Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995


Giovanni Battista Gaetano De Rolandis
Studente di Teologia
(Castell'Alfero (Asti), 24 giugno 1774 - Bologna, 23 aprile 1796)
patriota, martire.


Ritratto di Giovanni Battista Gaetano De Rolandis

Testo di Claudio Di Lascio

II vento della Rivoluzione francese che spirò in Europa alla fine del XVIII secolo, giunse in Asti e si diffuse nel nostro paese, influenzando nobili, religiosi, popolani, ma soprattutto cittadini della media borghesia toccando intelligenze fertili, predisposte da un lungo giogo totalitario.
Improvvisamente la feudale Castell'Alfero si scoprì giacobina e due famiglie in particolare emersero tra le altre per le aperte simpatie verso le nuove idee d'oltralpe: i Pastrone (vedi mese di Agosto) e i De Rolandis, membri di un'élite provinciale avvezza alla lettura delle notizie che le prime gazzette copiosamente riportavano.
Il giovane Giovanni Battista De Rolandis crebbe in una situazione di intensi legami familiari e di relazioni sociali ben più ampie del "recinto" che ancora chiudeva il nostro paese.
Basti pensare al cognato di Giovanni Antonio, fratello di Giovanni Battista De Rolandis, l'avvocato astigiano Secondo Arò (marito di Clara Morata), protagonista di primo piano nella fondazione e Presidente dell’effimera Repubblica Astese del 1797, per questo fucilato con altri esponenti giacobini astigiani.
Nato il 24 giugno 1774 dal medico Giuseppe Maria (nonno dell'omonimo medico, vedi mese di Luglio) e da Rosa Bussolotti, penultimo di nove figli e subito orfano di padre, Giovanni Battista, come imponeva una rigida tradizione familiare, fu avviato con il fratello Luigi alla carriera ecclesiastica nel Seminario di Asti ove si distinse per la sua irrequietezza tanto da esserne espulso.
Indirizzato dal conte Carlo Luigi Amico al Collegio piemontese di Bologna detto "La Viola", fraternizzò col più giovane Luigi Zamboni, laureando in legge, di famiglia bolognese agiata.
De Rolandis, Zamboni e alcuni compagni altrettanto infiammati dai nuovi ideali politici, progettarono una coraggiosa quanto avventata insurrezione nella città di Bologna, sperperando ogni risorsa nell'acquisto delle armi, nella stampa di manifesti e nella fabbricazione di coccarde tricolori (verdi bianche e rosse) aiutati dai familiari dello Zamboni.
Mentre in Asti e a Torino il movimento giacobino realizzava una congiura antimonarchica destinata a fallire, il 14 novembre 1794 i cospiratori bolognesi anticiparono i tempi della rivolta a causa del tradimento di alcuni di essi, limitandosi a distribuire in città coccarde e proclami.
Costretti alla fuga, ripararono in Toscana ritenendosi al sicuro, ma furono arrestati dai gendarmi pontifici sugli Appennini.
Rinchiusi nelle carceri bolognesi del Torrone, i congiurati furono sottoposti a una feroce istruttoria che ebbe esiti funesti per lo Zamboni il quale si tolse la vita impiccandosi il 18 aprile 1795.
De Rolandis resistette tenacemente diciassette mesi alle torture e alle vessazioni ma il suo iniquo processo fu inesorabilmente orientato verso la pena capitale per impiccagione nonostante la strenua difesa dell'avvocato Antonio Aldini (che divenne a Parigi Segretario di Stato del filo francese Regno d'Italia) e il generoso conforto del sacerdote Giuseppe Compagnoni, poi segretario dell'assemblea costituente della Repubblica Cispadana.
Sofferte e tragiche furono le circostanze dell'esecuzione di Giovanni Battista avvenuta il 23 aprile 1796 sulla collina della Montagnola: prima "privato delle forze" ossia evirato, e poi, dopo un primo tentativo andato a vuoto, calato lungamente a forza nel cappio nonostante le suppliche di grazia della folla.
L'esecrabile processo e l'atroce esecuzione ebbero vasta eco in città e durarono ben oltre l'arrivo di Napoleone Bonaparte, comandante dell'armata d'Italia, che solo due mesi dopo i fatti occupò l’Italia settentrionale e l'ancora pontificia Bologna.
Furono le imprese di De Rolandis e Zamboni a ispirare all'assemblea costituente della Repubblica Cispadana in Reggio Emilia del 7 gennaio 1797 (presenti l'avvocato Aldini e don Compagnoni), l'adozione di un vessillo tricolore a simbolo del nuovo Stato.
Era il primo passo verso la Bandiera e l'Unità nazionale.
Alla proclamazione della Repubblica Cisalpina, il 6 gennaio 1798 Zamboni e De Rolandis erano proclamati martiri dalla città di Bologna e i loro resti raccolti alla Montagnola ove fu eretta una colonna in loro onore, poi profanata dalla soldataglia austriaca alla Restaurazione.


