Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995



III.

La Francia era governata col terrore. La bella pagina della rivoluzione veniva macchiata con enormezze inaudite. Zamboni sentiva l'animo suo gentile inorridito ai fatti commessi da Robespierre e compagni; egli voleva togliere l'occasione ai Francesi d'immischiarsi nelle cose nostre, e a tutt'uomo di nuovo si adoperava perché gli Italiani insorgessero, spezzassero le loro catene, e da sé stessi ordinassero a libero nazionale reggimento la nuova esistenza politica. Erano i primi giorni del 1794, quando scriveva a Bousset e Renoux di non poter più tornare in Francia, essendo trattenuto in patria dai sacri doveri di cittadino. I due Francesi gli rispondevano, col raccomandargli di nulla tentare, di aspettare la primavera; coll'assicurarlo che avrebbe potuto allora operare d'accordo coll'esercito di Francia, e che la liberazione dell'Italia, con quell'aiuto non avrebbe potuto fallire.
Non dava ascolto Zamboni a quegli avvertimenti, interpretandoli, a giusta ragione, interessati a favore dei Francesi; egli prevedeva che una volta calati in Italia, da amici essi si sarebbero tramutati in conquistatori. Per cui il consiglio agli indugi, più forte lo stimolò all'opera. Ritornato in Bologna, Zamboni non era punto stato colle mani in mano; ma colla maggiore attività che mai aveva avvisato ai mezzi di tradurre in realtà le concepite speranze.
Gli studenti delle Università furon quelli che in ogni tempo si distinsero per opere generose; epperò Zamboni aveva in essi rivolti i suoi pensieri per avere potenti ausiliari nelle future imprese. Per meglio avvicinarli e cattivarsi l'animo loro, si ascriveva nell'Ateneo, col pretesto di compiere il corso degli studi e conseguire la laurea di giurisprudenza. Il facile di lui eloquio, l'atticismo, con cui narrava le avventure incontrate nelle sue peregrinazioni, le gesta dei soldati della libertà, avevano reso Zamboni l'idolo dei compagni. Esso aveva acquistato sull'animo di quella gioventù molto imperio. Parlava loro dell'indipendenza e della libertà come supremo dei beni, della dignità d'Italia, come sentimento santissimo, e gettava lo spregio su quelli che la propria liberazione attendevano dai forestieri. E con tale e tanto entusiasmo ragionava, che le di lui parole, a modo di elettrica scintilla si insinuavano nel cuore della gioventù, attonita al nuovo linguaggio. Quasi ogni sera, poco dopo lo squillo della campana dei morti, i più intimi amici di Zamboni radunavansi nella sua casa, e là maturavano i progetti pel patrio rivolgimento.
Una sera, fra le altre, Zamboni, vedendo un pò di titubanza in alcuni, venne fuori a dire que ste parole: — Non badate, o fratelli, ai bugiardi profeti, che vi circondano; non badate a chi tenta con dolci, ma velenosi consigli addormentare in voi l'entusiasmo; non badate ai prudenti, perché sono codardi: agli increduli nell'amore di patria e nella religione della fraternità, perché sono traditori: non badate agli ipocriti e severi discepoli del Ponteflce. Non credete, o fratelli, a quanti vi parlano di obbedire alla legge del Vaticano; essa é pensata bestemmia contro la Provvidenza d'Italia; nefandissimo codice del dispotismo e della città divenuta del male, che registra la legge di sangue e l'immortalità del servaggio, che sostituisce la violenza all'amore, la vendetta alla santa giustizia, un monte d'oro e i segni prostituiti d'infame gloria alla coscienza.... Ogni pagina di quella legge narra la storia del Papa, che ha stabilito il trono sul cadavere del suo popolo... Non crediate, fratelli, che questo sia morto; egli si desierà alla nostra voce. — Sorgi, o popolo, gli diremo, sorgi in nome di Dio!... Su, mostrisi al mondo che l'Italia é ancora la primogenita delle nazioni europee; su, mostrisi veramente che siamo della gagliarda razza, che sconfisse il Barbarossa a Legnano, che atterrò gli Angioini in Sicilia, e scacciò il duca di Atene da Firenze, s'ebbe in uno scardassiere di lana il solenne moderatore di una grande Repubblica, in un rivendugliolo di pesce il redentore di Napoli, in un giovinetto di Genova il profetico esempio de' nostri tempi!...
Sorgete, fratelli! sorgete in nome di Dio e del popolo! Stendiamoci tutti la mano.... In ogni palmo di terra italiana sia per noi tutti Italia; uniti dalla fraterna legge, saremo forti; ciascuno per tutti, tutti per ciascuno, e saremo invincibili.... Su, su, fratelli; Iddio é con noi!...
Fra i generosi che frequentavano la casa di Zamboni, v'era un tale Giambattista De Rolandis, di Castel d'Alfeo d'Asti. Era egli giovine d'età, non aveva che 21 anni; ma era pieno di coraggio e d'ardimento. E tanto di carattere forte e fermo, e di nobili e temperate maniere era, quanto di corpo meschino ed esilissimo. Al vederlo non avresti creduto che si fragile corpo racchiudesse un'anima di fuoco.
Appena fu presentato al Zamboni, e ne udì le parole, divenne di lui caldo ammiratore; e, in breve, indissolubile legame di santa amicizia unì i due patrioti. De Rolandis era alunno del Collegio Ferrerio, Della Viola (1); e per non mancare alle serali sedute, da ivi usciva al calar della notte furtivamente col mezzo di una corda che appendeva alla finestra della stanza occupata dal suo compagno Andrea Cofano, a parte dello scopo di quelle notturne peregrinazioni.

