Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995



VII.

Nelle notti di luglio 1795, l'eminentissimo Archetti, dopo aver recitato nella cappella Farnese il solito rosario per meritarsi le indulgenze compartite dai Pontefici, mandava pel Bargello Bellotti, e con esso lui protraeva lunghe ore in misteriosi colloqui. Terminato il conciliabolo, il Bargello recavasi frettolosamente al Torrone, e, alla sua volta, intrattenevasi col Fracassi in colloqui non meno misteriosi: vedremo in appresso qual nero tradimento tramavasi da que'malvagi uomini. Sovente a questi abboccamenti era invitato il carceriere Comaschi a fare rapporto sulla salute e sul contegno dello Zamboni; e le ingenue risposte del carceriere venivano respinte con rimbrotti, rimproveri e sarcasmi perché quegli non usava della severità dovuta ad un reo di Stato, il quale con ingiuriose canzoni disprezzava la disciplina ed offendeva l'autorità del governo e delle leggi. Il Comaschi, a ver dire, comeché carceriere, adempiva al suo ufficio da uomo onesto. Allegando le istruzioni ricevute dal Pistrucci, francamentc dichiarava sé solo responsabile del detenuto, e faceva sempre le viste di non capire le insinuazioni e quelle parole a fior di labbro per costringerlo a violenze.
Una sera Fracassi si presentava nei corridoi con due carcerati sconosciuti, ed imponeva a Comaschi li rinchiudesse insieme a Zamboni. Oppone questi il diritto di rimaner solo, di non aver malfattori a compagni; se non che alle sue proteste si risponde colla violenza.
Era la quinta ora della notte di martedì 18 agosto dell'anno sopra citato, quando un cupo rumore di grida, seguito da lungo e fioco lamento, colpiva di repente l'orecchio di Comaschi, il quale da poco erasi ritirato nella sua stanza. Balzava egli tostamente in piedi, recavasi con sollecito passo nei corridoi per iscoprire da ove quello strano rumore partisse. Nato in lui il dubbio di qualche delitto consumato nella segreta dell'Inferno, precipitosamente ritornava nella sua stanza, e ponevasi a frugare di sotto al guanciale ove costumava nascondere il materozzolo delle chiavi. Un freddo sudore gli percorreva la vita: le chiavi erano state invelate. Speranzoso ancora di trovarle davasi a cercarle attentamente dappertutto; ma non le rinveniva. Allora come uomo esterrefatto, volava alla segreta di Zamboni, e con istupore scorgeva l'imposta dell'orribile carcere socchiusa. Ristava immobile innanzi al limitare di quella come chi tema di essere testimonio di qualche grave delitto; d'un tratto udiva il suo nome pronunciato da una voce morente; e fuori di sé apriva l'imposta, e, gettata avanti la luce della cieca lanterna, nella tetra ombra di quel recinto vedeva disegnarsi una figura d'uomo appesa con un laccio al chiavistello della finestra.
— Ah! é Zamboni! sclama il Comaschi come uomo preso dal parletico. È Zamboni! Voi, sì, voi lo strozzaste!
Quella era voce di Dio, fuggita da anima onesta.
Era la parola di condanna contro il Vaticano e i suoi sgherri.
II carceriere era rimasto immobile nel mezzo della segreta, tenendo fisso sull'orrendo spettacolo due occhi su cui tremolava una lacrima.
Comaschi non si riscuoteva che all'accorrere degli altri custodi e delle guardie, a cui, coll'accento del giudice, ripeteva le sue accuse contro gli sconosciuti, certi Francesco Curzel e Luigi Verucchi, i quali simulavano essere avvinti da cordini, che per essere totalmente disciolti meglio appalesavano l'infame tradimento (1).
Mentre il Comaschi dava sfogo all'animo suo ulcerato, compariva nella segreta il Fracassi, volgeva questi uno sguardo indifferente sul corpo di Zamboni, e vedendolo sciolto dalla catena si volgeva al Comaschi, acerbamente redarguendolo della cosa. Il Comaschi con franchezza confessava che ogni sera toglieva i ferri in causa d'una piaga cancrenosa che Zamboni s'aveva ad una gamba. Ma l'altro montava in sulle furie; non voleva ascoltare giustificazioni; e con mal piglio ordinava alle guardie venisse il pietoso custode tradotto in arresto, con ingiunzione fosse posto da solo e ben assicurato. Poscia il Fracassi comandava che tutti tacessero, nulla si muovesse, sino al sopraggiungere della Curia.

