Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995


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— « Voi sapete quello che avete deposto e giurato e nulla più, nulla meno di quello che avete deposto e giurato e sottoscritto, sta nel processo, per cui stimo inutile far proseguire una lunga, incomoda e noiosa lettura. — Sui principali delinquenti la giustizia é abbastanza illuminata; ma rimangono dubbi da dissipare su voi a cagione delle pertinaci negative, delle contestazioni, delle vostre opposizioni alle rivelazioni dell'impune. — Anche una volta vi esorto però a cangiar consiglio, e davanti alle prove terribili che vi stanno in faccia, dire intera la verità. — Signor Notaio, interrogate i rei sulle circostanze differenti da quelle giurate dall'Impunità.»
Una forte agitazione si manifestò fra gli accusati, i quali rivolsero altrove gli sguardi, per non incontrarsi in quelli del Succi.
Ad uno, ad uno risposero ancor più laconicamente ed esplicitamente di quel che avesser fatto in passato, — e chi qualificava l'impunità di falsario e di spergiuro, — chi lo accusava d'istigatore e rganizzatore primo di una rivoluzione sanguinosa,— chi infine ripetea di non conoscerlo. — La Brigida, la Barbara e il vecchio Giuseppe Zamboni si scagliavano con forza contro il traditore, — confermando ch'egli solo avea ordita la trama, all'oggetto di denunciarla, e trar profitto della propria infamia (1).

(1) Ved Proc. 8415, vol. 5 dalla pag. 2628 alla pag. 2653.

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Per questa via vedendo non procedersi d'un passo, il Pistrucci un'altra ne tentò, partecipando agli inquisiti la loro facoltà di rivolgere essi stessi all'impunità quelle interrogazioni che stimassero convenienti, acciò il Tribunale, eco fedele della giustizia, fosse in caso di riconoscere se avesse il Succi per avventura calunniato altrui, per salvare sé medesimo.
— Con segni di raccapriccio fu accolta la proposta — e tutti tacquero.
Allora il Pistrucci ordinò che fosse constatato in processo, il rifiuto degli imputati. Indi rivoltosi al Succi così gli parlò:
— Dalle deposizioni degli inquisiti voi siete costituito di mendacio, dovrete adunque riconfermare le vostre rivelazioni; ripetere le accuse, riconoscere persone ed oggetti, e tutto ciò sotto la prova dei tormenti — giurare.
Ad un segnale i manigoldi mettono in camicia il Succi ambo le mani gli legano dietro alla schiena, e lo attaccano alla corda. Tremante, piangente, volgevasi supplichevole all'Eminentissimo che lo fissava in volto, ei lo credea commosso da compassione, invece lo era da semplice curiosità di meglio discernere gli effetti della tortura!
— Si elevi in alto, disse l'Uditore (1).
Adagio, adagio, tirava il manigoldo la corda, e nel sollevarsi da terra il paziente, si stiravano i nervi, scricchiolavan l'ossa, terribilmente trasformavasi in volto, e gli occhi pregni d'umor sanguigno dall'orbita gli uscian spaventosi; — supplicava ei con accenti interrotti da profondi singulti, ma giunto al sommo, il manigoldo a un tratto tutta la corda abbandona, e con orribil tonfo al suoi proteso piomba il torturato.

(1) Vol. 5, pag. 2675 in processo la formula é espressa in latino come segue: In attum si elevari — Qui sic elevatus. ecc


L'atroce spettacolo commoveva di ribrezzo i prigionieri, che quantunque irritati contro il traditore, mal sapeano soffocare nel seno i sentimenti di umanità e di natura.
Intanto i carcerieri accorrevano intorno al Succi ne asciugavan il sudore dalla fronte, lo richiamavano ai sensi, — e dopo brevi istanti interrogato, confermava lo sciagurato, le fatte rivelazioni, ad una ad una respingendo le accuse mossegli incontro dai detenuti.
Disgraziati! — lo udiste? proruppe con ferina voce il Pistrucci, ora però non egli ina voi tutti siete convinti di mendacio, — e de' vostri spergiuri avrete meritata punizione. — Pur la pietà de' vostri giudici vi accorda benefìcio tanto di misurare fra le pene, se vi giovi confermare la santità dell'accusa, e minorar la vostra colpa, o persistendo nell'audace diniego, e nel constatato mendacio, — perdervi per sempre.
Dato il segnale, sono tolte di dosso le vestimeli!» ai detenuti, e accompagnati appiedi ai diversi patiboli.
— Ad ognuno era pronto un sicario che afferrava la sua vittima, e stretta la legava alla fune. — Orribile spettacolo!
Con una specie di voluttà diabolica, sorridea il Cardinale, — veggendo la nudità di que' corpi macerati, consunti, ridotti in miserissimo stato dalle patite sofferenze!


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Si sollevino in alto, grida l'uditore!
A tale annunzio un affannoso grido,un urlo di dolore echeggia per la vasta sala e fra le tenebrose sue volte nell'ombre, si agitano e gambe e braccia, e s'odono
voci tremende, e gemiti lunghi, e strida, — e il terreno si bagna di bava sanguigna che versano le bocche delle atrocemente flagellate vittime! — In tanta confusione di martirii, fra tanto rumor cupo e terribile, in cui l'uno si trae semivivo, e l'altro vi sottentra imprecando, e faticano i manigoldi con zelo ognor più bestiale e più feroce, il Tribunale impassibile assiste a quest' orrore, e l'Erainentis simo decreta retribuzioni e larghe ricompense ai carnefici... sorridendo alle maledizioni ed alle imprecazioni delle vittime!
Nessuno dei torturati volle proferir parola — i più noi potevano e trascinavansi in carcere a soffrir ancora degli orrendi strazi patiti. — Ultimi rimanevano il vecchio Giuseppe Zamboni e le donne!

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—Dopo brevi istanti di tormenti l'infelice padre era fuor di sé, abbattuto, contraffatto, moribondo, e su d'una lettiga veniva altrove condotto. Alla Brigida Zamboni non fu possibile ad alcuno avvicinarsi per avvinghiarla; — della propria libertà approfittando, scagliava calci, e pugni, e morsi come una fiera; — gli occhi e le parti più sensibili de' manigoldi percuoteva; finchè assalita da orribili convulzioni cadde, e si rese necessario lo sforzo di parecchi uomini per afferrarla e ritornarla alla prigione dacchè sembrava la di lei vita animata da forza soprannaturale e divina(1)!
Così terminò questa seduta che ultima chiuse gli spaventevoli orrori di un' epoca in cui uomini in nome di Dio e della Giustizia commettevan i più atroci misfatti che abbian disonorata l'umanità. — Da cotesti ribaldi e da cotestie! ribalderie giudicate dalla civiltà, torceremmo altrove lo sguardo, se non fossimo tratti a considerare la storica verità che ad usare, sostenere e difendere qualunque vergogna, iniquità, e nefanda opera sociale, s'incontra ognora l'Autorità del sacerdozio di Roma, la quale come paganamente nel medio evo combatteva per la schiavitù (2), così nei moderni tempi combatte contro ogni santo principio. — Per vincere l'ostilita guerra non basta la fede nella ragione e nella virtù, ma è necessario soggiogarla come sempre e risolutamente — colla forza.
ll processo volge al suo termine. — Ipocrisia di legalità volle dar luogo ad alcune formalità per iscusare le enormezze. Agli accusati doveasi render noto rimaner loro tre giorni di tempo, per modificare le precedenti deposizioni; — ma già s'intende che questo privilegio potea aver efficacia soltanto quando di essi stessi o d'altri aggravassero la situazione.