(1) Ferrerio (o Ferrero) - Quel collegio era esclusivamente fondato pei Piemontesi. Dicevasi Della Viola, perché eretto sulla celebre villa di Giovanni Bentivoglio II. Ora in quel luogo trovasi l'orto botanico.

II Cofano, penetrato dai sentimenti di patria e di libertà, aveva più d'una fiata domandato di essere iniziato nei segreti della congiura; ma De Rolandis, vedendolo troppo giovine, temeva debolezza di carattere in lui, e andò lusingandolo che al momento opportuno avrebbe potuto aderire ai suoi desideri.
Era il settembre del 1794. Ormai era sicura la calata dei Francesi in Italia. Zamboni non voleva essere prevenuto; si affrettava a concretare il piano dell'azione, e in istraordinaria seduta convocava gli amici. I congiurati non mancano; silenziosi, con passo grave, vanno raccogliendosi all'ora fissata in casa Zamboni. Primo il De Rolandis, poscia mano mano, il dottor Angelo Sassoli, Antonio Forni, Camillo Galli, Cannilo Tomesani, il dottor Antonio Succi, Alessio Succi, Giuseppe Succi, Giovanni Calori, Filippo Marzocchi, Tomaso Bambocci di Ancona, il dottor Pietro Gavassetti, Giuseppe Rizzoli, Lazzaro Ghepardi, Luca Montignani, Giambattista Negri, Giovanni Osbel di Treviso, Giacomo Fondaroli, Domenico Zucchi, Giuseppe Monari e gli altri.
Allorché furono tutti riuniti, comparve Zamboni, raggiante in viso, come il messaggiero della lieta novella. Stretta ad ognuno de'compagni con effusione d'affetto la mano, egli prese ad esporre come immanchevole fosse l'invasione francese, come necessaria una pronta azione innanzi che l'esercito straniero passasse i confini.» — Se vogliamo essere degni di sedere al banchetto delle nazioni, sclamò egli, alla divina comunione della fraternità, se vogliamo che il nostro nome risorga, facciamo da noi. Santa é la sollevazione d'un popolo contro i tiranni; e la Francia, alleata ed amica, anziché imporre ad ignavi, ammirerà e rispetterà dei fratelli. Se la religione ebbe i suoi Martiri, li abbia la patria.... Imitiamo i nepoti di Giovanni da Procida; non si riposi che dopo aver vinto, e proclamisi il sauto diritto dei popoli. Quando ciascuno s'abbia un fucile, i molti una guida, tutti un solo pensiero nel cuore, la vittoria é certa. Non si tardi, ed all'armi!...
Queste parole, pronunciate con forza, infusero nell'animo de' congiurati un santo entusiasmo. Grida di Viva l'Italia, viva la libertà, morte ai mali governi, all'armi, all'armi! Seguirono l'infiammativo discorso del Zamboni, il quale riprese:
— Fratelli, spero molto con voi. Iddio ci ha già benedetti.... Oh, la vittoria non può fallire a chi combatte per la patria, nel nome di Dio!... Da secoli divisi, noi manchiamo d'un'insegna che dall'Alpi al Quarnero ci dica figli di una istessa madre; che raccolga gli affetti tutti degli Italiani delle varie provincie. È necessario un vessillo nazionale, tra un popolo che risorge a libertà; necessarissimo a noi, nella lotta che stiamo per incominciare; a noi che quasi stranieri ci guardiamo fra un popolo e l'altro.... Un tale vessillo dobbiamo creare in questa seduta.... Il 16 luglio 1789 il rosso ed il turchino, colori della città di Parigi, erano decretati colori nazionali; ad essi univasi il bianco in onore del re, e così componevasi la bandiera di Francia. Noi al bianco ed al rosso, colori della nostra Bologna, uniamo il verde, in segno della speranza che tutto il popolo italiano segua la rivoluzione nazionale da noi iniziata, che cancelli que' confini segnati dalla tirannide forestiera (1).
Come innanzi vedremo, la bandiera tricolore italiana, il simbolo della nostra redenzione, fu fin dal suo nascimento consacrata all'immortalità del trionfo dalla fede, dalla virtù, dal sacrificio dell'uomo che la creò; dai dolori, dagli spasimi, dalle lagrime della donna che la compose; ed ora e sempre, la memoria di Luigi Zamboni e dell'amorosa di lui madre sarà sacra agli Italiani.
Decretata la bandiera nazionale, Zamboni espose agli amici il piano della rivoluzione. Nel Palazzo Pubblico risiedevano il Cardinale Legato e le principali autorità; vi si custodivano le casse, i depositi d'armi, e qualche numero di cannoni; v'erano pure le carceri.

