Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995



VIII

Il 1796 era sorto gravido di avvenimenti. I fatti che si andavano preparando oltre Alpi, talora frenavano, talora incrudelivano le autorità bolognesi. I magistrati tempellavano fra il timore e la speranza, a seconda dell'aspetto più o meno concitato della popolazione, non affatto ignara del concentramento di truppe che la Francia andava facendo ai confini, e alla cui testa, nel febbraio (29), aveva posto un giovine di venticinque anni, resosi chiaro all'assedio di Tolone (1793), vogliam dire Napoleone Bonaparte. Senonché il Vaticano, tenendosi sicuro della propria temporale potestà, sollecitava la sentenza di morte e le condanne. Erasi frattanto data facoltà ai difensori d'ufficio, di esaminare il processo.
L'avvocato Antonio Aldini veniva incaricato della difesa di tutti; ed esso ne accettava il compito con quel cuore, con quel patriotismo che ai posteri tramandarono la sua memoria. L'Aldini, con accortissimo intendimento, cercava procrastinare la seduta per la sentenza, nella certezza di prossimi rivolgimenti politici; ma finalmente dovette obbedire alle intimazioni delle autorità e cedere al prepotente loro volere. Egli é che il nuovo Legato di Bologna, giunto infrattanto alla sede, aveva date perentorie istruzioni.
La Congregazione Criminale, adunatasi a porte chiuse, udiva la difesa dell'Aldini. Era questo lavoro meditato e profondo d'alta giurisprudenza, nel quale l'eloquenza per allontanare dagli imputati la severità del giudizio, era avvalorata dai testi del pubblico diritto raccolti con copia d'eruzione. Vana cura. Il 19 aprile 1796, il Tribunale pronunciava la seguente sentenza:

« Nel Nome SS. di Dio

« Noi Antonio Innocenzo Innocenzi Romano in ambe le leggi dottore ed avvocato, prete e Cardinale del Titolo dei Santi Nereo ed Achilleo per il Santissimo N. S. Papa, per la Divina Provvidenza Pio VI per la S. Sede Apostolica Legato a Latere della Città e Contado di Bologna, Presidente della Congregazione Criminale, ecc.

Nella causa di tentata sedizione ecc.
per
La Curia del Torrone
contro
Luigi Zamboni, Gio. De Rolandis ecc.


Prodotte le citazioni ecc.

« Viste le qualità delle confessioni e indizi aggravanti ecc.
« Vista l'impunità del dottor Antonio Succi.
« Vista la legittimazione del processo nelle sue parti e in tutto.
« Visti i termini assegnati contro le proprie confessioni e le rispettive difese ecc.
« Uditi i difensori in iscritto e in voce e quanto poteva dedursi in loro favore ecc.
« Visto quanto era da vedere, considerato quanto era da considerare ecc.
« Ripetutamele invocato il nome di Cristo diciamo, pronunciamo, sentenziamo:
« Che la memoria di Luigi Zamboni defunto in carcere sia con pittura infame ed analoga iscrizione esposta in luogo pubblico, colla confisca de' beni ecc.
« Condanniamo Gio. Battista De Rolandis alla forca da eseguirsi nel solito luogo di Giustizia dal Ministro a ciò deputato, il quale mediante laccio al collo dee sospenderlo sinché ne segua la morte, l'anima sia dal corpo separata, e rimarrà sospeso a pubblico esempio.
« Antonio Forni e Camillo Galli sono condannati ad assistere sul patibolo durante l'esecuzione e poscia trasportati alla galera perpetua sotto stretta custodia.
« Giuseppe Rizzoli e Lazzaro Gherardi contumaci condanniamo all'ultimo supplizio, ingiungendo alla forza pubblica l'immediata carcerazione.
« Brigida Zamboni e Barbara Borghi condanniamo a perpetua reclusione in una casa di correzione fuori della Legazione (in S. Michele a Roma) colla confisca ecc.
« Antonio Succi, impunità, in una fortezza per 10 anni e poscia dimesso coll'esilio dallo Stato Ecclesiastico sotto pena della galera per 10 anni alla prima contravvenzione.
« Giuseppe Succi e Camillo Tomesani a 10 anni di galera, poi all'esilio perpetuo.
« Tommaso Bambozzi o Bambocci e Pietro Gavaneti alla galera per 5 anni da scontarsi nel forte di S. Leo, poi all'esilio perpetuo.
« Ad esilio perpetuo Alessio Succi, Gio Battista Neri, Gio. Osbel sotto pena ecc.

