Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995

Il documenti citati  sono  conservati presso l'Archivio di Stato di Bologna



LUIGI ZAMBONI

IL PRIMO MARTIRE DELLA LIBERTÀ ITALIANA

PER

FELICE VENOSTA

» I patimenti e la morte rendono venerande
le vittime, e consacrano all'odio pubblico il
vituperoso carnefice.
» Atto Vannucci.

» Oh ! sì, gente superba, infamatevi pure co'
fatti, che la storia v' infamerà cogli scritti.

Botta.

 

VOLUME UNICO

MILANO

Presso FRANCESCO SCORZA Editore
Via dell' Orso Olmetto. N. 14.

1864.


PROPRIETÀ LETTERARIA

Tip. Alberti e C., Due Muri, N.° 22.

 

ALLA SANTA MEMORIA
DI

MIA MADRE NICOLINA NARDI

7 GENNAIO 1850.

 

» Luigi Zamboni di Bologna, cospirante
nel 1790 per la libertà e l'indipendenza
d'Italia, fu assassinato nelle carceri
del Legato del Papa. «


I.

Che i Pontefici cadessero in infinite miserie, allorché si allontanarono dal precetto del Nazareno, il quale insegnò a' suoi seguaci non essere il suo regno di questo mondo, ella era cosa incontrastabile. Sorgeva il dubbio se nell'età moderna lo spargimento del primo sangue de'Martiri si dovesse a Ferdinando Borbone, ovvero ad un Papa, Pio VI. I fatti c'insegnano ormai che il ministro del mite Gesù superò in crudeltà il truculento re di Napoli. Finché la Chiesa fu libera, ella segui la legge che ci aveva dato il primo amore; e la sua parola volò sino ai confini della terra. Ma non appena Costantino la investi d'un trono, credendo nella sua mente che la temporale signoria fosse necessaria al maggior decoro ed alla indipendenza del successore di Pietro, i sacerdoti suoi lasciarono il loro ministero d'amore e di pace, divennero tiranni e amici ai tiranni, santificarono la forza brutale, e proclamarono il diritto divino, e lo scrissero colla punta delle baionette: la Corte di Roma divenne il vero centro dei nostri mali. I Pontefici per tenersi in dominio cercarono d'incatenare il corpo e l'anima dei fratelli, di educare il pensiero e la coscienza di essi al loro culto, sia nella vita dello spirito come nelle cose di fuori. Coll'ignoranza e coll'ipocrisia riuscirono ad avvolgere le menti; il Dio padre e benefattore dell'umanità dipinsero tiranno, fantastico, vendicativo. I popoli credevano alla stolta parola; poichè i falsi sacerdoti non vergognavano di dire complice dei loro misfatti il divino Maestro. In Italia specialmente era delitto a non credere all'onnipotenza e all'infallibilità del Papa; chiunque avesse parlato o scritto differentemente era dannato al rogo; era delitto contro il cielo la parola della scienza e della vita; le opere e gl'insegnamenti di liberi studi erano gettati alle fiamme; parlavasi di que' libri con misterioso terrore, come delle più temerarie e paurose bestemmie che umano labbro avesse scagliato al pie del trono di Roma. Per secoli e secoli perdurarono le cose in tal modo; finché scoppiata la grande rivoluzione di Francia, che proclamava i diritti dell'uomo, e che, gridando guerra mortale alla barbarie dei vecchi troni, chiamava tutti i popoli alla libertà, gli Italiani si riscossero. Rimasero essi in prima come trasognati alla nuova voce; ma la coscienza dei propri destini tosto risentirono; conobbero come fossero stati ciechi strumenti dell'avarizia dei Papi, e, sollevando la testa fuori della sepoltura, si mostrarono desiderosi di libertà. Fin dai primi conati degli Italiani ad ottener liberi ordinamenti, i loro tiranni impaurirono, e cercarono di porre una diga all'impeto delle idee nuove, incrudelendo in ogni maniera. Le carceri traboccarono d'innocenti; i tribunali e i patiboli furono sempre pronti. « Se voi perseguitate le opinioni, scrive Vincenzo Cuoco, allora le opinioni diventano sentimenti; il sentimento produce l'entusiasmo, l'entusiasmo si comunica; vi inimicate chi soffre la persecuzione; vi inimicate chi la teme, vi inimicate anche l'uomo indifferente che la condanna; e finalmente l'opinione perseguitata diventa generale e trionfa. » In fatti più i carnefici versavano sangue «numero sempre più grande di campioni sorgeva a combattere contro il dispotismo. Nella lotta, attraverso il sangue grondante dai patiboli, non venne mai il dubbio, né lo scoraggiamento. Gl'Italiani, desiderando libertà, sapevano ormai di non cercare l'impossibile; sapevano che il male che li affliggeva non stava negli ordini della Provvidenza, di quella Provvidenza, che, designando la vita e i caratteri d'una nazione, concesse a questa in uno l'obbligo e il diritto della propria esistenza. Una voce, una speranza, un divino presentimento riempiva l'animo a que' generosi e assicurava loro la meta.

