Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995



V.

Qui vi sostavano, sia per rinfrancare le forze affrante dal penoso cammino e dal digiuno, sia per aspettare roba e denari da Bologna. Il governo toscano, posto in sull'avviso, dava immantinente ordini ai suoi birri sorvegliassero attentamente ai confini, che arrestassero ogni «malfattore straniero» che entrasse nei domini del granduca, e promesse di doni faceva loro. I birri non ebbero bisogno di altre raccomandazioni; non si tosto saputo che due armati percorrevano i monti, si ponevano sulle loro tracce; li inseguivano senza tregua, e li raggiungevano. Zamboni e De Rolandis, come che si tenessero circospetti, vennero nottetempo sorpresi ed incatenati presso l'osteria del Covigliaio.
I due amici non si prostrarono, non si avvilirono, non imprecarono. Si abbracciarono con fronte serena, si baciarono in volto, e si diedero l'addio, l'ultimo addio: que' due generosi non dovevano più parlarsi. Brutalmente divisi, venivano a guisa di malfattori trascinati alle carceri di Firenzuola.
II governo lorenese si affrettava a partecipare l'avvenuta cattura a quello pontifìcio. Disposizioni per la estradizione dei due sventurati venivano tosto emanate.
Il viatore che per la via degli Apennini muove da Bologna per Toscana trova, fra i gioghi di quei monti, un ponticello con sopraposte due gugliette, il quale chiamasi delle Filigare. Quel ponte era dalle male signorie additato qual segno di confine tra le terre calpestate dai Lorenesi e quelle dai Papi; quello era uno dei sette segni che tenevano disgiunti in sette parti i figli d'una istessa madre; che non fratelli facevanli riguardare, ma stranieri fra loro. L'opera della tirannide non é eterna. Anime generose si fecero apostoli della verità; insegnarono agli Italiani quali fossero i loro doveri; e pel senno di questi, cinque di que' segni furono alfine cancellati. Due esistono ancora; ma ben presto gli Italiani, emancipandosi dalla subdola politica che li inganna, sapranno ogni divisione far scomparire dall'Alpi al Lilibeo, fugando sia i neri corvi, che gracidano al Campidoglio, sia il Tedesco che contamina la bella Venezia.
Pochi di dopo l'arresto, Zamboni e De Rolandis erano tradotti al ponte delle Filigare, ove da Bologna era giunto un notaio del Torrone, il quale, in concorso del dottor Ferdinando Lampredi, notaio deputato del Tribunale Criminale di Firenzuola, stendeva solenne rogito, col quale constavasi che a quel confine erano stati alle autorità pontificie consegnati i due prigionieri, Zamboni e De Rolandis; non che un archibugio corto, un fucile a martellina, due sciabole con due tracolle, un coltello fermo in manico con fodero di pelle nera , una patente d'università di Zamboni, diciotto cartucce e scudi quattro e quarantasette baiocchi (1).

(1) Proc. 8415, vol. 1. pag. 304

Con infinito precauzioni venivano i prigionieri sciolti dalle catene dei birri toscani, per essere avvinti con quelle di Roma. I birri papalini, guidati dal caporale Gennaro Mazzei, afferravano i miseri, stringevano i loro polsi con manette, e ai loro piedi ponevano i ceppi. Separati sempre l'uno dall'altro, erano scortati all'osteria di Monghidore, ove in camere diverse si rinchiudevano, custoditi gelosamente da numero non poco di armati.
Frattanto in Bologna, dietro le rivelazioni di Sassoli e di Succi, erano stati ad uno ad uno trascinati nelle carceri, in mezzo ai più inumani trattamenti, Antonio Forni, Cannilo Tomesani, Camillo Galli, Gio. Battista Negri, Giovanni Osbel, Alessio e Giuseppe Succi, Pietro Gavasetti, Tomaso Bambocci, Filippo Marzocchi, Giovanni Calori, Luca Montignani, Domenico Zucchi ed altri. Soltanto Giuseppe Rizzoli e Lazzaro Gherardi erano latitanti.
Quelle carcerazioni immergevano sempre più Bologna nel terrore; e il lutto non aveva più confine, allorché giungeva la nuova che anco i due generosi capi della congiura erano a Covigliaio caduti nelle mani del governo del granduca.
E la tirannide cominciava già a portare i suoi frutti. Il collegiale Andrea Cofano, vedendosi dal confessore iniquamente tradito, smarriva la ragione (1) ;

(1) Certificato di Ugo Becchetti, professore dell'Università di Bologna. — Allegato al vol. 4, pag. 2060.

e Gaspare Piacenti, il bracciere che poneva le armi consegnategli dalla Zamboni, preso da disperazione, per le conseguenze del fatto si gettava in un pozzo (1). Ad accrescere l'orrore del dramma si aggiungevano sì strazianti episodi!
L'avvocato Federico Pistrucci sottopose tostamente agli interrogatori gli inquisiti. Era il Pistrucci, nativo di Roma, spregiatore di ogni giustizia, furioso amatore della tirannide, insultatore crudele dei prigionieri; insomma schiuma di scellerato, degno ministro alle ire del Pontefice e d'un cardinale di Santa Chiesa.
Il Pistrucci innanzi tratto ammoniva gli accusati colle solite formolo di giurare la verità; ma sotto l'incubo terribile della minaccia d'usar ad arbitrio de' più gravi mezzi che erano in suo potere, nel caso che d'alcun velo intendessero adombrare quanto voleva strappare loro dal labbro. Li stringeva dapprima con molteplici investigazioni; poi con artificiose circonlocuzioni andava confondendoli per piombare d'improvviso su loro con suggestive domande. Tali subdoli modi, più che il timore della tortura fruttarono di molte vittime.