(1) Ved. proc. vol 5 pag . pag. 5073.
(2) De ragime ivime principam lib. 2 cap. 10. Thom. Aquin. si mostra più pagano Aristotile nel sostenereche per la natura delle cose gli uomini sono giustamente schiavi.

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Inutile a dirsi — degli inquisiti nessuno era in istato di recarsi al Tribunale per ricevere la intimazione, e i medici Pasi e Cuzzanti certificavano che gli uomini di giustìzia avendo fatto il loro dovere, occorreva lasciar trascorrere alcun tempo prima di muovere i detenuti dalle prigioni.
Infelici! — i più, non potevano sollevar le braccia neppur per asciugare il sudor dalla fronte, e tergere il pianto dalle pupille; oppressi da atrocissimi dolori ai nervi e all'ossa, straziati dalla febbre, dolenti delle contusioni e delle ferite, senza cibo, senza bevanda, senza ristoro, giacevano a terra nel loro orrendo carcere invocando l'ora del morire. — Più di ogni altro fra essi aggravassimo il vecchio Zamboni; — le angoscie, le privazioni, gli strazi, l'.amarissimo cordoglio in un carattere soave e pacifico, avean trasfuso in quel corpo, il fatale germe che corrode la vita. — Ma né di lui, né degli altri davasi gran pensiero la Congregazione Criminale indifferente di saperli sofferenti o moribondi; — volea martirizzarli, non ucciderli — uccidere bensì volea De Rolandis — e ai medici imponeva di alimentar quella pallida fiamma di esistenza prossima ad estinguersi, di vegliare sulle di luì infermità perché l'esile e consunto frale fosse trascinato a spegnersi sul patibolo e non Dio, ma il boia, e il capestro, in nome del suo Vicario in terra dovessero troncare que' giorni a pubblico esempio di sacerdotale vendetta.
— Orrori! orrori! sanguinosissime infamie!
I grandi avvenimenti esteriori che si compivano talora frenavano, talora incrudelivano i rappresentanti di un Governo che non avea forza per difendersi, né opinione per sostenersi. — Ondeggiavano i Magistrati fra il timore e la speranza, ma Roma della propria sovranità tenendosi sicura, sollecitava la sentenza e le condanne.

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Giugeva il 1796. — ll popolo era all'oscuro di tutto quanto avveniva fuori di qui, — pochi eletti soltanto, pensavano — arte di tirannico governo mantenere la pubblica opinione più cieca che sia possibile, perché non abbia tempo di concepire giudizii, di prepararsi agli av-venimenti, di affrettarli, di sussidiarli, per assicurarne il trionfo, e conservare incolume la dignità popolare!
Da alcuni si aspettavano i francesi — ecco tutto. Non consideravano, che altro é il conquistare col proprio braccio, col proprio sangue la libertà, altro é il riceverla per forza del caso o di fortuite circostanze favorevoli!
Frattanto erasi fatta facoltà ai difensori d'ufficio di esaminare il processo. — L'avvocato Antonio Aldini veniva incaricato della difesa di tutti, ed accettava l'incarico con quel cuore, con quel patriottismo, che gli procacciarono lustro e onorificenze in futuro e tramandarono alla posterità la sua memoria (1).
Il 14 marzo 1796 Giuseppe Zamboni moriva, — lo si portava di notte a seppellire alla Parrocchia de' Celestini per togliere dalle carceri un imbarazzo e nulla più.

(1) Zanolini — Ant. Aldini ecc.

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— Nel processo questo avvenimento non é neppur accennato, e solo dagli allegati lo si verifica per il pagamento fatto delle Ragioni Parrocchiali al Cappellano Ubaldo Masi (1) pel noto Cadavere!
L'avvocato Aldini con accortissimo intendimento differiva la seduta per la sentenza, ma finalmente ebbe ad obbedire alle intimazioni, e cedere al prepotente volere dell'Autorità.
La Congregazione Criminale adunatasi a porte chiuse, udiva la difesa dell'avvocato Aldini, lavoro profondo, e meditato d'alta giurisprudenza, nel quale l'eloquenza per allontanare dagl'imputati la severità del giudizio, era corroborato dai testi del diritto pubblico con copia d'erudizione raccolti.— Vana cura! il 19 aprile 1796 il Tribunale pronunciava la seguente sentenza:

Il giorno di martedì 10 aprile 1796 .

Nel Nome SS. di Dio

«La congregazione Criminale davanti l'Eminentissimo e Reverendissimo Ippolito Antonio Vincenti Mareri di Rieti, prete e Cardinale dei Ss. Nereo ed Achilleo, per il SS. Nome di N. S. Papa per la Divina Provvidenza Pio VI, Legato a Latere della Città

(1) Vedi Proc. 8415 Alleg. fasc. B. pagate Lire 23 al Cappellano per diritto di stola nera; Lire 3. 10 agl’infermieri della Morte che col cochietto trasportarono il noto cadavere, e Lire 3. 10 al becchino che lo ha vestito.

 

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e Contado di Bologna Presidente, Ill.mo e Rev.mo Monsignor Giacinto Orsini Vicelegato Vice-Presidente, Ill.mo Antonio Innocenzo Innocenzi Romano Avvocato per la S. Sede Apostolica Auditore del Torrone ecc ecc.

Nella causa di tentata sedizione ecc.

Per

La Curia del Torrone
contro

Luigi Zamboni, Gio. De Rolandis ecc.
Prodotte le citazioni ecc.
Viste le qualità delle confessioni e indizi aggravanti ecc.
Vista l'impunità del dottor Antonio Succi.
Vista la legittimazione del processo nelle sue parti e in tutto ecc.
Visti i termini assegnati contro le proprie confessioni e le rispettive difese ecc.
Uditi i difensori in iscritto e in voce e quanto poteva dedursi in loro favore ecc.
Visto quanto era da vedere, considerato quanto era da considerare ecc.
Ripetutamente invocato il nome di Cristo diciamo, pronunciamo, sentenziamo:
Che la memoria di Luigi Zamboni defunto in carcere sia con pittura infame ed analoga iscrizione esposta in luogo pubblico, colla confìsca de' beni ecc.
Condanniamo Gio. Battista De Rolandis alla forca da eseguirsi nel solito luogo di Giustizia dal Ministro a ciò deputato, il quale mediante laccio al collo dee sospenderlo sinché ne segua la morte, l'anima sia dal corpo separata, e rimarrà sospeso a pubblico esempio.
Antonio Forni e Camillo Galli sono condannati ad assistere sul patibolo durante l'esecuzione, e poscia trasportati alla galera perpetua sotto stretta custodia.
Brigida Zamboni e Barbara Borghi condanniamo a perpetua reclusione in una casa di correzione fuori della Legazione (in S. Michele a Roma ) colla confisca ecc.
Antonio Succi impunità, sia trasportato in una fortezza per 10 anni e poscia dimesso coll'esilio dallo Stato Ecclesiastico sotto pena della galera per 10 anni alla prima contravvenzione.
Giuseppe Succi condannato alla galera per 10 anni, trascorso il qual termine sarà dimesso ed esiliato come sopra e nel frattanto sia trattenuto in fortezza finchè raggiunga la maggiore età.
Tommaso Bambocci e Pietro Gavasetti alla galera per 5 anni, poscia all'esilio come sopra.
Alessio Succi, Gio. Battista Neri, Gio. Osbel, condannati ad esilio perpetuo sotto pena ecc.

