Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995

 

Episodio inedito

Perchè Carlo Alberto

accolse  il Tricolore?

 

Gli storici hanno risposto a questa domanda in molti modi, alcuni si sono appellati alle velleità espansive di Casa Savoia, altri si sono rifugiati in complicate spiegazioni difficili da interpretare.

Sta di fatto che l'eredità spirituale di Giovanni Battista De Rolandis innescò una serie di sollevazioni in Italia, tutte volte ad abbattere l'assolutismo dell' ancien regime, nella speranza di offrire ai cittadini una vita migliore. Giova ricordare i moti del Cilento, quelli di Novara, e poi dal 1831 in poi  le sollevazioni di Napoli, di Alessandria, di Catania, di Siracusa, di Fano, di Ancona… dove i patrioti tutti avevano come simbolo un tricolore. Uno di questi moti era stato innescato  da Secondo Arò, cognato del De Rolandis, che aveva fondato la Repubblica Artigiana.

In quegli anni Italia e Francia furono flagellate dal colera. Ed uno zio di Giovanni Battista, il medico Giuseppe Maria De Rolandis, con grande valore filantropico si dedicò per debellare il morbo. Grazie ai risultati ottenuti fu scelto da Carlo Alberto come medico personale. Questo fatto viene ricordato da Angelo Brofferio (esponente della sinistra nel governo  Cavour) nel necrologio della sua morte avvenuta il 19 febbraio 1848. Scrive Brofferio sul "Messaggere di Torino" di quel giorno: "Ottenuta la promessa della Costituzione guardò un'ultima volta l'italiana coccarda che agonizzando, salutava ancora". Ciò fece pensare che Carlo Alberto fosse andato al suo capezzale, e per quel rapporto particolare che vincola medico e paziente, il re avesse promesso ciò che il De Rolandis desiderava: nuove leggi per un domani migliore.

Questa ipotesi viene oggi confermata dal ritrovamento di un documento importante, conservato all'archivio di Firenze (alluvionato) che si trova in un testo archiviato presso il Sindacato degli Operai di Pinerolo "Alpcub" (via Bignone 89) dove Piero Baral (appassionato di lotte operaie) ha digitalizzato migliaia di documenti dall'800 ad oggi. In questo documento che proponiamo si legge che esponenti del mondo del lavoro di Pinerolo si recarono a Torino e porsero a Carlo Alberto un fascio di istanze avvolte in un drappo azzurro, bandiera dei Savoia. Era la fine di marzo 1848. Carlo Alberto rispose con nuove leggi, che inviò a Pinerolo avvolte in una coccarda tricolore. Due settimane dopo, l'11 aprile a Volta Mantovana ammainò il vessillo sabaudo ed innalzò il Tricolore.


I primordi del mutuo soccorso
intercategoriale a Pinerolo


La fondazione della prima società operaia "generale", cioè intercategoriale, su suolo italiano avvenne a Pinerolo, nel 1848, ed è un fatto che trascende la mera "rilevanza locale". Non si può continuare a credere ciò che, a suo tempo, venne scritto in merito e cioè che la scintilla si scatenò durante una discussione tra amici - tutti artigiani e salariati - avvenuta durante una placida passeggiata sotto i portici cittadini, in una giornata festiva, come sarebbe assurdo continuare a richiamarsi alle prime riunioni di quel sodalizio, appena in fase embrionale, come se quelli fossero gli unici momenti veramente essenziali per la comprensione di tale genesi.

La nascita d'una simile S.O.M.S. era nell'aria da tempo, in quell'Italia ancora divisa, e se non fosse accaduto a Pinerolo, i tempi sarebbero stati maturi perché potesse succedere altrove: la cultura del "self-help" (1) veniva da lontano ed aveva radici ormai profonde all'estero, in quei Paesi in cui la Rivoluzione industriale aveva già provocato un mutamento profondo della società. I modelli, insomma, non mancavano, specialmente se si guardava alla Francia ed all'Inghilterra.

Perché, allora, proprio una cittadina della provincia piemontese, quale Pinerolo, si pose alla testa del movimento mutualistico nazionale? L'Italia ha la caratteristica di essere un "Paese di paesi" e, così, anche il Piemonte: qui, non sempre i movimenti culturali e sociali sono scaturiti dai grandi centri. Il policentrismo diffuso ha permesso l'affermazione di caratteristiche peculiari ai singoli luoghi, pur se inserite in un più vasto panorama culturale, per molti tratti, comune.

Pinerolo, in primo luogo, era città "piemontese fino al midollo": vecchia capitale dello Stato sabaudo, prima di Torino. Qui, era nata la nuova koiné ufficiale piemontese parlata a Corte (il cosiddetto “piemontese aulico”): un misto di voci e strutture provenzali alpine, franco - provenzali, milanesi (perché d'origine milanese erano stati molti mercanti lanieri di Pinerolo). Torino avrebbe dato al dialetto - dopo il trasloco della Corte dalla precedente capitale - solo quel cantilenante "èn-èn", che sapeva ancora troppo d'astigiano e di monferrino.


(1) Cfr. G. Verucci, L’ Italia laica prima e dopo l’Unità.1848-1876, Bari, Laterza, 1981 e A. Chemello, La biblioteca del buon operaio. Romanzi e precetti per il popolo nell’Italia unita, Milano, Unicopli, 1991.


Ma Pinerolo era anche una "città di confine", che per decine d'anni, in due distinte occasioni, nei secoli XVI e XVII, era appartenuta alla Francia, integrandosi pienamente in questo differente Stato, proprio nel momento in cui la forza di esso raggiungeva l'apice. Come in qualunque altra città del Piemonte, i suoi abitanti si riconoscevano nello stereotipo del "bogianén", che faceva dei piemontesi un popolo fermo, un po' militaresco (addirittura negli abiti, che parevano divise), attaccato alla dinastia dei Savoia, chiuso, caparbio, garbato nel rispetto delle forme, generalmente rispettoso della legge e della religione. Un popolo presso il quale le classi sociali erano meno distanti che nelle altre parti d'Italia, perché la Dinastia aveva trasformato lo Stato, e la sua città capitale, in un immenso campo militare permanente, nel quale ogni classe aveva un proprio ruolo ed i nobili erano certo gli ufficiali, ma costretti a vivere, pur nell'agio di tende dorate, fianco a fianco con la truppa.

Come città di confine, invece, Pinerolo possedeva caratteristiche peculiari: la vicinanza alle valli valdesi, a maggioranza protestante, rendeva il suo cattolicesimo (a lungo "gallicano") più incline alla discussione (se non altro), mentre la vicinanza alla Francia e l'emigrazione di molti pinerolesi verso questo Paese, creavano una mobilità più frequente ed una più facile penetrazione delle nuove idee e delle mode di Parigi (è giusto dire così, perché la Francia, da secoli, era assolutamente non policentrica!). Nel contempo, proprio questo continuo obbligo a mettere in discussione la propria identità, faceva sì che molti abitanti, specialmente i più istruiti, si rifugiassero nel patriottismo italiano, quando l'Italia politica ancora non esisteva.

Il nuovo Stato nazionale che si sarebbe voluto creare avrebbe dovuto avere tutti i pregi della Francia, senza i difetti di questa e, tra quelli più grossi, la borghesia pinerolese poneva certo il “laicismo”, che è cosa diversa dalla “laicità”. A Pinerolo, il dibattito era, a quel tempo, aperto, ma quasi esclusivamente tra i ceti più elevati, perché il popolo era tutto preso nelle incombenze della necessità quotidiana di sopravvivere. Anzi, mentre i borghesi ed i nobili parlavano di Italia, la maggior parte dei popolani faticava ancora a considerare "compatrioti" gli abitanti dei “paesotti” vicini.

In Piemonte, la pianura e la montagna si guardavano in cagnesco da secoli: nelle città allo sbocco delle valli (e non solo a Torino), i montanari erano visti come gente “alla buona”, ma anche “non al passo coi tempi”. I Pinerolesi, come tutti gli altri “cittadini”, s’autostimavano come “culturalmente privilegiati” e tale sentimento non pervadeva solo le classi superiori, ma gli stessi operai, nei raffronti con chi non si era inurbato. Quindi, Pinerolo, in quanto “città”, era già perfettamente connotata, anche se lo era in modo classista: la divisione in classi, tuttavia, conosceva momenti di smagliatura, nei quali essa era superabile facilmente. Questi momenti non erano solo dati dai fugaci giochi infantili tra coetanei delle diverse classi, che lasciavano pur sempre qualche legame nelle successive fasi della vita, ma anche dal patriottismo pro - unitario: infatti, il popolano che si fosse avvicinato ai patrioti delle classi privilegiate, dimostrando comunanza d'idee, sarebbe stato certamente incoraggiato a proseguire ed aiutato materialmente.

A partire dall'epoca della diffusione delle idee rivoluzionarie francesi in poi, la comunanza di sentimenti politici, prima sconosciuta, aveva rappresentato un terreno dove si erano incontrate esperienze di persone diversissime per cultura ed estrazione sociale. Pur tuttavia, gli "umili" che si accostavano ai problemi della politica erano "mosche bianche" e, proprio per questo, quando una persona dei ceti inferiori manifestava una qualche attitudine in tal senso, veniva immediatamente avvicinata dai "liberali", che tentavano di trarla dalla loro parte, per evitare che aderisse a "sette" più radicali o, "ancor peggio", socialisteggianti o anarchiche.

Questo quadro era tanto più vero nel 1848, di fronte allo scoppio di una nuova "Révolution", in Francia, ed in prossimità dell'emanazione di una definitiva "Costituzione", nel Regno di Sardegna. Fu in quel "clima" particolare, che si parlò concretamente, per la prima volta, di creare un sodalizio di mutuo soccorso "unico" per tutte le categorie di lavoratori.