Quando la Francia uccise il re spergiuro e proclamò la Repubblica, Pio VI allibì per subita paura, poiché chiaramente vide come da quella il mortai colpo sarebbe stato dato al poter temporale. Fece tostamente lega coi principi tiranni d'Italia, e mandò ai Legati che lo rappresentavano nelle primarie città delle terre vassallo alla tiara, istruzioni severissime; contro chiunque avesse cospirato o soltanto parlato di ordini nuovi dovevasi perpetrare tutto il rigore delle leggi. E che leggi sieno quelle del governo dei preti tutti sanno. I truci proconsoli di Pio VI non avevano d'uopo di raccomandazioni. Le loro paure erano cotanto accresciute che non vedevano, che non sognavano che traditori. Bandi furono pubblicati con cui, a parole di fuoco, si comminavano le maggiori pene contro ogni innovatore; con «altri si comandava lo spionaggio, s'incoraggiava il tradimento, il sospetto, la calunnia; a calpestare nel fango la pubblica morale, offrendo persino premi a chi svelasse nomi di settari. Contro le nuove idee si eccitò pur l'odio delle turbe ignoranti, a ciò usando dell'opera dei preti e dei frati, i quali a più potere predicavano contro ogni ordine di libertà, e mutavano in tribuna i pergami e i confessionali. Anco le' spie e i birri vennero sguinzagliati; e i legati conferivano con essi nel palazzo pontificio. Il cardinale di Santo Chiesa Giovanni Andrea Archetti, prete dal titolo di sant'Eusebio, legato a latere di Sua Santità Papa Pio VI, si mostrò sopra ogni altro feroce. Egli aveva immerso Bologna nel terrore. In ogni giovine quel porporato vedeva un cospiratore; in ogni foggia di vestire un segno di congiura; la coda dei capegli tagliata, i peli cresciuti sul viso, i calzoni allungati fino al piede, i cappelli a tre punte e piegati, certi nastri, o colori, o pendagli, erano colpe aspramente punite, apportando prigionie e martori come in cause di altissimo tradimento. Quindi stavano le carceri piene di miseri, le famiglie di lutto, il pubblico di spavento: tanto più che profondo silenzio copriva i delitti e le pene. Alcuni prigionieri erano stati uditi, altri non mai, nessun difeso: come la tirannide usa cogli innocenti. Pio VI, anziché infrenare l'iniqua condotta dell'Archetti, ne lo commendava, e lo incoraggiava a proseguire nei salutari castighi a gloria del trono e dell'altare. L'Archetti lasciò fama di sé non meno scellerata di quella dell'altro cardinale Fabrizio Buffo, lo stesso che gettò nel terrore le provincie napolitane. La storia di quegli infelici tempi registrò nelle sante sue pagine, a caratteri d'eterna infamia, il nome di que' due truci.

II.