(1) Rapp. della Curia, vol. 5, pag. 2550,2551.

In breve le bugnato volte del Torrone venivano illuminate da lanterne e da torcie che precedevano l'uditore Pistrucci, il chirurgo della Curia, dottor Clemente Fasi e il notaio Mancini.
Entravano costoro nella segreta; Pistrucci, pallido come cadavere e muto, osservava il corpo di Zamboni; Pasi, dopo aver esaminato il tutto, dettava al Mancini il seguente rapporto:
« Entrati nella carcere si videro i due prigioni legati con cordini di stoppa da avanzarne due braccia, da cui potevano con qualche diligenza liberarsi essendo senza gruppi.
« Si osservò con torcie un cadavere di circa 22 anni in manica di camicia tirata su nelle braccia, fazzoletto bianco legato attorno alla vita, braghe di lanchino, calze di filo e scarpe di vitello nero, quel cadavere resta attaccato con cordino al collo fatto con nodi scorridori a guisa di capestro, da cui si comprende essere stato strozzato; bensì acciò il laccio potesse stringere per essere più lungo del bisogno, resta il cadavere colle gambe alquanto larghe e piegate, mentre se fosse stato in piedi non sarebbe potuto restar strozzato giacché avrebbe dovuto essere il laccio un palmo e mezzo pili corto per tener sollevato il cadavere (1). » Proseguendo la relazione, il Pasi descriveva la faccia

(1) Processo verbale della Curia. — Allegato al vol. 5. — Accenniamo che la segreta é tanto bassa che se anche fosse stato attaccato il laccio rasenta at soffitto, il corpo di Zamboni non avrebbe mai potuto rimanere sospeso da terra.

livida dell'estinto sfracellata e rotta contro il muro che ne mostrava le macchie; irte, rabbuffate e ancor molli di sudore le abbondanti chiome, e il sangue stravenato dall'interne parti della testa rappreso in grumi e scolante dalla bocca spalancata e dalle aperte narici; e finalmente dalla eccessiva tensione de'nervi delle braccia e delle gambe rilevarsi esser la morte avvenuta dopo ripetuti violenti sforzi.»
Compiuta questa parte del riferimento, si accingeva la Curia ad esaminare colle torcie attentamente le pareti della prigione. — Scopriva essa iscrizioni politiche latine, italiane e francesi col motto Liberté, Surèté, Egalité; e fra le altre presso la piccola finestra leggevasene una scritta in color rossiccio e nero, nella quale specchiavasi l'ardente fuoco dell'anima dello sfortunato Martire della libertà. Eccola:
« A perpetua infamia del dottor Antonio Succi della Molinella, contro li Democratici Bolognesi del 1794. Impunito, Seduttore ed Accusatore dei proprii Fratelli; Traditore della più Sagra Amicizia del proprio Partito; Vile, Disertore, Uomo Iniquo e Disleale; Fratello snaturato, Finto Amico e Patriotta Falso; Scrisse, l'ottavo mese di sua carcerazione, avvinto di catene, Luigi Zamboni Democratico Bolognese (1). »

(1) Arch. Atti e Proc. Alleg. vol. 5, p. 2551.

Lunga e particolareggiata relazione presentava pure il Fracassi agli Atti del Tribunale, per constatare il suicidio del prigioniero; affermava avere Zamboni costretti, colla forza, ed afferrati, e legati i due compagni, colla corda di stoppa del trapunto questa volta da lui ridotta in sforzino mollo forte (1). Avvalorava le proprie asserzioni delle testimonianze di Gurzel e di Verucchi, de'quali niuno ebbe notizia mai più; e innanzi a Dio Onnipotente e in nome della Santissima Trinità giurava di aver deposto il vero.
La Congregazione Criminale accoglieva ed ammetteva il rapporto e le conclusioni del Fracassi, come prova irrefragabile del fatto; intentava rigorosa inquisizione contro Comaschi, ed ordinava si levasse dal carcere, nella notte dello stesso martedì, il cadavere di Zamboni, e si portasse a seppellire nel Malcantone luogo destinato agl'infedeli (2).