Giolito (2), che ne scrisse a partire dagli ultimi anni '40, anche se preconcettamente convinto che tale fondazione fossa tutta merito dei ceti operai (3), restò, tuttavia, roso dal dilemma se essa dovesse imputarsi all'ispirazione del "meccanico" Antonio Rossi o, piuttosto, del "maestro calzolaio" Tommaso Brezzio, perché, dall'esame approfondito dei documenti sociali, emerse soltanto che l'apporto iniziale di Rossi venne volutamente dimenticato per decenni, a causa di un vero e proprio procedimento di "damnatio memoriae", che aveva portato alla sistematica cancellazione del nome di costui dagli atti più rilevanti, riducendo il suo impegno nella Società ad una flebile sequela di piccoli indizi.

Nell’ultimo suo saggio, lo stesso Giolito finì per convincersi della “complementarità degli interventi di Brezzio e di Rossi nella fondazione della Società”. Oggi, dall'esame congiunto dei documenti sociali e di altri scritti, di fonte esterna, sembrerebbe configurarsi un quadro estremamente complesso, nell'ambito del quale i due soggetti appaiono esponenti di precise tendenze, aventi programmi certamente divergenti.


(2) G. Giolito si occupò della SOMS di Pinerolo in diverse occasioni: in primo luogo, in sede di Tesi di Laurea ("Le Società Operaie Pinerolesi di Mutuo Soccorso nel loro sviluppo storico", Università di Torino, Facoltà di Magistero,a.a.1949/1950); ricerca che confluì nel saggio "Sviluppo industriale e forme di associazione operaia in Pinerolo nella prima metà dell'Ottocento", in "Movimento Operaio", Rivista di Storia e bibliografia, gennaio-febbraio 1953, nuova serie, edito a cura della "Biblioteca Feltrinelli", poi, in secondo luogo, nel 1988, quando redasse il catalogo della mostra documentaria per il 140° anniversario della fondazione del sodalizio.

(3) E ciò si scriva, non a demerito dell’opera del professore pinerolese, ma solo per inquadrare la qualità di “ storiografo del movimento operaio” di tale Autore, che considera l’associazionismo mutualistico nient’altro che un passaggio obbligato nella storia delle organizzazione dei lavoratori, come già altri, prima e dopo di lui. Giolito lo confessa apertamente nella premessa alla propria tesi di laurea, dove si dichiara “continuamente sostenuto da una profonda simpatia per la classe lavoratrice e spinto, al tempo stesso, dal desiderio di rintracciare i primi moderni aspetti della sua organizzazione e di ricordare i progressi verso la sua totale emancipazione”. La sua impostazione, quindi, è chiaramente influenzata dalla cultura appartenente alla “ sinistra politica” del momento in cui egli viene ad operare. Insomma, Giolito dimostra di già sapere alla partenza quale sarà il punto d’arrivo della sua ricerca e ciò è grave, qualunque sia l’ideologia di copertura.


Accanto a questi nomi, poi, ne vengono evidenziati altri - non tutti appartenenti a persone del "quarto stato" - che svolsero un ruolo enorme sulla medesima scena.

Utilissima, a tal fine, è la testimonianza diretta di Gian Tommaso Beccaria (4), contenuta in un suo volumetto pubblicato a Torino nel 1866, ma difficile da reperire (5): essa venne già, malamente, citata da Papa e proprio da questo osservatorio, emerge bene la figura di Antonio Rossi, che si scopre essere un "macchinista delle Ferrovie" e non un generico "meccanico". "Questo egregio popolano - scrive Beccaria - è un uomo generoso, dotato di molto ingegno e buon senso naturale, pronto, coraggioso, tenacissimo nei suoi buoni propositi, di bell'aspetto ed ha un fare che incontra a prima vista". Non basta: egli è nato a Pinerolo (o nelle immediate vicinanze: Frossasco?) e si diletta di poesia dialettale.

Beccaria, che dimostra in mille modi di essere al corrente dei fatti pinerolesi, non ha dubbi: la Società Operaia di Pinerolo "nacque sul finire del 1848, per opera dell'egregio popolano Antonio Rossi, macchinista, coadiuvato dai suoi compagni Alixandro Giuseppe, pittore; Gonella Vincenzo, indoratore; Brezzio Matteo, calzolaio e Caffaratti Vincenzo, attuale capo - sarto del Reggimento Guide". Ma ,con quel "per opera", cosa si vuole intendere?

Neppure Beccaria intende asserire che Rossi non avesse appoggi e che facesse conto unicamente sulle forze degli operai stessi. Egli ci racconta, tuttavia, fatti diversamente ignoti :"In principio del 1848, Rossi, che trovavasi a Marsiglia, entusiasmato dalle notizia delle riforme concesse dal Re Carlo Alberto, abbandonò le sue occupazioni, i suoi interessi particolari, per far ritorno al suo paese natìo di Pinerolo".

Quindi, Rossi aveva vissuto il fervore dei preparativi della Rivoluzione francese del '48 ed aveva potuto conoscere quell'esperienza di solidarismo operaio, maturando l'idea di importarla in Patria. Non credo, comunque, che sia stato l'entusiasmo per le riforme "concesse", a spingerlo al ritorno, ma quello per quanto ancora doveva essere "elargito" e che si sentiva nell'aria: cioè lo "Statuto Albertino".

Che l'idea di fondare una Società Operaia "generale" a Pinerolo sia stata di Rossi e che lo Statuto, allora, non fosse ancora stato emanato, lo si potrebbe arguire da un altro brano del libro di Beccaria: "Un giorno si consigliò col benemerito cittadino Intendente cav. De Quarti, per vedere se colle riforme si poteva fondare una Società di Mutuo Soccorso, il quale gli osservò che, non essendovi ancora la Costituzione, ciò non sarebbe stato permesso. Il Rossi non abbandonò la sua impresa e, quando vide (alcun tempo dopo) che il municipio di Pinerolo partì per una gita a Torino colla coccarda azzurra e ritornò con quella a tre colori largita da Carlo Alberto, egli comunicò la sua idea agli operai Alixandro e Brezzio suddetti, pregandoli di diffonderla il più che fosse possibile tra gli artigiani".


(4) G. T. Beccaria - Storia delle S.M.S. d'Europa,Torino,1866.

(5) Una copia di tale opera, peraltro "alluvionata" e restaurata, è conservata presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze ed è quella che è stata utilizzata nel mio studio. Successivamente, la dottoressa Gera, funzionario dell’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte, mi ha segnalato la presenza di una differente copia come presente nella biblioteca di una S.O.M.S. piemontese.


Ma, era davvero così facile, per un macchinista, nel 1848, quindi in uno Stato ancora "assoluto", discutere amichevolmente coll'Intendente (niente meno che il corrispondente d'un Prefetto attuale, ma con maggiori poteri)...senza un'adeguata presentazione e senza agganci?

Anche Beccaria sembra essere combattuto tra la linea del voler imputare la fondazione totalmente a Rossi (quindi, al "quarto stato"...), con tutte le conseguenze ideologiche immaginabili e la verità. Altrove, infatti, scrive: "Appena ivi (cioè, a Pinerolo) giunto, (Rossi) pubblicò alcune sue poesie popolari in dialetto piemontese, quali venivano lette volentieri ed apprezzate dal popolo, per le loro buone e patriottiche idee che contenevano...".

Furono chiaramente proprio tali poesie a farlo conoscere negli ambienti liberali e borghesi del Circolo Politico, ospitato nelle sale della Società del Casino (6). Chiaramente, che si trattasse di un luogo in cui circolassero idee massoniche mi parve evidente fin dal momento della prima redazione di questo studio, ma, oggi, me ne sono convinto maggiormente, dopo la lettura di alcuni passi del recente testo di Augusto Comba, Valdesi e massoneria. Due minoranze a confronto (7). Trattando della loggia massonica pinerolese Parfaite Amitié, nata nel 1807, in piena epoca napoleonica, egli scrive:

«La ben nota definizione gramsciana della massoneria come “partito della borghesia” è davvero calzante per la massoneria napoleonica. Nel caso della Parfaite Amitié, lo si può constatare sul piano del reclutamento, che è funzionale al disegno politico-sociale di Bonaparte. Sembra chiaro che verranno man mano a far parte della loggia tutte le persone che contano a Pinerolo e dintorni, e ad esempio, sin dall’inizio, vi entra buona parte di coloro che, nel 1806, hanno dato vita alla Societé du Cercle de Pignerol, che si trasformerà poi nel ben noto Circolo Sociale, ritrovo, con l’omonimo Teatro, dell’élite pinerolese fin quasi ai giorni nostri. Fra i nomi eccellenti, comunque, la loggia conterà quelli del dottor Buniva e dei sindaci Biffrari ed Audifreddi; ad essi la storia patria aggiungerà quello di Stefano Fer, avvocato favorevole alla Costituzione e capitano della guardia nazionale nel 1821».