Dimessi dal carcere

Gio. Calori col percetto di prentarsi ecc.
Filippo Marzocchi non trovato colpevole
Augusto Sassoli, abbastanza punito ecc.
Luigi Montignani e Domenico Zecchi senza pregiudizio d'ulteriori ecc.
Saranno dimessi dalle carceri Angela Taruffi Conti, e Salvatore Gavasetti con precetto di non sortire dalla città.

I Contumaci


Giuseppe Rizzoli
e Lazzaro Gherardi condannati all'ultimo supplizio ingiungendo alla forza pubblica l'immediata loro carcerazione.
Finalmente Giacomo Comaschi carceriere per delinquenza commessa in ufficio a tre anni di lavori forzati in Ancona.
Gli altri inquisiti vangono rilanciati liberi senza pregiudizio ecc.
Atto fatto, letto ecc.
Firmati coll'E.mo Presidente, il Vice Presidente e gli Uditori e Notari del Torrone » (1).

(1) Processo pag. 2677 e segg. Arch. atti crim. Libr. Giustiz. 1549—1778 inserto foglio vol. l’originale sentenza latina. Bibliot. Municipale.
In forza dei poteri arbitrari concessi dall’E.mo Legato non compreso nella Sentenza « Per ispargere maggiormente il terrore nella Città, la Brigida Zamboni orbata del figlio, e del marito era per le vie di Bologna trascinata, e da mani infami percossa nelle reni ignude ». Zanolini Ant. Op. cit. Vol. n. 1 pag. 18.

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Appena intimata la sentenza agli inquisiti, la Congregazione Criminale spedi una staffetta a Reggio a prendere il carnefice di quella città Antonio Pantoni (1) perché sollecitamente si eseguisse la tremenda giustizia.
I condannati aveano ascoltato con calma serena la loro sentenza. — La popolazione estatica, sbalordita, sentiva dei doveri per istinto, ma non osava, per mancanza d'iniziativa. — La fervida immaginazione del popolo si dipingeva tutte le fasi atroci di questo processo. — Deplorava il collegiale Cofano impazzito (2) per essersi reso involontario delatore de' proprii compagni; compiangeva lo sciagurato Pancaldi annegatosi per aver pregiudicato gli inquisiti, nel deporre in tribunale le armi confidate alla sua custodia; — imprecava contro il governo che perpetrava e compiva l'assassinio di Zamboni, e uccideva colle torture il vecchio di lui padre. — Questo popolo nelle sue considerazioni trasportavasi d'entusiasmo per l'eroico contegno de' prigionieri, per la costanza e fermezza delle donne compromesse, e non sapea persuadersi che a suggellare il trionfo dell'iniquità avesse a versarsi l'immacolato sangue di De Rolandis! — impunemente Universale lo sdegno, ma universale egualmente il terrore! Se un uomo fosse sorto in nome di Dio e della giustizia, soldati, birri, magistrati, governo, sarebber stati in un istante, polvere — chi tentava mormorar qualche parola che accennasse a partito estremo sì, ma generoso —

(1) Memorie private vol. 1.
(2) Ved. Certificato di pazzia di Ugo Becchetti Fil. Med. Pubb. Professore dell’Università di Bologna. Processo p. 2080 v. 4.

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dichiaravasi pazzo. — L'idea del pericolo non sorride lieta a coloro che sperano evitarlo e trar profitto da vittoria immanchevole, dovesse pur costare umiliazioni, sacrificii! — I pochi, avvilivano, frenavano i molti, non curandosi di considerare che nei momenti solenni l'accusa d'inerzia, o d'indifferenza é il peggior degli oltraggi... e si genera il mal seme, donde viene il disprezzo. — Al virtuoso istinto popolare rispondevano aspettiamo! aspettiamo i francesi!.... Intanto De Rolandis si mandava al patibolo!...
Il 22 aprile il Padre Doria parroco dei Celestini entrava nella oscura e squallida prigione di De Rolandis. — Giaceva ei steso a terra, sopra fetido e lurido canniccio, oppresso da febbre ardentissima — tormentato dalla lebbra di cui era coperto , angosciato dall'affanno che gli troncava la parola... a stento sollevando il capo con fioca voce , quésti accenti proferì :
— Dio vi benedica, o Padre, voi mi recate la buona novella. — Oh Ciclo! sacra patria degli infelici che soffrono, il tuo soggiorno mi sorride come questa mia che avrei voluto render libera in terra, e dalla quale son presso a separarmi per sempre!.... Ma il mio cammino é compiuto... ora non sono più che povera creta, inerte, impotente... il mio sangue mi farà vivere.... sgorghi, e presto, e infatti questo suolo, e fecondi la redenzione d'Italia!
— Si commosse il frate alla soavità delle espressioni, alla tenerezza dell'accento, alla pace che spirava da quell'anima infiammata da fuoco divino. — Incominciando a parlargli delle cose sacre vide De Rolandis alzare alquanto su d'un gomito la persona, e lo udì pronunciare tali ragionamenti sulla religione, sulla patria, sui diritti e sui doveri dell'uomo, e del cittadino, che n'ebbe a stupire e a piangere. — La giovane intelligenza cui brillava alla mente il futuro, squarciava il negro velo del presente, e descriveva lo splendido avvenire de' popoli con quella luce di verità ispirata dalla fede e dalle convinzioni coscienziose.

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Richiesto se avea parenti, ricadde il misero sul giaciglio e prorruppe in amarissimo pianto!
— Ah! povera madre mia! — esclamò, chi sa qual dolore arrecherà al cuor tuo la mia morte! — e queste parole ripeté sovente con lunghi e dolorosi sospiri frammisti a copioso sfogo di lagrime.
La febbre incalzava violenta, il calor soverchio ammorzava con bevande ghiacciate concessegli in questi estremi momenti. — Con uno sforzo di volontà soprannaturale alle 3 si alzò, e alle 3 e tre quarti passò in Consorteria appena appoggiato al braccio del frate... Di sé stesso compiacendosi disse: — Oh Dio ti ringrazio, potrò da me solo andar incontro alla morte.(1)!

(1) « Nel proseguirnento delle ore che si trattenne nelle Carceri facendo vani colloqui con Padre Curato spesso replicava — Porera mia Madre! ed anche disse: Chi sa cosa soffriranno quei poreretti da me sedotti! — Alle ore 3 e tre quarti la Compagnia passò in Conforteria e poco dopo arrivò il Paziente il quale con spirito entrò in detto luogo». Nel Libro 42 — Giustiziati del 1794—1795. Verbale del Maestro Consolatore Canon. D. Gio. Battista Morandi e Discepolo, D. Filippo Manolessi Arch., dello Spedale della vita 1706. 23 aprile Primato del Conte Pietro Aldrovandi.