(1) Atti Criminali — Relazione Bellotti. — Vol. 2, pag. 685.

Ma l'arte del Pistrucci cadde innanzi all'incrollabile fermezza di una donna, di Brigida Zamboni. Era costei donna di antica virtù, di sentimenti eminentemente superiori ad un tempo in cui il suo sesso, dominato nella alta scala sociale dalla vanità e dalla concupiscenza, e fra il popolo da superstizioni e pazzi timori, era scaduto da ogni considerazione. Al cospetto dell'inesorabile giudice, ella compariva madre, e madre italiana, grande di quella missione che Dio serbava alla donna. Ella traeva maggiore conforto al dolore, rammentando le rare doti e i rari pregi della mente e del cuore del suo Luigi.
Alle minacce e alle interrogazioni del Pistrucci, quella egregia donna rispondeva che nulla poteva sapere dei discorsi del figlio, usando egli sempre cogli amici la lingua latina o la francese, a lui famigliarissime, e alcune fiate anco la tedesca o l'inglese. Il processante osservava in silenzio l'entusiasmo della Borghi pel figlio; indi ripigliava:
— Suo figlio, nell'abboccamento che ella ebbe con lui nell'osteria di San Sisto, le avrà certamente confidato per ove dirigesse i passi?
— Io non fui mai a San Sisto. La rifletta, signor uditore, se possa una donna cimentarsi di notte due o tre miglia fuori di città, e in un giorno qual fu quello del 14?
— Che ci sia stata non occorre negarlo. Abbiamo prove più che sufficienti. Le saprò per fino dire che ella aveva una veste di seta nera a zendale. Voglio che mi ripeta quello che le ha detto.
— Ma se non ci ho parlato.
— Io saprò strapparle la verità cogli estremi mezzi che sono in mio potere.
— Ella faccia di me quel che vuole, mi faccia torturare a suo talento; non potrà mai ottenere che il mio labbro condanni il figlio mio. Iddio, che mi legge nel cuore, quel Dio, che innocente fu trascinato nel Golgota, saprà darmi la forza a sopportare tutti que'tormenti a cui l'umana iniquità vorrà sottoporrai.
Stanco ed indispettito, il Pistrucci allontanava allora da sé con dispregio la Borghi, per rivolgere i suoi attacchi contro Giuseppe Zamboni, il padre di Luigi. Il povero vecchio, malgrado i suoi 77 anni, era rubizzo e vegeto, segno di vita trascorsa onestamente.
Zamboni dichiarò che ogni cura aveva consacrata a che il figlio venisse educato, istruito, per poter'avere in lui un sollievo negli anni cadenti, che sempre conobbe il suo Luigi per onesto e generoso giovine, amante del proprio paese e della famiglia, e immeritevole delle persecuzioni che gli venivano fatte.
Tali rivelazioni costituivano un delitto in faccia ad un tribunale di preti. Imperocché all'ignoranza predicata e insinuata alle masse volevasi più che altri ubbidiente il popolo minuto, a cui s'insegnava il principio che dalla scienza veniva ogni male alla società e la perdizione degli uomini, i quali non devono pensare, ma ciecamente credere e venerare la parola del Vaticano. Ond'é che Pistrucci alle rivelazioni di Zamboni scorse in lui idee ribelli alle vulgari credenze; vide in esso un complico dei congiurati, e come tale lo consegnò all'arbitrio degli sgherrani del trono e dell'altare.
Quanto mai di truce le leggi vigenti sotto Pio VI contenevano, venne applicato al vecchio Zamboni, il quale, quantunque di robustissima tempra non poté a lungo resistere agli spasimi della tortura; e pur troppo, come tronco abbattuto, cadde prosteso nel più lagrimevole stato. Ma se le sue forze cedettero alla barbarie dei giudizi de' ministri di Roma, non però il suo labbro ebbe a tradire. Imperocché mai disse cosa che potesse dar luce sulla cospirazione di cui era capo il figliuolo.
Nulla potendo strappare dalla bocca del vecchio Zamboni, Pistrucci aveva ordinato che una minuta investigazione fosse fatta nella di lui casa; ma anco queste pratiche non riuscirono che alla scoperta d'uno scritto dal titolo: Saggio di Governo di una Repubblica (1). Fremeva di rabbia il truculento uditore, disperando di trovare argomento da redigere un ampolloso processo, quando una notizia venne di un sorriso infernale a increspargli le labbra, la notizia cioé che Zamboni e De Rolandis erano stati dalle autorità toscane arrestati. Senza porre tempo di mezzo, egli disponeva che fossero i due prigionieri consegnati al confine dello Stato nel modo che abbiamo descritto; ed egli stesso, accompagnato dal notaio del terzo sgabello, Nicolò Mancini, per le poste muoveva alla volta di Monghidore.

(1). Archivio degli atti Criminali. All. al vol. 1. pag. 45 proc. 8425.

