Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995


Estratto da pag. 16 a pag. 21


MARTIROLOGIO

ITALIANO

DAL 1792 AL 1847.

LIBRI DIECI

DI GIUSEPPE RICCIARDI

FIRENZE.
FELICE LE MONNIER.

1860.

Omissis

L'anno dopo, cioé ai 23 aprile del 1796, di più fiero dramma era teatro Bologna. Vo' dir della morte di Luigi Zamboni, impiccatosi nelle carceri, e del giovane De Rolandis, impiccato in piazza, per una congiura contro il governo papale scoperta nell'autunno del 1794. Ecco i fatti, quali mi furono riferiti in Londra da un testimone oculare.
Da più tempo Luigi Zamboni, di Bologna, studente in legge nel collegio della Viola, entrato in pensiero di vendicare in libertà la terra natale, erasi stretto coi più animosi della gioventù bolognese, ed aveva fatt'opera di sospingere il popolo a sollevarsi. Riuscitogli vano ogni sforzo a incarnare il proprio disegno, recavasi in Francia, dov'era testé scoppiata la rivoluzione; ma inorridiva si fattamente al vedere le enormità perpetrate quivi nel santo nome di libertà, che ripatriavasi, desideroso innanzi ogni cosa di toglier luogo ai Francesi di mescolarsi nelle faccende della sua patria, e ciò col recarla a conquistar da sé stessa il libero vivere di che la francese Repubblica era promettitrice all'Italia. Rifece adunque congiura contro il governo papale, aiutato principalmente da De Rolandis, Italiano di Piemonte, collegiale pur egli nella Viola e suo grandissimo amico. Molti fra gli altri congiuratori erano anch' eglino studenti e dottori in legge. Venne da loro il color verde che mirasi nella bandiera italiana, avvegnaché, abborrenti quali erano da ogni forestierume, e in ispecie dalle cose francesi, fermavano in una delle loro conventicole di sostituire il verde al turchino del famoso vessillo repubblicano. Volle la mala sorte che il De Rolandis avesse dimestichezza con uno dei collegiali della Viola, il qual dimostrava sensi patriottici al sommo, ma era d'animo debolissimo e ligio affatto del suo confessore. Della qual cosa informalo Luigi Zamboni, pregò l'amico cessasse dal praticare con quello; ma i fati li tiravano entrambi a rovina.
Il De Rolandis tornando la notte dalle sedute de' congiuranti, alle quali, per essere chiuso il collegio, n'andava calando dalla sua stanza in istrada per via d'una scaletta di corda, spendeva più ore nel fabbricar le cartucce di cui era d'uopo alla sollevazione. Al quale lavoro attendendo, accadevagli spesso di fare un po' di rumore, e col rumore venire destando i vicini. Ora appunto in una delle due camere attigue trovavasi il collegiale di cui ho parlato pocanzi, il quale, lagnatosi più volte di quella molestia notturna col De Rolandis, indusse questo a svelargliene la cagione, quindi in gran parte il segreto della congiura. Ed il giovane, tutto lieto a quelle rivelazioni, ringraziò il De Rolandis dell'averlo fatto partecipe d'un disegno da lui tenuto santissimo, e il quale ei si proferse prontissimo ad aiutare coll'opera sua. Cosi parlava, ma pochi di dopo, sia che gli fosse sfuggito alcun motto imprudente, sia che gli scrupoli religiosi lo avessero spinto ad aprirsi col suo confessore, e questi avesse fatto la spia, certo si é che, arrestalo improvvisamente e tradotto at cospetto dell'arcivescovo, fu esaminalo da esso minutamente, e non indugiò mollo a ripetergli le cose tutte sapute dal De Rolandis. Il quale, entralo in grave pensiero al sapere della callura del giovane, corse dallo Zamboni, e, narratogli il fallo commesso, aggiungeva : « Sol io fra i congiuratori son noto a colui, e però non temere, ché mi farò uccidere, anziché fiatar sillaba. » E lo Zamboni, astenutosi dal rimproverare il dilettissimo amico, risposegli queste brevi parole: « I nostri nemici han troppi modi a penetrare la verità, il perché questo solo ci rimane da fare, vendere a caro prezzo la vita! Si lenti dunque l'impresa, e al più presto. » E fermato di dar di piglio alle armi la notte stessa, Zamboni correva in traccia degli altri compagni, e dava loro le poste alla Montagnola, donde allo scoccar delle dodici si sarebbero calali nella città. Ma, siccome suole pur troppo accadere in simili casi, fra i molli che avevan promesso pochi serbarono la data fede, e però, al suonar della mezzanotte, sei sole persone, fra cui lo Zamboni ed il De Rolandis, movevano armale dal luogo prefisso a correre invano Bologna, ché al loro grido di libertà nessuno rispose, nessuno si mosse, all'infuori della sbirraglia. La quale, anziché assaltare e ghermire immediale quel così breve drappello, Io seguitò alla lontana, a fine di spiare se trovassero seguito, e notare le case sotto le quali fermavansi.