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Un' anima fortìssima destinata ad essere violentemente sprigionata, lottava contro alla natura che minacciava dissolversi. La potenza della volontà, fieramente combatteva contro fragil corpo piagato, macerato, consunto. — Lotta dello spirito, contro la materia; lotta di cadavere contro la vita. — Ma l'uomo dispiegando la sua potenza trionfa.
— De Rolandis volle, sovrumanamente volle e vinse. — Alcune paste dolci, e vino navigato, mangiò e bevve, poi si coricò sul letto e pacificamente si addormentò.
Quel placido e tranquillo sonno, più volte ingenerò ne' medici il sospetto ch'ei fosse morto, e più volte gli tastarono il polso per assicurarsi che non fosse sottratto alla giustizia la sua vittima; ma Dio gli alimentava l'esistenza perché eterna l'infamia scendesse sai capo de' suoi carnefici!
Il breve riposo, l'avea rinvigorito maggiormente, — discese solo dal letto, solo passò in Cappella per ricevere le solite benedizioni dalla mano di que' ministri che dianzi lo maledivano, e l'avean condannato. — Accolse le diverse Compagnie e fra l'altre quella del Riscatto cui rivolse le seguenti parole :
— Rammentate, o Signori, che più degli schiavi da riscattare in Barberia nel nome di Dio, vi sono barbari in Italia che nel nome di Dio di più ferrea e pesante catena, aggravano e tengono schiavi i cristiani — sterminateli, e di ben altra gloria rifulgerà la missione della Compagnia del Riscatto. —

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— Una parte degli astanti innorridì, una parte intese, e tutti si ritirarono salmeggiando i Congregati.
Malgrado ogni sforzo veniva De Rolandis assalito da frequenti deliqui!. Quantunque nell'eccesso della debolezza, pur volle il carnefice legarlo, toglierli le forze, aggiugner barbarie, — a barbarie, in obbedienza agli ordini e alla formalità irremissibilmente da adempiersi.
Intanto che il carnefice si adoperava a compiere la toletta del condannato, affiggevasi per la città la stampa seguente:

Sabato 23 aprile 1796.

Nella Piazza del Mercato presso la Montagnola si eseguirà la giustizia della forca contro:
Giovanni Do Rolandis piemontese (1), il quale unitamente a Luigi Zamboni (2) bolognese, e ad altri aoea leu tata una sollevazione in questa città, e però restando condannala la memoria del detto Zamboni premorto nelle carceri con perpetua infamia, saranno esposti sotto la forca:
Antonio Forni e Camillo Galli bolognesi, e quindi si trasmetteranno alla galera in vita sotto stretta custodia (3).

(1) De Rolandis Gio. Battista Gaetano figlio del dott. Giuseppe Maria medico e Rosa coniugi, nato il dì 24 giugno 1774 nella parrocchia di Castel d’Alfeo Diocesi d’Asti. Alleg, vol. 5.
(2) Luigi Zamboni figlio della Barbara Borghi e Giuseppe coniugi nato sotto la parrocchia di S. Benedetto il 12 ottobre 1772. Alleg. vol. 5
(3) Raccolla dei Bandi Notificaz. ecc. Arch. Comunale all'Archiginnasio.

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Dai primi albori tutta la città é in piedi, — le botteghe, i negozi chiusi; — le strade nei dintorni del Torrone piene, zeppe di gente che silenziosa sta, trascorre, si affolla agitata, inquieta. — Sbirri e soldati coll'armi inarcate pattugliano — memoria d'uomo non ricorda giorno più triste!
Alle 13 ore la Guardia a cavallo sgombra la Piazza del Carbone, e a briglia sciolta dalla Fontana Vecchia percorre Canton de' Fiori, la via Malcontenti fino alla Montagnola. — Esplorazione volutasi per verificare se niun sintomo si appalesasse che potesse turbare il libero cammino del corteggio. — I rassicuranti rapporti indussero l'Uditorato del Torrone ad ordinarne la partenza.
Impossibile a De Rolandis il sostenersi in piedi. — Venne collocato e legato in una poltrona a bracciuoli portata dai fratelli della Compagnia della Buona Morte.
Una squadra di Cavalleggeri apriva la marcia; la seguivano birri, Svizzeri, soldatesche d'ogni sorta della città e del Contado. — Circondato da carcerieri co' moschetti, da uscieri, da sacerdoti veniva il paziente, e dietro lui il gran quadro da esporre sulla forca ov'era effigiato Zamboni impiccato, e scritta infame leggenda, — poscia Galli e Forni incatenati in mezzo alla forza e finalmente la processione funesta chiudevano i Notai del Torrone, e la Compagnia della Buona Morte.
Il lugubre convoglio lentissimamente procedea , e a quando a quando sostava; — la sbirraglia vigilante si guardava dintorno e teneva l'armi puntate contro la folla immensa, donde esciva cupo mormorio all'avvicinarsi di De Rolandis, il cui volto magro, contraffatto, corroso dalla lebbra commuoveva la pubblica pietà! — compassionevoli voci udivansi ripetere « muore! muore! Oh Dio lo volesse, potesse così quel povero giovane sottrarsi alla forca! »
Giunti dal Guazzatoio il paziente prese un cordiale; — di frequente rivolgeva parole al Canonico Gio. Battista Morandi, e a D. Filippo Manolessi parroco di S. Cristina della Fondazza (1) che lo assistevano, lo confortavano, — poi componendo il volto a celestiale soavità, girava dintorno i pietosi sguardi, e strappava lagrime e singhiozzi alle persone.
Ma ecco De Rolandis davanti al patibolo; egli alza il capo, per contemplarlo. — Con supremo soprannaturale sforzo sollevandosi dalla poltrona, s'incammina, muovendogli incontro con passo fermo e sicuro! — sospirando sorride amorosamente al ritratto di Zamboni! — saluta e bacia Forni e Galli che prorompono in dirottissimo pianto; quelle lagrime lo conturbano, e rivoltosi al sacerdote teneramente gl'indirizza questa preghiera:
Dite addio alla mia cara madre, addio agli ameni colli, e ridenti vigneti dell'Astigiana, — ricordino i miei concittadini che qui io riposo e non mi fu grave consacrar la vita per la libertà della patria!... poi tace... bacia il Cristo, e sale i gradini della morte.

(1) Archivio dello Spedale della Morte.

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— L'orologio batte le 14 e mezza; é la sua ora estrema (1).
Fu silenzio un istante!... silenzio profondo e tetro, interrotto soltanto dalla campana di S. Gio. Decollato, che suona il lugubre rintocco dell'agonia(2)!
Arrivati al sommo della scala fatale, il boia getta il laccio al collo del condannato, e con un calcio nelle reni lo slancia incontro all'eternità!
Al trucolento spettacolo un fremer generale introna la vasta piazza... ma un gemito improvviso sparso per l'aere, l'atterrita moltitudine — agghiaccia... il gemito si ripete!... esce da quel corpo che si agita, e dibatte e agonizza penzolando nello spazio... Ah! é sfuggito dalla gola della vittima il capestro mortifero! — Grazia! Grazia! gridano in suon tempestoso le mille e mille disperate voci. — Grazia! Grazia!
In un baleno, s'inforca il boia sulle spalle del paziente, con l'una mano aggrappato alla corda, coll'altra ne afferra i capelli sicché il laccio qualche parte della testa stringa. — Orrore! orrore! Dalla nuca al mento serrasi il capestro, stritola e frantuma l'ossa, e sulle guancie incide larga ferita, donde spiccia sangue e marciume e dalla bocca spalancata volano i denti!.... A quella orribil vista, il popolo in una sola esclamazione freneticamente urla morte! morte! al boia! al boia! uccidi! uccidi! agli assassini!

(1) Dal Libro dei Condannati.
(2) La Cliiesa di S. Gio. Decollato nella Montagnola, fu fondata dalla Compagnia dei Battuti nel 1332, fu soppressa nel 1808 per fare i pubblici giardini attuali, ed esisteva di fianco al muro esterno del giuoco del Pallone. I pubblici giardini furono formati in virtù del seguente
Decreto:
« Napoleone I Imperatore e Re , dona al Municipio di Bologna la Tenuta — Samoggia — già posseduta dal Collegio di Muntalto, e calcolata del valore di 200,000 lire perchè formi il pubblico passeggio della Montagnola, Li 25 giugno 1805.»