In Italia v'ha oggidì una generazione d'uomini devoti alla patria, i quali hanno con prove indefesse e continue preparate le vittorie della nostra libertà. Costoro si rinnovellano e si rinfrancano per le sconfitte; costoro, come gli immortali di bario, sempre presentano la stessa fronte al nemico; e la morte, le sventure, i tradimenti che scemano le loro file, raddoppiano la fede e il coraggio dei superstiti. Costoro con denaro proprio, a stento raccolto dalle scarse sostanze della democrazia, con proprio sangue, con proprie forze, tentarono tutte le imprese che resero possibile il fondamento della nostra unità. Costoro hanno giurato dicompierla, malgrado sappiano già quale sia la loro sorte. Se vincitori, avranno l'ingratitudine della patria; se vinti, saranno rinnegati dai fratelli. Eglino lo sanno; eppure accettano quella condizione. E sono pronti sempre ad ogni ora a gettarsi, a conto proprio, a proprio rischio, nella battaglia, contenti che, quando l'impresa riesca a bene, l'Italia ne abbia profitto; che quando fallisca, ella si scusi, rinnegandoli, come Pietro rinnegò Gesù: « Ecco che io non li conosco. » Tale razza d'uomini ha origine coi primi albori del nostro risorgimento:
Bologna la vide nascere col suo Luigi Zamboni. Questo generoso, non sì tosto si sparse per l'Italia il grido della rivoluzione francese, cospirò per la libertà e indipendenza della patria, parendogli delitto non rivendicare i naturali diritti degli Italiani, calpestati dal tirannico governo del Pontefice. Egli cospirò per la patria libera dallo straniero; sapeva di andare incontro alla morte; non indietreggiò per questo; ma a tutt'uomo proseguì nell'arduo compito, finché il capestro del prete non lo rese Martire.

Era un dì della quaresima del 1790. In una bottega di merci, posta nella via Canton dei fiori, poco lontano della piazza pubblica di Bologna, stava un giovine di 17 anni circa. Era bello della persona, con sguardo vivacissimo da cui indovina vasi com'egli dotato fosse d'un animo generoso e liberale, d'un cuore ardente, d'un coraggio superiore alla sua età. Quel giovine era Luigi Zamboni. Come colui che nato era dal popolo, egli non aveva fatto profondi studi. Destinato alla mercatura, il padre lo aveva istruito in quel tanto che avesse potuto bastare a quello scopo. Ma se il mondo non fu prodigo con lui di studi, la natura avevagli fatto dono di somme qualità: morale santissima, pietà ad ogni sventura, amore immenso di patria. Giovinetto ancora , aveva compreso quale sventura fosse per l'Italia la dominazione pontificia, e giurò che adulto si sarebbe onninamente adopeperato pel bene della patria. Scoppiata la rivoluzione di Francia, apertamente cominciò ad agire. Fervido d'immaginazione egli avrebbe voluto che alla rivelazione dei mali che affliggevano l'Italia, alla prospettiva dei beni che le sarebbero venuti dalla libertà, si fossero le moltitudini tostamente scosse, e in aperta ribellione avessero prorotto contro il teocratico reggimento. Egli erasi querelato con alcuni amici per la titubanza dei suoi conterranei; e vedendo come niun frutto sortissero le sue parole aveva a queste aggiunto gli scritti; e nel giorno appunto in cui lo presentiamo al lettore aveva diffuso un proclama per la città. Vano era riuscito anco questo tentativo; imperocché la massa del popolo bolognese era troppo compresa da spavento pei rigori dell'Archetti, da osare, non diremo d'insorgere contro il Papa, di gettare soltanto sul foglio lo sguardo. A malgrado ciò non veniva meno in Zamboni la costanza di mostrarsi degno figlio d'Italia. Egli decideva di attendere che i tempi si facessero maturi, che le sevizie stesse dei preti rendessero alfine insopportabile a tutti il loro giogo; frattanto avrebbe in diverso modo adempiuto al suo dovere. Il domani presentavasi all'abate Bousset di Marsiglia, allora in Bologna, e gli esternava il desiderio di recarsi in Francia a combattere per la libertà. « —Cosi facendo, gli diceva, potrò addestrarmi nelle armi; e il di in cui la mia patria, illustre per antiche prove di virtù e di valore, si riscuoterà dal vergognoso letargo, dal quale invano tentai destarla, io vi faro ritorno; e l'opera mia non sarà forse allora inutile. » — II Bousset diedegli lettere commendatizie per Marsiglia, dirigendolo anche ad un proprio fratello capo battaglione della guardia nazionale di quella città.
Comeché avesse l'animo informato al vero amore di patria, Zamboni temette che all'atto di abbandonare le care dolcezze della famiglia, i genitori, che pur tanto amava, potessero le forze fallirgli; egli decise di evitarne la prova; affidò il suo proponimento alta carta; e notte tempo si involò dal paterno tetto. Innanzi uscire dalla città, recossi in una remota via; sostò sotto le finestre d'una casa di medìocre apparenza; alzò gli occhi verso un balcone ancora illuminato e sospirò. Stette alcun tempo immobile a contemplare la finestra; indi, come riscosso da subitaneo pensiero, con passo precipitoso, in silenzio si allontanò, senza neppure volgersi indietro. Soltanto allo scantonar della via, pronunciò un addio. Quelle mura racchiudevano la diletta del suo cuore, la sua fidanzata.
Era Zamboni di poco lungi da Bologna, quando il cardinale Legato spiccava ordine di arresto contro di lui, sotto l'accusa di congiurare a danno del governo.