Innanzi partire però il feroce uomo si era presentato al vecchio Zamboni e alla Borghi e aveva loro spietatamente annunciata la prigionia del figlio.
Il cardinale Archetti premuniva Pistrucci e Mancini di apposito mandato colle solite concessioni di ogni arbitrio e di qualunque amplissima, facoltà, eziandio di competenza ecclesiastica, come, la strana, di potersi ordinare scambievolmente il Viatico (1); erano altresì, quel che più importava a que' due sgherrani del dispotismo, accordate loro lautissime propine (2).
Il giorno stesso che giunse a Monghidore, Pistrucci sottopose Luigi Zamboni all'esame.
L'interrogato confessò francamente essere egli solo l'autore e il responsabile della cospirazione che doveva scoppiare in Bologna il giorno 16 novembre; disse che egli stesso aveva decretato di anticipare il movimento dopo l'arresto di Andrea Cofano. Indi, come inspirato, prosegui:— « Si, sono colpevole innanzi a voi; ma se un dolore mi attrista in quest'istante non é certo il rimorso del mio operare. Duolmi soltanto di non avere che ventidue anni, di non avere che per poco impiegate le mie forze pel bene della patria....

(1) Vedi Alleg. al vol. 1, ibid. Mand. del Card. G. A. Archetti.
(2) Dalle sostanze della famiglia Zamboni furono per quel processo pagati al Pistrucci scudi 77,60 e al Mancini scudi 50,40 come da loro dichiarazione «di aver ricevuta la tangente» Alleg. fas. A.proc. 8415.

So qual destino mi é serbato: la morte!... Io non chiederò grazia; follia sarebbe il chiedere grazia ai preti di Roma; solo domanderei ad uh cardinale di Santa Chiesa, che il può, venisse alla forca sostituita o la fucilazione o il taglio della testa (1). Gli altri poi che gemono nel carcere mandate liberi. — Trattenendoli commettete un'ingiustizia; imperocché furono dame ingannati, sedotti; io solo sono il reo; soltanto su me deve cadere la punizione vostra... In quanto al Succi e al Sassoli Iddio e gli uomini si riserbano giudicarli; quella giustizia, superiore a qualunque assoluzione per breve pontificio o mandato cardinalizio, non tarderà a colpire i traditori!... »
Gli sguardi corruschi e gli accenti inspirati dello Zamboni imponevano a Pistrucci e a Mancini, i quali, guardandosi l'un l'altro nel viso, non sapevano trovar parola. Tremanti per tutte le membra, esterrefatti, scialbi come cadaveri, sembravano non più i carnefici dell'innocente, ma due colpevoli innanzi all'Angelo della giustizia. Pistrucci, dopo lungo silenzio, cercò rompere l'incanto che in lui operava Zamboni, stese il braccio, afferrò con mano convulsa il campanello e lo scosse. Alla chiamata accorsero birri e soldati; allora senti rifluire la vita: aveva allato i suoi pretoriani: era sicuro. Cacciò fuori dal malvagio petto un sospiro, mentre Mancini ordinò che si guidasse altrove il prigioniero.

(1) Proc. Vol. 4, pag. 1756-1757.

Era stato troppo il terrore provato dai due processanti, perché avessero avuto animo di proseguire nell'esame dell'altro inquisito. Mandarono la seduta ad altro giorno.
Infrattanto si abbandonarono a gravi considerazioni. Parlarono della generale commozione che la notizia degli arresti aveva suscitata in Bologna non solo, ma nello Stato; rifletterono alla loro posizione fra monfagne, lontani dalla città, senza nerbo d'armati; e anziché confortarsi a vicenda, come é delle anime perverse, le paure dell'uno accrescevano quelle dell'altro. Si richiamavano alla memoria le voci che correvano di alti personaggi ravvolti nella congiura, e riflettendo alle relazioni degli inquisiti, alcuni dei quali erano in parentado coi Savioli, coi Fava, coi Marescalchi, coi Zambeccari e via via, raddoppiavano il proprio terrore, e si raffiguravano di vedere da momento in momento presentarsi a loro forte nerbo di armati, investirli, trascinarli in catene ed a morte, e in pari tempo liberare i prigionieri. Per vincere codesta angoscia, Pistrucci scrisse all'Archetti che, nell'interesse della giustizia e della sicurezza degli arrestati, aveva deciso tradurre questi immantinente a Bologna. Spediva in pari tempo un ordine secreto ad Eugenio Chelotti, tenente dei birri campestri a cavallo, perché nel giorno due dicembre si trovasse a Pianoro colla sua squadra.
Gli ordini furono eseguiti, confermate le risoluzioni dell'uditore; il quale, prima di lasciare Monghidore, volle interrogare De Rolandis.
Appena ebbe risposto sui genitori, sul luogo nativo, sugli studi cui era avviato, epici giovine patriota, con placido accento, rivolse allo scellerato uditore le seguenti parole:
« Sono domani due settimane che mi trovo in vostro potere: le sevizie da me sofferte durante questo tempo non hanno nome: l'infame volume che consacra l'atrocità della tortura, non le registra neppure. Ah che far cotanto soffrire un uomo fatto ad immagine di quel Dio la cui legge sconoscete.... Se senso di pietà può essere tramandato dal vostro petto vi prego a concedermi il bene della morte. Vi confermo essere i proclami rivoluzionari scritti di mio proprio pugno; non che mio fermo proposito di voler liberare la patria dal giogo dei tiranni. »
Queste nobili parole non ebbero risposta. Il patriota venne con piglio altero riconsegnato ai birri.
Il generoso De Rolandis pose sempre ogni studio nell'allontanare dagli altri le accuse. Egli si rese degno d'ammirazione per l'energia spiegata dalla sua bell'anima, comeché rinchiusa in debole corpo ed affranto. Interrogato sia in tribunale, o nella segreta, in sull'eculeo o in letto, non venne mai meno a sé stesso: sempre tranquillo e sereno, le smorte guance abbelliva del sorriso del giusto.
Infrattanto prontissimo era giunto a Pianoro il Chelotti, e vigilante vi attese l'arrivo dei prigionieri, i quali vi giunsero in carrozze chiuse, sotto buona scorta; in una delle carrozze stavano il Pistrucci col Cancelliere. Appena il Chelotti scorse l'Uditore, lo avvicinò, e umilmente gli porse un foglio con cui il Bargello Bellotti raccomandava che, per la sicurezza dei detenuti, non venissero essi di giorno condotti a Bologna, e si serbassero le più scrupolose cautele.
Stabilito il concetto della paura, Pistrucci decise che il convoglio si sarebbe posto in cammino dopo le ore ventiquattro, preceduto da due squadre a cavallo, perché tenessero libero il passo da ogni ostacolo, e seguito, a conveniente distanza, da altre due, per tenere in rispetto chiunque avesse osato avanzarsi verso il convoglio; che ogni due miglia si dovesse far alto per assicurarsi se tutto procedeva con ordine; che alla Porta Santo Stefano venissero i cavalli lanciati alla carriera, e dalle Torri pel Mercato di Mezzo, si corresse direttamente alle carceri del Torrone.
Questo piano fu scritto e spedito al Bargello, coll'ordine di schierare lungo il tratto di città che doveva essere percorso dai prigionieri i soldati e i birri che aveva a sua disposizione.
Il trasporto ebbe luogo senza avvenimenti di sorta.