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In mezzo a tale orrenda confusione, la mugghiante onda popolare corre furibonda, e cade, si accatasta, e si sospinge e precipita con orribili strida verso il patibolo. — Trema la terra!... Assaliti, soldati e birri si difendono, scaricano l'armi e ruotano le corruscanti spade... i carcerieri frettolosamente sottraggono incatenati Forni e Galli... il popol fugge... gli scomposti moti accrescono coraggio agli armati... incuorati i satelliti, con impeto micidiale, irrompono, inseguono, e uomini e cavalli si rovesciano, e volan panche e sassi... ma il furore armato vince la inerme virtù, e abbattendo, atterrando ogni ostacolo s'involan tutti a spargere il terrore per la città investita da universale spavento.
La Piazza del Mercato rimane deserta!... qua e colà chiedono aita invano i feriti, la terra é coperta da lembi di vestimenta, da rottami, e da ogni sorta d'oggetti... Fino alle 21 ore pende in alto sospeso un cadavere sanguinolento barbaramente strozzato, quando la Compagnia della Buona Morte con religioso sentimento di cristiana pietà, viene a distaccarlo, lo depone in una bara, e lo trasporta a sepellire in S. Gio. Decollato (1).

(1) « Alle ore 21 li 5inori Confratelli radunati in S. Giovanni del Mercato si portaroio al Patibolo per levate il cadavere del Paziente, e tagliato dal Confratello deputato il Canapo fu dal Cappellano intuonato il Deprofundis terminato il quale venne portato il Cadavere alla mentovata Chiesa, e terminata l’assoluzione, gli fu data sepoltura nel Cimitero al luogo solito dei Giustiziati. » Lib. ecc. N. 2 Giustiziati dall’anno 1674 al 1796. verbale citato.

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Così finiva De Rolandis — l'ultimo condannato in Bologna alla forca, ma non l'ultimo condannato alla morte a persistente vergogna de' tempi che orgogliosamente si chiamano civili!
Tra i giorni nefasti venne tramandata alla posterità la memoria del 23 aprile 1796(1)!
La pubblica opinione commossa in faccia a tante atrocità e tante enormezze preparava il trionfo del principio rivoluzionario che a marcie forzate, si avanzava.
L'istante del passaggio dall'oscurantismo al progresso, dalle tenebre alla luce, dalla tirannide alla libertà, era sospirato dal popolo che attendeva il soffio rigeneratore della società.
Assistemmo ai dolorosi casi dei primi martiri della libertà — assisteremo alla loro Apoteosi, all'altare che loro innalzava la popolare riconoscenza. —
La separazione tra governo e popolo fattasi profonda, avea esautorata la Sovranità Pontificia. Nondimeno la Corte Romana giubilava dei fatti di Bologna come di una vittoria, — e simile al coniglio che minacciato della vita chiude gli occhi e si crede salvo, così il Cardinalizio Consesso offuscato dalla propria cecità stimavasi potentissimo, davanti al torrente della libertà che scendeva maestoso ad ingoiarlo.

(1) Aldini il valoroso difensore di tanti eroi per dolore infermò, ma la rinomanza dell’ingegno, della dottrina, della bontà dell’animo di cui era fornito divenne più chiara e più popolare. — Zanolini, Ant. Aldini, Firenze 1860 vol. 1 pag. l8

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Lo stendardo della redenzione sventolava vittorioso sui ruderi del dispotismo, e valicate le Alpi appariva glorioso in Lombardia salutato dall'entusiasmo delle popolazioni che l'accoglievano simbolo del loro riscatto.
Il 23 aprile uccidevasi De Rolandis, e due mesi dopo romoreggiava a' confini il grido della libertà, e sollevavano il glorioso capo i suoi propagatori ed apostoli.
Fino alla metà di maggio non erano rilasciati i detenuti dichiarati liberi o esiliati, e condotti gli altri al rispettivo luogo di pena. — Malgrado i fatti, Roma e i suoi Legati riposavano tranquilli e sicuri sulla loro immortale autorità, e sulla perpetua incolumità dei loro dominii. — Ma dal Tarpeo al Campidoglio é breve il passo.
Il Card. Vincenti avea annunziato il 1.° marzo e il 2 agosto il passaggio per la città di truppe Brittaniche e Siciliane, minacciando corda e galera a chi non le avesse rispettate, come se i suoi Bandi e le sue pene dovessero sopravvivere eterne (1). Ma non eguali furono le prescrizioni allorché nel 2l maggio avvisava il transito per Bologna delle truppe francesi!

(1) Vedi Raccolta dei Bandi ecc. Tom. VI.

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— Le sue minacele, non più diresse a coloro che non le avessero rispettate ma bensì a quelli che si fossero lasciati trasportare inconsideratamente a parlare de' governi, proibendo perfin le scommesse sul trionfo di questi e di quelli sotto la comminatoria delle solite pene a Noi arbitrane (1).
Questi esempi sono sufficienti per confermare le insensate illusioni de' Legati Pontificii. — Il Senato di Bologna però, accortamente, frattanto approvviggionava i proprii magazzini di viveri, fieni, biade e ogni sorta di commestibili e combustibili (2).
Venne il 18 giugno, e un bisbiglio generale sollevossi per la città a cagione della notizia sparsasi che a Crevalcore fosse giunta la avanguardia francese. Senza frapporre indugio il Senato immediatamente si convocava e spediva colà il Senatore C. Caprara, ed a S. Giovanni in Persiceto inviava il Senatore Giuseppe Malvasia i quali doveano invigilare perché nulla mancasse all'esercito liberatore.
All'un'ora di notte vede Bologna comparire alle sue porte un picchetto di cavalleria col generale Verdier. Tutta la popolazione trasportala d'entusiasmo corre ad incontrarlo benedicendo alla nuova vita che le promettono gli abbronziti guerrieri circondati dall'aureola di gloria di tante battaglie.

(1) L’originale di questo curioso documento esiste nell’Archivio della R. Tipografia in Bologna. — « Si comandava che esso fosse affisso nelle botteghe ad uso di libraio, caffè, cioccolato o acque fresche, spezierie, tabaccherie, barbierie ed ogni bottega pubblica ove suol adunaisi la gente » 23 maggio 1796.
(2) Comp. Storico di diversi governi. — Bol. 1798, pag. 69 e 70.

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La domenica 19 correva la festività di N. Signore a S. Matteo degli Accarisi — detto delle Pescarie — e le contrade di quella Parrocchia erano vagamente e sfarzosamente adornate secondo antica patria costumanza. — Alle ore 13 un suon di trombe, di tamburi , e di musiche militari dalla Porta S. Felice annunziava il memorabile ingresso delle truppe francesi.
Veniva innanzi un corpo di cavalleria di 1500 uomini con sciabole nude, e carabine al punto, — poscia quattro pezzi di artiglieria comandata dal generale Robert — e finalmente il generale Augereau col suo Stato Maggiore.
La vista delle truppe coll'armi puntate, e in aspetto nemico, turbò alquanto il giubilo della popolazione che sentivasi umiliata. — Ma una tal onta e sciagura incoglie i popoli che da sé soli non sanno redimersi; — non potendo da vincitori andar incontro ai fratelli, dovevano come vinti assistere alla marcia de' conquistatori. — Il grido di Libertà, Eguaglianza, Fraternità, ben presto cancellò ogni pensier sinistro, e soldati e popolo intuonarono uniti il canto di Rouget de l'Isle che dalla Senna alla Vistola ridestò negli animi l'amore della libertà, l'odio alla tirannide — La Marsigliese. —
La moltitudine, immensa, i forestieri accorsi si abbandonarono ad ogni sorta di dimostrazioni; — in breve ora, eran lutti fratelli uniti per abbattere i sanguinosi stendardi de' tiranni dei popoli.