(6) cfr . quanto scrisse a proposito lo storico pinerolese Arnaldo Pittavino nel saggio "Un secolo di storia pinerolese- Il Risorgimento a Pinerolo" in "opuscolo del Centenario del Risorgimento Italiano e della Associazione Generale degli Operai"-Pinerolo,1/12 settembre 1948. Proprio all’interno di tale Circolo Politico, venne fondato, nella prima metà degli anni Quaranta, un “Gabinetto di lettura” (cfr. A.S.T., Istruzione pubblica, Teatri, Società ricreative, Accademie filarmoniche, Gabinetti di lettura etc., Gabinetti di lettura 1829-1848, m. 5), sull’esempio di quelli torinesi, ai quali, d’altronde, molti giovani borghesi pinerolesi erano stati già iscritti nel decennio precedente (cfr. A. Viarengo, Associazionismo, giornalismo e politica nella Torino carloalbertina: gabinetti di lettura ed associazioni culturali, in “Dal Piemonte all’Italia”, studi in onore di Narciso Nada, nel suo settantesimo compleanno, a cura di U. Levra e N. Tranfaglia, Torino, 1995). In particolare, nell’ Elenco dei Soci della Conversazione Letteraria istituita dal canonico Pino, già nel 1835, erano ricordati i nomi di molti pinerolesi, sia tra i “ soci effettivi” (l’avv. Collegiato Buniva e l’avvocato Giosserano), che tra gli onorari, dove spiccavano il dott. Trombotto, l’avv. Edoardo Brignone ed il canonico e teologo Lorenzo Renaldi, che, dal 1849 , sarebbe stato Vescovo della cittadina.

(7) Claudiana, Torino 2000


Naturalmente, occorre precisare che tra il 1815 e l’autunno del 1859 non esistette in Italia una regolare organizzazione massonica. Ciò non significa, però, che non esistettero più i massoni, che questi non si aggregassero in nuove associazioni differenti e che le idee fossero morte. La Societé du Cercle non fu sciolta, cambiò soltanto nome, una prima volta (prima di approdare a quello di Circolo Nazionale e, poi al nome definitivo di Circolo Sociale) e fu detta Circolo Politico. Anzi, in tale sede, i personaggi vicini alle idee massoniche ebbero modo di incontrare la parte più progressista del clero.

Ad introdurre l’operaio specializzato Rossi nel sodalizio, fu il suo Presidente, che era proprio un sacerdote: il canonico Croset-Mouchet. Costui era un savoiardo, ma, nonostante ciò, apertamente a favore dell'unità italiana (8), evidentemente perché sperava che si potesse costruire uno Stato nazionale nuovo : "moderno" e "liberale", però non "laicista" come il francese. Uno Stato, insomma, dove la religione cattolica svolgesse ancora un ruolo determinante .

Il Circolo Politico era sempre stato chiuso a persone del popolo, perché vi avevano normale accesso solo esponenti della borghesia locale, ma Rossi fu dapprima accolto informalmente nei suoi locali, per permettergli di leggere le Gazzette che arrivavano al Gabinetto di Lettura interno e, poi, venne addirittura nominato "socio onorario(9): "sulla proposta del canonico Croset- Mouchet (...) per i suddetti suoi scritti".

Molto si può, allora, intuire: Rossi era un semplice operaio specializzato, ma si era messo in vista per quelle sue poesie patriottiche, che erano arrivate tra il popolo, cioè proprio là dove i liberali borghesi faticavano ad incidere. Il sostegno del popolo alla causa liberal - unitaria era inteso come essenziale, quindi gli intellettuali borghesi di questa linea politica, a Pinerolo, avevano pensato bene di cooptare un popolano intelligente come Rossi, sperando di manovrarlo. Possiamo immaginare bene i discorsi intrattenuti col macchinista dai giovani borghesi: Rossi veniva esortato a raccontare le sue esperienze francesi e la discussione doveva cadere spesso su un argomento di comune interesse, quello delle "Società generali di mutuo soccorso", che già esistevano da tempo oltralpe.

I liberal - borghesi più progressisti non avevano paura di tali formazioni sociali, perché le vedevano basate su principi tali da non scardinare il sistema capitalistico - classista. Il Circolo pinerolese aveva certo agganci col Circolo Nazionale di Torino, come si può intuire da certi comportamenti, tenuti durante la campagna per le successive elezioni politiche e, proprio un membro di quest'ultimo era il più acceso propugnatore del


(8) Le idee politiche del Croset Mouchet sono facilmente ricavabili, una volta letto il suo libro dal titolo “ Pinerolo antico e moderno ed il suo circondario”, Pinerolo, 1854.

(9) Il perché di tale ammissione “ differenziata” è spiegabile solo se si pensa che essa volesse essere rimarcata come “ fatto eccezionale”. Non solo Rossi non era “ un borghese”, ma, probabilmente, non pagava alcuna quota associativa (che da sola bastava a non permettere adesioni popolari al sodalizio borghese).


mutuo soccorso e dell'istruzione popolare: il giovane giornalista Lorenzo Valerio (10), fondatore del periodico "Letture Popolari", chiuso d'autorità nel 1841 per un articolo di Michelini, che diceva :"l'istruzione popolare è necessaria, se si vogliono evitare le rivoluzioni".

Valerio aveva partecipato a tutte le sessioni annuali del Congresso Nazionale degli Scienziati Italiani e, proprio durante la prima di queste, tenutasi a Lucca, nel 1843, un giovane studioso lombardo, Gottardo Calvi, (11) additò nell'incremento delle S.O.M.S. un rimedio al pauperismo ed una parziale soluzione dei più assillanti problemi della classe operaia, nonché la possibilità e l'opportunità di "tenere a freno fermenti di rivolta" in una classe avvilita dallo sfruttamento e dalla miseria. Egli mirava, in tal modo ad "evitare quanto occorso in Francia ed Inghilterra, dove sorsero sette, si agglomerarono proseliti, si crearono progetti più o meno ineseguibili e si giunse persino a fantasticare una nuova rifusione sociale".

Allora, il mutuo soccorso veniva proposto come rimedio di nessun sacrificio per le classi dirigenti e, nel successivo Congresso di Milano del 1844, fu accolta la proposta di Calvi relativa alla nomina d'una commissione che avrebbe dovuto occuparsi della redazione di un "modello di Statuto interno delle Società di Mutuo Soccorso da fondare": Lorenzo Valerio fu l'esponente torinese di tale organo. Tramite i normali canali massonici esteri, dovettero iniziare a pervenire alla commissione stessa gli Statuti dei sodalizi stranieri ed i lavori proseguirono alacremente, finché, la morte prematura di Calvi, avvenuta poco prima del Congresso di Napoli del 1845,non fece arenare il progetto.

Ma il seme, ormai, era gettato: Lorenzo Valerio, nel 1848, all'apice della notorietà (avendo fondato il giornale "La Concordia", sulle colonne del quale giocava a fare il giacobino, nascondendosi dietro lo pseudonimo "Caio Gracco" e mantenendo frequentazioni illustri: basti pensare che l'attuale inno nazionale "Fratelli d'Italia" venne musicato in casa sua, in via della Rosa 10 - via XX Settembre, 68 - dal maestro Novaro, su parole di Mameli), parlò di mutuo soccorso nella sede del Circolo Nazionale di Torino e mieté ovazioni.

L'avvenimento, naturalmente, ebbe ripercussioni anche all'interno del corrispondente Circolo Politico di Pinerolo, che di lì a poco avrebbe anch'esso mutato denominazione in "Circolo Nazionale" e dove, certamente, Antonio Rossi venne spronato a muoversi. Infatti, molti liberali pinerolesi avevano una conoscenza diretta del Valerio, probabilmente fin dai tempi della scuola, e conoscevano certamente le sue idee in tema di mutualismo, per averlo incontrato personalmente, durante le serate torinesi promosse dal canonico Pino, visto che anch’egli era già socio effettivo di quel “Gabinetto di lettura” nel 1835.


(10) F. Cognasso - Storia di Torino, Firenze, 1978, p.489.

(11) E. Papa - Origini delle SOMS in Piemonte-1848/1861-Milano ,1967, p.19.


Ad Antonio Rossi dovettero essere promessi aiuti di vario genere: innanzitutto, per la redazione dello Statuto della futura "Società generale", che avrebbe richiesto la competenza di professionisti del ramo legale (i quali avrebbero necessariamente dovuto basarsi sugli studi del Valerio e sul materiale che costui aveva a disposizione) e, quindi, per introdurre il macchinista presso le Autorità, quale l'Intendente della Provincia, cav. De Quarti.

Di lì in avanti, Rossi avrebbe dovuto muoversi da solo: contattare i primi amici "operai" (nel senso ottocentesco del termine, che comprendeva anche gli artigiani e non solo quelli salariati, oltre tutti coloro i quali non possedessero rendite e dovessero basarsi sui proventi del loro lavoro, anche se intellettuale, come i maestri e gli impiegati di concetto) ...insomma, raccogliere e spingere a far raccogliere adesioni all'iniziativa.

E fu ciò che fece (una volta entrato in vigore lo Statuto Albertino, che garantiva esplicitamente la “libertà di riunione” e, implicitamente, quella “di associazione”), coll'aiuto di Alixandro, Gonella, Caffaratti e Brezzio: quest'ultimo sensibile all'idea mutualistica, ma proveniente da un'esperienza categoriale fallimentare, quella della Società di Mutuo Soccorso dei Calzolai, fondata nel 1844.

Proprio questo maestro calzolaio dovette svolgere un ruolo più importante degli altri tre, almeno sul terreno del proselitismo, se no non si spiegherebbe come mai il canonico Croset Mouchet (12) individuasse come fondatori esclusivamente “due buoni artigiani(13), che, evidentemente, non potrebbero che essere i nostri Rossi e Brezzio.

Eppure, da quanto si può leggere dai comportamenti personali successivi, Brezzio si rivelerà un personaggio ambizioso ed ancora legato ad una mentalità che portava a operare distinzioni tra i lavoratori delle differenti categorie. Inoltre, egli ci appare come estraneo al dibattito politico nazionale in corso e premuroso di assicurare alla nuova Società Operaia generale un paravento di assoluta apoliticità.