Zamboni, ecc. 5

VI.

Il Pistrucci con minuta cura studiava giorno e notte le parole pronunciate dagli inquisiti, dai testimoni, e più delle scritte faceva tesoro di quelle conservate nella sua mente. Osservava pure con attenzione gli effetti perquisiti, e percosso dai colori bianco, rosso e verde insieme innestati, si spaventava di trovare ragione e spiegazione di un tal fatto, nell'esistenza d'intimi rapporti dei cospiratori colla Francia (1). Non si acquetava l'Uditore all'esplicita dichiarazione di Zamboni, il quale andava protestando « che era sua intenzione non voler far la scimia ai colori di Francia (2); » né totalmente fidarsi del Succi, che aveva deposto « essere volontà assoluta del Zamboni che nel manifesto della rivoluzione si dovesse mostrare al popolo non fosse maneggio dei Francesi; così nei colori non si dovessero usare quelli di Francia (3). »
Oppresso dalla smania di scoprire arcane cose, Pistrucci pensò rivolgere le sue armi contro quelle donne che è sospettava avessero potuto dar mano alla confezione delle insegne rivoluzionarie.

(1) Proc. Vol. 2, pag. 689 e 690.
(2) Vol. 1, pag. 399. Esame Zamboni.
(3) Proc. Vol. 2, pag. 669. Es. 10 dicembre 1794.

L'Angelica Lorenzini Montignani, la promessa di De Rolandis, e la Barbara Borghi, ed altre generose donne, malgrado i tormenti, mantennero fermo il preconcetto proposito di tutto negare. Se non che una tale Geltrude Nazzari, vedova Pirotti, venne meno sotto la tortura, e confessò che « la Zamboni, madre di Luigi, avevale dato del cavadino verde e della roba bianca e rossa per far rosettine della grandezza circa due volte un baioccone di rame (1). »
Non é a dire come il Pistrucci giubilasse a una tale rivelazione. Chiamava immantinente a sé la Zamboni; e, atteggiando il volto a severità, l'ammoniva e la minacciava; indi la interrogava sull'argomento dei colori.
La misera donna, pur dovendo in qualche modo appagare le inquisìtoriali ricerche, disse: «essere nelle rosette col bianco mischiato il rosso e il verde per uniformarle al dipinto della camera di casa Savioli per la quale erano fatte (2). »

(1) Proc. Vol. 1, pag. 577.
(2) Proc. Vol. 2, pag. 816.

Appena ebbe pronunciato il nome di quella senatoriale famiglia, la cieca e feroce ira del Pistrucci uscì dai confini. Quel processante venne incalzando e stringendo la donna con tale una furia di domande, per cui la calma e ripetuta risposta della Zamboni di « non voler dir ciò che non poteva » tramutò la bile dell'inumano uomo in uno sfogo di crudeltà, consegnando la derelitta ai berrovieri, i quali, dopo averla inutilmente torturata, la trasportarono basita nella sua prigione. Il feroce Pistrucci avrebbe il domani voluto sottoporre di nuovo quella donna alla tortura. Se non che il dottore carcerario certificò che non efa in istato di subire esame veruno (1).
Mentre il Pistrucci e i suoi degni aiutanti perpetravano le più inaudite barbarie non solo sui da loro reputati rei, ma anco sui sospetti, il cancelliere del Bargello, Angelo Orlandi, sguinzagliava per la città i suoi bracchi allo scopo di rinvenire i fautori della tentata insurrezione del 1790, di cui era pur capo Zamboni. Malgrado le più attive e scrupolose investigazioni, Orlandi non era giunto ad un risultato positivo. Scoperse che parte dei compromessi erano morti, altri fuggiti. Caddero nelle mani della giustizia soltanto dei sospetti; essa però non venne meno nel compulsare

(1) I torturati non ritornavano all'esame, se non dietro certificato del medico delle carceri, il quale attestava: Reputo capace di essere esaminato il carcerato N. N. La Zamboni era stata ridotta a tale sfinimento di forze che nuovamente chiamata pel 27 febbraio 1795 in esame, il dottor Cuzzani, certificò: « E in istato di essere esaminata, purché non sia mossa dal luogo ovo presentemente é obbligata al letto. » All. al vol. 4, pag. 2117.