Dimessi dal carcere

« Gio. Calori con precetto di presentarsi. Filippo Marzocchi non trovato colpevole.
« Angelo Sassoli, Luigi Montignani e Domenico Zecchi abbastanza puniti, senza pregiudizio d'ulteriori ecc.
» Giacomo Comaschi carceriere per delinquenza commessa in ufficio a tre anni di galera da scontarsi in Ancona.
» Gli altri inquisiti vengono rilasciati liberi senza pregiudizio ecc.
» Atto fatto, letto. ecc.
Firmati coll'Eminentissimo Presidente Card. Innocenza Innocenzi, gli Uditori e Notai del Torrone, ecc. (1).
I condannati avevano ascoltato con calma serena la loro sentenza. — La popolazione, estatica, sbalordita, sentiva dei doveri per istinto, ma non osava, per mancanza d'iniziativa di agire. La fervida immaginazione del popolo dipingeva tutte le fasi atroci di questo processo. Deplorava il collegiale Cofano Andrea impazzito per essersi reso involontario delatore de' propri compagni; — compiangeva Gaspare Piacenti gettatosi in un pozzo per aver pregiudicato gli inquisiti, nel deporre in tribunale le armi confidate alla sua custodia dalla Zamboni; — imprecava contro il Governo che assassinava Luigi Zamboni, uccideva colle torture il vècchio di lui padre, e, pel gibetto, troncava la vita al generoso De Rolandis.
Questo popolo nelle sue considerazioni trasportavasi d'entusiasmo per l'eroico contegno de'prigionieri, per la costanza e fermezza delle donne compromesse, e non sapeva persuadersi che a suggellare il trionfo dell'iniquità avesse a versarsi l'immacolato sangue di De Rolandis. Universale lo sdegno; ma universale anche il terrore.
« Se un uomo fosse sorto in nome di Dio e della giustizia, scrive un contemporaneo, soldati, birri, magistrati, governo, sarebbero stati in anistante polvere

(1) Ved. Proc. cit. pag. 2677 e seg.

— chi tentava mormorar qualche parola che accennasse a partito estremo sì, ma generoso — dichiaravasi pazzo. — L'idea del pericolo non sorride lieta a coloro che sperano evitarlo e trar profitto da vittoria immanchevole, dovesse pur costare, umiliazioni, sacrifici i pochi, avvilivano, frenavano i molti, non curandosi di considerare che nei momenti solenni l'accusa d'inerzia, o di indifferenza é il peggior degli oltraggi.... e si genera il mal seme, donde viene il disprezzo. Al virtuoso istinto popolare rispondevano aspettiamo, aspettiamo i francesi!... Intanto De Rolandis si mandava al patibolo!...»
Appena intimata la sentenza agli inquisiti, la Congregazione Criminale spediva una staffetta a Reggio a prendere il carnefice di quella città Antonio Pantoni, perché si potesse al più presto eseguire la tremenda giustizia.

Il 22 aprile il padre Doria, parroco dei Celestini, entrava nella oscura e squallida prigione di De Rolandis. — Giaceva questi steso a terra, sopra fetido e lurido saccone, oppresso da febbre ardentissima, tormentato dalla lebbra di cui era coperto, angosciato dall'affanno che gli troncava la parola.... Alla vista del padre, a stento sollevò il capo, e, con fioca voce, proferì queste parole:
«— Dio vi benedica, o padre, voi mi recate la buona novella. — Io sono presso ad abbandonare questa mia patria infelice, per volare in ciclo ove ha termine ogni umano tormento. Che Iddio possa accogliermi vi con amore!... Voglio, o padre, conciliarmi con Lui. Il mio cammino é compiuto; non sono più che povera creta, inerte, impotente.... presto di me non rimarrà che un freddo cadavere. Ma, lo sento nel cuore, il mio sangue mi farà vivere nella memoria dei più tardi nepoti, e sarà fecondo di libertà. »
Alla tenerezza dell'accento, alla pace che spirava da quell'anima infiammata da fuoco divino, il frate si sentiva tutto commosso. Incominciando a parlargli di cose sacre, vide De Rolandis alzare alquanto su d'un gomito la persona, e lo udì a pronunciare tali ragionamenti sulla religione, sulla patria, sui diritti e sui doveri dell'uomo e del cittadino, che n'ebbe a stupire e a piangere. La giovane intelligenza squarciava il negro velo del futuro, e descriveva lo splendido avvenire dei popoli con quella luce di verità ispirata dalla fede e dalle convinzioni coscienziose.
Il padre Doria richiese De Rolandis se avesse parenti. Il paziente, a quella domanda, ricadde sul giaciglio e proruppe in Binarissimo pianto.
«— Ah, povera madre mia! andava esclamando fra i singhiozzi; povera madre mia ! Chi sa quale dolore arrecherà al cuor tuo la mia morte!
La febbre incalzava violenta, il calore soverchio ammorzava con bevande ghiacciate concessegli in quegli estremi momenti. Con uno sforzo di volontà soprannaturale alle Ire si alzò, e alle tre e tre quarti passò in Conforteria, appena appoggiato al braccio del frate. Di sé stesso compiacendosi disse:
« — Oh mio Dio ti ringrazio, potrò da me solo salire il patibolo!
Un'anima Tortissima destinata ad essere violentemente sprigionata, lottava contro alla natura che minacciava dissolversi. La potenza della volontà, fieramente combatteva contro fragile corpo piagato, macerato, consunto. — Lotta dello spirito, contro la materia; lotta di cadavere contro la vita.
Ma l'uomo dispiegando la sua potenza trionfa. De Rolandis volle, sovrumanamente volle, e vinse. Mangiò e bevve alcun poco; indi si coricò sul letto e si addormentò.
Il placido e tranquillo suo sonno, più volte ingenerò ne' medici il sospetto eh' egli fosse morto; e più volte tastarono al dormente il polso per assicurarsi che non fosse sottratto alla giustizia la sua vittima. Ma Dio gli alimentava l'esistenza, perché eterna l'infamia scendesse sul capo de' suoi carnefici.
Il breve riposo l'aveva rinvigorito viemmagiormente; discese solo dal letto, solo pafsò in Cappella per ricevere le solite benedizioni dalla mano di que' ministri, che dianzi lo avevano maledetto e condannato e che allora lo compiangevano e lo confrotavano. Accolse le diverse Compagnie e fra l'altre quella del Riscatto, a cui rivolse le seguenti parole:
« — Rammentate, o signori, che più degli schiavi da riscattare in Barberia nel nome di Dio, vi sono barbari in Italia che nel nome di Dio di più ferrea e pesante catena, aggravano e tengono schiavi i cristiani — esterminateli, e di ben'altra gloria rifulgerà la missione della Compagnia del Riscatto. »
Una parte degli astanti fu invasa da terrore a quelle parole; una parte intese; e tutti si ritirarono salmeggiando i Congregati.
Malgrado ogni sforzo veniva De Rolandis assalito da frequenti deliqui. Quantunque nell'eccesso della debolezza, pur volle il carnefice legarlo, toglierli le forze, aggiungere barbarie a barbarie, in obbedienza agli ordini e alle formalità irremissibilmente da adempiersi.
Intanto che il carnefice si adoperava a compiere la toletta del condannato, afflggevasi per la città la stampa seguente (1):