(1) Ved. Rapp. Fracassi, vol. 5. pag. 2532. Facciamo osservare che il trapunto doveva essere uno degli oggetti ogni sera visitati; ognuno può immaginare la robustezza di una corda fatta con stoppa vecchia e fracida, e come all'incontro dovesse esser fortissima quella che sosteneva il corpo dello strozzato. Tutti i documenti palesano che Zamboni venisse ucciso; e le stesse reticenze del processo e il rapporto della Curia lo confermano. Il Comaschi fu processato per aver propalata la verità; egli confermò l'avvenuto assassinio durante tutta la sua vita.
(2) È comparso il carceriere e ha deposto: « Conforme all'ordine ricevuto di far portar via la notte di martedi (18 al 19 agosto) nel tardi il cadavere di Luigi Zamboni; debbo dire che il medesimo fu levato dalle carceri, e coli intesa di chi spetta, non fu sepellito in Chiesa, ma fu portato e sepolto nel luogo detto II Malcantone, dove soglionsi seppellire gl'infedeli; bensì tutto andò con quiete, nò vi fu alcun inconveniente. « Bologna 20 agosto 1795, Proc. Alleg. vol. 5, pag. 2588
(1) Il più energico de'patrioti, il cittadino Zamboni, fu strozzato in carcere dall'empia mano di uno dei giudici stessi, Quot. bolognese, vol, 2. N. 86 e 87 Tip. Marsigli 1797.

II delitto perpetrato nel Torrone empiva di latto e di terrore tatta Bologna. La mattina del 19 agosto, malgrado che numero grande di birri fossero stati sciolti per la città, le vie erano percorse da uomini e da donne, che, con aria concitata, andavano ripetendo: Zamboni è stato assassinato! E questo grido, grido inesorabile della pubblica coscienza, era accompagnato da lagrime e da espressioni di altissima venerazione pell'infelice vittima (1). Saputo il luogo ove Zamboni era stato sepolto, donne e uomini ivi accorrevano a spargere fiori e corone. Pareva che il popolo, recandosi al Malcantone, come a santo pellegrinaggio, volesse rapire la cara spoglia per porla in più onorevole sepoltura.
Il grido di maledizione contro i malvagi che si bruttarono dell'esecrando delitto, tremendo scendeva
nell'anima del cardinale Archetti, il quale, oppresso d'angoscia mortale, irrequieto, aggiravasi per le proprie stanze. I fiori e le corone di cui ornavasi la tomba del Martire erano pel porporato triboli e spine acutissime al cuore; e la sua trista natura voleva trarre vendetta dei martiri che doveva soffrire (1). Non aveva tempo da perdere l'Archetti per condurre a compimento il suo nero proposito; imperocché il Vaticano, con arte finissima, lo richiamava a Roma, mandando a Bologna in sua vece il cardinale Innocenzo Innocenzi, del titolo dei Santi Nereo ed Achilleo, la cui fama designavalo per degno confratello dell'antecessore.
Un assassinio consumato nel fondo d'un carcere contro ogni principio d'umanità e di giustizia non bastava all'Archetti per saziare l'ira feroce che gli serpeggiava nel petto contro una popolazione colpevole di averlo, sebbene per un istante, fatto tremare. Egli voleva più profondamente che gli fosse possibile incidere le orme sue in sulle soglie da lui calpestate, voleva compiere clamorosamente le sue vendette, e con uno spettacolo di sangue soffocare nella moltitudine la commozione destata dalla morte di Zamboni, spargere il terrore e lo spavento per tutta la città.

(1) L'illustre bolognese Carlo Caprara, testimone dette azioni e delle opere dell'Archetti, lo qualifica in uno scritto, pubblicato il 6 gennaio 1798, per despota, tiranno, sicario del suo secolo.

