Fondato nel 1995
"...Era il settembre del 1794. Ormai era sicura la calata dei Francesi in Italia. Zamboni non voleva essere prevenuto; si affrettava a concretare il piano dell'azione, e in istraordinaria seduta convocava gli amici. I congiurati non mancano; silenziosi, con passo grave, vanno raccogliendosi all' ora fissata in casa Zamboni. Primo il De Rolandis, poscia mano mano, il dottor Angelo Sassoli, Antonio Forni, Camillo Galli, Cannilo Tomesani, il dottor Antonio Succi, Alessio Succi, Giuseppe Succi, Giovanni Calori, Filippo Marzocchi, Tomaso Bambocci di Ancona, il dottor Pietro Gavassetti, Giuseppe Rizzoli, Lazzaro Ghepardi, Luca Montignani, Giambattista Negri, Giovanni Osbel di Treviso, Giacomo Fondaroli, Domenico Zucchi, Giuseppe Monari e gli altri. Allorché furono tutti riuniti, comparve Zamboni, raggiante in viso, come il messaggiero della lieta novella. Stretta ad ognuno de'compagni con effusione d'affetto la mano, egli prese ad esporre come immanchevole fosse l'invasione francese, come necessaria una pronta azione innanzi che l'esercito straniero passasse i confini. » — Se vogliamo essere degni di sedere al banchetto delle nazioni, sclamò egli, alla divina comunione della fraternità, se vogliamo che il nostro nome risorga, facciamo da noi. Santa é la sollevazione d'un popolo contro i tiranni; e la Francia, alleata ed amica, anziché imporre ad ignavi, ammirerà e rispetterà dei fratelli. Se la religione ebbe i suoi Martiri, li abbia la patria.... Imitiamo i nepoti di Giovanni da Procida; non si riposi che dopo aver vinto, e proclamisi il sauto diritto dei popoli. Quando ciascuno s'abbia un fucile, i molti una guida, tutti un solo pensiero nel cuore, la vittoria é certa. Non si tardi, ed all'armi!... Queste parole, pronunciate con forza, infusero nell'animo de' congiurati un santo entusiasmo. Grida di Viva l'Italia, viva la libertà, morte ai mali governi, all'armi, all'armi! Seguirono l'infiammativo discorso del Zamboni, il quale riprese: — Fratelli, spero molto con voi. Iddio ci ha già benedetti.... Oh, la vittoria non può fallire a chi combatte per la patria, nel nome di Dio!... Da secoli divisi, noi manchiamo d'un'insegna che dall'Alpi al Quarnero ci dica figli di una istessa madre; che raccolga gli affetti tutti degli Italiani delle varie provincie. È necessario un vessillo nazionale, tra un popolo che risorge a libertà; necessarissimo a noi, nella lotta che stiamo per incominciare; a noi che quasi stranieri ci guardiamo fra un popolo e l'altro.... Un tale vessillo dobbiamo creare in questa seduta.... Il 16 luglio 1789 il rosso ed il turchino, colori della città di Parigi, erano decretati colori nazionali; ad essi univasi il bianco in onore del re, e così componevasi la bandiera di Francia. Noi al bianco ed al rosso, colori della nostra Bologna, uniamo il verde, in segno della speranza che tutto il popolo italiano segua la rivoluzione nazionale da noi iniziata, che cancelli que' confini segnati dalla tirannide forestiera (1). Come innanzi vedremo, la bandiera tricolore italiana, il simbolo della nostra redenzione, fu fin dal suo nascimento consacrata all'immortalità del trionfo dalla fede, dalla virtù, dal sacrificio dell'uomo che la creò; dai dolori, dagli spasimi, dalle lagrime della donna che la compose; ed ora e sempre, la memoria di Luigi Zamboni e dell'amorosa di lui madre sarà sacra agli Italiani. Decretata la bandiera nazionale, Zamboni espose agli amici il piano della rivoluzione. Nel Palazzo Pubblico risiedevano il Cardinale Legato e le principali autorità; vi si custodivano le casse, i depositi d'armi, e qualche