Sabato 23 aprile 1796.

» Nella Piazza del Mercato presso la Montagnola si eseguirà La giustizia della forca contro: » Giovanni De Rolandis piemontese (2),

(1) Raccolta dei Bandi notifica ecc. Arch. Comunale all'archiginasio.
(2) De Rolandis Gio. Battista Gaetano figlio del
dott. Giuseppe Maria medico e Rosa coniugi, nato il di 24 giugno 1774 nella parrocchia di Castel d'Alfeo Diocesi d'Asti. Alleg. vol. 5.

il quale unitamente a Luigi Zamboni bolognese (1), e ad altri avea tentata una sollevazione in questa città, e però restando condannata la memoria del detto Zamboni premorto nelle carceri con perpetua infamia, saranno esposti sotto la forca :
» Antonio Forni e Camillo Galli bolognesi, e quindi si trasmetteranno alla galera in vita sotto stretta custodia. »

Spuntava l'alba del giorno 23 aprile 1796. Bologna veniva mano mano destandosi dal sonno mortale in cui era immersa. Innanzi tratto a quattro, a sei, traeva il popolo verso il Torrone; indi a numerose brigate. Tutti erano silenziosi, concitati, come in giorno di grande sventura. Squadre di soldati e di birri, colle anni sempre pronte, andavano con burbanza pattugliando fra la folla e intorno al carcere. Agli insultanti loro modi, il popolo rispondeva col nobile sprezzo dell' indifferenza.


(1) Luigi Zamboni figlio della Barbara Borghi e Giuseppe coniugi, nato Sotto la parrocchia di S. Benedetto il 12 ottobre 1772. Alleg. vol. 5.