Lo scontro tra costui ed Antonio Rossi dovette essere quasi immediato, perché il secondo aspirava naturalmente alla presidenza del sodalizio e credeva che esso dovesse essere politicamente schierato in modo netto a favore delle libertà costituzionali e dell'unità italiana.


(12) op. cit. , pag. 97: in tale sede, il canonico (che sposta erroneamente la data della fondazione del sodalizio al 1850) vuole far credere anch’egli che l’idea fosse stata completamente di matrice “ operaia”, mentre si dimostra disposto ad accettare che la “ associazione di mutuo soccorso della corporazione (sic) dei calzolai” fosse stata attivamente promossa da “ due benemeriti cittadini”, cioè borghesi, che, evidentemente, non possono che individuarsi nel farmacista Reinaud e nell’avvocato Giosserano. L’atteggiamento di Croset Mouchet, probabilmente, è dettato da modestia e da prudenza.

(13) A stretto rigore, Rossi non avrebbe potuto essere chiamato “ artigiano” neppure nel secolo scorso, ma il concetto stesso, come quello di “ operajo”, erano allora molto più larghi di oggi. Si deve solo notare che, negli Autori dell’800, è più facile che gli artigiani vengano definiti operai, che non il contrario, come avviene in questo caso, che solo per questo motivo pare degno di nota.


"Il filantropico divisamento di fondare una Società di Mutuo Soccorso diversa dalle antiche Confraternite fu accolto favorevolmente dall'intera popolazione pinerolese: molti operai di varie professioni non tardarono ad scriversi(...)" : scrisse Beccaria e, così facendo, alzò il velo delle società di mestiere, per chiamarle ancora col vecchio nome, visto che esse non avevano tradito mai del tutto lo spirito medievale che le animava. E proseguì :" Trattavasi di venire alla nomina d'un presidente ed in un'adunanza generale, il socio Brezzio, postosi spontaneo a presiederla, pregò tutti i suoi confratelli di passare l'un dopo l'altro a dirgli sottovoce, in un orecchio, il nome della persona che intendevano nominare a tale carica, Egli notava sopra un foglio di carta tutti i voti che venivano deposti nel suo orecchio convertito in urna e, quando furono tutti passati, fece lo spoglio e dichiarò che a presidente eletto era stato lui, Brezzio Matteo. Il malcontento fu grande e, nella successiva votazione, la cosa fu criticata, così, fu ripetuta la votazione e risultò eletto, con voto a scheda segreta, Antonio Rossi, all'unanimità".

L'episodio, che ci mostra un Brezzio spregiudicatamente ambizioso, non è riportato altrove, men che meno pare conosciuto dal Giolito, ma basta a giustificare ogni successivo rancore che costui poté nutrire verso Rossi.

A quella riunione avevano partecipato appena dieci persone e, durante la medesima, si elessero anche Alixandro come portabandiera e Gonella in veste di tesoriere e segretario.

Datasi i propri organi interni, la Società poté uscire davvero allo scoperto e presentarsi agli "operai" come "dato di fatto" e non mera "enunciazione di volontà". In breve, così, si arrivò alle successive riunioni presso l'Albergo del "Cavallo Bianco", sito nel vicolo, che, oggi, è denominato "della Società Operaia".

Secondo Giolito, è possibile che i primi iscritti fossero quei cento trentacinque firmatari d'un foglio, privo di data ed intestazione, ma ancora conservato tra le più antiche carte del sodalizio: il 28% di essi risulta essere in grado soltanto di apporvi una croce. Sono sarti, falegnami, calzolai, indoratori, tornitori, cappellai, decoratori, lavoranti in ferro, tintori e stampatori in tela, "frisai", muratori, ma anche operai delle cartiere Luchinat e Castellar, lanieri del Follone, tessili dei filatoi della Malora e della Polveriera. Aderiscono alla Società anche alcuni contadini, un maestro di lingua italiana e l'avvocato Anastasio Amelio, membro del Circolo Nazionale, che, alla firma, fa seguire la qualifica di "socio operaio".

Il desiderio borghese di guidare l'evoluzione del sodalizio emerge chiaramente. Esso incontrerà, dapprima, il favore di Rossi, ma, in seguito, la sua ostilità, quando il macchinista scoprirà appieno il disegno e diverrà "operaista convinto", cioè non favorevole alla concessione della possibilità di voto ai soci "onorari".

E chissà che non siano stati proprio tali attriti a fargli maturare, in seguito, l'abbandono della cittadina e della carica di presidente della S.O.M.S. locale...

Il rapporto inizialmente buono con i borghesi esponenti del "Circolo Nazionale" è dimostrato dal fatto che l'unico giornale ammesso a presenziare con propri corrispondenti alle sedute della Società sia l'organo del Circolo stesso, cioè "La Libertà" (14). Tale foglio (composto di 4 facciate) compare la prima volta il 7 ottobre 1848 e chiuderà il 23 marzo 1849: suo direttore è l'avvocato Luigi Tegàs (pongo l'accento esatto sul cognome, per evitare che lo si legga, come oggi si fa comunemente, all'inglese), d'ispirazione giobertiana. Programma dichiarato: "Indipendenza e Democrazia", come recita il motto sotto la testata e, quindi, riforme sociali a favore dei più deboli, ma senza intaccare i benestanti.

Tegàs scriverà della Società Operaia generale di Pinerolo: "Lodevolissimo fu il pensiero di molti operai della nostra Città di formare un'Associazione allo scopo di istruirsi ed aiutarsi mutualmente. Queste associazioni sono padrone dell'avvenire, imperciocché dall'educazione dell'individuo e dalla unione di queste forze separate solo puossi sperare il miglioramento della condizione sociale, perché le questioni politiche sono subordinate alle questioni morali (...)".

E' chiaro, quindi, come anche Tegàs voglia accreditare l'idea che gli operai abbiano fatto tutto da soli, per non far apparire le forti interferenze che certamente vi furono da parte di certi ambienti della borghesia locale. Ciò dimostra, quindi, come questi borghesi liberali debbano ancora fare i conti con un’ala conservatrice della loro stessa classe e vogliano rassicurarla. "E noi siamo lieti di annunziare come gli operai di questa Città siano animati dalle idee le più sane e le più giuste, come riconoscano la necessità del lavoro, fonte d'ogni ricchezza, come sieno persuasi che l'ambiente in cui vive il lavoro sia l'ordine e la migliore guarentigia della libertà sia la moralità. Domenica 10 corrente ebbe luogo la prima seduta del loro Circolo a cui sono scritti più di dugento operai d'ogni arte o mestiere. Pregato da essi, il Direttore di questo giornale volentieri intervenne, e dal modo in cui furono ascoltate ed applaudite le sue parole, e dalla festevole accoglienza fatta non a lui, ma alle sue idee liberamente professate, si conosce come pure ne siano le intenzioni e come questi uomini siano degni di assidersi al banchetto della società, quando più giusta sia la misura dei pesi e dei diritti. Non potrei esprimere l'emozione ch'io ne provai e qual dolce speranza mi piovesse nell'anima pei futuri destini della nostra patria ed ora son lieto di esprimervi, o miei fratelli, pubblicamente la mia riconoscenza per l'accoglienza immeritata e per l'avermi ascritto a socio d'un'adunanza a cui mi pregio d'appartenere e di comunicare quelle poche cognizioni ch'io mi abbia potuto acquistare" (La Libertà, cronaca locale, anno II, n°6, 16 febbraio 1849).

In verità, quella del 10 febbraio 1849 non dovette affatto essere la prima riunione, ma, forse, solo la "prima ufficiale"...La notizia, comunque, scatenò contro la Società Operaia neonata gli strali dei conservatori e della frangia reazionaria del clero. La "Specola delle Alpi" e "La Campana" deprecarono la riunione operaia, insinuando che gli operai volessero "riunirsi per fare dimostrazione contro il governo" ed esprimendo il timore che facessero "echeggiare grida di abbasso i ricchi, evviva la repubblica". La nuova Révolution transalpina aveva riacceso tutti i timori sopiti della borghesia conservatrice e della nobiltà meno aperta. Questi giornali, quindi, invitarono il governo a combattere gli operai "non più nell'individuo, ma nella classe".


(14) cfr. A. M. Garetto - Contributi alla storia del giornalismo pinerolese - Tesi di Laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Torino, a. a. 1975/1976.


Avevano un bel daffare, i liberali moderati e di sinistra ad assicurare che non vi fosse alcun desiderio rivoluzionario da parte dei ceti umili e che gli operai confidassero nel ruolo guida della borghesia: "(...) Essi vogliono solo alleviare le loro misere condizioni e migliorare senza umiliarsi, autonomamente(...)":scrisse ancora Tegàs (La Libertà, numero del 23 febbraio 1849).

Intanto anche un altro giornale pinerolese lodava la nascita della Società Operaia generale: era il " Consigliatore ", foglio nato il 27 ottobre 1848 e chiuso il 29 marzo 1850, diretto da Giribaldi e schierato, dapprima, su posizioni giobertiane e, in seguito, vicino alla sinistra liberale di Terenzio Mamiani. Un giornale "acceso" nelle frasi e negli epiteti, ma, dopotutto, anch'esso "moderato" nei contenuti. Sulle sue colonne, ad esempio, si poteva reperire un seguente pensiero riguardo al "socialismo" :"Molti di quelli che si dicono Socialisti non hanno mai applicato che in questo senso (n. d. a.: cioè, nel senso di "chiedere ai governi gli strumenti più atti a perfezionare la società") e quando le sette che si sono impadronite di questo vocabolo saranno spente o rientrate nella comunione degli esseri civilizzati, il vocabolo Socialista tornerà ciò che era in origine: la designazione dei veri filosofi politici, che cercano il possibile per il bene e non già l'impossibile per il male" ("Conciliatore", articolo "Del Socialismo", anno I, n°15, 1° febbraio 1850).