Tratto da: Montersino G., G. B. De Rolandis Martire Astigiano (1774-1796), Asti - Tip. Paglieri e Raspi, 1926

UN MESSAGGIO SEGRETO NELLA LETTERA DI GIO'


Sopra è riprodotta la lettera che Giovanni Battista De Rolandis scrisse durante la fuga da Bologna dopo il fallito tentativo insurrezionale.
Era diretta al direttore del "Collegio della Viola", il magnanimo e comprensivo biellese Monsignor Campacci. In questo testo scritto con disperata angoscia, Giò chiede scusa al sacerdote per avergli creato tanti guai.
Alcuni studiosi tuttavia ritengono che proprio in questo scritto siano celati messaggi importanti, qui espressi dal giovane, forse prevedendo che quella sarebbe stata l'ultima sua occasione per esprimersi liberamente.
Nella settima riga, sul finire del primo capoverso, Giò afferma che "L'Arcivescovo ha già la sua spia (si riferiva certamente al Succi od al Sassoli), ma io presentemente ne ho delle più sicure". Egli intendeva il legame che lo univa al Saliceti, alias Abate Bousset, l'importante uomo politico che aveva ricevuto da Napoleone l'incarico di "sensibilizzare" Le popolazioni dell'area padana, affinché accogliessero liberamente la sua Armata.
Saliceti, in effetti, non era solo la spia della Francia in Italia, celato in abiti monacali, ma organizzatore e capo della formidabile rete di "intelligence" militare che, spalleggiando l'"Armée Française", ne spianò la discesa da Cherasco a Bologna. Secondo uno studio svolto dall'attento storico Francesco Frasca dell'Università della Sapienza di Roma, l'Armata Francese aveva annesso nei suoi ranghi molti italiani contrari all'antico regime. Non stupisce che fosse presente in questo elenco Luigi Zamboni, ingaggiato dal Renoux a Marsiglia (lo ammise egli stesso davanti al Tribunale Inquisitorio) ed è logico quindi che lo Zamboni avesse sospinto a questa adesione anche il De Rolandis. Ma con quale nome, poiché lo Zamboni ne usava parecchi? Questa lettera però chiarisce la piena responsabilità della congiura e fa cadere per i due martiri l'accusa di "ingenuità" per la fallita sommossa. Emerge invece la certezza che i due furono motivati da una coscienza nazionale, svincolata dalla sudditanza conquistatrice francese.
Infatti, la loro stessa dichiarazione, i due, pur apprezzando l'allegorica coccarda francese, sostituirono l'azzurro con il verde per "non far da scimia".


L'ultima lettera che Giovan Battista De Rolandis scrisse alla madre.


Annuncio dell'esecuzione di Giovanni Battista De Rolandis
Manifesto consevato all'Archivio di Stato di Bologna, fondo Aldini busta I doc. 26


Disegno di anonimo che ritrae gli ultimi istanti di vita
 di "Zuanin" Giovanni Battista De Rolandis (Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio, Bologna)

Sabato 23 aprile 1796, nella Piazza del Mercato (annuncio dell'esecuzione di Giovanni De Rolandis), foglio volante. Giovanni De Rolandis fu giustiziato nella piazza del Mercato un paio di mesi prima dell'arrivo in città delle truppe francesi, che portarono anche a Bologna i principi della Rivoluzione. Le spoglie di De Rolandis, unitamente a quelle del suo compagno Luigi Zamboni, che si era suicidato in carcere, furono poste proprio nella piazza del Mercato in un'urna in cima alla colonna del Mercato, e divennero le prime reliquie laiche dei martiri bolognesi della libertà.