Zamboni, ecc. 8

Alle 13 ore all'italiana la guardia a cavallo sgombrava la Piazza del Carbone, e a briglia sciolta dalla Fontana Vecchia percorreva Canton de' Fiori, la via Malcontenti fino alla Montagnola. — L'Uditorato del Torrone aveva voluta quell'esplorazione per verificare se nessun sintomo si appalesasse che potesse turbare il libero cammino del corteggio. l rassicuranti rapporti indussero ad ordinarne l'immediata partenza.
De Rolandis era si affranto che mal poteva sostenersi in piedi. Il misero venne collocato e legato in un seggiolone a bracciuoli. che era portato dai fratelli della Compagnia della Buona Morte.
Una squadra di cavalleggeri apriva la marcia; la seguivano birri, svizzeri, soldatesche d'ogni sorta della città e provincia. Circondato da carcerieri co' moschetti, da uscieri, da sacerdoti, veniva il condannato, e dietro a lui il gran quadro da esporre sulla forca ov'era effigiato il martire Luigi Zamboni appeso per la gola, con scritta sotto una infame leggenda. Poscia Galli e Forni, incatenati in mezzo alla forza, e finalmente chiudevano il lugubre convoglio i Notai del Torrone e la Compagnia della Buona Morte.
Lentamente procedevasi innanzi; e a quando a quando sostavasi per la gran folla che ingombrava le vie. La sbirraglia vigilante si guardava dintorno e teneva l'armi puntate contro il popolo, il quale esciva in cupo mormorio all'avvicinarsi di De Rolandis. Il volto del paziente, emaciato, contraffatto, corroso dalla lebbra commuoveva i cuori meno sensibili, e udivasi ripetere dalla moltitudine parole di sentita compassione e che accennavano come fosse desiderio universale che il povero giovane fosse sottratto alla forca.
Giunti dal Guazzatoio, De Rolandis prendeva un cordiale; — di frequente rivolgeva parole al canonico Gio. Battista Morandi e a D. Filippo Manolessi parroco di S. Cristina della Fondazza, i quali lo assistevano, lo confortavano; — poi componendo il volto a celestiale soavità, girava dintorno pietosi gli sguardi, e strappava lagrime e singhiozzi alle persone.
Ma ecco De Rolandis nella Piazza del Mercato; egli aveva davanti il patibolo, e alzava il capo per contemplarlo. — Con soprannaturale sforzo, sollevandosi dal seggiolone, muoveva innanzi, e, come il Galileo, s'incamminava verso il suo Calvario, non sorretto da nessuno, con passo fermo e sicuro. Sorrideva egli amorosamente al ritratto di Zamboni. — Salutava e baciava Forni e Galli, che prorompevano in dirottissimo pianto. Le lagrime degli amici lo conturbavano, e, rivoltosi al sacerdote, teneramente gì' indirizzava questa preghiera:
« Dite addio alla mia cara madre; addio agli ameni colli e ridenti vigneti dell'Astigiana, ove io ebbi culla; ricordino i miei concittadini che qui io riposo e non mi fu grave consacrare la vita per la libertà della patria!... »
Taceva quindi; contemplava amorosamente il Cristo che gli porgeva il confortatore; lo baciava a più riprese, mormorando arcane parole, e saliva poscia tranquillo, lieto, come il Sommo Martire, i gradini della morte.
L'orologio batteva le 14 e mezza; era la sua ora estrema.
Fu silenzio un istante, silenzio profondo e tetro, interrotto soltanto dalla campana di San Giovanni Decollato, che suonava il lugubre rintocco dell'agonia.
Arrivato al sommo della scala fatale, il boia gettava il laccio al collo del condannato, e con un calcio nelle reni lo slanciava nell'eternità.
Allo straziante spettacolo un fremere generale percorreva la vasta piazza. D'un tratto un gemito, sparso per l'aere, agghiacciava di terrore la moltitudine. Il gemito si ripeteva; esso esciva da quel corpo che si agitava e dibatteva e agonizzava penzolando nello spazio.
« Ah! é sfuggito dalla gola della vittima il capestro mortifero! — Grazia! Grazia! gridavano in suono tempestoso le mille e mille disperate voci. — Grazia! Grazia!»
In un baleno il carnefice s'inforcava sulle spalle del paziente, coll'una mano s'aggrappava alla corda, coll'altra afferrava i capegli della vittima, sicché il laccio in qualche parte della testa stringesse.
Orrore! orrore! Dalla nuca al mento serravasi il capestro, e stritolava e frantumava le ossa, e sulle guance incideva larga ferita, da cui spicciava sangue e marciume, mentre dalla bocca spalancata volavano via i denti.
A quella orribile vista, il popolo in una sola esclamazione freneticamente urlava: — « Morte! morte! al boia! al boia! uccidi! uccidi! agli assassini! »
In mezzo a tale orrenda confusione, la mugghiante onda popolare correva furibonda e cadeva, si accatastava, e si sospingeva, e si precipitava con orribili strida verso il patibolo. — Tremava la terra!... Assaliti, i soldati e i birri si difendevano, scaricavano le armi e ruotavano le spade.... I carcerieri frettolosamente sottraevano incatenati Forni e Galli.
Il popolo fuggiva; gli scomposti moti accrescevano coraggio agli armati; incuorati i satelliti, con impeto micidiale, irrompevano, inseguivano, e uomini e cavalli si rovesciavano, e volavano panche e sassi. Ma il furore armato vince sempre la inerme virtù; onde gli sgherri del prete vincevano, e spargevano il terrore per la città, investita da universale spavento.
La Piazza del Mercato rimaneva deserta Qua e colà chiedevano aita invano i feriti; la terra era coperta da lembi di vestimenta, da rottami, e da ogni sorta d'oggetti.
Il cadavere sanguinoso dì Giovanni De Rolatidis rimaneva sospeso al gibetto fino alle ore 21. La Compagnia della Buona Morte, con religioso sentimento di cristiana pietà, venne allora a distaccarlo; lo deponeva in una bara, e lo trasportava a seppellire in San Giovanni Decollato.
Così finiva De Rolandis, l'ultimo condannato in Bologna alla forca, ma non l'ultimo condannato alla morte a persistente vergogna de' tempi che orgogliosamente si chiamano civili. Innanzi porre termine a questo capitolo, non crediamo tacere una strina singolarità che leggesi in tutti i libri dei giustiziati di Bologna. Essi cominciano col seguente ricordo: — Anno 1030 Mastro Arnaldo (da Brescia) uomo molto dotto fu impiccato perché riprendeva le persone (la Corte di Roma) molto acremente nelle sue prediche, per le grandi pompe, e lascivie loro, perlocché fu gran parlamento in Bologna (1).

IX.

La pubblica opinione, commossa in faccia a tante atrocità e a tante enormezze, preparava il trionfo del principio rivoluzionario che a grandi passi si avanzava.

(1) (Cronache di Messer Fileno delle Tuate). Arnaldo da Brescia venne appiccato ed arso in Roma nel giugno del 1155. La citata data é erronea.