e nell'infierire contro i malcapitati (1). Promesse, seduzioni, minacele non valsero a strappare una parola che portasse luce nel mistero del primo generoso tentativo dell'italiana emancipazione.
Pistrucci, la cui mala natura era eccitata dal Vaticano, il quale si querelava che nello scoprire i rei della congiara del 90 usavansi delle lentezze, vedendo tornare vane le inquisizioni, ricorse all'astuzia.
Si fece condurre innanzi Zamboni, e per trarre profitto degli inganni, studiò di coprire l'austerità e la tracotanza usata, colle arti di simulata dolcezza. Ordinò che il carcerato, a cui recavano grave molestia le catene, venisse immantinente sciolto; indi lo invitò ad assidersi accanto a lui, manifestando vaghezza di conversare.
Zamboni, sempre dignitoso, sempre severo, porgeva ringraziamento de'modi incomprensibili e strani dell'Uditore, e principalmente per essere sollevato dall'enorme peso dei ferri che l'opprimevano. In pari tempo però concentravasi in sé stesso, contro le insidie, che le novelle maniere del fiscale, eloquentemente gli disvelavano.
— « Voi sapete, o signore, cominciò Pistrucci, qua! meraviglia desti in tutti il vostro carattere, i vostri nobilissimi sentimenti, le vostre patriotiche intenzioni; e risalendo alla vostra prima età, l'ammirazione si accresce, pensando come sin da quell'epoca abbiate sfidato i maggiori pericoli, ordendo una congiura per la libertà della patria.

(1) Proc. vol. 4, pag. 2081, rapp. Orlandi.

— A me, purtroppo vincolato da dolorosi doveri, non tocca tributarvi lode o incoraggiamento; tuttavia posso con voi rallegrarmi di aver col progredire degli anni maturati i vostri consigli, vedendo che i concetti e le idee divulgate nel 1790 sono ben diverse da quelle che professate nel 1794! »
Zamboni si agitava sul suo sgabello, per le vili ed artificiose parole del suo giudice; quando questi ebbe terminato di parlare sclamò:
— i Errore, errore! io sono oggi qual fui, qual sarò sempre fino alla morte! »
— « Io scorgo però, soggiunse Pistrucci, negli scritti che dettaste e spargeste per la città il 27 febbraio 1790, sensibile differenza da quelli più recenti; in questi v'ha illusione, ma dolcezza » negli altri brutalità e ferocia. Forse la vostra mente ha obbliato. Udite! »

Laus Deo e S. Petronio

« Nel venerdì di S. Giuseppe a ore 21 sulla pubblica piazza senza fallo saranno massacrati tutti i soldati trovati per città (1). »
— Udite quest'altro:

Cittadini !

(1) Alleg. al vol. 4, pag. 2079.

« O si appicchino per il collo gì iniqui Auditori di Camera. Camerieri, Maestro di Casa di Sua Eminenza o li appiccheremo noi. Si licenzino i soldati o si tema di noi (1). »
— « Ha ella finito? domandò Zamboni. Orbene, io non riconosco questi scritti e ricisamente li ripudio. Dopo ciò or debbo avvertirla, signor Uditore, adesso come allora, essere stato sempre mio principio, e mia fede inalterabile, che la santa causa della libertà e dell'indipendenza di un popolo, non debba macchiarsi giammai né degli arbitri, né delle violenze, né dell'opere infernali, che sono eredità e privilegio della tirannide. »
Il volto dell'Uditore impallidiva, cominciava ad abbuiarsi, e un aggrottare di ciglia sostituivasi alla simulata serenità delle pupille. Se non che soffocando nel petto i brutali istinti e continuando ad ostentare la calma, estraendo da un pacco il foglip seguente, egli lesse:

Cari Compatriotti!

« Siete invitati pel bene della patria a seguitare coraggiosamente coll'armi chi comincierà per liberare Bologna dal giogo insopportabile del pesante governo. L'effetto seguirà all'un'ora di notte a mezza quaresima. Ciò vi chiede chi vi ama. »

Gridate Libertà! (2)

Indi con eguale pacatezza prendendone un altro proseguiva:

(1) Alleg. al vol. 4, pag. 2078.
(2) Alleg. al vol. 4, pag. 1982.

Cittadini!

« Siete invitati a portarvi alla Montagliola la metà di Quaresima alle ore 23 con armi, per sostenere i diritti antichi della patria e la libertà. »

Spirito e coraggio (1).

Finalmente ne sciorinava altri sulla tavola non dissimili ai precedenti, se non in quanto erano sottoscritti in nome di una parte di popolo, oppure accennavano « che il movimento sarebbe stato iniziato con buon seguito d'uomini! (2). »
Da questi documenti traeva giudizio il Pistrucci della estensione e vastità della congiura, in vista dell'assicurazione data dall'autore degli avvisi di aver buon seguito d'uomini. Tale giudizio egli corroborava, argomentando che dai primi scritti non riconosciuti dal Zamboni scorgevasi apertamente l'opera di quella parte più temeraria ed ardita, che esiste in ogni cospirazione e all'occasione si manifesta per prevalere sui consigli dei compagni.
Zamboni ascoltò con attenzione il ragionamento, le induzioni, e le conclusioni, e con imperturbabilità rispose:
— « Questi secondi inviti sono miei, scritti di mia mano, da me propagati, altro non so.... vi basti. »
— « Ma i primi, riprese il processante, i primi più importanti?... »

(1) Alleg. al vol. 4. pag. 1983.
(2) Alleg. al vol. 4, pag. 2080-81.