(1) Ricciardi, il quale da un testimonio oculare raccolse in Londra notizie intorno quelle sedute, conferma che, da que' congiurati venne il color verde che mirasi nella bandiera italiana; avvegnaché abborrenti quali erano da qualunque forestierume e in ispecie delle cose francesi, stabilivano in una delle loro conventicole di sostituire il verde al turchino del famoso vessillo.

I cavalleggieri di guardia si ritiravano alla notte alle proprie case; e pochi Svizzeri soltanto vi rimanevano: costoro erano sovente resi dal vino e dai liquori stupidi, sonnolenti, inattivi. Per cui Zamboni progettava di sorprendere gli Svizzeri, chiudere le porte del Palazzo, impadronirsi del Cardinale Legato e de' suoi, aprire le carceri per titolo politico, togliere dalle casse il denaro occorrente a provvedere ai bisogni della rivoluzione, sciorinare alla grande ringhiera il vessillo nazionale e da quivi chiamare il popolo alle armi. Dopo di ciò si sarebbe proposto al comandante le truppe di guarnigione una capitolazione, e ove l'avesse rifiutata si sarebbero colle artiglierie forzate le caserme, ed obbligati i soldati a deporre le armi: — i birri, o dispersi colla forza, o comprati col denaro. — Trionfante la rivoluzione, si sarebbero convocati i capi delle famiglie per dare alla provincia una costituzione, la quale potesse immediatamente applicarsi a qualunque altra città che insorgesse, attendendo il momento di riunire in un fascio tutte le forze d'Italia sotto una sola legge, sotto un solo governo.
Poiché Zamboni ebbe terminato di parlare, De Rolandis mosse verso l'amico, e se lo strinse al seno: esso non aveva potuto resistere all'affetto che le parole di lui gli avevano fatto piovere in cuore.

Zamboni, ecc. 3

Angelo Sassoli, mentre con compassati detti commendava il piano rivoluzionario esposto da Zamboni, dimostrava pur ai compagni i pericoli dell'impresa, la prospettiva d'un'infelice riuscita, il bisogno del concorso di molti a renderla più certa, ma in questo caso l'accrescersi delle probabilità che il segreto si divulgasse.
De Rolandis si distaccò da Zamboni, si pose in faccia al Sassoli, e, fissandolo con due occhi di fuoco, esclamò:
— Quando si tratta della liberazione della patria non si devono accampare dei dubbi, ma concretare i mezzi per ottenerne lo scopo. Il dubbio é d'animo codardo Io reputo delitto il solo temere dell'esito della lotta che stiamo per combattere I guerrieri della religione nazionale sono invincibili, e noi vinceremo perché mossi da eguale sentimento.... Mostriamo a suo tempo ai popoli il quadro dei loro mali, e avremo il concorso di tutti: nell'ira disacerbata dalla memoria degli oltraggi sofferti si raccolgono le forze necessarie a vincere la prova.
— Zamboni, valendosi dell'ascendente che aveva sui compagni, troncò le parole di De Rolandis nel timore che potessero essere causa di scissura fra i congiurati. Egli si mostrò propenso ad accogliere le considerazioni di Sassoli; disse essere pur suo intendimento che, fino all'istante di operare, il segreto rimanesse in pochi: doversi frattanto designare intimi e provati amici sui quali fare assegnamento; affratellarseli sempre più, e al momento di chiamare il popolo all'armi svelare loro pe' primi il segreto. Frattanto, soggiunse, gravi doveri è incombono, dobbiamo approntare armi, munizioni, denaro, bandiere. Polvere ne avrò dai montanari, il piombo pur facilmente potrò avere, bandiere e coccarde verranno fatte da mia madre e da mia zia; alle armi sieno rivolte tutte le vostre cure.
Il Succi, che orasene stato fino allora silenzioso, disse che avendo il fratello Giuseppe di soli sedici anni, poteva per suo mezzo far la compera di fucili, pistole e sciabole dagli armaiuoli e rivenditori della città, senza destare sospetti.
Accolta la proposta, veniva il Succi incaricato di quella missione. Fattasi poscia promessa dai congiurati che ognuno avrebbe concorso con tutto il Denaro di cui avrebbe potuto disporre, si sciolse per quella sera la seduta.

IV.