Zamboni, ecc. 2

Il Bargello con grande apparato di forze recavasi alla casa Zamboni, che era in via Galliera N. 569; ne faceva sorvegliare ogni uscita, mentre esso recavasi nell'interno. Non fu poca la sua sorpresa e la sua rabbia nel vedere fuggita la preda. E accagionando di ciò l'innocente padre, coi maggiori strapazzi che mai lo faceva condurre nelle prigioni. Ma dalla lettera, che aveva lasciata Luigi, conosciuto come e' non fosse connivente della dipartita del figlio, veniva tosto rilasciato in libertà.
Frattanto Zamboni, col cuore in duolo, schifando i mille pericoli che ad ogni pie sospinto incontrava, riuscì a raggiungere Genova e a prendere imbarco per a Marsiglia.
Sul cassero della nave, s'imbatteva in Filippo Buonaroti, il fiero cospiratore, l'uomo che rinunciò ai suoi titoli, lasciò la sua nobiltà, si fece uomo del popolo, per consacrarsi ad esso per la vita; che preferì gli stenti alle dolcezze della famiglia per distruggere le rie opere della tirannide. Buonaroti lasciava la Toscana per isfuggire alle persecuzioni del granduca Leopoldo I, il quale, reso furibondo dalla rivoluzione francese, muoveva guerra a morte a quanti poteva sapere amatori di libertà.
I due cospiratori appena si videro strinsero fra loro un sacro vincolo d'amicizia. Nel viso, nella voce, ne' modi aveva Zamboni un non so che da attrarre ogni cuore. Buonaroti presentò Zamboni a Renoux, lo stesso che fu generale di divisione dell'esercito del Reno, il quale pur lo prese subito ad amare. Renoux volle che il suo nuovo amico scendesse a terra con fregiato il petto della coccarda nazionale. Que' colori fecero palpitare eli immensurabile gioia il cuore di Luigi; pensò come anco la sua patria, la sua Italia, avrebbe in breve potuto avere un proprio vessillo, non che quella nazionalità che Dio le diede.
— Io spero sempre pel risorgimento della mia patria, diceva Zamboni a suoi due amici. La colpa medesima non semina forse il germe del finale castigo? Se uccidere una sola vita trae seco, secondo le leggi che durano, condanna di morte, pena condegna non potrà certamente mancare a chi uccide innumerevoli vite, cioé l'esistenza d'una nazione, a chi tenta spegnere in ogni luogo la virtù e la intelligenza, beni supremi da Dio concessi all'uomo. Di questo delitto i popoli non accusano forse i re della terra? di questo delitto noi Italiani non accusiamo il Papa, Ferdinando di Napoli, e gli altri despoti che ci dilaniano? e di questo delitto non sorse già la Francia vendicatrice? L'Italia, spero, non tarderà a seguirne l'esempio.