« Non sono miei. Io li lessi, li vidi affissi e sparsi per la città dopo le mie pubblicazioni, e vi ripeto che di più non potrei dire, ed altro non so. »
— « Pure qualcuno de' vostri compagni... »
— « Non ebbi compagni, proruppe alzandosi impetuosamente l'ardente patriota, io fui solo, sono reo, e su me solo deve ricadere il rigore della vostra condanna.»
— « Ma come, essendo solo concepiste il sospetto d'essere scoperto, e fuggiste sino in Francia? »
— « Sarei andato più lontano ancora, se circostanze straordinarie occorsemi lungo il viaggio non mi avessero distolto da un antico mio progetto. Io voleva andare in America, e perciò aveva compito il corso di astronomia; (1) — sentiva il bisogno di veder da vicino un popolo che aveva conquistata la propria indipendenza. Ma i grandi avvenimenti in Europa si precipitavano, e pensando alla mia patria, preferii andare in Francia. — Se vi prende vaghezza di saper tutto, io lo svelerò, ma promettetemi di non più inquietarmi in appresso — Scrivete sig. Cancelliere... »
L'Uditore e il Notaio spalancarono gli occhi esterrefatti, e agitati dall'aspettativa concentrarono la loro attenzione. L'altro cominciò:
— « Per la mezza quaresima del 1790 io aveva destinata una sollevazione in Bologna. — La sperara, la credeva, forse le severe misure di precauzione da voi adottate valsero a dissiparla.

Proc, al vol. 4, pag. 1818.

— la quel giorno invece di popolo in armi, io vidi sulla Piazza Pubblica mettere la corda nella girella, vidi giungere di molti birri e soldati, e perfino quelli detti di Manina; vidi un Editto dell'Eminentissimo Cardinale, nel quale prometteva premio di mille scudi, e impunità, al delatore dell'autore degli scritti incendiarii e della congiura (1). Io guardava con occhio indifferente questi fatti, — ma il popolo ne rimaneva atterrito, — e mi convinsi non fosse ancora giunto il momento di tentare con profitto una rivoluzione. La fatale pubblica ignoranza di quanto si compieva al di là delle Alpi, la corruzione di una lunga e brutale servitù, rendevano diffìcile l'opera di commuovere il popolo per un'idea generosa, — l'idea di avere da sé e non da altri la libertà. — Allora divisai allontanarmi nella fiducia che la verità sarebbe stata messa in luce dal tempo, e mutate le condizioni della opinione, il moto italiano avrebbesi potuto iniziare per l'avvenire. — Ecco perché partii. »
Pistrucci disingannato dalle concepite speranze di grandi rivelazioni, grado a grado lasciò cadere a lembi le vesti della ipocrisia di cui si era per un istante coperto, e ritornando qual sempre fu, riprese:

(1) Proc. al vol. 4, pag. 1756-1759 e 2085.

— « Ma voi andaste in Francia, per stringere quelle amicizie e qnei rapporti, che dovevano pia tardi arrecare amari frutti di desolazione e di terrore alla patria da voi promessa allo straniero?»
— « Io volli, e voglio l'amicizia dei Francesi, perché giovino alla mia patria nel nuovo sistema; ma non mai che la mia patria resti sacrificata per giovare a loro! (1). »
— « Vane parole! voi foste trascinato in Francia dalle vostre feroci tendenze, manifestate dagli scritti che negate di riconoscere. E non pertanto sono essi men vostri, la giustizia lo sa e vi costituisce reo non di ribellione, ma di assassinio; — voi non siete che un volgare assassino! —
Zamboni trasali, minacciosamente si scosse, si accese nel volto; ma la paurosa anima dell'Uditore, scorgendo la di lui alterazione, sollecito — gridò « ricaricatelo di catene.» E tosto gli sgherri accorsi, le mani, i piedi e la cintura atrocemente gli serrarono — intanto che baldanzoso il processante proseguiva:
— « Sì, voi siete un volgare assassino che la ribellione in Bologna all'esempio di Francia vorreste iniziare col ferro e col fuoco! »
— «Oh infamia! sclamò Zamboni, infamia sul vostro capo! »
— « Eccone le prove! Cancelliere, leggete. » II notaio tutto commosso con debole voce ed interrottamentc lesse la deposizione del Succi.

(1) Parole di Zamboni, vol. 5, pag. 2438.

Nell'udire la infernale delazione, copiose goccie di sudore irrorarono la fronte dell'eroico giovane, ed un tremore per tutte le membra lo assali, finché vinta l'interna lotta e raccolte le abbattute forze, come da sovrumana potenza ispirato, disse:
— « Fatemi morire, e non tenetemi in vita perché io abbia a maledire l'umanità, vedendo a quanta scelleratezza possa giungere un uomo, e come possano essere consacrate le parole di un traditore! — Non é mio, no,non é mio-il progetto di tentare la rivoluzione coll'appiccare il fuoco ai quattro angoli della città, col macellare il senatore Legnani ed altri disamati dal paese, col gettare dalla pubblica ringhiera al popolo le teste delle autorità e le vostre (1); — questo iniquo disegno ch'io rigettai con orrore, é di Antonio Succi, dell'uomo vostro, della vostra impunità, di colui che più infame di Giuda, non solo tradisce e vende i suoi compagni, ma li calunnia della sua tristizia. Egli, egli solo pronunciò quelle parole; e per Dio, per la vita dei vostri figli, delle vostre madri, e de' padri vostri, se avete umani affetti, vi giuro, questa é la pura verità. — Faterni morire, ve ne supplico, fatemi morire!... più d'ogni strazio, più d'ogni dolore, mi tormenta l'aspetto di cotanta nefandità!... »
Pistrucci, ritto sulla persona, approfittando del momento in cui un singulto convulsivo troncava a Zamboni le parole, fé cenno a' suoi di condurre al carcere l'inquisito.