L'istante del passaggio dall'oscurantismo al progresso, dalle tenebre alla luce, dalla tirannide alla libertà, era sospirato dal popolo, il quale attendeva il soffio rigeneratore della società.
Un Governo basato sulla tirannide non ha lunga durata. La separazione tra il Governo romano e il popolo erasi in Bologna fatta profonda, ed aveva già esautorata la sovranità papale. Nondimeno il prete di Roma giubilava dei fatti di cui si era insozzato, come di una vittoria; e simile al coniglio che, minacciato della vita, chiude gli occhi e si crede salvo, cosi quello, offuscato dalla propria cecità, stimavasi potentissimo, davanti al torrente della libertà che scendeva maestoso ad ingoiarlo.
Mentre in Bologna consumavasi l'atroce delitto, il generale Bonaparte. sceso l'undici aprile di quell'anno in Italia, si cacciava tra l'Appennino, al centro della linea di difesa nemica, tra gli Austriaci che vi stavano a sinistra verso Lombardia, e i Piemontesi a destra verso Piemonte. Vinceva or gli uni, or gli altri, di qua, di là, a Montenotte, Millesimo, Dego, Mondovì. E li presso Cherasco, i Piemontesi abbandonavano la guerra, facevano una brutta tregua, mutata poi a Parigi in brutta pace (18 maggio 1796); per cui lasciavano l'alleanza cogli Austriaci; cedevano Savoia e Nizza; davano in mano ai Repubblicani le migliori fortezze dello Stato, fortezze vergini d'assalto, in cui e con cui avrebbero potuto e dovuto resistere. Fu incredibile viltà, comparata all'antico valore dei Piemontesi. Intanto Bonaparte seguiva la sua marcia e le sue vittorie.
La tirannide impallidiva, i popoli aprivano l'anima alla speranza, e con ansia attendevano l'istante d'insorgere.
Il generale di Francia passava il Po a Piacenza, concedeva una tregua con multa al duca di Parma, combatteva a Lodi, ove dava il primo saggio d'una nuova tattica militare, ed entrava a Milano, trionfante ed applaudito da quanti erano amatori di Repubblica. Passava quindi il Mincio, e, presa la linea dell'Adige, si portava sotto Mantova, la bloccava; poscia si spingeva velocemente innanzi. Entrava in Modena, e non si arrestava punto nella gloriosa sua marcia.
Il sangue di Zamboni e di De Rolandis stava per essere vendicato.
Il nuovo Legato annunciava ai primi di maggio il passaggio per Bologna di truppe brittaniche e napoletane, minacciando, con poca evangelica carità, corda e galera per coloro che non le avessero rispettate. Le prescrizioni sue però non furono eguali, allorché, il 21 di quello stesso mese, avvisava che por la città sarebbero transitati i soldati della Francia repubblicana. Le sue minacce erano allora rivolte contro quelli che si fossero «lasciati trasportare inconsideratamente a parlare dei governi» e, sotto la comminatoria di arbitrarie pene, proibiva perfino le scommesse sul trionfo di queste o di quelle armi.
Questo fatto dimostra quanto grande fosse la cecità di quel Legato.
Frattanto il Senato andava con accortezza approvvigionando i propri magazzini di fieno, biada, legna, ed ogni sorta di commestibili.
Il sabato 18 giugno spargevasi di repente per Bologna la notizia che la vanguardia francese era a Crevalcore e a san Giovanni in Persiceto. La città sorgeva come per incanto dalla morte alla vita. Il popolo si gettava nelle vie, sorridente in volto, come in di annunziatore di lieta novella.
Senza porre tempo in mezzo il Senato si convocava in seduta straordinaria, e spediva a Crevalcore il Caprara, e a san Giovanni il Malvasia, entrambi senatori, coll'incarico di vigilare perché nulla mancasse all'esercito liberatore.
Ad un'ora di notte alle porte di Bologna presentavasi il generale Verdier, seguito da un picchetto di cavalleria.
La popolazione tutta, trasportata d'entusiasmo, correva ad incontrarlo, accoglievalo festosamente, come al rappresentante di quell'esercito glorioso, promettitore di libertà.
Le truppe francesi, per porta San Felice, facevano il loro trionfale ingresso la mattina del giorno 19, alle ore 13. A mano a mano che i battaglioni s'avanzavano, soldati e popolo cantavano La Marsigliese, quell'inno patriotico che dalla Senna alla Vistola ridestò negli animi l'amore della libertà, l'odio alla tirannide. Popolo e soldati, animati dagli stessi sentimenti, furono d'un tratto fratelli, inneggiando agli ordini nuovi, uniti si posero ad abbattere le insegne del governo dei preti.