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Verso mezza notte arrivava il generale Bonaparte col generale Saliceti Commissario della Repubblica (1).
Il giorno vegnente traevansi a Bologna prigionieri di guerra i soldati pontificii che presidiavano Forte Urbano, (2) e vennero rinchiusi nel Convento di S. Martino. — Gli ufficiali col Castellano marchese Lodovico Rondinelli Bondedei, furono sotto parola d'onore lasciati in libertà.
ll lunedì 20 Bonaparte si fece condurre dinanzi il Legato Card. Vincenti e il Vice-Legato Mons. Giacinto Orsini. Disinvolti ed allegri entrambi, credendo di trattare da potenza a potenza, colla mellifluità e cortesia propria della Curia Romana col sorriso sul labbro si presentarono al Generale, il quale con severo ciglio li accolse dicendo:
— Signori, cosa avete voi fatto di Zamboni e De Rolandis di questi virtuosi e caldi amatori di libertà?
ll Porporato e il Monsignore, guardandosi l'un l'altro, il giubilo del volto composero a mestizia, e cercarono invano parole per rispondere alla inaspettata interrogazione.
— Colla confusione non si scusa un delitto, riprese Bonaparte, delitto brutale e atroce che disvela la vostra libidine di vendetta.

(1) Il generale Bonaparte prese alloggio nel Palazzo Senatorio Pepoli. Saliceti in quello del Senatore march. Gnudi.
(2) « Abbiamo trovato nel Forte Urbano cinquanta pezzi di cannone ben provveduti dell’occorente, cinque mila fucili di calibro d’un bellissimo modello » Correspondanee de Napoleon T. 1 pag. 657, 763 e Vedi Appendice n. 2. Requisizioni ecc.


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— Impotenti ad uccidere un principio, credeste spegnerlo colle vite che sacrificaste, offerendo al mondo una novella prova della vostra inumana crudeltà, per cui vituperato ed infamato é il vostro governo. Mi si rechi il processo, io voglio esaminarlo, e guai ai Giudici che pronunziarono la barbara sentenza! — intanto il Tribunale del Torrone sia all'istante abolito, i detenuti sian in forma solenne liberati, e reintegrati ne' loro diritti, e Voi, Voi partite subito, e ringraziate la generosità della Repubblica che vi sottrae dalla furia di quel popolo che avete finora calpestato ed oppresso.
A quelle parole il Cardinale e il Monsignore si avvidero ch'erano i tempi nella più straordinaria forma, mutati, cominciarono a sentire di avere la coscienza di meritare il castigo che loro sovrastava, — e senz'altro inchinandosi al Generale fecero allestire tutto l'occorrevole e in poche ore avean presa la via di Roma.
Alle ore 24 il Senato dall'alto della Ringhiera del Palazzo Pubblico proclamò il nuovo Stato che avea per base la Libertà, l'unità, la fraternità.
La moltitudine a tale annunzio fu da frenetico furore assalila, tutta la città venne in un istante illuminata, e nel corso della notte, balli pubblici, canti, suoni occuparono i cittadini con inesprimibile entusiasmo di letizia gaudenti.

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La mattina del 21 nella Sala d'Ercole dove un imperatore e un papa, Carlo Quinto e Clemente VII, aveano segnato 266 anni addietro il patto della perpetua schiavitù degl'Italiani — per cui i bolognesi si levarono a rumore ed ebbero gl'imperiali a escire dalla Città, — in quella stessa Sala trovavansi Magistrati, Giudici, Corporazioni sì Civili che Ecclesiastiche, a giurare tutti fedeltà e obbedienza al Governo del popolo rivendicato ne' suoi diritti — giurarono anche gli Ecclesiastici perché le autorità avean forza e volontà per farsi obbedire. La setta clericale inorgoglisce e ricalcitra davanti alla generosità, alla tolleranza, ma dinanzi all'imperioso comando si prostra, bacia la mano, ed obbedisce. — Questo é quello che fu e sarà sempre.
Non é del mio assunto seguir i fatti occorsi nel meraviglioso cataclisma. — La Francia che avea su d'un vasto cimitero sepolti, re, filosofi, oratori, poeti, uomini di genio e di coraggio per creare un secolo novello, avea seco portato il carattere rivoluzionario del suo gran movimento. — Alla mannaja avea sostituito il cannone della conquista, ma sempre tenendo alto il principio della rivoluzione, uomini, cose, istituzioni che ad essa non consentivano, cadean distratti. Una rivoluzione perché trionfi , e sopra basi incrollabili si voglia stabilire, dee ogni traccia del passato far obbliare.
Cosi, ma così soltanto i popoli si rendono contenti ed é agevole far loro assaporare i benefici! della libertà. — Un nuovo edifizio non può erigersi, sulle macerie di quello che vuolsi distrutto, senza grande pericolo.

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A cose nuove, — uomini nuovi, — questa pratica costantemente seguita ebbe per effetto di tradurre la rivoluzione, in un avvenimento sociale, — né il dispotismo il più ferreo acquistò mai tanta forza da cancellare i benefizii e le memorie di questa immensa eredità.
Il popolo italiano eroico per tradizioni, generoso per istinto, alla gloria della Francia consacrava sostanze e vita — pagava ad usura la libertà , ma non era con egual disinteresse retribuita — parte d'Italia addiveniva dipartimento francese!
Ad illuminare il popolo sui suoi doveri, sui benefizii de' nuovi ordinamenti, ma non sul diritto di costituirsi Nazione, davan opera ardenti patrioti!, cittadini illustri, — ed in Bologna stabilivano il Circolo Costituzionale, che nel suo seno riuniva il fiore delle intelligenze, quanti desideravano costruire l'immenso edifìzio sociale, anziché l'edilizio nazionale. — Eloquenti oratori, amici attivissimi della rivoluzione infiammavano i cittadini a sostenere con giubilo i rilevanti sacrificii lor imposti. — Esempio simile di abnegazione, di virtù, di costanza, non offre la storia. — Onori, tesori, sangue, tutto donava alla gloria, alla grandezza della Francia — il popolo italiano! — Donava, senza pur riceverne un ringraziamento (1).

(1) Il governo davasi così poca cura delle coso nostre che solo il 20 dicembre 1797 furon tolti dalla pubblica vista i ritratti infamanti dei condannati politici dipinti appesi per un piede ed esposti vicino alle carceri del Torrone dirimpetto alla Dogana di Bologna. — Dietro ricorso di onorevoli cittadini la Municipalità del Cantone di S. Francesco decretò che « ipso facto fossero cancellati nella notte del 30 brinoso (20 dicembre 1797) que’ ritratti tra quali per prepotente volere de’ Giudici del dispotismo era infamemente dipinto il più energico dei patriotti il cittadino Zamboni strozzato in carcere dall’empia mano di uno dei Giudici stessi.» Quotid. Bolognese, Vol. 2 N. 86 e 87 Tip. Marsigli. Vedi Appendice N. 2, Requisizioni e contribuzioni imposte dall’armata francese a Bologna.