numero di cannoni; v'erano pure le carceri. I cavalleggieri di guardia si ritiravano alla notte alle proprie case; e pochi Svizzeri soltanto vi rimanevano: costoro erano sovente resi dal vino e dai liquori stupidi, sonnolenti, inattivi. Per cui Zamboni progettava di sorprendere gli Svizzeri, chiudere le porte del Palazzo, impadronirsi del Cardinale Legato e de' suoi, aprire le carceri per titolo politico, togliere dalle casse il denaro occorrente a provvedere ai bisogni della rivoluzione, sciorinare alla grande ringhiera il vessillo nazionale e da quivi chiamare il popolo alle armi. Dopo di ciò si sarebbe proposto al comandante le truppe di guarnigione una capitolazione, e ove l'avesse rifiutata si sarebbero colle artiglierie forzate le caserme, ed obbligati i soldati a deporre le armi: — i birri, o dispersi colla forza, o comprati col denaro. — Trionfante la rivoluzione, si sarebbero convocati i capi delle famiglie per dare alla provincia una costituzione, la quale potesse immediatamente applicarsi a qualunque altra città che insorgesse, attendendo il momento di riunire in un fascio tutte le forze d'Italia sotto una sola legge, sotto un solo governo." (1) Ricciardi, il quale da un testimonio oculare raccolse in Londra notizie intorno quelle sedute, conferma che, da que' congiurati venne il color verde che mirasi nella bandiera italiana; avvegnaché abborrenti quali erano da qualunque forestierume e in ispecie delle cose francesi, stabilivano in una delle loro conventicole di sostituire il verde al turchino del famoso vessillo.
L'episodio sopra descritto è riportato anche nel libro I Primi Martiri della Libertà italiana e l'origine della Bandiera nazionale, o Congiura e morte di Luigi Zamboni di Bologna, G. B. De Rolandis in Bologna, tratta da documenti autentici / narrata da Augusto Aglebert. - Nuova edizione riveduta, corretta ed ampliata di note ed aggiunte dall'autore - Editore Giuseppe Mattiuzzi, Bologna, 1880, pp. 141, 23 cm. (prima edizione: Stab. Tip. di G. Monti, Bologna, 1862, pp.181, 19 cm.). Nel volume del 1862, “Congiura e morte di Luigi Zamboni e di Giovanni Battista De Rolandis tratta da documenti autentici”, Augusto Aglebert narra di come, durante il processo, l'accusa incalzasse anche parenti e amici per ottenere una dichiarazione che li incriminasse. Ed è proprio in una di queste testimonianze che si parla dei tricolori delle coccarde. “Non si acquietava il processante, all'esplicita dichiarazione di Zamboni il quale protestò “ch'era sua intenzione non voler far la scimia ai colori di Francia! (Vol. 1, pag. 399, Es. Zamboni)”. Non fidava totalmente del Succi che depose “essere volontà assoluta del Zamboni che nel manifesto della rivoluzione si dovesse mostrare al popolo, non fosse maneggio de' francesi, cosi ne' colori non si dovessero usare quelli di Francia (Proc. Vol. 1, pag. 669. Es. 10 dic. 1794)”. Pur tuttavia angustiato l'astuto fiscale, oppresso dalla smania di scoprir cose arcane, pensò rivolgere le sue armi contro le donne ch'ei sospettava aver lavorato nella confezione delle insegne. L'Angelica Lorenzini Montignani, amante di De Rolandis, e la Barbara Borghi mantennero, malgrado i tormenti, il preconcetto sistema di assoluta negativa. Ma la Geltrude Nazzari, vedova Pirotti, esaminata ad istanza del Bargello, confessò “aver avuto dalla Zamboni del cavadino verde, e della roba bianca e rossa per far rosettine della grandezza circa due volte un baioccone di rame (Proc. Vol. 1, pag. 577)”. I documenti citati sono conservati presso l'Archivio di Stato di Bologna.
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