Alla mezzanotte giungeva Bonaparte col Saliceti, commissario della repubblica. Comeché tarda fosse l'ora, molto popolo andavagli incontro festoso.
Il giorno 20, il supremo generale dell'esercito di Francia mandava pel Cardinale legato, e per monsignore Giacinto Orsini, vice-legato. Credendo di trattare tra potenza e potenza, i due proconsoli del Pontefice, si presentarono al Bonaparte con que'modi subdoli che sì ben sanno adoperare i corvi di Roma, e che ti lasciano incerto se tu abbia cotestoro amici o nemici.
Bonaparte non pose mente alle melliflue parole del cardinale e del prelato; ma con cipiglio severo accogliendoli, disse loro:
« — Signori, ditemi che faceste di Zamboni e di De Rolandis? »
Alla inaspettata interrogazione i due preti impallidirono, e invano cercarono parole per rispondere.
« — Col silenzio non si scusa un delitto, riprese Bonaparte, delitto infame, che disvela la vostra libidine di vendetta. — Impotenti a spegnere un principio, credeste soffocarlo nel sangue di innocenti vittime; voi offriste al mondo una novella prova della vostra crudeltà, per cui vituperato ed infamato é il vostro governo. Mi si rechi il processo, io voglio esaminarlo, e guai ai giudici che pronunziarono la barbara sentenza. Intanto il Tribunale del Torrone sia all'istante abolito; i detenuti sieno in forma solenne liberati, e reintegrati nei loro diritti; e voi, voi partite subito, e ringraziate la generosità della Repubblica che vi sottrae alla furia di quel popolo che avete finora calpestato ed oppresso. »
A questi accenti, che tremendi suonavano pei rei, il Cardinale e monsignore Orsini ben s'avvidero come i tempi fossero nella più straordinaria forma mutati. Essi cominciarono a sentire di avere la coscienza di meritare il castigo che loro sovrastava, e senza dire parola, inchinandosi al Bonaparte, buzzi buzzi, come can scottati, uscirono. Giunti alle loro case fecero allestire tutto l'occorrevole, e in poche ore prendevano la via di Roma.
Alle ore 24 il Senato dall'alto della ringhiera del Palazzo Pubblico proclamò il nuovo Stato che aveva per base la libertà, l'unità, la fraternità.
La moltitudine a tale annunzio fu invasa da immensa gioia; tutta la città venne in un istante illuminata, e nel corso della notte, gazzarre, baldorie d'ogni sorta occuparono i cittadini, con inesprimibile entusiasmo di letizia.
La mattina del 21 nella sala d'Ercole trovavansi riuniti Magistrati, Giudici, Corporazioni si civili che ecclesiastiche, a giurare tutti fedeltà e obbedienza al nuovo governo del popolo, rivendicato ne' suoi diritti — giurarono anche i preti, perché le autorità avevano forza e volontà per farsi obbedire. La setta clericale inorgoglisce e ricalcitra davanti alla generosità, alla tolleranza; ma davanti all'imperioso comando si prostra, bacia la mano ed obbedisce. Con essa non vogliono essere mezze misure; ma energici provvedimenti ed istantanei.
Ad illuminare il popolo Bolognese sui suoi doveri, sui benefizi de' nuovi ordinamenti, davano immantinente opera ardenti patrioti, cittadini illustri, aprendo pure anche un Circolo che fu detto Costituzionale, che nel suo seno riunì il fiore delle intelligenze, quanti desideravano costituire l'immenso edifizio sociale. Eloquenti oratori, amici attivissimi della rivoluzione infiammavano i cittadini a sostenere con giubilo i sacrifici loro imposti dalla Francia; ma non uno aveva il coraggio di far rivivere l'idea dell'illustre martire Luigi Zamboni, cioé di mostrare alle masse popolane come dall'Alpi al Pelorò una fosse la terra, una la lingua, eguali gli usi e i costumi, come gli abitatori di quella terra fossero tutti fratelli, a cui era imposto il dovere di liberarsi dalla tirannide con sacrifici propri, con proprio sangue, e di riguardare i Francesi non come liberatori, ma quali amici soltanto. Bologna, in cui il sentimento di libertà aveva preso vasta proporzione, fece immensi sacrifici; ma questi anziché dell'Italia, andarono a prò della Francia. Tale é dei popoli che affidano allo straniero le proprie sorti. Esempi di abnegazione come quelli operati da Bologna non v'ha storia che li registri. Onori, tesori, sangue, tutto essa donava alla grandezza della Francia, e non ne riceveva neppure un ringraziamento (1).