(1) Proc. al vol. 1 pag. 866.

Questi tentava con isforzi resistere alle violenze; ma spinto e rabbiosamente urtato da que' manigoldi, venne trascinato pei corridoi, e fra urli, minaccie e suono orribile di catene, e lamenti, ricacciato nella prigione.
Le carceri tutte del Torrone erano tenebrose, anguste ed umide; e il carceriere Giuseppe Fracassi, dietro istruzioni, aveva cercato di collocare gl'imputati di delitto di Stato nelle più tristi e maiofiche. Egli giornalmente amministrava loro per cibo, entro coppa di stagno, una nauseabonda broda simile ad acqua di palude ed un tozzo di pane nero e raffermo, e per bevanda in sucida brocca acqua torbida ed impura. I miseri detenuti dovevano per soprassello le stanche ed oppresse membra riposare in un pancaccio tarlato su cui stava disteso uno strapunto di stoppa sudicissimo. Queste pene da barbare prescrizioni erano imposte anco ai detenuti la cui reità non fosse stata peranco constatata. Il custode poteva a suo piacimento agire; esso esercitava sui rinchiusi una padronanza come su besti da soma: usava a capriccio degli ampli poteri di cui era investito, col distribuire ad libitum bastonate e tormenti, anco insino a morte se le circostanze lo avessero reclamato. A coloro poi che possedevano denaro proprio, per tratto di somma clemenza, accorda vasi di riceverne dalla mano del carceriere in quella quantità che a questi più talentasse. La famiglia Zamboni era compresa in questa concessione.
Ad essa permettevasi il godimento giornaliero di baiocchi cinque (1) a testa del proprio denaro che il carceriere consegnava e ritoglieva per farne le spese.
Serva il fatto che stiamo per citare a sempre più convincere i nostri lettori delle enormezze eseguite durante il processo Zamboni.
Il Fisco aveva ordinato che le sostanze sequestrate alla famiglia di questo patriota fossero vendute all'asta pubblica il 19 gennaio e il 27, 28 e 29 aprile 1795 (2), cioé un anno prima che la sentenza fosse stata pronunciata. Il banditore del Tribunale, Gian Sebastiano Landini, ebbe mandato di deliberare al migliore offerente l'acquisto degli effetti esistenti nella bottega di Canton dei Fiori e nel fondaco e nell'abitazione in via Galliera. Per amore di giustizia dobbiamo accennare che se ne'quattro giorni di pubblico esperimento molti trassero curiosi ad affollarsi attorno a quel turpe mercato, pochissimi furono quelli che non sentirono onta di farsi complici d'inaudito arbitrio. Per scudi 538,17 vennero venduti a certi Antonio Sarti e Giacomo Brandolesi, mobili, mercanzie, indumenti, gli effetti tutti insomma di proprietà della infelice famiglia.

(1) Quattrini venticinque.
(2) Proc. 8415. All. fasc. B. Stima e ricavo degli effetti venduti ecc.

L'esecuzione di tanta ingiustizia avrebbe portato che se i Zamboni pur fossero riusciti liberi dall'imputazione e assolti dal Tribunale si sarebbero trovati nella miseria; imperocché processanti, cancellieri, Bargello, carcerieri e birri fecero divisione concorde degli averi, di cui quelli erano stati spogliati.
Tale papale vendetta ed avidità degli altrui averi ci rammenta l'iniquo processo dei Cenci. Sempre eguali i Pontefici, sieno Clementi, sieno Più!

La vista e il contatto dei giudici cagionava mortale angoscia e febbrile irritamento al Zamboni, il quale vendicavasi gettando loro in faccia, a piene mani, l'infamia. Dotato di tempra antica, egli sopportava senza pena e senza lamento i fisici patimenti e i travagli dell'anima; addolciva le ore melanconiche del carcere col soave pensiero della speranza, e, comeché indifferente al suo destino, qual sacro dovere, imponeva a sé stesso di tentare per ogni via la propria liberazione per giungere in tempo a consacrare la vita per la patria. Vagheggiando l'idea di mettere a profitto le commosse opinioni, l'agitazione e il romore sordo che serpeggiava nel popolo, parevagli già di vedere allibire, tremare i suoi carnefici; e con costanza pari al desiderio dava incessante opera per aprirsi una strada alla salvezza.
Zamboni era stato rinchiuso nella segreta detta del Giardino. Concepito il progetto della fuga, egli cominciò ad assaggiare le pareti del carcere, e scoperse che in un tal punto il muro era vuoto nell'interno: era un vecchio camino stato otturato con sottilissimo ammattonato. Con un pezzo di ferro che a caso poté avere, perforò il muro, con infinita pazienza aperse un andito all'altezza del pavimento. Quindi, con quell'ingegno che da il desiderio dello scampo, riusci a liberarsi della maniglia di ferro che teneva una di lui gamba obbligata al piede del tavolato. Ciò fatto si mise a contorcere la stoppa del trapunto, e ne compose pezzi di corda di tre braccia cadauno, nascondendo il tutto entro il giaciglio, e in modo che il chiavaro Domenico Sinibaldi, il quale ogni sera visitavalo, non potesse di nulla accorgersi. Al compimento della sospirata fuga poco mancava; quando nella notte del 15 marzo 1795, l'astuto carceriere Fracassi, entrato d'alcuni giorni in sospetto, d'improvviso irruiva nella segreta di Zamboni e scopriva ogni cosa. Egli faceva immediatamente cangiare di carcere al detenuto, imprigionare Sinibaldi qual sospetto di connivenza; poscia stendeva particolareggiato rapporto sull'accaduto che nella stessa notte consegnava al Pistrucci (1).
Questo fatto accrebbe le paure del governo. Ordini severissimi vennero impartiti al Bargello Bellotti, il quale, senza porre tempo di mezzo, sguinzagliava per Bologna e birri e spie allo scopo di scoprire se Zamboni avesse al di fuori dei compiici della tentata fuga, divulgata apposta dappertutto.

