalla madre nella fede anglicana, ma frequentava la chiesa valdese. Di scuole ne aveva frequentate poche, salvo un breve, ma prezioso periodo presso l'istituto tecnico di Livorno. Aveva poi studiato per suo conto dedicandosi ai misteri dell'elettricità grazie, alla quale, già all'età di dieci anni, terrorizzava le cugine coi suoi misteriosi esperimenti. La mancanza del titolo di studio gli aveva impedito di realizzare il sogno di entrare nell'Accademia Navale (ma la Regia Marina, più tardi, modificherà addirittura il regolamento per offrirgli i gradi di capitano di fregata). Per la stessa ragione non potè iscriversi all'università di Bologna, anche se gli fu consentito di ascoltare, come "audilore", le lezioni del professor Augusto Righi, uno scienziato che allora richiamava gli studenti da tutta l'Europa. Una curiosità: Marconi percorreva gli undici chilometri che separano Pontecchio da Bologna in sella al suo asinello. La figlia Degna riporta anche una singolare annotazione ricavata dal suo diario di studente: "Pane e salame per colazione, L. 0,25. Una mela L. 0,05. Stallaggio per l'asino L. 0,50". Il mezzo di locomozione gli costava più del vitto.
Marconi era costretto a fare economia non perchè fosse povero, ma perchè suo padre, oltre che sparagnino, non vedeva di buon occhio le diavolerie cui il figlio si appassionava. Lo ostacolava e gli negava i soldi per i suoi esperimenti tanto che una volta il ragazzo si vendette le scarpe per acquistare degli attrezzi. Per sua fortuna, la madre non era dello stesso parere. Anzi, Annie Jameson (che era venuta in Italia per studiare da soprano e invece vi aveva trovato marito) fu sempre un'entusiasta sostenitrice del figlio prediletto. Lo aiutò in ogni modo e gli rirmase vicina tutta la vita legata da un affetto reciproco e profondo.
Fu infatti dalla madre che il giovane Guglielmo corse, gettandola giù dal letto, per annunciarle il successo del suo primo esperimento. Era l'alba del mattino d'estate, Marconi aveva inviato oltre la colllna il fratello Alfonso, il contadino Mignani, armato di fucile e il falegname Vornelli, che portava l'antenna. Fino allora si riteneva che le onde procedessero in linea retta, Marconi voleva invece dimostrare che potevano superare ogni ostacolo. Per questo aveva inviato i suoi collaboratori oltre la collina. Se il segnale lanciato dalla soffitta - laboratorio di Villa Griffone fosse giunto a destinazione, il contadino Mignani doveva sparare un colpo di fucile. All'ora convenuta, Marconi premette emozionato il pulsante. Per comodità, aveva scelto come segnale la lettera "S", che nell'alfabeto Morse è indicata con tre punti. Trasmesso il ti-ti-ti, il giovane si mise in ascolto col fiato sospeso. Pochi istanti dopo udì lo sparo. Era fatta.
Il resto è noto e Degna Marconi lo rievoca nel suo libro in una lucida e affettuosa ricostruzione. Un'ultima curiosità: la sigla "SOS" usata per invocare soccorso, non deriva dall'inglese Save our souls (salvate le nostre anime) come spiegano romanticamente le enciclopedie, bensì da una prosaica esigenza di praticità di trasmissione: tre punti, tre linee, tre punti.

Arrigo Petacco

Tratto da "Il Resto del Carlino", Lunedi' 21 Febbraio 1994


Degna Marconi Paresce e' la figlia primogenita di Guglielmo Marconi e Beatrice Inchiquin O'Brien.
Ha speso molti anni della sua vita a raccogliere documenti e notizie
che le permisero di scrivere la biografia del padre.
"Degna Marconi Paresce, MARCONI MIO PADRE, edizioni Frassinelli, Milano"

Degna Marconi Paresce
viveva a Roma ed e' deceduta il 16 settembre 1997


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