Senza porre tempo di mezzo ordinava a Pistrucci spingesse colla massima celerità le pratiche mancanti al compimento del processo, e gli diceva:
— Si condannino.... si condannino.... Dio, nella sua misericordia, sceglierà gli eletti dai reprobi.
L'Uditore con riverente ossequio osservava:
— Eminenza, le forme giudiziarie, i recitanti Regolamenti, impongono il confronto de' rei coll'impunità, esistendo contraddizione e controversia intorno ad alcune circostanze.
— Ma il De Rolandis?....
— Il Signore gli tiene già aperte le porte del paradiso.
— Dell'inferno, dir volete; un ribelle all'autorità sovrana del Pontefice deve essere dannato in eterno.
— Questa é un'altra cosa, disse Pistrucci, ed io m'inchino riverente alla sentenza dell'Eminenza Arostra, che in questa materia é più addentro di me.
— Presto, adunque, e si finisca.
— È quanto desidero io pure, soggiunse l'Uditore. Ma l'Eminenza Vostra sa che l'anima é qualche cosa, e ccrteformc vanno rispettate. I detenuti hanno diritto di confermare le loro deposizioni coi tormenti; ed é nostr'obbligo sottoporveli, e per amor della giustizia e della verità, concedere loro ogni specie di tutela accordata dalla legge. I posteri che leggeranno il processo, debbono riconoscere come siasi osservata la più scrupolosa legalità. — Anche noi saremo polvere e si dice che ogni maledizione aggiunga tormenti ai trapassati, e non vorrei per qualche omissione far lunga permanenza in purgatorio.
— Voi già aveste dal Pontefice....
— Tutto quanto può rassicurare l'anima mia. Ma Vostra Eminenza, vede bene... siamo in tempi così tristi!... — È necessario assicurarsi che tutti i detenuti sieno in perfetta salute e capaci di sostenere le torture e senza il relativo certificato medico, non sarebbero valide le deposizioni...
— Sì, si, ma fate presto, obbedite ai miei ordini.
— Questo, Eminenza, si farà, e i vostri desideri saranno appieno soddisfatti.
Non e' era voluto molto al Pistrucci per capire, che per amore o per forza dovevasi terminare il processo. Ribaldo egli pure, l'infamia dei meriti suoi, non voleva propalati, e a certe forme si atteneva co' denti, per ogni buon effetto di ragione. Epperò mandava pei due medici Fasi e Cuzzani, e comandava loro di visitare le prigioni dei detenuti, e di preparare per l'indomani i soliti certificati prescritti dalle norme giuridiche, da inserire nel verbale del processo.
Ai medici bastava un cenno, una parola per comprendere cosa volessero i padroni; e come ché la condizione in cui si trovavano la maggior parte dei carcerati, tanto per le malattie incontrate nelle prigioni, quanto per le soll'erte violenze e patimenti, fosse tristissima, tuttavia certificavano, per la pura verità e sotto i soliti giuramenti, che gl'inquisiti tatti non erano affetti da veruna sorta d'incomodi ed in istato di poter essere assoggettati all'esame (1).
Il confronto de' rei coll'impunità doveva aver luogo in forma solenne, essendo l'atto finale del processo, e sul quale pronunciavansi le difese e la sentenza.

Era la mattina del 25 agosto. Molti inservienti del Tribunale erano impegnati ad allestire la sala dei tormenti.
Era questa una stanza vasta; da capo, sopra un rialto di legno, stavano i seggioloni del Cardinale presidente e dei Membri della Congregazione Criminale, coperti tutti di corame nero: come pure di nero era coperto il banco dei giudici. Dietro il capo del presidente pendeva dalle pareti un Cristo nero scolpito nel legno, il quale apriva le braccia in atto di favellare all'ospite dolente, trasportato là dentro, queste parole: — Quando l'angoscia del patire ti vincerà, se sei innocente pensa a quello che, innocentissimo, io soffersi; se colpevole che in qualunque momento tu mi volga il cuore pentito io tengo le braccia aperte per istringerti al seno. — Sulla tavola, davanti al cardinale presidente, era il certificato dei medici umanissimi; due grandi candellieri d'ottone con torchietti di cera gialla; e in mezzo a questi il Cristo di bronzo, sopra il quale gli accusati e i testimoni giuravano di confessare la verità.

(1) Proc. 8415, vol. 5, pag. 2626.