Ricordo marmoreo di Luigi Zamboni e Giambattista De Rolandis (1913).
La lapide è situata nell'atrio dell'Università di Bologna, alla parete sinistra, Palazzo Poggi, Via Luigi Zamboni 33.
(la lapida e' stata inaugurata domenica 26 gennaio 1913)
Il testo fu dettato dal poeta Olindo Guerrini, più noto come Lorenzo Stecchetti.


DA QUESTA UNIVERSITÀ

LUIGI ZAMBONI E GIOVANBATTISTA DE ROLANDIS

TRASSERO L’AMORE OPEROSO

PER GLI ORDINI LIBERI E CIVILI

E LA EROICA VIRTÙ DEL SACRIFICIO

PER CUI PRIMI ASSERTORI DEI DIRITTI

E DELLA LIBERTÀ D’ITALIA

MORIRONO VITTIME DELLA TIRANNIDE PONTIFICIA

-- 1795 - 1796 --

ESEMPIO E MONITO A CHI STUDIA

ED A CHI INSEGNA
 

Trascrizione della lapide posta all'ingresso dell'Università di Bologna, Via Luigi Zamboni 33.


Ricordo marmoreo degli studenti dell'Universitą di Bologna morti per la Patria dal 1794 al 1867.
La lapide è situata nell'atrio dell'Università di Bologna, alla parete destra,
Via Luigi Zamboni, 33. L'iscrizione fu dettata da Giosue Carducci.

A seguito della cessione della proprietą dell'albergo a Covigliaio (Firenzuola - FI), alla fine degli anni ottanta, l'edificio è stato poi ristrutturato e trasformato in una residenza per persone anziane e disabili, oggi denominata Villa le Ortensie. Durante i lavori di muratura fu rimossa la lapide scritta in onore di De Rolandis e Zamboni da Giosuč Carducci, identica a quella che si trova tutt'oggi nell'atrio d'ingresso dell'Universitą di Bologna.



ALLA MEMORIA
DEGLI STUDENTI DI QUESTA UNIVERSITÀ
MORTI
DAL MDCCXCIV AL MDCCCLXX
PER LA LIBERTÀ E LA PATRIA

FRATELLI
PER DIVERSE TERRA LE VOSTRE OSSA
PER L'ITALIA TUTTA IL NOME
MA LA RELIGIONE DI VOI È QUI
E PASSA
DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE
AMMONENDO
CHE SCIENZA È LIBERTÀ