Come fa notare Anna Maria Garetto, la tesi di Giribaldi si poteva riassumere nei seguenti termini: "Che cos'è il socialismo, se non la stessa libertà d'associazione?". Ecco, quindi, perché proprio da questo intellettuale venne il più famoso ed accorato tra gli inviti lanciati agli operai pinerolesi : "Oh, sì, associatevi operai! Associatevi, se amate la Patria, le vostre famiglie e voi stessi! Associatevi, se volete migliorare la vostra condizione sotto qualsiasi aspetto! I miglioramenti materiali sono necessarii, niuno ne dubita e questi in niun modo meglio che coll'associazione di conseguire vi sarà dato; ma non ha a importarvi solo di essere ben pasciuti, ben vestiti ed alloggiati...". Insomma, il fine ultimo avrebbe dovuto essere la formazione di "personalità spiritualmente più sviluppate". Però, Giribaldi ribadiva anche la necessità di concedere agli operai, oltre l'istruzione, un orario di lavoro umano ed un salario decoroso, a patto che si fossero tenuti fuori dall'azione politica diretta.

Non si può dire a quanto di tutto ciò egli credesse davvero e quanto, invece, fosse frutto di "esercizio retorico", mirato ad una precisa finalità politica (15).

Invece, alla luce dei nuovi documenti, è possibile ridefinire la posizione del clero cattolico pinerolese nei confronti del nuovo sodalizio dei lavoratori. Secondo Giolito, vasti settori del clero avrebbero dimostrato aperta ostilità. Costui, ammette che,


(15) Secondo lo storico Rosario Romeo (Dal Piemonte Sabaudo all'Italia Liberale,Torino,1970,p.117):"I democratici pinerolesi erano democratici giobertiani e il loro giacobinismo acceso, era, più che altro, di parole, che si rivelò in tutta la sua esteriorità ed inconsistenza, quando i suoi propalatori vennero messi di fronte alla realtà ed alle esigenze ineluttabili di un'autentica politica giacobina".


immediatamente, figurassero nell'elenco dei primi "soci onorari" i canonici Solera e Giraudi ed il Vicario Varrone, oltre ad un altro sacerdote, indicato con la dicitura "N.N." (forse, per evitare compromissioni), pur tuttavia, sembra dare peso maggiore alle dichiarazioni ostili del giornale cattolico "La Campana". Parallelamente, cita il fatto che lo stesso Vescovo, monsignor Renaldi, fosse presente alla mensa sociale organizzata nel biennale della fondazione, ma tratta l'evento come qualcosa d'eccezionale, che ha fatto stupire gli osservatori attenti...come l'articolista del giornale liberale "La Stella", che avrebbe scritto "di non sapere se maggiore in lui sia la meraviglia o la riconoscenza nel vedere come un vescovo, sfidando le ire dei suoi pari, sieda al desco dell'operaio e lo conforti con parole di libertà" (La Stella, articolo "Associazione degli Operai", numero del 7 marzo 1851).

Attenzione, però: nella realtà, il giornale liberale fa un raffronto tra il Vescovo di Pinerolo ed altri Vescovi e non accenna ad una divisione interna del clero pinerolese. Eppure, sappiamo benissimo che questa distinzione tra preti liberali - progressisti e conservatori era reale anche in questa cittadina: qui, però, la presenza d'un Vescovo progressista come Renaldi aveva certo messo in minoranza la parte meno aperta del clero locale (16).

Basti vedere come questo clero cattolico pinerolese si mosse quasi compatto, dando immediatamente il proprio appoggio concreto, materiale, al sodalizio operaio neonato. E, ciò, anche grazie alla figura del macchinista delle Ferrovie Antonio Rossi ed all'amicizia tra costui e il potente canonico Croset - Mouchet... Quella parte del clero che, in quel momento, si stringe attorno a Renaldi è sicuramente a favore dell'unità nazionale italiana e della necessità di modernizzare l'Italia, pur nel rispetto della tradizione cattolica: la Società Operaia di Pinerolo viene intesa anche da questi preti, soprattutto, come "associazione patriottica", perché così Rossi mira a proporla. E ci riesce...infatti, il giorno 18 febbraio 1849, la prima "uscita pubblica" del sodalizio avviene con la benedizione, non solo da parte del Municipio, ma anche della Chiesa cattolica locale. Vediamolo nel racconto di Beccaria: "Si ottenne dal Municipio il permesso di far benedire la bandiera nella chiesa di Sant'Agostino, di sua proprietà, dal canonico vicario generale


(16) Un profilo del Renaldi, è offerto da don Vittorio Morero, direttore de “ l’eco del chisone”, nell’opuscolo “Mille Anni di Storia Cristiana” edito dal Museo Diocesano di Pinerolo nell’ottobre del 1997, pp.31-32: “Se oggi la nostra chiesa è aperta ai problemi della società e ha un’attenzione particolare per la cultura e le culture, in una ottica pluralista, lo dobbiamo a due uomini che hanno operato assieme facendo esercizio di tolleranza, dopo i secoli in cui il rapporto con la chiesa valdese fu di persecuzione (i valdesi subirono stragi ed esili) e di vera guerra civile. Questi due uomini sono il Vescovo Lorenzo Renaldi (1849-1873) e il suo vicario generale Jacopo Bernardi, un veneziano a Pinerolo, esule politico e accolto in città come un grande amico. Un vescovo aperto alle istanze della libertà civile e religiosa e un umanista, che diede un forte impulso alla pedagogia e ai problemi della sicurezza e della previdenza sociale. Renaldi inaugurò uno stile di lealtà verso lo Stato e le autorità civili; prima di essere vescovo firmò una petizione a favore dell’emancipazione valdese, che doveva fondarsi non solo sui principi della libertà civile ma anche su quello della libertà religiosa, che aveva allora fra i cattolici pochi cultori. Basterà ricordare ciò che il vescovo scrisse ai superiori del seminario, appena fece ingresso in Diocesi: “ Si educhi il chierico, fin dai primi anni, a fuggire quella intolleranza, che rende così indulgenti verso se stessi e cotanto severi verso gli altri” e rammentare due fatti importanti: egli accolse e ordinò presbiteri alcuni seminaristi espulsi dall’Arcivescovo di Torino per avere preso parte a manifestazioni di sapore liberale e risorgimentale e la sua posizione contraria, per motivi di opportunità, alla definizione dell’infallibilità del Papa”.


Brignone, fratello del prode Luogotenente Generale che pugna attualmente (n.d.a., cioè nel 1866,quando Beccaria scrive) per il completo riscatto d'Italia; il quale canonico, dopo la celebrazione della Messa, pronunciò un magnifico discorso di circostanza".

Il contenuto di questo discorso ci è stato parzialmente tramandato da un articolo de "La Libertà" del 23 febbraio 1849: Brignone parla della necessità della religione, dell'ordine e del lavoro e, nell'atto di benedire il vessillo sociale, notando che si tratta d'un tricolore con scritte a favore dell'unità operaia, ma anche di quella nazionale, augura che "quel segno di concordia divenga spavento ai nemici, nei giorni di battaglia per l'indipendenza italiana".

L'ulteriore coinvolgimento del clero nella manifestazione del 18 febbraio è confermato sempre da Beccaria: "Il pranzo sociale venne fissato in una lira a testa e si tenne nel vasto locale degli Oblati (n. d. a., i Padri Oblati sono un Ordine religioso ancora presente a Pinerolo), da essi graziosamente concesso ed appositamente addobbato, i quali regalarono ancora tre brente di vino (n.d.a.,162 litri circa; in piem. la brenta è detta "brinda"). Il canonico Solera ne regalò altre 3 brente e vari pristinai mandarono una quantità di pane. Le Monache della Visitazione, a semplice richiesta del Presidente Rossi, imprestarono una quantità di posate".

Certamente, una simile disponibilità sarebbe stata frenata, se le persone del clero che avevano voce in capitolo fossero state apertamente contrarie. Ma non fu così. "Oltre quattrocento persone sedevano a banchetto. Vi intervenne una deputazione del Municipio, composta dai signori Carletti Piettro e Griotti, vice-sindaci ; Luchinat ; Tegaz; Bruno Carlo, consiglieri e la Guardia Nazionale in corpo, colla musica, che fu gratuitamente a disposizione della Società. Gli Oblati sedevano anch'essi a tavola e furono, come tutti gli altri commensali, fregiati d'un nastro a tre colori, per cura del presidente Rossi e voller pagare il loro scotto. Era un quadro incantevole e commovente, che rappresentava una mescolanza di ricchi, borghesi, preti, frati e poveri sacerdoti del lavoro seduti alla medesima tavola, sotto il vincolo di una fratellanza che forma la vera felicità e forza del popolo".

L'esaltazione di Beccaria è comprensibile, se si pensa al clima risorgimentale nel quale vive al momento di scrivere; alla sua cultura liberale (negatrice del fatto che le diverse classi sociali possano avere interessi contrastanti, ma asserente, al contrario, che l'interesse della borghesia capitalista è quello di tutti): però, egli narra di fatti avvenuti diciassette anni prima e lo fa sulla base di resoconti altrui, forse del Rossi; persona che dimostra altre volte di conoscere troppo bene o molto meglio di altri.