Quel Cristo avevano non rare volte arroventato, e offerto così al bacio degli inquisiti di eresia, onde, lasciandolo cadere questi a terra con paura, risultasse la doppia prova dell'abbonimento loro pel Redentore, del Redentore per loro. Si rizzavano vicino ad un cancello di ferro, posto dinanzi allo spazio occupato dal Consiglio, diversi pali con carrucole per tiare la corda, e non mancavano i berrovieri di approntare i piombi, i flagelli, gli eculei e gli altri arnesi, i quali, comeché non fossero più in uso, potevano però essere in casi gravi richiesti e adoperati, dall'eccellentissimo Uditore. Alcune panchette di legno con anella di ferro, ben inchiodate sul pavimento, erano destinate ai rei che, incatenati, dovevano approfittare della grazia loro accordata dai veglianti Regolamenti di venire cioé a confermare colla tortura le loro deposizioni.
Quantunque il sole allegrasse di tutta la maestosa sua luce Bologna, tuttavolta, fosse resto di pudore per l'ingiuria manifesta che facevasi a Dio e alla giustizia, fosse brama d'ispirare maggior terrore ai detenuti, la sala del Tribunale era oscura come l'antro del delitto. — Le tenebre, appena rotte dalla fiamma giallognola delle candele, rendevano ancor più terribile la faccia dei giudici, i quali ad uno ad uno, silenziosi, con tardo passo venivano ad occupare il proprio posto.
Gli uditori e sott'uditori del Torrone, i notai, gli scrivani si erano adagiati sui loro seggioloni e sugli scranni, intanto che gli uscieri avevano riempita la tavola di carte, di oggetti risguardanti il processo, di armi, coccarde, proclami. D'un traito una voce annunziava:
— Sua Eminenza reverendissima il signor Cardinale presidente.
Si alzavano in piedi tulti, e tutti s'inchinavano profondamele.
Preceduto da quattro svizzeri con alabarde e da valletti portanti torcie a vento, il Cardinale incedeva con passo grave nella sala; era in piena porpora e colla croce d'oro sul pelto. Dopo aver coll'indice ed il medio date a destra ed a sinistra le cosi dette benedizioni, e postosi tre minuti in ginocchio in atto di recitare orazioni innanzi al Cristo, egli andava a sedersi nel mezzo, sussurrando a bassa voce al Pistrucci:
— Sbrighiamoci, che quest'afa mi dà noia.
Frattanto il Bargello, e una miriade di birri e aguzzini invadevano la sala, Ira il rumore delle catene che la sbirraglia dibatteva sospingendo le infelici vittime, e costringendole ad accomodarsi sulle panchette in guisa da poterle ad esse assicurare, con sbarre e manigli di ferro.
Ne' volti magri ed estenuati de' detenuti, stava impresso il coraggio del soffrire, non che l'indifferenza delle pene. Con inesprimibile avidità giravano essi intorno intorno gli sguardi per vedere di rintracciare i compagni dai quali erano da tanti mesi separati. La Brigida Zamboni, la Barbara, il vecchio Giuseppe cercavano indarno il figlio, il nipote; e afflitti del loro disinganno abbassavano gli occhi lagrimando. — Gavasetti, Bambozzi, Marzocchi, Sassoli, Osbel, Negri, Calori, Montignani, Zecchi si studiavano di rinvenire fra l'oscurità De Rolandis, Forni, Galli ed Alessio e Giuseppe Succi ben diversi da Antonio; e confortandosi di non scorgere Lazzaro Gherardi e Giuseppe Rizzoli confermavansi nella certezza che fossero in salvo.
Lo spettacolo era già allora triste, spaventoso; ma da ben altra figura doveva essere maggiormente funestato. Un nuovo suono di catene percuoteva l'orecchio degli astanti; tutti gli sguardi si rivolgevano a una piccola porta da cui quel suono veniva, la quale si spalancava ed entrava Antonio Succi. Esso assidevasi di fronte agli accusati. — Un sordo mormorio sdegnoso, un fremito d'orrore, una inquieta agitazione si appalesava tra i carcerati, a cui rispondeva la voce minacciosa dell'usciere, col grido:
— Silenzio! — la seduta é aperta.
E silenzio fu fatto, silenzio terribile, silenzio di morte !
Tutte le tremende solennità usate nel Sant' Uffizio ripetevansi in questo Tribunale — eguali d'indole e di principi, avevano diverso soltanto il nome. — La Congregazione Criminale, in questa circostanza speciale, risguardavasi come santissima, essendosi costituita per sentenziare rei di attentato all'impero sacerdotale del Pontefice.

