La
prima stesura autografa dell'inno di Mameli, è custodita nel
Museo del Risorgimento
e Istituto Mazziniano di Genova.
Dalla città ligure il testo giunse una sera nella casa torinese
del patriota Lorenzo Valerio, dove si trovava anche Michele Novaro,
il quale ne fu subito conquistato.
Così il compositore ricordò quei momenti:
"Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo,
assassinavo colle dita convulse, quel povero strumento, (...), mettendo
giù frasi melodiche, l'un sull'altra, ma lungi le mille miglia
dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole.
Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po' in casa Valerio,
ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente.
Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là,
senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò
alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su
di un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani; nella mia
agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche
sul povero foglio; fu questo l'originale dell'inno Fratelli d'Italia".
Tratto da una pubblicazione a cura
della Presidenza della Repubblica, distribuita in occasione del 2
giugno 2000

Prima stesura autografa
di Goffredo Mameli.
Fonte: Istituto Mazziniano di Genova

L'autografo dei versi dell'Inno di Mameli
Il manoscritto originale
iniziava con "Evviva l'Italia", poi cambiato con "Fratelli" per indicare
figli di una stessa Patria
VERSIONI DELL'INNO
"Evviva l'Italia": così iniziava la prima strofa nella prima stesura dell'inno, scritta da Mameli nel settembre 1847. Poi, il "poeta con la sciabola" cambiò idea e l'incipit divenne "Fratelli d'Italia", così come "Siam stretti a coorte" venne aggiustato in "Stringiamci a coorte". In questa nuova stesura, Mameli rimise anche a posto le imprecisioni ortografiche della scrittura di getto: "Iddio la crò" anziché "creò"; "Ilia" per "Italia"; "Son gionchi che piegano" anziché "giunchi"; "Ballilla" per "Balilla".
Ma la principale differenza fra il manoscritto e la prima versione stampata a Torino, nel gennaio 1848, fu determinata dall'intervento della censura governativa. Il Piemonte non era ancora in guerra con l'Austria e, per cautela, fu imposto il taglio della quinta strofa, quella più apertamente antiasburgica: "Son giunchi che piegano Le spade vendute/ Già l'aquila d'Austria Le penne ha perdute.". Al suo posto, nelle edizioni ufficiali, si ripeteva la prima strofa, con la variante "Evviva l'Italia, Dal sonno s'è desta.", ma fuori dei confini sabaudi continuò a essere pubblicato il testo originale.
Con lo scoppio delle ostilità, nel marzo del '48, il canto venne finalmente eseguito in versione integrale anche dai soldati piemontesi in marcia verso il Lombardo-Veneto. E diventò la Marsigliese italiana.