X.

Al Circolo Costituzionale presentavasi il primo gennaio 1798 il cittadino dottor Saverio Argelati. Egli, nell'estremo della commozione, con eloquente arringa domandava che fosse tratta dall'oscurità,

(1) Il Governo davasi così poca cura delle cose bolognesi che solo il 20 dicembre 1797 furon tolti dalla pubblica vista i ritratti infamanti dei condannati politici, dipinti appesi per un piede ed esposti vicino alle carceri del Torrone dirimpetto alla Dogana di Bologna.
— Fu soltanto dietro ricorso di onorevoli cittadini che la Municipalità del Cantone di S. Francesco decretò che:
» ipso facto fossero cancellati nella notte dei 30 brinoso (20 dicembre 1797) que' ritratti fra cui per prepotente volere de' Giudici del dispotismo era infamentente dipinto il più energico dei patrioti, il cittadino Zamboni, strozzato in carcere dall'empia mano di uno dei Giudici stessi. »
Quotid. Bolognese, Vol. 2. N. 86 e 87. Tip. Marcigli.

e posta in onorata sepoltura la salma di colui che primo aveva tentato sradicare la servitù, sollevare l'Italia alla antica potenza, e redimere il popolo ne' suoi diritti — questa salma, sclamò, é quella di Luigi Zamboni...
Non si tosto fu pronunciato quel nome, che un grido echeggiò per la vasta sala, e lungo continuato applauso accolse la proposta dell'oratore. L'eroico nome significava indipendenza, nazionalità, di cui sentivasi più che mai bisogno ardentissimo.
I Francesi avevano mancato alla loro parola: essi anziché rendere indipendente Bologna ne avevano fatta una provincia francese, sotto l'efimero nome di repubblica Cispadana. Bonaparte preferì sempre avere negli Italiani sudditi malcontenti e non amici devoti. Invece di fare l'Italia egli la tenne sempre smembrata. Se la invasione francese da un lato giovò a distruggere fra noi gli orrori dell'antica barbarie, dall'altro irritò i popoli colle prepotenze della conquista, colle immoderate gravezze e col sangue sparso dalla gioventù italiana in guerre che erano soltanto a profitto di Francia. E tanto più sentivasi il bisogno di libertà, quanta più grande era stata la promessa d'oltre Alpi.
Secondo a salire la bigoncia fu il Gavasetti, l'amico di Zamboni, l'uno dei congiurati. Esso con infiammative parole dipinse l'altissimo scopo della cospirazione del 1794, mostrò come fosse dovere d'ogni Italiano di santificare la memoria di coloro che si sacrificano a prò della patria, e concluse dicendo che degli onori resi a Zamboni dovevasi pur far partecipare il suo lagrimato amico De Rolandis.
Nell'entusiasmo della pubblica riconoscenza venne decretato che Zamboni e De Rolandis fossero pur glorificati come i precursori, gli apostoli e i primi martiri della libertà italiana.
Una deputazione immediatamente nominata andò dal Commissario del Potere esecutivo, il Caprara, e gli presentò il voto del Circolo; altra deputazione venne incaricata de' preparativi occorrevoli perché riescisse splendida e solenne la festa.
Tutta la città fu lieta di tale notizia, e ognuno andava al Circolo ad offerire il proprio concorso, per effettuare il magnanimo progetto.
Il Commissario pubblicò in quella circostanza un bellissimo proclama, nel quale leggevansi le nefandità del governo dei preti, le crudeltà, le ferocie, i delitti di cui si insozzò mai sempre; e celebravansi le virtù e i meriti de' due illustri Martiri della patria. E tanto più rifulgevano questi, quanto più feroce carattere scorgevasi nell'Archetti.
L'aurora del 6 gennaio 1798 annunziavasi al popolo col rimbombo delle artiglierie; e l'intera città coprivasi d'arazzi e di bandiere.
Alle 9 tutti i distaccamenti della Guardia Nazionale a piedi e a cavallo, le Autorità Municipali, il Commissario del Potere esecutivo, i pubblici funzionari, i professori dell' Università, e Corpi Costituiti si partivano dalla Piazza Pubblica e in bell'ordine portavansi, in mezzo al suono delle musiche militari, ai canti e alle grida popolari, a San Giovanni Decollato e al Malcantone per raccogliere i corpi di Zamboni e De Rolandis.
Ivi giunta la processione, si diede devotamente tosto opera alla disumazione. Durante il rito, la moltitudine conservò il più scrupoloso silenzio; ma quando dal tempio di San Giovanni videsi comparire l'urna, sollevata da sei fra i primari cittadini, un altissimo evviva si alzò dalla vasta Piazza, e si sparse per le vie propinque gremite da immensa folla.
Quindi l'urna processionalmente portata in Piazza Repubblicana, venne deposta ai piedi dell'albero della libertà. In apposita tribuna saliva il dottor Saverio Argelati, moderatore del Circolo Costituzionale, a pronunziare eloquente orazione, di frequente interrotta da vivissimi applausi. Poscia quattrocento voci intuonarono bellissimo Inno, espressamente composto per questa solennità da G. Vinventi; e dopo averlo per tre volte ripetuto, in mezzo alle universali acclamazioni, nuovamente risollevata l'urna, era con pompa recata nella Montagnola alla Colonna del Mercato.
Ai lati di quella Colonna erano state innalzate due immense piramidi, le quali congiungevansi mediante un ponte per agevolare il collocamento dell'urna de' Martiri sul capitello, ove dapprima trovavasi lo stemma pontilicio. — Tutte le deputazioni salirono colassù e attestarono per atto solenne notarile l'eseguita funzione.
Il popolo, da uno sventolare di bandiere avvertito che l'urna era stata collocata al suo posto, scoppiò in entusiastiche acclamazioni, e l'armonia delle musiche militari, il canto dell'Inno dei Martiri, Il squillo delle campane, il rimbombare dei cannoni, portarono al cielo in mille guisa la voce della popolare riconoscenza all'anime sante, di Zamboni e di De Rolandis.
E perché la gioia fosse intera e tutti vi prendessero parte, al Circolo Costituzionale distribuivansi copiose elemosine ai poveri della città.
La giornata trascorse fra le gioie della festa. In ogni Piazza stanziavano musiche e cantori: era universale il giubilo, universale la letizia. Era un popolo penetrato dalla dolce soddisfazione di aver compiuto un sacro dovere, rendendo tributo di onoranza e di riconoscenza a cittadini benemeriti della patria.
Un anno dopo, le rimembranze di questo giorno contristavano dolorosi lutti.

Zamboni. ecc. 10

XI.