A mano a mano che Succi comperava qualche arme si affrettava a riporta nella casa Zamboni; questa in breve tempo raccoglieva pochi vecchi fucili, poche pistole e sciabole; ivi pur venivano riposte le cartuccie che erano preparate dai congiurati. Le sorelle Brigida e Barbara Borghi, la prima madre, la seconda zia di Luigi, erano occupate a far coccarde e bandiere tricolori.
Due circostanze inopinate occorsero in quel frattempo, le quali accelerarono il moto insurrezionale.
Andrea Cofano, il compagno di De Rolandis, educato nelle religiose astruserie, sentì turbata la coscienza per essere a parte di mene che tendevano a sconvolgere il trono del Papa. Esso espose al padre Scarioni, di lai confessore, innocentemente i propri dubbi; e nella notte del 12 al 13 novembre, dietro deposizione di quel padre, veniva d'improvviso arrestato, e tradotto innanzi all'arcivescovo.
La confessione servì sempre ai preti per sapere gli altrui interessi e volgerli a loro profitto. Più immorale istituzione noi non crediamo esista.
De Rolandis, saputa la cosa dai barbieri del collegio, Luigi Montignani e Domenico Zucchi, corse la mattina del giovedì 13, senza porre tempo di mezzo, dal capo della congiura per dargliene pronta partecipazione e per avvisare ai mezzi di prevenirne le conseguenze.
Zamboni domandò all'amico se Cofano fosse a parte dei nomi dei congiurati.
— Non sa che il mio, rispose De Rolandis; ed io mi trovo abbastanza forte per dare la vita anziché rendermi delatore. Quel che mi tormenta é il pensiero delle misuro che il Cardinale potrà prendere in seguito all'arresto.
Zamboni cercò rassicurarlo, presentandogli una segreta partecipazione avuta d'un ordine del Legato, dietro cui tutti i birri e parte delle truppe si allontanavano da Bologna per isguinzagliarsi nella provincia a reprimere i furti e le grassazioni che avevano preso una estensione gigantesca. — Tale propizia circostanza, disse Zamboni, noi non dobbiamo lasciar sfuggire per far scoppiare l'insurrezione; e molto più, dopo l'arresto di Cofano. Va dagli amici e dì loro che stassera sieno qui infallantemente. — De Rolandis, da mesto divenendo lieto, baciò l'amico; poi si affrettò a correre per la città a dare avviso ai compagni dell'importante adunanza improvvisamente deliberata.
Allorché fu alta la notte tutti i congiurati trovaronsi riuniti nella casa di Zamboni. Questi narrò della carcerazione di Cofano; dimostrò come fosse urgente cogliere l'occasione dell'allontanamento dei birri e delle truppe per insorgere. — Armi e munizioni, sclamò, sono pronte; coccarde, bandiere e proclami non mancano. Ora é duopo raccogliere intorno a noi que' generosi, che intendono seguirci; creare quel forte nucleo, che deve generare la terribile falange che combatterà la tirannide e che sui troni distrutti pianterà lo stendardo della libertà e della unità d'Italia. Che ognuno si trovi pronto per l'alba di domani: che il giorno 14 novembre 1794 segni l'era novella.
Altre e sempre più infìammative parole uscirono dalle labbra di Zamboni; e ripetute voci e promesse e proteste insiem confuse facevano coro al novello Tribuno. Calmati alquanto gli spiriti concitati, esaminate le armi, le munizioni, e date ad ognuno in iscritto le proprie istruzioni, Zamboni concluse:
— È tempo di separarci. Innanzi però dobbiamo pronunciare solenne giuramento che all'alba di domani noi saremo un'anima sola; che da quel momento impugneremo le armi per non deporle se non vincitori o vinti.
De Rolandis aggiunse:
— Per la fede del Nazareno, divin maestro d'amore che libera, d'amore che agguaglia e d'amore che lega, lo giuro.
— E noi pur lo giuriamo! sclamarono tutti della conventicola, stendendola mano destra verso l'immagine del Martire del Golgota, che appesa era ad una delle pareti della stanza.
Abbiamo detto tutti. No; fra i congiurati alcuni non poterono prestare il giuramento, poiché avevano venduta l'anima.
Se Zamboni, meno trasportato dall'entusiasmo della speranza, avesse pensato di scrutare il volto di ciascuno dei presenti, avrebbe facilmente letto in quello di Antonio Succi e di Sassoli il tradimento; poiché l'uomo per malvagio che sia, non può nascondere il marchio che il dito di Dio segna sulla fronte dei giuda. Zamboni avrebbe potuto prevenire la luttuosa catastrofe che dalla delazione di quegli scellerati uomini derivò.
Il resto di quella notte fu occupato dai generosi cospiratori a provvedere alle occorrenze, nell'appianare le difficoltà, superare gli ostacoli.
L'alba del venerdì 14 novembre 1794 sorse tristissima; era una di quelle albe d'autunno, che suscitano nella mente le più malinconiche rimembranze che mai, e che ti muovono al pianto. La densa nebbia che ravvolgeva la città d'uno spesso velo non veniva spezzata che dal'incerta luce delle lanterne dei birri, che andavano qua e là perlustrando, ed interrogando con mal piglio quegli fra i viandanti che per avventura a quell'ora si mattutina incontrassero.
Luigi Zamboni, percorrendo le strade, osservava quel viavai di birri, e stupiva; egli non poteva dar conto a sé stesso della sinistra impressione che recava all'animo suo quell'inusitato movimento di forze; e si rimproverava di viltà, quasi fosse il coraggio che gli fallisse. Per quante strade avesse percorse, non aveva incontrato né Succi, né Sassoli, e ciò accresceva la sua mestizia; imperocché nel pensare ai motivi per giustificare la condotta di que' congiurati, non trovava che argomenti per renderla sempre, più sospettosa.
— Bando dalla mia mente ad ogni trista idea, disse seco stesso dopo lungo camminare; l'ora dell'azione s'avvicina: e in tale solenne istante non mi sorrida che la speranza!
Recossi alla propria abitazione. Quivi trovavansi già De Rolandis, Neri, Osbel, Forni, Tomesani, Galli, Fondaroli, Monari e Rizzoli.
— Amici, domandò Zamboni; non sapreste di Sassoli e di Antonio Succi?
— Nulla sappiamo di loro, risposero i convocati.
— M'ange un pensiero, amici: tristo pensiero!
— Il tradimento!
— La colpevole più che strana condotta di quegli uomini, non può altro sospetto farmi nascere di quello.
— Se essi ci abbandonano e ci tradiscono, sclamò con forza De Rolandis, non ci abbandonerà Iddio; non ci tradirà il popolo!
— Oh, il nostro còmpito non verrà meno certo; e il tradimento dei falsi amici ci sarà sprone a condurre l'azione colla maggior energia. Iddio saprà punire i colpevoli.
Vennero allora caricate le armi; alcuni mangiarono un boccone, allestito alla meglio dalle sorelle Borghi; poscia risolutamente tutti uscirono, spargendo per la città il seguente proclama:

AVVISO AL POPOLO.

« Quella libertà, glorioso stemma della Patria, che abbiamo dalla natura stessa sortita, della quale l'intimo senso altamente ci parla, e che ad usarne giustamente ci sprona, quella dessa, o Bolognesi? vi viene da questo punto restituita, mercé il grato animo dei vostri Concittadini, cui più il comune, che il ben proprio sta a cuore.
Forti abbastanza sono i motivi, che ad un tal passo c'inducono; i Diritti dei Cittadini, annullati dalla Prepotenza; la Ragione alla Forza sottomessa;
le pubbliche Cariche, distribuite in ragione delle Persone, non già dei meriti; i Delitti dei Ricchi impuniti; calunniata l'Innocenza del Povero; i Magistrati nazionali, od inattivi o determinati da privati riguardi; le Imposte maggiori delle forze de' Cittadini, ed esatte a danno dei più poveri; queste ingiustamente carpite alla comune utilità; ingannati a un tempo da promessaci Protezione ben presto degenerata in Sovrano Dominio coperto da velo di Libertà, che infine squarciato, vengonci usurpati i più sacri Diritti, che formavano si la Privata che la Pubblica felicità.
Ha reclamato ma invano il misero Popolo di Castel Bolognese, al quale unita Bologna tutta, contro l'usatale Tirannia reclama, ed assai le pesa il dover soffrire ulteriori disastri.
Scuotetevi, o Cittadini, da quel letargo in cui giacete profondamente immersi, che vi rende si inoperosi al ben Pubblico, che nocevoli a Voi stessi, e non esitate a seguir l'orme di chi vi addita la Libertà e la Gloria della Patria. »

I congiurati si rannodarono alla Montagnuola; il luogo era deserto; e quei generosi si convinsero come la congiura fosse scoperta. Non venne però in loro meno l'ardire, e di conserva decisero di attendere l'ora in cui gli operai traevano al lavoro; speravano che, in leggendo i proclami, essi si sarebbero accesi di santo ardore di libertà. Si lieta lusinga aveva breve durata; in quanto che non tardava guari a giungere a Zamboni un messo, il quale gli riferiva che tanto i quartieri abitati dal popolo, quanto borgo Paglia e via san Donato, abitati dagli studenti, erano custoditi da nodi di soldati e di birri, aventi ordine d'impedire a chiunque l'uscita. L'impeto di furore che assali Zamboni fece conoscere ai congiurati come tutto fosse perduto.
Nel fremito della propria indignazione, Luigi pronunciò le seguenti parole:
« Nell'ora in cui lo stanco mortale Irova nelle dolcezze dej sonni un lenimento al dolore, un obblio della vita, vi rugga come fulmine sul capo l'anatema dei traditi fratelli. Da quest'istante il cielo a noi vi sommette; da quest'istante vi avvolgiamo nel manto d'una maledizione che vi seguirà sin oltre la tomba: il nostro nome vi sarà un rimordimento perenne, vi colmerà di strazianti terrori.... sotto il peso d'una spirituale catena vivrete esecrati dal cielo e dagli uomini. Il vaso della nostra fiera imprecazione é scagliato, or andate disperati e maledetti al pari di Giuda!
Sfogato l'animo, si terse il sudore che gli grondava dalla fronte; poi volse intorno a sé un lungo sguardo: vide che anco i compagni l'avevano abbandonato: soltanto De Rolandis era rimasto intrepido al posto; appoggiato alla sua carabina, questi lo andava confortando con amichevoli accenti.
I due amici si abbracciarono con effusione. Vedendo quindi come più nessuna speranza vi fosse ormai per chiamare il popolo all'armi, deliberarono di fuggire, riserbando a tempi migliori l'iniziamento della rivoluzione.
Avevano appena oltrepassata la piazza del Mercato, quando da ogni lato sbucarono fuori birri e soldati. I due congiurati scorsero le loro insidiose armi, e cercarono sfuggirle; sorretti dall'eroico coraggio, che mai li abbandonava, essi scalarono le vicine mura e si trovarono all'aperto, fuori di porta San Donato. Allora sostarono alcuni istanti, stendendo l'orecchio a terra per udire se fossero inseguiti: dappertutto regnava un silenzio di morte. Tranquillati alquanto gli animi, mossero i due fuggiaschi per l'osteria di San Sisto a tre miglia da Bologna. Quivi Zamboni scriveva una lettera, e, a mezzo dell'oste la spediva in via Galliera ai suoi genitori.
Quel foglio dileguò all'istante il terrore in cui era immersa la famiglia del cospiratore. Senza riflettere a nulla, non ascoltando che il cuore di madre, la buona Brigida raccolse quanto aveva in denaro ed in oggetti preziosi, e sola, a piedi, seguì il messo, volando a porgere forse un ultimo bacio al figlio diletto.
L'incontro avvenuto nell'osteria di San Sisto fu tale quale si può sentire, ma non descrivere; gli affetti di madre e di figlio in quel supremo momento in cui la natura investe gli esseri sensitivi degli attributi della divinità, ebbero uno sfogo incommensurabile. La dolorosa separazione ricordava l'ultimo istante del morente che da l'addio a'suoi cari.
Triste, affannosa, tutta sola, e cogli occhi rossi dalle lagrime, la buona madre ritornava al proprio tetto; ma oimé la sventurata donna non aveva ancor tutto trangugiato il calice della sventura. I birri avevano infrattanto irruito nella sua casa, l'avevano manomessa, incatenando puranche, quali malfattori, il vecchio consorte, la sorella; e i saccomanni all'apparire di lei l'afferravano, e insieme agli altri la trascinavano nelle prigioni. In quell'istante una turba di popolaccio, aizzata dalla sbirraglia, saccheggiava in canton de' Fiori la bottega di quella infelice famiglia.
Ad aggravare le prove per procedere contro i Zamboni concorse in quella mattina un'altra circostanza. Appena giunse agli orecchi della Brigida Borghi che la congiura era scoperta, chiamava un tal Gaspare Piacenti, bracciere di casa Savioli, e colle lagrime agli occhi e con offerte di denaro gli affidava delle armi, affinché le nascondesse. Il Piacenti prometteva innanzi tratto; poscia sia timore od altro andava a deporle in Tribunale, senza però palesare nessuna provenienza.