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Al Circolo Costituzionale presentavasi il primo di gennaio 1798 il cittadino dottor Saverio Argelati e nell'estremo della commozione, con eloquente arringa domandava che fosse tratta dall'oscurità, ed onorata come meritava la memoria di Colui che primo tentò sradicare la servitù, sollevare l'Italia alla antica potenza, e redimere il popolo ne' suoi diritti — questa memoria, disse, é quella di Luigi Zamboni.... Pronuncialo questo nome, un grido echeggiò per la vasta sala, e lungo continuato applauso accolse la proposta dell'oratore, l'eroico nome significava, indipendenza, nazionalità, di cui sentivasi il bisogno ardentissimo.
Poscia montò la tribuna Pietro Gavasetti l'augusto complice della celebrata congiura e calorosamente dipinse i caratteri nobili ed ammirandi de' congiurati, l'altissimo scopo della cospirazione e concluse perché degli onori resi a Zamboni avesse pur a partecipare il suo lagrimato amico De Rolandis (1).


(1) Pietro Gavasetti una delle vittime del processo Zamboni e De Rolandis al Circolo Costituzionale perorò calorosamente con eloquente Discorso il 1. gennaio 1798 perchè fosse onorata la memoria de’ martiri suoi compagni che perdettero miseramente la vita per la causa della indipendenza e della libertà, confermando l’infame assassinio di Zamboni con queste parole:
« Se vedrem noi, se li Posteri vedranno racchiuse in un’ Urna onorata le ceneri del Zamboni, immolato nel tetro suo carcere, tra le dense tenebre di tacita notte alle tiranniche voglie di chi non conosceva Virtù, e che tutto lecito reputava, purché alle sinistre sue mire corrispondesse; per qual mai ragione desiderare non dovremo altrettanto del De Rolandis che bevendo a sorsi, a sorsi la morte, cui si volle in faccia all’intera popolazione condannato, pure mansueto al suo destino piegando intrepido fra le continue ambascie in quello perseverò, La Corona d’alloro, che la felice mia Patria destinò al Zamboni, al nome di De Rolandis pure consegnerà. »
In conseguenza fra le grida Viva Zamboni, Viva De Rolandis, il Circolo Costituzionale unanimemente deliberò che i più splendidi onori fossero tributati a quei primi martiri della libertà.
Discorso pronunziato dal cittadino Dott. Pietro Gavasetti al Gircolo costituzionale di Bologna il 1 gennaio 1798 (An. VI. Rep.) Bologna per la Stampa del Gior. democratico in 8.

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Nell'entusiasmo della pubblica riconoscenza venne decretato che Zamboni e De Rolandis dovessero essere glorificati come i precursori, gli apostoli, e primi martiri della libertà italiana.Una Deputazione immediatamente nominata andò dal Commissario del Potere Esecutivo, Caprara a presentare il voto del Circolo; altra Deputazione venne incaricata de' preparativi occorrevoli perché riescisse splendida e solenne questa Festa Nazionale.
Tutta la città fu lieta di tale notizia e ognuno andava al Circolo ad offerire il proprio concorso, per effettuare il magnanimo progetto.
Caprara pubblicò in questa circostanza un bellissimo proclama nel quale leggonsi le nefandità del Governo Pontifìcio, le crudeltà, le ferocie, i delitti suoi ministri e celebransi le virtù e i, meriti de' due illustri martiri della patria (1).

(1) L’illustre nostro Concittadino Carlo Caprara Commissario del Potere Esecutivo del dipartimento del Reno in nome della Repubblica Cisalpina una, indivisibile, in questo proclama del 6 gennaio 1798 col più ardente patriottismo eccita i cittadini ad onorare la memoria di Zamboni e De Rolandis, dipinge i feroce carattere del Card. Archetti, qualificandolo di despota, tiranno, Sejano del nostro secolo, enumera i beneficii della Libertù, e denuncia alla esecraziune pubblica la stupida e sanguinosa perfidia del Governo Pontificio — È un documento storico importantissimo — Raccolta di Bandi Tom. VII Biblioteca Municipale.

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L'aurora del 6 gennaio 1798 annunziavasì al popolo dal rimbombo delle artiglierie, e' l'intera città dall'alba coprivasi di arazzi e di bandiere.
Alle 9 tutti i distaccamenti della Guardia Nazionale a piedi e a cavallo le Autorità Municipali, il Commissario del Potere Esecutivo, i pubblici funzionarii, i professori dell'Università, e i Corpi Costituiti si partivano dalla Piazza Pubblica , e in bell'ordine portavansi in mezzo al suono delle musiche militari, ai canti, e alle grida popolari, a S. Gio. Decollato e al Malcantone per raccogliere le ossa e le ceneri di Zamboni e De Rolandis. Ivi giunti devotamente dieder opera alla disumazione — durante il rito religiosamente conservò la moltitudine, il più scrupoloso silenzio, ma quando dal Tempio dì S. Giovanni videsi comparire l'urna, sollevata da sei fra i primi cittadini, un turbine di evviva si alzò dalla vasta piazza, e si sparse per le contrade adiacenti stipate da folla immensa.
Quindi processionalmente portata l'urna in Piazza Repubblicana, venne deposta ai piedi dell'albero della libertà. In apposita tribuna saliva il dottor Saverio Argelati moderatore del Circolo Costituzionale a pronunziare eloquente orazione, frequentemente interrotta da vivissimi applausi;

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— poscia quattrocento voci intuonarono il bellissimo Inno espressamente composto per questa solennità (1), e dopo averlo per tre volte ripetuto in mezzo alle universali acclamazioni, nuovamente risollevata l'urna fu pomposamente recala nella Montagnola alla Colonna del Mercato.
Ai lati della Colonna (2) erano state innalzate due immense piramidi le quali congiugnevansi mediante un ponte per agevolare il collocamenti dell'urna de' Martiri sul capitello ove dapprima trovavasi lo Stemma Pontificio. — Tutte le deputazioni salirono colassù, e attestarono per alto solenne notarile l'eseguita funzione.
Il popolo, da uno sventolar di bandiere avvertito che l'urna era al suo posto, scoppiò in entusiastiche acclamazioni, l'armonia delle musiche militari, il canto dell'Inno dei Martiri, lo squillo delle campane, il tuono dei cannoni, portarono ai Cielo in mille guise la voce della popolare riconoscenza all'anime sante di Zamboni e De Rolandis!.

(1) Ved. Appendice n. 3. Inno ecc.
(2) Questa Colonna fu fondata l’anno 1656 alta 60 piedi in cima della quale stavano sei monti ed una stella, Stemma del Papa Alessandro VII della Casa Ghigi, in onore di questo Papa per aver concesso di fare una era di animali da unghia intera nella Piazza del Mercato.
E per simili concessioni si erigevano Monumenti a Pontefici nel XVII secolo!!! e il secol nostro vien censurato di smania monumentale se tributa onoranze agli uomini che illustrarono, o si resero benemeriti dell’Italia!
La colonna fu atterrata affatto il 10 agosto 1805.
Nel 1806 per disegno e cura del Prof. Giosué Scannagatta della nostra Università, sulla Piazza del Mercato, e fino alla strada di circonvallazione, furono con graziosa simmetria piantati alberi, o cespugli, e formato il Pubblico passeggio che fu detto della Montagnola.

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E perché la gioia fosse intera e tutti vi prendesser parte i cittadini, al Circolo Costituzionale distribuivansi copiose elemosine ai poveri della città.
La giornata trascorse fra le gioie della festa — in ogni piazza stanziavano musiche e cantori, universale il giubilo, universale la letizia. — Vedeasi un popolo penetrato dalla dolce soddisfazione di aver compiuto un sacro dovere rendendo tributo di onoranza e di riconoscenza a cittadini benemeriti della patria.
Un anno dopo le rimembranze di questo giorno, contristavano dolorosi lutti.
I perpetui nemici d'Italia, il 30 giugno 1799 (1) rioccuparono Bologna. — Alle barbarie aggiugeano l'oltraggio; ristaurati gl'ordini antichi, la mano maledetta portarono sulla preziosa urna, l'abbatterono, la spezzarono, e l'ossa e le ceneri de' nostri gloriosi martiri dispèrsero al vento!
Ma la ricordanza dell'inumano insulto ai morti alle grandi e care memorie di un popolo, non si cancella, se desso non si spegne. Simili ingiurie, tra l'offensore e l'offeso scavano tale abisso che solo col sangue si colma! — II palpito di patria col sentimento di vendetta, cresce, si propaga, e moltiplica nelle generazioni contro i loro oppressori, finché giunge l'istante che scoppia in atto di tremenda giustizia!