Le vittorie di Bonaparte e lo spirito di riazionalità che andava spiegandosi in Italia non iscoraggiavano punto Vienna, la quale ad ogni sconfitta, con una rara costanza gettava al di qua delle Alpi nuovi corpi di truppe, resi sempre più forti da numerose orde di Russi. Bonaparte, che aveva suscitate gelosie nel Governo di Parigi, era stato richiamato; e il generale, rimasto al comando delle truppe francesi in Italia, mancava di quel genio di guerra che rese immortale il nome di Napoleone. Austriaci e Russi, guidati i primi da Melas, Kray, Bellegarde e Wurmser, i secondi da Souvaroff, capitano illustratosi di molto in Turchia e troppo in Polonia, in grosse masse battevano dappertutto i Repubblicani, comeché questi opponessero viva resistenza.
La battaglia combattuta il 18 giugno 1799 alla Trebbia aveva fatto ricadere Bologna in mano del Papa. La giornata della Trebbia fu sanguinosissima. I Francesi, comandati da Macdonald, si batterono con molto coraggio; e dopo sedici ore di accanito combattimento sarebbero stati vincitori di Souvaroff, ove il generale austriaco Delhein, con imponenti rinforzi, non fosse giunto in tempo a salvare i Russi da una totale rovina. Il campo di battaglia offriva il doloroso spettacolo d'una immensa carnificina. Dappertutto uomini e cavalli, morti e moribondi, gemiti, grida, armi e munizioni, rotte o sparse: la Trebbia era tinta di sangue.
Pio VI da Valenza, ove era relegato (1), s'affrettò ad impartire istruzioni, affinché fossero tosto in Bologna ristabiliti gli ordini antichi. Una mano maledetta, per cenno de' suoi luogotenenti, si posava sulla tomba di Zamboni e di De Rolandis, l'abbatteva, la spezzava, e lo sante ossa dei Martiri gettava al vento.
Infamia eterna al governo e ai satelliti esecutori di tale oltraggio! Le ceneri dei morti sono state sempre rispettate anche fra i barbari; e la violazione delle tombe e l'ultima degradazione d'un governo. Non vi é delitto che disonori tanto un governo quanto una ferocia stupida. Dissotterrare le ossa degli estinti per violarle é uno di quegli atti feroci e stolti insieme che stampano sulla fronte dei vili esecutori una nota di eterna infamia.

(1) Rifiutatosi Pio VI a qualunque accordo con Francia fu, per ordine di Berthier, generale in capo dei Franco-Cisalpini, condotto in Toscana, indi a Valenza, dove mori il 29 agosto 1799.


XII.

L'occupazione straniera non fu di lunga durata; che, ritornato al comando dell'armata d'Italia il Bonaparte, d'un tratto e del tutto mutavasi la fortuna di Francia. La magnanima battaglia di Marengo, data ai 14 di giugno 1800, e i fatti sorprendenti che la precedettero, rimarranno famosi sempre nella storia militare.
Anco Bologna vedeva allora di nuovo infugati gli eterni nemici. Ma le ossa di Zamboni e di De Rolandis non si poterono più raccogliere, l'urna non fu più rialzata. La memoria dell'uomo che, nel 1790, in un'epoca cioé deserta di pensieri di patria, protestò contro la tirannide, insegnò agli Italiani i loro diritti, il pregio dell'indipendenza, che creò quel vessillo glorioso su molti campi di battaglia, e a cui noi tributiamo tanta venerazione, non si ridestò mai più. E pur in oggi, che il concetto del sublime. Martire é in gran parte compiuto, non un sasso, non un segno qualunque ricorda ai nipoti il precursore dei precursori, né il suo degno compagno.

Come la religione onora i suoi Martiri, cosi noi dobbiamo sanificare la memoria di quelli che a prezzo della vita e' insegnarono come si adempia il disegno di Dio che ci vuole tutti liberi e fratelli sulla terra. E speriamo che Bologna, che l'Italia, farà fra poco incidere i nomi di Zamboni e di De Rolandis su monumento a perenne ricordanza d'affetto.

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F I N E.


Uniforme della Guardia Civica di Bologna, 1796


Il cittadino Bonaparte comandante in capo delle Armate francesi in Italia, Litografia, 1800 ca.


Ballo intorno all'albero della libertà

Gaetano Belvederi, Ballo intorno all'albero della libertà, 1849, olio su tela, 1850 circa. Il dipinto illustra i festeggiamenti tenutisi a Bologna il 12 febbraio 1849 in seguito alla nascita della Repubblica Romana e alla fine del potere temporale della Chiesa. L'albero della libertà, riprendendo rituali giacobini e rivoluzionari, venne piantato sul ponte della Carità (di cui nel quadro si vedono le spallette), alla confluenza tra le attuali via Riva di Reno e Lame. Con grande concorso di popolo, la sera del 12 febbraio, la città venne illuminata a giorno e frotte di persone percorsero festanti le vie cittadine alla luce di fiaccole e sventolando bandiere.



Jean Antoine Verdier

Jean Antoine Verdier (Tolosa, 2 maggio 1767 – 1839) è stato un generale francese.



Inno patriottico, 1796

Inno patriottico da cantarsi intorno all'albero della libertà, Bologna, s.n., 1796 ca. Foglio volante. La consuetudine di scrivere versi od inni per occasioni di festa era molto radicata al tempo, e le vicende rivoluzionarie fornirono a poeti od aspiranti tali un fecondo terreno. Vennero così dati alle stampe, un po' dovunque, versi in libertà, pubblicati o su fogli volanti o su opuscoletti, che ebbero alterne fortune.