GLI STUDENTI DEL MDCCCLXX
 


Nel 1803, la sede dell'Ateneo si trasferì dalla “magnificenza di memorie” dell'Archiginnasio, dove si trovava sin dal 1562, a Palazzo Poggi, in quella che era stata, dal 1711, la sede dell'Istituto delle Scienze di Luigi Ferdinando Marsigli, realtà e simbolo di quello “spirito creativo” che abbiamo sentito evocare da Calcaterra come garanzia della fecondità scientifica ma della floridezza, persino economica, dell'Alma Mater.
Nell'anno che avrebbe visto, di lì a poco, la tragedia di Mentana e la minaccia di trasferimento a Napoli del “garibaldino” professor Carducci, il Consiglio Comunale decretò, il 27 giugno 1867, che la strada che conduce all'Università prendesse il nome da Luigi Zamboni, lo studente che promosse la Rivoluzione, non la semplice Sollevazione, del 1794. Sia resa lode a quel Consiglio Comunale che dimostrava, ciò facendo, di interpretare al meglio la storia dell'Università, indicando in quel giovane l'accesso, il prologo, alla vera vita universitaria.
Nel 1870 - la lapide si legge all'ingresso di Palazzo Poggi, sulla destra - Carducci dettò l'iscrizione che commemorava gli studenti che combatterono per la libertà dal 1794 (Luigi Zamboni e G.B. De Rolandis) al 1870, fino a Roma capitale. Non si tratta, vorrei dire, di parole generiche, di bella ma aerea eloquenza lontana dalla superficie scabra delle cose quotidiane, sebbene del compendio di oltre nove secoli di Storia. Il rigore dei regolamenti che governano la vita dell'Ateneo deve sposarsi alla libertà della speculazione e alla tutela, alla difesa, alla promozione, dello “spirito creativo” degli studenti e dei professori dell'Alma Mater, nella consapevolezza che la libertà, come insegnava il Cardinale Martini, non è vaga ma concreta, non è un nome senza soggetto ma un “metodo”, poiché essa è preposizionale: si è liberi di, liberi da, liberi con, liberi per, liberi tra. La libertà, insomma, è l'archetipo di ogni codice etico, di ogni Commissione di garanzia, di ogni atto compiuto all'interno dell'Ateneo e fuori, in quelle che il Dante del Convivio chiamava le “vie de la terra”.
Così, con accenti scopertamente foscoliani, scriveva Carducci e così leggiamo in Palazzo Poggi:

Fratelli,
per diverse terra le vostre ossa
per l'Italia tutta il nome
Ma la religione di voi è qui
E passa
Di generazione in generazione
Ammonendo
Che scienza è libertà

Il binomio, come si vede, è quasi un'endiadi. Senza libertà non può esservi scienza, senza conoscenza non si può perseguire l'attuazione di giuste leggi. Come recita l'epigrafe di Olindo Guerrini collocata, questa volta, a sinistra, all'ingresso sempre di Palazzo Poggi: ove leggiamo che gli studenti del 1794 trassero “da questa Università” un “amore operoso” per gli “ordinamenti liberi e civili”. “Esempio e monito”, aggiungeva Guerrini, “a chi studia e a chi insegna”.



nel 1930

Oggi

La lapide fatta apporre dalla municipalità astigiana
all'ingresso del Palazzo Comunale ad onore e ricordo di Giovanni Battista De Rolandis,
in Piazza S.Secondo - Asti, AT


LA RELIGIONE DEGLI EROI E DEI MARTIRI
ONORA
G.B. DE - ROLANDIS DA CASTELL'ALFERO
AVANGUARDIA DEL RISORGIMENTO ITALICO
GIUSTIZIATO IN BOLOGNA IL 23 APRILE 1796
PER AVER SOGNATO CON LUIGI ZAMBONI BOLOGNESE
IL TRIONFO DEL SIMBOLICO TRICOLORE
IN TEMPI DI SOPITA COSCIENZA NAZIONALE
RIDESTATA POSCIA DALL'EROISMO DEL SACRIFICIO
ALLA CONQUISTA DEGLI ANTICHI DIRITTI
DELLA PATRIA
_____

ASTI SUPERBA DEI SUOI FIGLI
_____

9 MAGGIO 1926
 


Ricordo marmoreo dedicato a G. B. De Rolandis ad Asti

Nel 1861, proclamata l'Unione d'Italia,
venne affissa questa lapide sulla facciata di Casa De Rolandis,
in via De Rolandis - Castell'Alfero, AT


Lapide attuale


IN QUESTA CASA
NACQUE IL 24 GIUGNO 1774
GIOVANNI BATTISTA GAETANO DE ROLANDIS
IN TEMPI SERVILI
ONORE DELL'UMANITÁ
DANNATO AL CAPESTRO IN BOLOGNA
IL 23 APRILE 1796
PER AVERE IDEATO
CON LUIGI ZAMBONI BOLOGNESE
LA BANDIERA TRICOLORE
SOGNATO UN' ITALIA
LIBERA E GRANDE
 


Casa natale di De Rolandis a Castell'Alfero


Bustina di Zucchero con impressa l'immagine di Giovanni Battista De Rolandis


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