Zamboni, ecc. 7

Epperò, volendo far servire le idee religiose alla soddisfazione delle passioni politiche, con invereconda e manifesta profanazione, invocavasi l'intervento della Divinita. L'ipocrito Cardinale intuonava, innanzi tutto, il Veni Creator, a cui faceva coro un suono confuso di voci della sbirraglia, la quale bestemmiava in tuono di preghiera, parole incomprensibili. — Nel vedere dinanzi a sé inginocchiata quella turba, il Legato del Papa persuadevasi che la sovranità temporale posava sovra basi incrollabili. Povero, stolto!
Cessate le preci, il notaio Mancini intraprendeva la lettura del processo; ma l'Archetti, misurando collo sguardo la farragine di fogli ch'erano a svolgersi, sussurrò qualche parola all'orecchio del Pistrucci, il quale impose silenzio al lettore, e, volgendosi agli accusati, loro diresse le seguenti parole:
— « Voi sapete ciò che avete deposto, giurato e sottoscritto; e nulla più, nulla meno é riportato nel processo; per cui stimo inutile far proseguire una lunga, incomoda e noiosa lettura. Sui principali delinquenti la giustizia é abbastanza illuminata; ma rimangono dubbi da dissipare su voi a cagione delle pertinaci negative, delle contestazioni, delle vostre opposizioni alle rivelazioni dell'impune. — Anche una fiata vi esorto a cangiare consiglio, e, innanzi alle prove terribili che vi stanno in faccia, a dire intera la verità. — Signor Notaio, interrogate i rei sulle circostanze differenti da quelle giurate dall'impunità. »
Una forte agitazione si manifestò fra gli accusati, i quali rivolsero altrove gli sguardi, per non incontrare quelli del Succi.
Ad uno ad uno risposero ancor più laconicamente ed esplicitamente di quello che avessero fatto per lo passato; e chi qualificava l'impunità di falsarlo e di spergiuro; chi lo accusava d'istigatore e organizzatore primo di una rivoluzione sanguinosa; chi infine ripeteva di non conoscerlo. La Brigida, la Barbara e il vecchio Giuseppe Zamboni si scagliavano con forza contro il traditore, confermando eh' egli solo aveva ordita la trama, all'oggetto di denunciarla, e trarre profitto della propria infamia (1).
Vedendo che per questa via non si procedeva d'un passo, Pistrucci un'altra ne tentò, partecipando agli inquisiti la loro facoltà di rivolgere essi stessi all'impunità quelle interrogazioni che stimassero convenienti, acciò il Tribunale « eco fedele della giustizia » fosse in caso di riconoscere se avesse il Succi per avventura calunniato altrui per salvare sé stesso.
Con segni di raccapriccio fu accolta la proposta; e tutti si tacquero.

(1) Ved. Proc. 8415, vol. 5. dalla pag. 2628, alla pag. 2653.

Allora l'Uditore ordinò che fosse constatato in processo il rifiuto degli imputati. Indi rivoltosi al Succi così gli parlò:... « — Dalle deposizioni degli inquisiti voi siete costituito di mendacio; dovete adunque riconfermare le vostre rivelazioni; ripetere le accuse, riconoscere persone ed oggetti, e tutto ciò sotto la prova dei tormenti. »
Ad un segnale i berrovieri mettevano in camicia il Succi, ambo le mani gli legavano dietro alla schiena, e lo attaccavano alla corda. Tremante, piangente, volgevasi supplichevole all'Archetti, il quale, a meglio scorgere gli effetti della tortura, fissamente guardavalo in faccia. Il Cardinale non die' segno di commozione.
« — Si elevi in alto, sclamò l'Uditore (1). »
I manigoldi adagio adagio tiravano la corda. Nel sollevarsi da terra, al paziente si stiravano i nervi, gli scricchiolavano le ossa; egli terribilmente trasformavasi in volto, e gli occhi pregni d'umore sanguigno dall'orbita gli uscivano spaventosi. Supplicava con accenti interrotti da profondi singulti venisse sceso, ma niuno poneva mente a'suoi detti, e giunto al sommo, il manigoldo abbandonava a un tratto tutta.la corda e con orribile tonfo al suolo, prosteso, basito, piombava il torturato.
L'atroce spettacolo commoveva a pietà i prigionieri, i quali, quantunque irritati contro il traditore, mal sapevano soffocare nel seno i sentimenti di umanità.

(1) Vol. 5, pag. 2675.