Le notizie dei fatti del mattino produssero nella città forte concitamento. Sul viso dei Bolognesi stavano stampati la sorpresa e il dolore. In ogni via, in ogni piazza eransi venuti raggranellando capannelli di persone. Era un bisbigliare, un mormorare dappertutto. Le anime generose esaltavano le rare virtù del cuore e dell'ingegno di Luigi Zamboni; le volgari, all'incontro, che non concedono ad altri que'sentimenti che non comprendono, disfogavano il loro fiele contro il cospiratore. Andavano dicendo essere opera da pazzo il voler attentare ad abbattere una potestà divina; che Iddio aveva invece abbattuto il superbo, e resa così più gloriosa la causa del Papa e del re. Erano per vero dire pochi quelli che favellavano in tal modo; e le parole di costoro accendevano forti contese in vari crocchi. Imperocché i fatti di Francia per quanto nella Gazzetta di Bologna fossero stati svisati, la luce della verità a poco a poco s'era fatta strada in quanti sentivano dignità d'uomo. Pochi ormai in Bologna non desideravano ordini nuovi; e se si discordava sui mezzi d'ottenerli, la grande maggioranza era però tutta rivolta a quello scopo. Molti avrebbero voluto essere Zamboni; e se un ardito fosse sorto in quel momento, Bologna avrebbe compiuta l'opera che il tradimento aveva soffocata innanzi il suo nascere. Mancata l'iniziativa, mancato il braccio di Cola, in isterilì lamenti e compianti si scioglievano gli animi commossi. I vecchi, ad eccitare la gioventù, ricordavano con lagrime di vergogna le antiche gesta e l'antico patriotismo; ma nessuno fuvvi di tanto ardito da acagliare il sasso contro le somme chiavi.
II cardinale Archetti, tremante e spaventato durante il pericolo, rifatto al cessar di questo, crudelmente sfogava frattanto la pretina vendetta emanando ordini severissimi ed illimitati. Quanti crocchi venissero dai birri incontrati per via, con barbari modi erano dispersi; chi per suo malanno fosse in sospetto, od additato quale amatore di Repubblica, veniva con infiniti strapazzi tradotto nelle terribili carceri del Torrone. In poche ore queste erano zeppe di padri, di figli e di mariti innocenti; di donne, gravi d'anni od appena uscite di giovinezza, fra cui Angelica Lorenzini Montignani, promessa sposa a De Rolandis, tutte specchi di costumanza, gettate pur là alla rinfusa, senza badare alla differenza del sesso. In poche ore non v'era casa in Bologna die non fosse immersa nel lutto (1). Frattanto uomini di malo ingegno, omicidi, ladri, assassini, aizzati da preti e frati, percorrevano le vie tumultuariamente e prorompendo in sfrenata licenza.