— Voler distruggere una nazione, sclamò Buonaroti con piglio ardito, é opera da pazzo, é lo stesso che voler rompere l'orditura della Provvidenza, cancellare una sillaba di Dio. Dappoiché le nazioni fissarono le loro tende, e fu proclamato il cosmopolitico dogma dell'Evangelio, dappoiché il suolo, il linguaggio ed il cielo stamparono sulla loro fronte un'indelebile nota, le nazioni sono immortali.... Rassicuratevi, Zamboni; quando il calice delle amarezze di un popolo trabocca, Iddio tramuta questo popolo in avvoltoio di chi opprime: invano la spada gli tronca le ali ed il rostro e lo atterra; per sua condizione egli rinasce immortale dal proprio sangue, torna a svolazzare sul capo dei forti acciecati, finché lor pianti il rostro nel cuore e lo strappi. Il castigo di Dio talfiata tarda; ma é immancabile!...
— Riacquistata la nostra nazionalità, riprese Zamboni, noi dovremo proteggerla, difenderla a prezzo delle nostre vite contro chiunque ritentasse distruggerla....
— Come il diritto dell'esistenza, proseguì Buonaroti, fu concesso intero da Dio alle nazioni, nella stessa guisa che agli individui, come la nazionalità é il fondamento di ogni altro bene sì nell'ordine civile che evangelico e soprannaturale, come la nazionalità é un diritto e un obbligo che non si possono perdere, un diritto di proteggerla se osteggiata, un obbligo di riacquistarla se perduta, così dal rispetto alla nazionalità nascono la floridezza dei commerci e la forte pace, le inesorabili guerre, la caduta dei principi e il dissolvimento degli imperi.
Così favellarono in patri argomenti durante il tragitto. Zamboni, a Marsiglia, accommiatavasi da Buonaroti, il quale proseguiva il viaggio per la Corsica, con promessa però di presto rivedersi.
Sceso a terra, accompagnato da Renoux, presentavasi al fratello dell'abate Bousset, che lo faceva accettare nella guardia nazionale. Il patriota italiano ben presto prendeva posto nei volontari, e combattendo fra le file di Francia, assai si distingueva. Guarito da una ferita ricevuta nel labbro inferiore, passava in Corsica, ove fu promosso al grado di sottotenente nei Cacciatori di Rossiglione. Durante la sua sosta nell'Isola scrisse nel giornale in Bastia fondato dal Buonaroti: L'amico della libertà italiana, il primo periodico che salutasse l'unità e l'indipendenza della Penisola; e fece parte dell'organizzazione di quelle società secrete, i cui rami andarono tosto estendendosi nelle più grandi città d'Italia. Ivi pur si unì in amicizia coi Remicci, i Galeazzini, i Saliceti, giovani allora ardentissimi della causa democratica; visse in grande intimità con Napoleone Bonaparte, e viaggiando per l'Isola, divise più volte seco il letto, che la povera, ma tradizionale ospitalità dei Corsi poteva ad essi offerire. Aborrì, come il Buonaroti, dal Pasquale Paoli, che giudicava amante più di sé stesso che della patria. Zamboni narrò più tardi come quelli fossero stati i giorni più belli della sua vita, potendo egli apertamente professare le sue dottrine e chiamare gli Italiani all'indipendenza.