(1) Racc. di Bandi, Vol. VII, 1799.

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La passeggiera occupazione cessò — ma quelle ceneri più non, si raccolsero, quell'urna non si rialzò, quelle memorie non si ridesiarono! — Dimentichi gl'italiani di rivendicare i propri diritti, non é strano se obbliarono di redimere le loro glorie — trasportati da idee generose, dall'ammirazione del genio Napoleonico traevano seco lui a migliaia e migliaia, a combattere, a seppellirsi fra i ghiacci del settentrione e lealmente, generosamente, fedelmente, a seguitarne le sorti sino a Vaterloo — gl'italiani coprivano il mondo de' loro cadaveri per l'altrui gloria, senza; Chiedere mercé dello sparso sangue, de' prodigati tesori!
Tramontava la stella delle vittorie nel 1815 — la Francia salvava a sé stessa la nazionalità, la fama delle conquiste, e la libertà costituzionale, ma gl'italiani ricadevano sotto li antichi ceppi , sotto gl'antichi tiranni, e a premio de' passati sacrificii, tardamente ricevevano i superstiti di cento battaglie — la medaglia di S. Elena. — Ecco tutto. —
Dopo inenarrabili martirii e sanguinose sventure, insorgevano gl'italiani contro i loro tiranni nel 1848. Da tutti ingratamente abbandonati non solo, trovaronsi a fronte alla congiura de' potenti per restituirla alle secolari catene, e la Francia accorreva ad immergere il pugnale nella risorta libertà a Roma, mentre l'Austria la soffocava pur nel sangue a Venezia.
— Nel frattanto Bologna colse un istante provvidenziale per assaporare la gioia di una gloriosa vendetta!

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Nei primi di agosto 1799 aveano gli austriaci compiuto il nefando e brutale delitto contro l'augusta e santa memoria di Zamboni e De Rolandis e dopo quasi mezzo secolo, ai primi di agosto, quel terreno barbaramente seminato delle reliquie de' nostri martiri, il popolo bolognese, con islancio di magnanimo furore, innaffiava d'austriaco sangue, e con esempio di virtù e di valore sovrumano, cacciava dalle mura le imperiali soldatesche sconfitte, riportando la più luminosa fra le popolari vittorie (1).

(1) Nell’ 8 agosto 1848 furono dal popolo cacciati gli austriaci da Bologna mentre era priva della maggior parte della sua gioventù la più generosa accorsa in soccorso delle Venezie.
Bologna nel 1818-49 diede alla guerra nazionale i volontari per
Tre battaglioni cli Guardia Nazionale mobile.
Il reggimento l’Unione di due battaglioni.
Un battaglione cacciatori dell’ Alto Reno.
Un battaglione cacciatori Mellara.
Un battaglione nel 3°. reggimento leggieri.
Un corpo di artiglieria
Del battaglione degli studenti, e della legione italiana di Garibaldi facean pur parte molti bolognesi. come pure della sua Cavalleria — comandata da Angelo Masini — la quale contribuì in Roma nella gloriosa giornata del 29 aprile 1849 a far prigioniero un battaglio francese, che d'ordine del Triunvirato fu restituito a libertà. Per momoria il Masini tolse la canna al capo Tamburro, e la spedì in dogana a Bologna; ma gli austriaci se ne impossessarono e l'iviarono a Roma al comando francese. Malgrado questo fatto il Gen. Vaillant scrisse nel suo rapporto di questa giornata che le truppe non avean perduto nemmeno un havresa! Masini morì gloriosamente il 3 giugno, insieme a Luigi Scarani in uno dei replicati assalti al Casino Quattro venti.
E quì sento il dovere di raccomandare alla memoria dei miei concittadini, questi cari amici, questi esemplari e valorosi patriotti: e specialmente li raccomanda al ricordo della gioventù, per la quale sarebbe colpa e sintomo funesto, l ’obblio o l’indifferenza pegli arditi e virtuosi precursori della Unità d'Italia.

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L'Italia ebbe anche una volta a soccombere, la Francia debitrice a lei di tanta gloria, la Spagna debitrice a lei il Mondo, concorsero coll'eterno suo nemico a calpestarla ad ucciderla.
Ma ne' popoli non si spegne il sentimento della riconoscenza, ed esso animò le valorose schiere francesi che con noi compirono i prodigiosi fatti di Palestro e di Solferino, fatti memorabili la cui grandezza non può essere offuscata dai patti e dai compensi, che se saldarono ogni debito verso il governo francese, per lo stipulato soccorso, non iscemeranno mai la nostra ammirazione e gratitudine pe' soldati di Francia.
Oh l'Italia! Essa é la più grande, la più leale, la più generosa fra le nazioni! Non é questa esclamazione di vano orgoglio, é verità di umana giustizia! Evocate le ombre de' nostri grandi, le loro opere, i loro eroismi, compulsate la storia del progresso dell'umanità e trovate la figura immortale d'Italia, il suo genio, le sue virtù, i suoi stessi patimenti generosamente risplendere sovra tutte le nazioni. — Niente per essa, tutta per la famiglia umana, tutte le nazioni debitrici a lei, — l'Italia non deve nulla — a nessuno. —
Riconoscenza debbe alle sue memorie, a suoi padri, a coloro che mantengono incolume il sacro deposito delle sue gloriose tradizioni!— Come la religione, la patria consacri i novelli trionfi onorando i suoi martiri. —
E tu, o Bologna, invita le cento nostre città ad onorare Luigi Zamboni che nel 1790 in un'epoca diserta de' pensieri di patria protestò contro la tristizia de’ tempi, chiamò il popolo alla libertò, insegnandogli il pregio dell’ indipendenza (1).
Tu, o Bologna, che di tanti tesori di virtù, di sapienza e di eroismo arricchisti la storia dell’ incivilimento e della grandezza nazionale, assumi la nobile iniziativa, perche Italia tutta quanta concorra a render eterna la memoria di Luigi Zamboni che nella febbrile ispirazione. di anior sublime all’italica indipendenza, primo creò la Bandiera Nazionale, primo la sollevò, primo la difese, primo la santificò col proprio sangue! (2)
La Nazione una e libera risponderà con entusiasino al generoso appello!

O Italiani, ispiratevi alle vostre grandi memorie!
— e sorvolando l’epoche d’effimera potenza delle vostre divise città, raffermate, rafforzate colla concordia il sentimento dell’ Unità nel sacro vessillo Italia e
Vittorio Emanuele e riaccendendo nelle vostre vene l’antico sangue latino che vi scorre, rinovellate le prodigiose gesta dei figli di Roma, e ritornerete
un’ altra volta i dominatori del Mondo!

FINE.


(1) Il Consiglio Comunale di Bologna, degnamente interpretando i nobili sentimenti della popolazione, decretava il 27 Giugno 1867 la via che conduce all’Università fosse decorata del nome di Luigi Zamboni.
(2) Ved. Appendice n. 1 la Bandiera Nazionale ecc.