Proprio leggendo questi passi di Beccaria, E. Papa avrebbe inteso che il Vescovo Renaldi avesse addirittura emanato una lettera pastorale a favore delle società operaie. Non fu così : l'Autore ottocentesco, limitandosi ad evidenziare il "concorso" dell'"ottimo clero pinerolese" alla fondazione del sodalizio, aggiunse che "nello stesso anno 1849 ebbe la fortuna di ricevere a suo capo un vero servo di dio, l'attuale Vescovo suo Rinaldi Lorenzo, il quale, in mezzo alle manifestazioni così apertamente retrive ed ostili alla nazione di una parte dell'episcopato italiano, il 22 maggio ultimo, animato da generose ispirazioni e con un linguaggio degno di Vangelo, diramava una pastorale ai parrochi della sua Diocesi, invitandoli a prestar volonterosi l'opera loro, a farsi iniziatori e promotori di offerte in denaro, in commestibili, vesti o altro che sia, per soccorrere le povere famiglie dei nostri fratelli operai contingenti, che furono chiamati sotto le armi per comune difesa della patria. Ed abbiamo ciò voluto narrare a marcia vergogna dei retrivi e di quei preti nemici delle società di mutuo soccorso epperciò della Vera Religione di Cristo, che raccomanda la buona fratellanza e la mutua assistenza...". Beccaria, insomma, si era riferito ad una pastorale scritta durante la guerra d'indipendenza del 1866, che non aveva riguardato direttamente il mutualismo, ma solo sollecitato la “carità organizzata” nei confronti delle famiglie indigenti dei poveri militari.

Comunque, tornando al 1849, era vero che la società piemontese si era stretta tutta a difesa della Costituzione appena largita, nel senso che sostenitori dello Statuto, autoidentificantisi come "patriotti" , erano sorti da ogni classe sociale ed anche dal clero cattolico. Questo perché non solo erano in gioco le libertà interne, ma la libertà dallo straniero: il nemico per eccellenza, cioè "l'austriaco", del quale si predicava la "disumanità", perché veniva sentito come "assolutamente estraneo", "incomprensibile". Solo così si comprende il successo presso il popolo di canzoni come "Ra-ta-ta-plan, feu sù ij Almàn!".

In una simile emergenza, non contava più essere calzolai o farmacisti o canonici: il sentimento quasi generale era quello di unità dietro all'esercito sabaudo ed alla bandiera tricolore. Una vasta fascia dell'opinione pubblica del Regno di Sardegna si sentiva quasi abbandonata nel portare avanti il movimento di costruzione della nuova nazione italiana, ma capiva che, se non si fosse fatta l'Italia, si sarebbero potute perdere le nuove garanzie costituzionali.

In tale clima, i piemontesi iniziavano a diffidare anche degli emigrati lombardi; antiaustriaci a parole più di tutti, ma, nei fatti, borghesi o nobilotti, “figli di papà”, che evitavano il combattimento vero (17). A Pinerolo, proprio il martedì successivo il giorno della festa sociale citata, sarebbe avvenuta una rissa tra soldati piemontesi e lombardi, inasprita da "una mitragliata di pietre, lanciate da gente appiattata dietro le porte e le colonne dei loggiati": come informava "La Libertà". E Tegàs si premurava di riferire che "non uno degli iscritti alla società è stato coinvolto nello scontro". Con ciò, si voleva tranquillizzare i borghesi timorosi, riaffermando che gli operai associati erano "gente per bene; onesti lavoratori".

La manifestazione avvenuta in occasione della benedizione della bandiera della S.O.M.S. avevano tranquillizzato alcuni e messo in allarme altri. La regìa di Rossi era stata accurata: "Verso la fine del pranzo - scrive Beccaria - dietro suggerimento del socio Alixandro, il presidente Rossi propose una colletta a favore della eroica Venezia, che fruttò la somma di 170 lire. Gli oblati vi concorsero per lire 30. Detta somma venne dal signor Carletti, attuale (n. d. a., nel 1866) Sindaco di Pinerolo, mandata a sua destinazione. Appena terminato il pranzo,


(17) cfr. a proposito quanto scrive Cognasso nella sua op. cit. riguardo agli emigrati lombardi a Torino.


dietro proposta di alcuni soci, si mandò tutto agli infermi poveri delle vivande sopravanzate a tavola: quindi, tutti uniti, con musica e bandiera in testa, si percorsero le principali vie della città in mezzo ad una tempesta continua di applausi dell' intiera popolazione e di frenetici evviva alla fratellanza, alla Costituzione, all'Italia, al Re. Dopo di che, si fece una passeggiata fino all'Abbadia, luogo distante una mezz'ora da Pinerolo, dove un benemerito cittadino pose una botte di vino a disposizione dell'allegra comitiva. Quella festa solenne, così piena di gioia e di entusiasmo indescrivibile, che durerà eterna nella memoria dei pinerolesi, terminò nell'ordine più perfetto, con un ballo democratico, che la benemerita Guardia Nazionale e l'egregio Municipio vollero dare a loro spese nel Teatro Sociale, sotto la direzione della Società. All'indomani, coll'altra parte di vivande, pane e vino sopravanzati del pasto sociale, si diede un pranzo gratuito ai più di 100 poveri della città, i quali, gustando così i meravigliosi frutti della fratellanza sincera e della piena libertà, commossi e pieni di gioia, applaudivano la generosa Società e facevano evviva fragorosi alla legge costituzionale".

Questo passo, più di altri, dimostra il desiderio comune di Rossi e dei suoi sostenitori liberal - borghesi di presentare la Società Operaia come una conseguenza dello Statuto Albertino e, quindi, come un'associazione "patriottica" sostenitrice del Governo sabaudo.

In effetti, essa così sembra comportarsi durante la presidenza Rossi: basti vedere la questione del primo vessillo sociale...un "tricolore". Scrive ancora Beccaria: "Col denaro delle quote d'iscrizione si comprò la tela per fare la bandiera: la moglie di Alixandro la cucì; Medana, negoziante in ferro ed oggetti relativi, regalò i chiodini d'ottone per guarnirla , lo stesso Rossi ne fece la lancia colle iniziali S.O. ed il puntale, per distinguerla da quelle delle antiche Confraternite, secondo il suo istinto ed Alixandro, coll'argento regalato da Gonella, dipinse le mani e fece l'iscrizione portante:


VIVA ITALIA UNA SOLA INDIPENDENTE.


Tutte le suddette persone prestarono l'opera loro gratuitamente".

Che mondo differente dal nostro, uno dove anche l'elargizione di qualche chiodino d'ottone fa meritare una menzione "a futura memoria" ...

Ma, quella bandiera è davvero il vessillo che ancora la Società mutua di Pinerolo conserva oggigiorno? Nel citato articolo de "La Libertà", che narra della "festa della bandiera", Tegàs diceva di avervi letto:


VIVA IL LAVORO, VIVA L'ASSOCIAZIONE DEGLI OPERAI,
VIVA L'ITALIA,
UNA, LIBERA E INDIPENDENTE.


Solo una parte dell'iscrizione, quindi, coinciderebbe parzialmente, ma Tegàs potrebbe aver letto su un nastro la prima parte della scritta e non sul tricolore stesso, dato che a quell'epoca era comune ornare i vessilli di simili strisce di stoffa colorata. Il fatto è che, sulla bandiera conservata attualmente ed indicata come primitivo vessillo, si possono leggere le seguenti parole :


(VIVA) IL RE
(VIVA) L' ITALIA
(UNA, LI)BERA ED INDIPENDENTE.


E, se questa fu davvero la prima bandiera, allora l’«UNA SOLA» di Beccaria fu, probabilmente, una svista .

Ma, come spiegare il "VIVA IL RE" iniziale? Nessuna delle testimonianze ne fa alcun cenno. Ad un esame diretto del vessillo conservato, poi, emerge che quella parte della scritta venne realizzata a caratteri diversi e più grandi. Quindi, essa fu aggiunta da una mano diversa da quella di Alixandro ed in un tempo successivo? E, se fu così, perché?

Ebbene, ci fu un periodo in cui la dirigenza della Società, ancora in mano al Rossi, decise di stringersi attorno alla figura del Sovrano. Ciò avvenne dopo la tragica sconfitta di Novara e le accuse di tradimento contro Carlo Alberto per l'armistizio temporaneo con l'Austria.

Le vicende sono note: il 23 marzo 1849 avvenne la rotta militare ed il Re riuscì a sfuggire alla cattura solo perché ,ad un posto di blocco austriaco, in abiti civili, esibì un passaporto in lingua francese che lo indicava con uno soltanto degli innumerevoli titoli nobiliari dei quali si sarebbe potuto fregiare, cioè quello di "comte de Barge". Grazie al sotterfugio, che gli aveva evitato il disonore della menzogna, egli poté riparare immediatamente in Portogallo, senza neppure passare da Torino. In città, si discuteva del disastro e del tradimento del Generale Ramorino, catturato mentre tentava la fuga in Svizzera. Ancora il giorno 25, tutti i piemontesi temevano una pesante occupazione austriaca, non sapendosi nulla dell'armistizio firmato. Il nuovo Re, Vittorio Emanuele II, arrivò nella capitale sabauda solo nella notte del 26 ed il giorno successivo fece affiggere un proclama del seguente tenore: "mantenere illeso l'onore, rimarginare le ferite della pubblica fortuna (n. d. a., le casse statali erano esauste) e consolidare le istituzioni costituzionali".