Passato qualche tempo, Zamboni veniva, dietro sua domanda, trasferito nella Marina; egli poté così perfezionare i suoi studi militari sia di terra che di mare. Visitato l'Arcipelago, approdò nuovamente a Marsiglia, e, desideroso di rivedere l'Italia, domandò ed ottenne un permesso di tre mesi. Recossi dapprima a Venezia; indi, preso il nome di Luigi Rinaldi, mosse per a Roma.
Noi non sapremmo adequatamente descrivere l'impressione che fece sull'animo di Zamboni la vista dell'eterna città. Egli non istancavasi di contemplare gli avanzi della grandezza romana, di quel Campidoglio da cui veniva pel mondo sparso l'incivilimento; il luogo da cui il figlio della lavandaia, Cola Rienzi, chiamava il popolo romano contro coloro che dominavano col pugnale dei sicari e colla scure dei manigoldi, e sapeva cancellare le inique leggi, distruggere ogni elemento di sociale disuguaglianza, fondare un nuovo ordine di cose, passare dalla più abbominevole oligarchia, al governo della giustizia, all'impero delle leggi. Da quell'Aventino stesso che udì il solenne giuramento del Tribuno, Zamboni, volgendo uno sguardo sulla sottoposta città, venne fuori con queste parole:
— O Roma, tu che per due volte hai data la libertà, che vedesti intorno a te riunite le genti, non devi disperare pella tua vita! Tu sei destinata a risorgere; e per opera de' figli tuoi, che si desteranno col'nome di Dio sulle labbra, di quel Dio che sterminò le falangi della tirannide, diverrai più grande di prima!... I vari popoli d'Italia non si chineranno più malvolenti ed oppressi al tuo giogo; le nefandezze pagane, quelle dei Papi non macchieranno più il lustro della tua gloria; ma sorella alle cento città italiane, ma rinverginato il vero culto del Nazareno, tu sarai il centro augusto, in cui riposeranno le nostre più care speranze. »
Sceso dall'Aventino, Zamboni concepì il pensiero di prendere servizio nell'esercito del Papa per tentare di raccogliere nuove forze alla rivoluzione, Sorretto dalla speranza, afferrava l'idea, e, senza porre tempo di mezzo, muoveva per a Civitavecchia ove col nome nuovo che aveva assunto si arruolava nella cavalleria Pontificia. Se non che per quanta cura ponesse al suo compito, lento e difficile, riescivagli, ed assai pericoloso; poiché i soldati pontifici erano abbrutiti da una educazione impastoiata dalle più assurde superstizioni.
Frattanto era venuto a sapere che la giovinetta bolognese, che aveva in lui riposte le speranze de' suoi sedici anni, le gioie e i dolori della innocente sua vita, non ne aveva potuto sopportare la partenza; ed era caduta in tale esaurimento di forze da far temere pe' suoi giorni. Zamboni, dopo Dio e la patria, immensamente amava la sua promessa. Non é a dire come doloroso gli scendesse quindi nell'anima la triste novella. Egli avrebbe voluto tostamente correre a Bologna a consolare la derelitta, a dirle che sempre l'amava, che un di l'avrebbe fatta sua; ma il dovere della patria tenevalo a Civitavecchia. Si struggeva in cordoglio senza sapere a qual partito appigliarsi, quando uno de' suoi fidi compagni avvisavate che sul suo capo pendeva tremenda catastrofe, essendo in sospetto de' superiori, e lo incalzava a sottrarsi colla fuga. Spinto dal compagno, si spogliava dell'assisa papalina, si vestiva di poveri panni, e, quantunque non avesse scorta di denaro, risolutamente prendeva la via di Bologna.
Per non incappare nella giustizia, viaggiò a piedi, per vie remote, nascondendosi al lieve sospetto, e sofferendo ogni privazione. Non fu raro il dì in cui dovette picchiare all'uscio d'una qualche capanna, e chiedere un tozzo di pane per sfamarsi. Lacero, estenuato, egli giungeva alfine alle porte di Bologna. Al rivedere la sua terra nativa, quella che racchiudeva le gioie del suo cuore, dimenticava gli affanni e le pene sofferte, faceva forza a sé medesimo, ed incedeva per la porta San Felice. Volava già colla mente alla casa paterna, quando vedovasi circondato da birri, arrestato e tradotto innanzi al Bargello, il quale con istantaneo giudizio, stabiliva sulle misere vesti di lui e sul nome ignoto titoli di reità, e pronunciava condanna, come vagabondo e straniero allo Stato, ad essere scacciato e scortato ai confini.
Colla costanza d'un animo temprato alle più dure vicissitudini della terra, Luigi ritornava a Venezia, presso alcuni mercatanti in relazione colla di lui casa. Ivi si rivestiva, si rinfrancava, e trascorso un mese, riprendeva il proprio nome, e ritornava a Bologna. La gioia del vecchio padre nel rivedere il suo figliuolo, che credeva estinto, quella della madre, d'una zia, fu immensurabile. Quelle persone non potevano credere ai loro occhi, e non si stancavano dall'abbracciare il loro Luigi, di prodigargli carezze, dirgli tutti que' nomi che mai da umano labbro possano soavi uscire.
Al nostro cospiratore non era però dato pregustare una completa gioia. Quando chiese della fanciulla del cuore, gli venne risposto che ella non aveva potuto superare l'affanno che la tormentava per la sua dipartita; ella aveva temuto di non più rivederlo, ed era morta. Morta!... E il di dopo in cui, giunto alle porte di Bologna, veniva quel vagabondo reietto.
— Ma é egli dunque scritto nel cielo, sciamò con dolore, che i miei giorni abbiano ad essere sempre amareggiati da qualche sciagura!.... Forse che Iddio voglia con ciò abituarmi alle dure prove che mi sono serbate nel cammino che mi ha additato di seguirei.... Che sia fatta la volontà sua!.... Io sopporterò con rassegnazione, con animo forte quanto da Lui mi verrà!.... Da questo istante mi consacro a Dio, alla Patria!....

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