(1) Duecento novanta tra uomini e donne, imputati in parte e testimoni, cadevano sotto la inquisizione del fisco; molte case di pacifici cittadini venivano violate e perturbate, fra cui annoveravasi quella di un avvocato Romagnoli, nel cui studio il Zamboni si dedicava alla pratica della giurisprudenza; d'un avvocato Magnani, che ammaestrava il Succi; d'un dottor Alberesi, che accoglieva il Sassoli; d'un avvocato Gambari, che aveva fra i suoi giovani il dottor Francesco Gualandi, priore degli studenti ed amico di Zamboni (').
(') Vedi Rubrica al Processo 8415.

Il 14 novembre fa per l'infelice Bologna un giorno di terrore.
Una Congregazione criminale venne tosto nominata per giudicare quanti fossero immischiati nella congiura. La presiedeva lo stesso cardinale Archetti, e membri n'erano Monsignore Vice-legato e due Uditori del Torrone, fra cui il Pistrucci, uomini tutti crudeli e famosi per furore dispotico. Il processo scrivevasi in latino; e gli interrogatori e le risposte erano, Dio sa come, tradotte in quella lingua dal notaio delle carceri per essere riferite negli atti. Tutto si eseguiva a porte chiuse; le difese erano assunte dagli avvocati dei poveri, nominati e stipendiati dal governo.
Così amministravasi la giustizia dalla Corte di Roma, la quale certo non si é fatta migliore ai di nostri.
L'Archetti, per ottenere una maggior larghezza di potere, scriveva a Roma una lettera con cui, nel narrare i fatti di Bologna, dimostrava la necessità di applicare « al granmale estremi rimedi. » II Vaticano, sempre eguale a sé stesso, rispondeva col seguente dispaccio (1):

« E.m.mo e Rev.mo Sig. Oss.mo

(1) Archivio degli Atti Criminali. Alleg. al vol. 1, pag. 443.

« La veneratissima di Vostra Eminenza del 19 corrente che mi ha recata la relazione di una scoperta di una nuova cospirazione costi ordita, mi ha tolto in parte dell'angustia di animo in cui mi trovavo per questo conto, come Le significai colla mia del passato ordinario. L'Eminenza Vostra colla sua avvedutezza ben vedrà l'importanza dell'affare, specialmente se posto al confronto delle critiche circostanze de' tempi. Sarebbe stato desiderabile che li rei manifestatisi non avessero avuto scampo alla fuga giacché forse il loro arresto avrebbe potuto somministrare lumi e traccie, onde venire in chiaro di tutta l'orditura, potendo ragionevolmente credersi che non sieno essi soli, ma abbiano dei compagni nel delitto, lo che non lascia di tenermi in qualche inquietezza. Son pur sicuro, che Vostra Eminenza impiegherà la sua sperimentata attività, efficacia e zelo per porre in chiaro tutta la trama, verificarne li rei, ed averne l'arresto per poi procedere sopra di loro con quel rigore di giustizia, che esige la gravezza del loro reato, e richiede il pubblico esempio, come non dubito che la di Lei esattezza proseguirà a tenermi informato dell'ulteriore progresso dell'inquisizióne anche per darne contezza a Nostro Signore che n'é giustamente sollecito.
» A tale effetto la Santità Sua intende di concedere a Vostra Eminenza ed alli Ministri della Legazione, tutte le facoltà necessarie ed opportune, non solo di esaminare, ma ancora di procedere sino alla sentenza inclusivamente, e sua totale esecuzione, contro le Persone Ecclesiastiche, Secolari e Regolari ed in qualsivoglia modo privilegiate ed esenti, e di perquisire ne' luoghi immuni, estrarne quelle cose che si crederanno confacenti alla Causa e farne pieno uso in giudizio come se derivassero da luogo meramente profano, il tutto per mezzo di Ministri benché meramente laici, e colla presena per le suddette Persone Ecclesiastiche da esaminarsi da ogni ricorso d'irregolarità purché premettano la solita protesta a forma del Gap. Praelatis de homicid. in 6.°
» A seconda poi de' di lei desideri commetto contemporaneamente a Mons. Nunzio a Firenze che ad ogni sua richiesta chiegga a quel Governo la consegna a codesta forza de' delinquenti che verranno in quel dominio arrestati, come complicati in questa Causa.
» Mi é stato gratissimo il sentire che tutto costi si trovi in perfetta calma, e la vigilanza dell'Eminenza Vostra mi ripromette che questa tranquillità continuerà anche nel seguito, e pieno del più distinto ossequio passo a baciarle umilissimamente le mani.

» Di Vostra Eminenza.

. » Roma 26 novembre 1794.