Anche a Pinerolo, i liberali tirarono un sospiro di sollievo: almeno lo Statuto era salvo! Così, quello stesso 29 marzo 1849 in cui il nuovo Sovrano giurò sulla Costituzione, di fronte alle Camere riunite, sui muri di Pinerolo venne affisso un "Proclama dell' Operajo Rossi ai Fratelli Operai e Valdesi", seguito dalla sua firma e da quella di altri cinquanta compagni. Il succo era: "Carlo Alberto è stato tradito. Prepariamoci a scacciare definitivamente lo straniero dal suolo nazionale, ma, per il momento, mettiamo da parte ogni divisione interna e stringiamoci attorno alla figura del nuovo Sovrano. Viva il Re".

Gli operai ed i valdesi (in quanto avevano dato già offerto, in passato, "più volte segno di patria devozione") venivano invitati ad aderire in massa alla società operaia, per dimostrare che "la causa non è perduta, e che il popolo è pronto a tutto per consolidare la santa rigenerazione italiana". Un invito chiaro: la Società Operaia non poteva non occuparsi di politica, perché essa poteva esistere solo in virtù delle libertà politiche previste nello Statuto e combattere contro gli stranieri, nemici della Costituzione, era un dovere civico. L'unità d'Italia era l'unico modo per poter avere sufficienti forze militari e finanziarie (perché si sapeva delle enormi risorse auree, inutilizzate, del Regno delle due Sicilie) in modo da continuare sulla strada delle libertà. Le differenze religiose non erano importanti.

Ma, è altrettanto chiaro che Rossi non aveva firmato il suo manifesto come Presidente della Società Operaia di Pinerolo, ma come privato cittadino, perché conosceva che, al suo interno, esistevano forze che non vedevano di buon occhio queste prese di posizione "politiche" e "religiose". Teniamo presente che, a quel tempo, nonostante le aperture di Renaldi, il dialogo tra cattolici e valdesi avveniva con spirito tutt'altro che "ecumenico". Solo un "laico" come Rossi poteva sognare un mondo differente .

Come ricorda giustamente Giolito, ancora nel 1870, sulla "Gazzetta di Pinerolo", sarebbe apparsa una lettera di un parroco del circondario, che, nominato "socio onorario" di una società operaia, avrebbe voluto, prima, ricevere assicurazioni sull'esclusione degli acattolici dal sodalizio. Tale atteggiamento del citato prete era, tuttavia, contrario alla pastorale vescovile.

La forte adesione valdese alla Società pinerolese, comunque, non avvenne. Nel 1849, i Valdesi, pur godendo delle nuove libertà costituzionali ,vivevano ancora rinserrati nelle tre vallate del Pellice, del Chisone e della Germanasca. Il mutualismo nelle Valli Valdesi sarebbe sorto autonomamente, più tardi ed in tali nuove società locali, come quella di Torre Pellice, la religione non sarebbe mai stata una scriminante.

Ma la Società di Pinerolo non riuscì a centrare l'obiettivo di diventare "Società madre", alla quale i circoli locali delle vallate avrebbero dovuto essere affiliati, sull'esempio di alcune associazioni mutualistiche operaie francesi Ed anche ciò avvenne, probabilmente, perché il tentativo di apertura di Rossi al circondario non venne proseguito con la dovuta forza dalle successive dirigenze.

Fin qui, quindi, emerge un chiaro dato di fatto: la contrapposizione forte, e non la “complementarità”, tra la visione “mutualistico – politica” di Rossi e quella “mutualistico – apolitica” di Brezzio. Chiaramente, la seconda linea faceva più comodo alla borghesia pinerolese, disposta anche a far salire il Presidente d'un sodalizio operaio su un palco, durante una celebrazione retorica, ma esclusivamente in veste di comparsa.

Rossi, invece, era persona con idee proprie e, comunque, la tutela borghese sulla Società Operaia gli era sempre stata stretta. Basta leggere il Regolamento approvato il 29 aprile 1849 e confrontarlo col successivo, del 21 settembre 1856: nel primo, l'accezione di "operajo" è abbastanza ristretta ( lo è il salariato dipendente ed anche l'autonomo, "purché non sia in grado di dar lavoro a più di due persone consecutivamente"), a differenza che nel secondo testo (dove saranno considerati operai anche i mastri artigiani con quattro dipendenti). Fino al 1856, i "soci onorari" borghesi non possono aspirare a cariche interne e il loro intervento alle adunanze sociali è possibile, ma, da quell'anno, diviene addirittura un loro "diritto". E, nel 1873, cadrà anche il divieto di ricoprire una carica sociale: anzi, gli "onorari" avranno diritto ad un "consigliere nato".

Questa è la conseguenza della presa di potere della linea cosiddetta "apolitica"... Per arrivare a ciò, naturalmente, la lotta dovette essere durissima e protrarsi, sicuramente, oltre la data di abbandono di Rossi, che si deve situare nell'anno 1850.

Ma la vera svolta non dovette tanto verificarsi durante la presidenza Brezzio (immediatamente successiva a quella di Rossi), quanto piuttosto dopo il terribile colera del 1854, le conseguenze del quale sul sodalizio sono già state magistralmente tracciate da Giolito.

Conosciamo poco di questo periodo, ma, evidentemente, i "soci onorari" dovettero svolgere un ruolo importante nel rilancio dell'associazione e, di conseguenza, giunsero a contare molto più di prima.

Si può arrivare a dire anche qualcosa di più circa i contrapposti schieramenti ("politici" -"apolitici"), su cui Giolito, in un primo tempo, sorvolò. Dalla parte di Rossi era stato sicuramente il "capo sarto nel Reggimento Guide" Vincenzo Caffaratti, che, per questo, con lui, subì a lungo la "damnatio memoriae", venendo cancellato dal numero dei fondatori, a partire dal 1863. Contro Rossi, invece, l' "indoratore" Vincenzo Gonella, che, divenuto Presidente del sodalizio, fece pubblicare una lista di soci fondatori, in appendice al Regolamento approvato il 15 giugno 1862, nella quale non si indicava neppure più il nome del macchinista ferroviere come primo Presidente.

In uno scritto del 1988, quindi più recente della tesi di laurea avanti citata, se ne accorge anche lo stesso Giolito, che fissa il termine della "damnatio memoriae" al 1886 (mentre ,in un primo momento, la fece terminare solo nel 1907). Nel 1888, Rossi, vecchio ed acciaccato, venne contattato dalla dirigenza in carica, che gli riconobbe l'azione di fondatore e costui ,in una propria lettera, volle ricordare ,in particolare , due amici: Alixandro, detto "Moncalieri" (evidentemente, il suo paese d'origine) e il già citato Caffaratti.

Detto ciò, non bisogna credere che la contrapposizione fosse soltanto d'impostazione politica: probabilmente, un grande ruolo giocarono le semplici simpatie personali ed il "desiderio di apparire" proprio di Brezzio, che non dovette mai aver dimenticato la "figuraccia" meritatasi durante la prima elezione.

Nonostante tutto, anche Rossi, durante la propria presidenza, pur da posizioni "operaiste" convinte, non era mai uscito dall'alveo del movimento liberale e, così, coloro i quali ho dimostrato schierati nella sua fazione. Infatti, la dirigenza Rossi, sotto la quale si approvò il Regolamento interno del 1849, propose di ottenere "la Sovrana autorizzazione della Società". Un atto che nessuna delle società operaie nate in seguito richiese, ma che, anzi, tutte rifuggirono, per evitare di essere equiparate a "Opere Pie" ed assoggettate, così, ai pregnanti controlli governativi.

Nel caso pinerolese, invece, con una mossa più che altro “politica”, una copia del Regolamento interno del sodalizio venne inviata al Ministro Segretario di Stato per gli Affari dell'Interno. Quindi, Alixandro si fece ricevere dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Massimo d'Azeglio e, secondo Giolito, costui manifestò all'operaio pinerolese la convinzione che "gli operai, oltre al mutuo soccorso, dovessero stabilire il minimo dei salari". Ma, quale significato attribuire ad un simile concetto?

Era chiaro che, da soli, gli operai non potevano stabilire nulla, mentre la contrattazione collettiva era ancora vietata. D'Azeglio, grande conservatore, non poteva certo essere favorevole alla lotta di classe...basti pensare che aveva scritto frasi di questo tenore : "La società presente ha per le mani un problema che non ebbero le società del medioevo e pagane: farsì che una classe di uomini, quella che porta e che sempre porterà i pesi più gravi della società, si contenti di portarli...Una setta nuova che si crede e si dice molto benefica ha immaginato di insegnare a detta classe a godere. Non comprendono che sarebbe molto maggior beneficio insegnarle a soffrire; ed allora soltanto il problema sarebbe risolto, come, infatti, fu risolto dal cristianesimo" (18) .

D'altronde, i poveri dell'epoca provocavano una sorta di "ribrezzo" in tutti i benestanti, anche nei più "illuminati": questi appartenenti al "quarto stato" erano spesso stracciati (per necessità), maleodoranti (vivendo in topaie prive delle più comuni condizioni igieniche) ed avevano un modo d'esprimersi che suonava sguaiato (per mancanza d'educazione). Perfino un liberale che s'atteggiava a "paladino dei lavoratori" come Lorenzo Valerio, dopo una serie di importanti annotazioni sulla fatica, la cattiva alimentazione, la mancanza di sonno, per recarsi in tempo alla manifattura, le durissime condizioni delle operaie delle seterie, descrivendo le operaie di Torino, parlava di "pallidezza" e di "aspetto infiacchito e macilente", ma stigmatizzava il loro "fare sguaiato ed impudente" (19). E Petitti di Roreto imputava la causa dell'indigenza


(18) cfr. Storia del Movimento Operaio, del Socialismo e delle Lotte Sociali in Piemonte, diretta da Agosti e Bravo, Bari, 1979, vol. I, p.249.