(1) Rapp. Fracassi. Atti, ecc. Vol. 5. pap. 2302.

In meno d'un'ora nei pubblici ritrovi non si parlava d'altro che di quel fatto; e un insolito viavai di gente d'ogni età e condizione erasi formato tra i portici della Dogana Vecchia e la via alla Piazzuola del Carbone, tutta curiosa di contemplare le ferriate delle prigioni.
Questo interessamento della popolazione per Zamboni turbava e molestava sempre più gli uomini del governo.
Infrattanto Zamboni, balestrato dalla segreta del Giardino in quella della Cuccagna, indi nell'altra della Concezione, non aveva abbandonato il suo proponimento di fuga; egli si accinse a ricominciare il paziente suo lavoro; se non che nel punto di trarlo a compimento, nuovamente sorpreso e colpito dalla vigilanza dei carcerieri, ebbe a vedersi distrutte le sue speranze.
Pistrucci imbestialiva innanzi al misterioso velo che copriva i tentativi a cui poneva mano con tanta pazienza e costanza Zamboni, con mezzi che accennavano a esterne relazioni; arrossiva nel vedersi cadere di mano spezzati ed impotenti le armi egli argomenti che l'arbitrio gli aveva consegnato; sfogava la sua rabbia contro il Bargello, il quale, alla sua volta, scaricava la tempesta sui suoi dipendenti.

Zamboni, ecc. 6

Vedendo vano ogui mezzo per Scoprire qualche indizio sui tentativi del Zamboni, Pistrucci lo chiamò un dì a sé per insidiarne la sensibilità, stimolarne l'amarezza, e strappare dalla commozione di lui e dal di lui entusiasmo una parola, una imprecazione, che convalidasse il sospetto di rapporti col di fuori.
Mal si appose il Pistrucci; imperocché il suo furore era nell'animo della vittima cagione di calma, di gioia e di letizia; e il processante altro non poté udire dal labbro di quel generoso che la solenne protesta contro qualunque ulteriore violenza per le tentate fughe « essendo diritto del fisco il custodirlo, ma diritto pur del custodito l'eludere la custodia (1). »
Zamboni, terminato l'interrogatorio, insisteva per essere ricondotto nella sua solitaria dimora. Ma il Pistrucci, che temeva troppo di lui, consegnavalo vita per vita al carceriere Giacomo Comaschi con ordine che venisse rinserrato nella segreta dell'Inferno, antro di maledizione, mancante d'aria e di luce (2), e ivi incatenato se ne stesse sino al dì in cui verrebbe tradotto all'estremo supplicio.

(1) Processi, Vol. 5, pag. 2405.
(2) La segreta dell'Inferno esiste anco a'di nostri, e trovasi nel maschio della Torre che fa angolo alla via Vetturini e alla via della Piazzola del Carbone, ed é volta verso quest'ultima contrada. È bassissima, in modo che un uomo d'alta statura non può starvi in piedi. Luce ed aria vi penetrano attraverso doppie inferriate, poste a piccolo pertugio praticato nel muro di circa tre metri di grossezza.

Era allora la metà di luglio, e già terribile per sé stessa, la segreta dell'Inferno dagli accessivi calori estivi era resa vieppiù micidiale per l'aria soffocante e guasta che con affanno ivi respiravasi. Da ciò puossi argomentare quali nuovi tormenti e continuativi avesse a soffrire il generoso Zamboni.

Nel tramandare ai nipoti le malvagità che ci siamo accinti a narrare, dobbiamo per amore del vero dire come il popolo, in mezzo a cui si consumavano, sentisse orrore pegli infami esecutori e amore pel paziente. Dalle ricche magioni agli umili abituri tutti i cuori palpitavano pel Zamboni e tutti gli affetti erano a lui consacrati (1).
ll reo di attentato alla sovranità del prete, che si dice rappresentante di Colui che non aveva neppure ove poggiare il suo capo, doveva morire. Lo voleva il Papa, lo volevano i suoi degni luogotenenti; e per trarre a compimento un sì reo disegno si convertì dal prete la spada della legge nel pugnale dell'assassino.

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(1) Proc. 8415. Rapporti del Bargello Bellotti.


Bologna - Palazzo Comunale - Il carcere del Torrone (dal 1530 al 1796). Qui furono rinchiusi Giovanni Battista De Rolandis e Luigi Zamboni, sulla destra si intravede l'ingresso dell'ex carcere. La segreta dell'Inferno si trovava nella Torre che fa angolo con via dei Vetturini (oggi via Ugo Bassi) e con la via della Piazzola del Carbone (oggi via Giacomo Venezian) l' immagine è stata scattata il 4-3-2009