« Um.
mo Dev.mo Serv. vero
« F. S. Card. De Zelada. »

Zamboni, ecc. 4

Questo documento ci dimostra maggiormente come la Corte di Roma abbia chiuso sempre il cuore alla pietà quando si é trattato dei mondani interessi; come per questi essa abbia realmente dimenticate le dottrine di Gesù Nazareno, si sia gettata nel brago. Eppure non vergognano i preti con ipocrite arti di lamentare dell'eccessivo e crudele rigore de' nostri generali nella repressione del brigantaggio, quasi che le loro leggi fossero basate su principi d'umanità.
L'Archetti si era creduto in dovere di precorrere gli ordini di Roma. Egli, — il 22 novembre 1794,— emanava tale notificazione:
« Noi Gio. Andrea del tItolo di S. Eusebio della Santa Romana Chiesa Prete. Cardinale Archetti della città e contado di Bologna, Legato a Latere, ecc. » Avendoci fatto sapere Antonio Succi della Molinella detenuto nelle carceri del Torrone, come creduto reo di sedizioso complotto; non che di formazione, e fors'anche di pubblicazione di biglietti, o siano Manifesti sediziosi, che qualora gli si conceda da Noi perdono, ed Impunità, colla riserva però della rilegazione in qualche fortezza per quel tempo che dalla Congregazione Criminale verrà destinato, rileverà il fatto, paleserà diversi altri delinquenti, e paleserà molte cose vantaggiose alla Causa, onde considerando Noi essere molto profittevole alla Giustizia, alla pubblica e privata quiete de' popoli, il venire in cognizione de' rei di tanto delitto per poterli condegnamente punire, quindi é che concediamo colla presente, al suddetto Antonio Succi Libera Impunità e perdono colla rilegazione nei termini suddetti, ed a condizione che debba dire interamente la verità e somministrare indizii sufficienti alla Tortura contro li rei presenti, ed a trasmettere l'inquisizione contro detti contumaci, altrimenti vogliamo che la presente non gli sia d'alcun valore, e si abbia a considerare come non fosse stata concessa » (1).
Dal Palazzo della nostra Residenza questo di 22 novembre 1794.

G. A. Card. Archetti Legato.

Per il Sagro Monte di Pietà
Cristoforo Romiti Capo notaio.

E codesto atto, improntato di libidine di vendetta, pubblicavasi nel tempo in cui Cesare Beccaria protestava, in nome dell'umanità, contro l'enormezza delle leggi, che sempre più brutali venivano rese da un Cardinale, di Santa Chiesa, il quale non vergognavasi di stimolare un uomo a consegnare alla tortura il maggior numero di vittime che potesse.

Innanzi procedere nella dolorosa istoria, crediamo necessario dire ai nostri lettori come il governo venisse a cognizione della congiura.

(1) Proc. Vol. 1, pag. 1227.

Angelo Sassoli e Antonio Succi, anime entrambi senza affetto e solo penetrate da freddo egoismo, usciti che furono, nella sera del giovedì, dalla casa Zamboni, anziché darsi come i compagni a cercare nuovi amici alla libertà, cominciarono a riflettere ai severi castighi che sarebbero stati inflitti ai congiurati ove la sollevazione avesse abortito. Il timore per la vita li assali; essi, per la propria conservazione, dimenticarono i sacri doveri di cittadino, la fede giurata. Senza pensare che tradivano e la patria e gli amici, recavansi dalle autorità, e le illuminavano su quanto il domani doveva in Bologna succedere. Speravano così di isfuggire al castigo; ma erano tosto arrestatile assoggettati a un rigorosissimo procedimento.
Il Succi non poté nell'interrogatorio tacere come fosse uno dei capi e promotori della congiura; per cui i processanti, resi sempre più sospettosi, lo sottoposero alla tortura, mediante la così detta corda a campanella.
Al primo squasso, Succi domandò l'impunità. Accordategliela, egli svelò fatti, luoghi e persone. Disse che i congiurati volevano tentare la rivoluzione coll'appiccare il fuoco ai quattro angoli della città, coll'uccidere il senatore Legnani ed altri disamati dal paese, e col gettare infine dalla pubblica ringhiera al popolo le teste degli impiegati. Terribile disegno che, come in appresso vedremo, era stato dal Succi stesso proposto, e con orrore rigettato dal Zamboni. Il Sassoli, colpevole in minor grado in faccia al tribunale, confermò quanto dall'altro venne esposto. Soggiunse che i cospiratori contavano sull'appoggio tanto degli studenti, come dei cavalieri fra quelli più liberali, e di molti della plebaglia (1). Tali notizie rappresentavano nella mente dei processanti vasta congiura e potentissima. Reso informato il cardinale Archetti di quel notturno processo, allibbiva, e subito mandava pel generale comandante il presidio e pel Bargello; narrava loro della congiura; ordinava al primo richiamasse nella notte istessa in Bologna i soldati partiti per la provincia; al secondo che ponesse in moto i suoi birri; che i quartieri abitati dagli studenti e dal popolo fossero guardati a vista fin dall'alba; che forti pattuglie percorressero la città; infine accordava ai due chiamati pieni poteri; si versasse pure sangue, soltanto che l'insurrezione non iscoppiasse. Fatto venire alla sua residenza forte nerbo di armati, si rinchiudeva in un suo gabinetto, e tremante attendeva l'esito degli avvenimenti.
Luigi Zamboni, abbracciata la madre, si partiva dall'osteria di San Sisto, seguito da Giovanni Battista De Rolandis. Armatisi i due fuggiaschi presero la via de' monti; e, superati mille disagi e pericoli, giungevano il giorno 19 a Bocca di Rio.

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(1) Esame Sassoli. Vol. 1, pag. 598, 6 dicembre 1794.