Intanto i carcerieri accorrevano intorno al Succi, gli asciugavano il sudore che colava dalla sua fronte, lo richiamavano ai sensi, e dopo brevi istanti interrogato, confermava lo sciagurato ad una ad una le fatte rivelazioni, respingendo le accuse lanciategli dai detenuti.
« — Disgraziati! lo udiste? proruppe con ferma voce Pistrucci; adesso però non esso, ma voi siete convinti di mendacio; e de' vostri spergiuri avrete meritata punizione. Pur la pietà de' vostri giudici vi accorda beneficio tanto da misurare fra le pene, se vi giovi confermare la santità dell'accusa, e minorare la vostra colpa, o persistendo nell'audace diniego e nel constatato mendacio, perdervi per sempre. »
Dato il segnale, erano tolte di dosso le vestimenta ai detenuti, e accompagnati appiedi ai diversi patiboli. Ad ognuno era pronto un sicario, che afferrava la sua vittima, e stretta la legava alla fune. Orribile spettacolo! Con una specie di voluttà diabolica, sorrideva il Cardinale di Santa Chiesa, veggendo la nudità di que' corpi macerati, consunti, ridotti in miserissimo stato dalle patite sofferenze.
«— Si sollevino in alto, gridava l'Uditore! »
A tale annunzio un affannoso grido, un urlo di dolore disperato echeggiava per la vasta sala, e, fra le tenebrose sue volte, si agitavano e gambe e braccia, e s'udivano voci tremende, e gemiti lunghi, e strida strazianti, e il terreno si bagnava di bava sanguigna che versava la bocca delle vittime atrocemente flagellate.
In tanta confusione di martiri, fra tanto rumore cupo e terribile, in cui l'uno si traeva semivivo, e l'altro sottentrava imprecando, il Tribunale impassibile assisteva a questo strazio di umane creature, e l'Eminentissimo, tetragono, non vergognava di decretare retribuzioni e larghe ricompense ai carnefici, e di sorridere alle maledizioni ed alle imprecazioni delle vittime.
Nessuno dei torturati volle proferire parola — i più noi potevano; e trascinavansi in carcere a soffrire ancora.
Ultimi rimanevano il vecchio Giuseppe Zamboni e le donne. Dopo brevi istanti di tormenti, l'infelice padre era fuori di sé, abbattuto, contraffatto, moribondo. Su d'una lettiga egli veniva altrove condotto. Alla Brigida Zamboni non fu possibile ad alcuno avvicinarsi per avvinghiarla; della propria libertà approfittando, scagliava calci e pugni, e dava morsi come una fiera; finché assalita da orribili convulsioni cadeva al suolo. Fu necessario lo sforzo, di parecchi uomini per afferrarla e ritornarla alla prigione, dacché sembrava la vita di lei animata da forza soprannaturale e divina (1). Codesta fu, come dicemmo, l'ultima seduta di quel processo, che di nuova infame pagina accrebbe la storia dei Papi. Imperocché furono in esso posti in opera tutti que' tormenti che la tirannide seppe inventare a strazio di quelle creature che, quantunque fatte ad immagine di Dio, vuole perdute.

(1) Ved. proc, vol. 5, pag. 5673.

La crudeltà dei giudici giunse, come abbiamo veduto, persino a sottoporre alla tortura gli inquisiti, quando il loro stato deplorabile noi permetteva. E di tale infamia facevansi compiici i medici Fasi e Cuzzani. A tanto erano ridotti i derelitti, che i più di loro non avevano neppure la forza di sollevare le braccia. Oppressi da atroci dolori ai nervi ed alle ossa, straziati dalla febbre, dolenti delle contusioni e delle ferite, senza cibo, senza bevanda, privi di tutto, essi giacevano sul nudo terreno. Più d'ogni altro, fra quei disgraziati, era aggravato il vecchio Zamboni; le angosce, le privazioni, i tormenti, ramarissimo cordoglio in un carattere soave e tranquillo, avevano infuso nel suo corpo il fatale germe che corrode con atroce morso la vita.
Zamboni non tardava a raggiungere il figlio. Egli moriva il 14 marzo 1796; e notte tempo veniva trasportato alla parrocchia dei Celestini per togliere alle carceri un imbarazzo e nulla più (1). La Congregazione Criminale né di tal morte, né dello stato degli altri davasi pensiero; poco le importava se pur fossero tutti morti nel carcere.

(1) Nel processo questo fatto non é accennato punto; lo si verifica soltanto dagli allegati pel pagamento fatto dei Diritti parrocchiali, cioé di L. 23 al cappellano Ubaldo Masi; di L. 3, 10 agli infermieri che col cochetto trasportarono il noto cadavere, e di L. 3, 10 al becchino che lo vesti.

Era il De Rolandis che stavale a cuore, premendole di dare con esso un esempio; epperò imponeva ai medici di lui che ne prendessero la maggiore possibile cura.

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