Scorsa in tal modo la notte, al primo albeggiare i sei giovani, scorta la vanità dell'opera loro, si separarono, quattro ritraendosi a casa, mentre lo Zamboni ed il De Rolandis, scavalcale le mura della città, s'incamminavano pel Modenese ed il Parmigiano alla volta della Toscana. Senonché, sopraggiunti in un'osteria a Firenzuola, in quella che sedevano a pranzo, venivano, dopo breve contrasto, arrestati, quindi tradotti a Bologna. In questo frattempo uno dei quattro rimasi in patria, il dottor Succi della Molinella, cui nomino a infamia perpetua, siccome quello che fu cagione principalissima della morte dello Zamboni e del De Rolandis, veduto il grave pericolo che gli pendeva sul capo, avea chiesta al governo l'impunità; ed il governo, dopo avergliene fatto promessa, a patto che rivelasse tutto quel che sapeva della congiura, sia che non fosse stato contento delle rivelazioni ottenute, sia che avesse dubitalo della sincerilà loro, avea comandalo gli fosse data la corda. La tortura usata in quei lempi era la cosi detta corda a campanella, uno dei maggiori supplizii inventali dalla crudeltà inquisitrice a martoriar le sue vittime. Il Succi ciò non pertanto reggeva a quei fieri tormenti, e quella sua sciaurala costanza appariva qua! prova novella ai tormentatori contici i compagni da lui traditi! I quali, caduti tutti alle mani del governo papale, incontrare dovevano sorti diverse; ma prima d'esporre i loro miseri casi, voglio fare alcun cenno del modo infame tenuto in quell'età infelicissima nell'istruire i processi di maestà.
L'imputato, dopo esser giaciuto assai lungo tempo in segreta, era tradotto al cospetto dell'uditore, dinanzi al quale rimaneva più ore colle mani legale e incatenalo a una seggiola. L'assurdo poi si mescolava all'atroce, ché l'esame avea luogo in latino, cioé l'uditore dettava l'interrogatorio in lai lingua a un notaio che il traduceva in volgare. Il qual'ultimo talune volte non era capito dall'interrogato, massime se del popolo, uso al solo dialetto. E però, quando, a forza di chiedere schiarimenti, cui il magi strato, venuto per lo più di Roma, mal poteva dare a chi male intendea l'italiano, era giunto a capire una parte delle domande ed a replicarvi alla meglio, l'interrogante dettava, sempre in Iatino e a modo suo, le risposte, cioé spesso spesso in modo alfatto diverso dal vero. Ad onta di ciò, l'imputalo era costretto a contrassegnare ogni pagina dell'esame, del quale poi l'uditore faceva a sua posta il sommario; sommario di cui nessuno poteva impugnar l'esattezza, e ch'era pure unica base al giudizio! Le sentenze venivano profferite da una congrega composta dal cardinal legato, da monsignore vice-delegato e da due fra i cosi detti uditori del Torrone. I dibattimenti avevano luogo a porte chiuse, e la difesa degi imputati era commessa esclusivamente all'avvocato dei poveri, eletto e pagato a ciò dal governo. Inferisca da queste cose tutte il lettore che giudizii fosser mai quelli e quale speranza potesse nudrirsi dagl'imputati di schivare l'estremo supplizio.
Ed infatti gl'imputati tutti, all'infuori del Succi, eran dannali nel capo; ma Roma non confermava l'atroce sentenza se non pel Zamboni ed il De Rolandis, tra per esser eglino stati dilanti motori della congiura, e più ancora per avere duralo con maravigliosa fermezza contro ogni minaccia e ogni insidia usale a farli parlare. Zamboni segnatamente, larghissimo nel rispondere a tutto che riguardava sé stesso, silenzio ostinato avea opposto ad ogni domanda relativa ai compagni. Saputo la sorte che lo aspettava, antipose il morire di propria mano al morire per mano del boia. Non armi, non veleno egli aveva; ma mancano modi all'uccidersi a chi la morte desidera veramente? Era stato caccialo nella segreta delle orribili carceri del Torrone detta dell'Inferno, tanto era buia e profonda! e l'uditore avevagli dati a compagni di prigionia due malfattori, con ordine di riferirgli qualunque parola