(19) L. Valerio - Igiene e moralità degli operai di seterie, in "Annali universali di statistica",LXVI,1836,p.334.


"ugualmente al concorso delle citate circostanze di luogo, d'ordine e di tempi, come alla scostumatezza, all'ozio ed all'imprevidenza" (20) .

Insomma, quella era un'epoca in cui non solo i ricchi temevano i poveri, ma li colpevolizzavano del loro stato, per autogiustificare le differenze sociali. I più sensibili si limitavano a comportamenti paternalistici: Cavour, ad esempio, pensava che la "panacea" risiedesse in un sistema di "carità legale", all'inglese.

Le società operaie non spaventavano per nulla i Ministri del Regno...che, come d'Azeglio, forse in preda a nostalgia verso i compiti delle soppresse Corporazioni (tra i compiti delle quali, in passato, era effettivamente quello di fissare salari minimi per i lavoranti), si limitavano a galleggiare sulla demagogia, ben sapendo che le leggi in vigore vietavano espressamente i comportamenti corporativi dei sodalizi operai.

Insomma, se Alixandro avesse conosciuto i veri pensieri del Presidente del Consiglio, si sarebbe entusiasmato di meno... Ma, sia lo stesso Alixandro, che Rossi, dovevano ancora avere fiducia nella classe dirigente del piccolo Stato sabaudo, come la maggioranza dei sudditi del tempo. Fiducia che certamente scemò col trascorrere degli anni, per riaccendersi durante singole tappe dell'epopea risorgimentale.

Il 1849, nonostante la rotta militare, parve promettere bene e non solo la Società Operaia di Pinerolo, ma il mutualismo in genere, in breve, fece passi da gigante. In pochi mesi, aderirono al sodalizio cinquecento soci, residenti a Pinerolo, ma anche a Bibiana, Bricherasio, San Secondo, Porte, Perosa.

Ma, tornando a Rossi, bisogna dire che egli, evidentemente sfiduciato dal clima di continue tensioni in atto tra le due anime della S.O.M.S. di Pinerolo, già nel 1850, abbandonò questa città.

Secondo Bravo, la causa fu un "trasferimento" nelle Ferrovie di Torino, avvenuta nel gennaio del 1850. A detta di Beccaria (21), invece, non successe affatto così: Rossi avrebbe abbandonato Pinerolo senza avere cercato previamente nessun lavoro nella capitale. Qui, avrebbe penato molto a trovarlo, ma, infine, il suo rapporto di amicizia con i giornalisti della "Gazzetta del Popolo" Felice Govean, Giovanni Battista Bottero ed Alessandro Borella, gli avrebbe permesso di ottenere un posto "nelle officine delle Ferrovie dello Stato".

In quelle stesse pagine, Beccaria descrive Rossi come "ammogliato con prole". E non si può credere che una persona con simili responsabilità decida di andarsene da una città per un semplice sfizio senza avere ancora trovato occupazione nella nuova località di residenza. Il motivo scatenante ed i pretesti di tale abbandono non li conosceremo mai, ma il conflitto tra le due anime del movimento operaio pinerolese dovette raggiungere livelli prima ineguagliati.


(20) I. Petitti di Roreto- Saggio sul buon governo della mendicità, degli istituti di beneficenza e delle carceri, Bocca, Torino, 1837, vol. I, p. 7.

(21) op. cit., vox: Torino, vol. II, p. 4.


Certo è che, già verso la fine del 1849, Rossi iniziò a pensare concretamente di abbandonare Pinerolo, anche perché i succitati giornalisti gli fecero balenare la possibilità di fondare una Società di Mutuo Soccorso generale nella capitale sabauda. Il macchinista, in effetti, si diede da fare e il 2 gennaio 1850 l'annuncio di una simile fondazione venne dato con enfasi in un editoriale della "Gazzetta del Popolo".

A Torino, però, Rossi sarebbe potuto cadere dalla padella nella brace, perché anche i borghesi più aperti alle esigenze dei ceti umili, come quelli che lo avevano favorito, credevano che le S.O.M.S. non dovessero fare politica attiva. Il macchinista, però, questa volta tenne duro ed il risultato fu un sodalizio fortemente operaista, che coagulò immediatamente cinquecento lavoratori ed escluse "per Statuto" dalla presidenza e dal consiglio di amministrazione i "filantropi" o sedicenti tali. Anzi, Rossi insegnò talmente "a diffidare dei doni delle classi superiori", che, di fronte alla volontà regia di elargire una somma alla Società Operaia, il Ministro di San Martino dovette premunire Vittorio Emanuele II di precisare che si trattava "non di un dono, ma di un riconoscimento alla sua buona amministrazione", ponendo il vincolo di distribuire il denaro tra i poveri soci ammalati.

Grazie alla febbrile attività del macchinista Rossi, ancora nel 1850, ad ottobre, fu già possibile organizzare un primo convegno tra i sodalizi di mutuo soccorso del Regno, dove si discusse la sua proposta di "patto di aggregazione temporaria", che avrebbe dovuto riconoscere la "reciprocanza", cioè il diritto per un socio di una delle società aggregate che si trovasse a lavorare fuori della propria città a pagare la quota associativa presso la S.O.M.S. del luogo di lavoro e ricevere da questa gli eventuali sussidi. Anche la Società pinerolese, con quelle di Torino, Novi, Casale e Tortona, aderì alla proposta del patto citato, impegnandosi a gettarne le future basi in un congresso successivo.

Ma, dopo un esordio brillante, anche a Torino iniziarono i problemi. Nel 1851, l'operaismo troppo spinto di Rossi, che aveva sempre propugnato la necessità che tutte le cariche dovessero restare esclusivamente in mano ai soci, si scontrò contro la realtà: nessun operaio aveva l'istruzione adeguata per poter mettere mano ai documenti sociali e, specialmente, ai conti, da solo. Il segretario Lorenzo Chiara, non volendo ammettere il proprio fallimento, seppure assolutamente onesto, in un momento di follia, temendo di non riuscire a improvvisare la contabilità, si tolse la vita. Il rumore del caso fu eclatante e diede un grosso colpo alla credibilità delle tesi di Rossi: tanto per cominciare, da allora in poi, i complicati conti sociali vennero affidati a tecnici normalmente retribuiti.

Dopo un momento di smarrimento, il 19 e 20 ottobre 1851, si tenne il secondo Congresso delle S.O.M.S., al quale parteciparono, questa volta, ben trenta tre sodalizi dello Stato sardo. Il parrucchiere Antonio Pittavino, delegato pinerolese, fu invitato a presiederlo, in considerazione del primato della Società Operaia generale di Pinerolo. Il nuovo progetto di "patto" sortito dal dibattito, riportato a Pinerolo, suscitò molte riserve nel locale sodalizio operaio, che temeva di perdere la propria autonomia.

Questa riluttanza si manifestò anche nel 1852, di fronte alle proposte del terzo Convegno, respinte in blocco dalla maggioranza dell'Assemblea Generale della Società Operaia di Pinerolo.

Tuttavia, almeno formalmente, i rapporti tra la S.O.M.S. pinerolese e Rossi continuarono sotto parvenza di formale cordialità: nel 1851, egli venne ancora accolto durante i festeggiamenti per il terzo anniversario della fondazione "col calore che merita una persona così cara agli operai per li servizi prestati(...)al buon andamento delle società operaie, da non potersi con parole commendare", ma, ormai, Rossi doveva constatare il proprio fallimento personale.

L'ulteriore suo distacco dalla S.O.M.S. pinerolese dovette essere motivato anche dalle successive vicende personali. Rossi iniziò a trovare nemici interni anche nella Società Generale di Torino: persone che, secondo la testimonianza di Beccaria, cercarono, poi, di togliergli anche qui il merito della gestazione di quel sodalizio. Inoltre, il macchinista fu preso di mira dalla polizia, che lo considerava un pericoloso sovversivo.

Trasferito a Novi, per essere tenuto lontano dalla sua instancabile opera di organizzatore e promotore di società operaie, Rossi fu, poi, costretto a dimettersi dalle Ferrovie. Giunto di nuovo a Torino, non riuscì mai più a trovare un'occupazione stabile: la polizia, infatti, si premurava di dipingerlo malamente ai datori di lavoro, non appena assunto. Per guadagnarsi da vivere, si ridusse a fare il venditore di libri.

Non sappiamo nient'altro di lui, tranne che, nel 1888, al momento delle celebrazioni per il quarantesimo anniversario della fondazione della Società Operaia generale di Pinerolo, era ancora in vita. (22)

In pochi anni, una fase storica si sarebbe chiusa: il movimento operaio piemontese si sarebbe presto confrontato con quello delle altre regioni italiane "annesse" alla Monarchia sabauda e sarebbe scaturita una contrapposizione diretta tra società d'anima liberale e società mazziniane, prima, e socialiste, poi.

Tuttavia, qualcosa delle idee di Rossi, almeno nel movimento mutualistico pinerolese, permase, come la consuetudine nei rapporti tra singole società e l'amicizia tra le varie direzioni delle medesime. Singoli "patti di fratellanza" vennero stipulati tra il sodalizio maschile di Pinerolo e gli analoghi di Saluzzo (nel 1854) e Savigliano (nel 1855): un piccolo seme era stato gettato.


(22) Il fatto medesimo è già raccontato ampiamente nelle più recenti ricerche di Giolito, che presentano meriti ben maggiori di quella appena ripubblicata dalla Regione Piemonte, nel 1998.


Per contattarci, cliccate qui Grazie.




© 1995-2012 by Comitato Guglielmo Marconi


The material on this page are the responsibility of its author