fosse per isfuggire al condannalo, da poter porgere nuovo lume sulla congiura. Ma nulla fu dalo loro narrare dell'infelice, se non la morte! Si bassa era l'orrenda segreta, che lo Zamboni, alto qual'era della persona, toccavane quasi la volta, il perché assai difficile gli era l'uccidersi quivi nel modo che avea divisato, cioé coll'impiccagione. V'aggiungi il difetto di corda e l'inevitabile presenza dei due malfattori. Eppur cosi grande era in lui il desiderio di riuscire nel terribile intento, che vincer seppe ogni ostacolo. Durante più notti, mentre i compagni dormivano, avea colla stoppa del materasso ordito la fatai corda. Gli era venuto fatto, oltre a ciò, e di sconficcare bel bello dal tavolalo un chiodo alquanto lungo, e d'impadronirsi, in quella che andava agli esami, d'un pezzo di legno lasciato a caso nel corridoio della prigione; confitto il qual chiodo nel legno, lo aguzzò in modo si fatto in sui mattoni del pavimento, chea chi ne avesse sentito la punta sarebbe paruta siccome di stile. Ciò fatto, disse una notte ai due malfattori con piglio risolutissimo volere fuggire a ogni palto, e coloro avendo risposto esser la fuga impossibile, ei ripigliò minaccioso, che, volessero o no, egli la tenterebbe. Aggiunse poi che, a togliere loro ogni modo di porre inciampo al suo tentativo, s'era deliberato di legar loro le mani ed i piedi, e guai se a ciò s'opponessero, guai se osassero mettere un solo grido! A corroborare le quali minacce, fece loro sentir fra le tenebre l'acuta punta del chiodo, che, tolta da quelli per un pugnale, fe'sì che si lasciasser legare senza troppo contrasto, e cosi legati distendere sui loro giacigli. Certo allora lo Zamboni di non essere molestalo nell'esecuzione del suo truce disegno, commise l'un capo della corda al calenaccio del finestruolo, e, fattosi dell'altro un capestro, saltò in sul lettuccio. Fra i quali apparecchi, a vie meglio ingannare i compagni, fischiava e canterellava. Ed ecco udirsi da quelli, prima un gran tonfo sul pavimento, poscia un rumore, come di colpi battuti con gran frequenza in sulla parete, e da ultimo un gemito, un rantolo soffocalo. Al quale succede un cupo silenzio, indi un altro gemito e un rantolo mollo più fioco del primo.
I prigioni, rimasi muti e sospesi alcun tempo, s'addarono alfine del vero, e però, levatisi a stento, dieronsi a batter sull'uscio e a chiamare ad alla voce il custode; ma questi dormiva profondamente, e la carcere era cosi sotterranea, che l'urla dei prigionieri non furono valenti a destarlo. Entrato la dimane nella segreta dell'Inferno, ei trovava il cadavere dello Zamboni pendente dal catenaccio, col viso ed il petto si intrisi di sangue, che parevano d'uomo ucciso per via di ferite, e col naso rotto, anzi ammaccato, il che proveniva dall' avere il meschino dato più volle furiosamente in sul muro ad affrettare la tanto bramata morte! La carcere era ditta gremita di iscrizioni fatte in color rossigno, cioé colla polvere dei mattoni sciolta nell'acqua, e nelle iscrizioni ricorrevano spesso le parole di libertà e di uguaglianza. Nella parete cui s'appoggiava il giaciglio dell'infelice, leggevasi breve addio alla donna del suo cuore. Lo Zamboni moriva in età di ventisett'anni. Sarebbe stato bellissimo, se non avesse avuto un gran taglio in sul labbro inferiore. Non si può dire il compianto destato in Bologna dal suo miserabile fine, in Bologna dove era caro oltre modo all' universale. Il qual lutto era accresciuto a mille doppii dall'esecuzione del De Rolandis, impiccato alla Montagnola il dì stesso, cioé ai 23 aprile del 1796. Il carnefice essendo inesperto, fece patir lungamente il condannato, il che suscitò lale uno sdegno nel popolo spettatore, che fiere grida levaronsi, e la sbirraglia avendo spianato l'armi contro la moltitudine, ne segui grave disordine. E intanto il giovane collegiale, prima cagione della rovina della congiura, al sapere il suicidio dello Zamboni e l'esecuzione del De Rolandis, subitamente impazzava. Entrati i Francesi in Bologna alcun mese dopo, grandissimi onori furono resi dal popolo alla memoria dei martiri, ed una colonna veniva eretta alla Montagnola con sopravi un'urna votiva. La quale fu indi rimossa nel 1814, quando le insegne francesi fecero luogo alle antiche del reggimento pretesco.

Omissis