Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
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Intervista di Enzo Biagi a Ito De Rolandis
discendente diretto di Giovanni Battista



Questa coccarda così importante per la storia d’ Italia è stata per 200 anni chiusa nella sua teca napoleonica. Come mai oggi viene esposta?

R - Ieri i tempi non erano maturi, e non dobbiamo dimenticare che il Tricolore è stato ritenuto simbolo di Rivoluzione. Il suo cammino è stato laborioso, come ogni percorso importante.

Come è arrivata a Castell’Alfero?

R- Entrato in Bologna nel 1796, Napoleone nutrì un forte apprezzamento per l’avvocato Antonio Aldini, il difensore del De Rolandis di fronte al Tribunale dell’Inquisizione, e lo nominò suo primo ministro. Aldini dovette andare a Parigi per assumere l’incarico e dovendo passare per forza da Asti, pensò di portare alla mamma di Giovanni Battista, la coccarda del figlio.

Così fu conservata in segretezza?

R- Bologna era governata dallo Stato Pontificio, ed oggi è difficile capire la situazione di quegli anni. Il Papa temeva che la Rivoluzione Francese si estendesse anche in Italia e che alla Chiesa di Roma accadesse quello che era capitato in Francia, sequestro di poderi, sacerdoti eletti dal popolo, edifici occupati da rivoltosi. Per questo il processo intentato dal Tribunale dell’Inquisizione ebbe momenti terribili. Non si può capire se non si entra nell’atmosfera di quei tempi, quando la forca a Bologna lavorava giorno e notte.

Qual è il documento che ne garantisce l’autenticità?

R – Dei molto il più significativo è senza dubbio quello di Angelo Brofferio, quando il 19 febbraio 1848, parlando della morte del medico del colera Giuseppe Maria De Rolandis scrive sul “Messaggiero Torinese”: “Ed egli prima di spirare, volse gli occhi verso l’italica coccarda che teneva accanto al suo letto”. Era anche il medico Carlo Alberto, singolare che un mese dopo, proprio Carlo Alberto riconobbe il Tricolore come Bandiera dell’Italia Unita. A volte tra paziente e medico si stabiliscono rapporti molto tenaci.

Ma la famiglia continuò a tenerla riservatamente

R- Si sino al 1996 quando, mia moglie con “la simpatica complicità” del cardinale Angelo Sodano, scrisse a Giovanni Paolo II, l’indimenticabile Karol Wojtyla. Fu lo stesso segretario di Stato astigiano a portare la lettera in Vaticano. Il papa espresse dolore per quello che era accaduto a Bologna duecento anni prima. I tempi erano diversi, ed oggettivamente la Chiesa di oggi non può essere considerata responsabile delle efferatezze commesse allora da singoli individui, peraltro già condannati dalla Chiesa stessa. Le poche parole del Papa che il popolo vuole santo, sono state più eloquenti di un intero discorso. Oggi i tempi sono cambiati. La coccarda, salvata dai terribili anni dell’ultima guerra (anche Castell’Alfero fu invasa dai tedeschi in ritiro) oggi può affrontare il posto che le spetta, come simbolo dell’italianità di ieri e di domani.

Come mai la decisione di esporla a Castell’Alfero?
R – Giovanni Battista De Rolandis nacque a Castell’Alfero. Qui giocava a pallone a pugno, suonava la mandola, andava per i campi, mieteva i prati coi contadini, tirava di scherma e cantava gioioso, come raccontano le cronache. Col sindaco Angelo Marengo è stato raggiunto un accordo con l’Università di Bologna. Nel periodo estivo sarà esposta qui, nella rinnovata Galleria dello stupendo Castello, e nel periodo invernale, tornerà a Bologna, città che vide la nascita del Tricolore.

Voi De Rolandis, intendo Lei, sua moglie, suo figlio Alessandro, quando tenete tra le mani la Coccarda, che cosa provate?
R – Un sentimento intenso e complesso. Pensiamo ovviamente all’epopea del Tricolore, alle assurdità delle guerre, al sangue versato da milioni di soldati italiani in situazioni non sempre intelligenti. Quelle morti – troppe davvero – ci permettono oggi di avere una patria unita, sicura, libera, dove c’è una dignità di esistenza e di vita. Questa è la realtà tracciata dal Tricolore. Ecco, è il simbolo della nostra unione, è la partecipazione di una sola popolazione dove ci sentiamo fratelli, figli di uno stesso ceppo, dalle Alpi alla Sicilia. L’Italia è un Paese meraviglioso, facciamo in modo che rimanga sempre tale, con un atto di fede in questi tre colori.
Ma noi pensiamo anche alle torture inumane che furono inferte al povero Giò, alla sua morte raccapricciante, ai dolori lancinanti che lui sopportò con estrema fierezza e dignità. Non fece mai i nomi degli emissari, né dei complici. E non confuse mai la religione di Gesù con quella dell’Inquisizione. Salì sul patibolo col Vangelo tra le mani. Una grandezza enorme, per un ragazzo di 21 anni. Ed allora, alla luce di queste considerazioni, la “Sua” bandiera si trasforma, e diventa un simbolo e ci fa capire che loro, lui e Zamboni, hanno lasciato per noi il credo di una Patria grande, un’Italia che noi dobbiamo amare con lo stesso slancio, oggi e sempre.

L'intervista è stata realizzata da Enzo Biagi, sabato 11 maggio 2002 all'Hotel Ambasciatori di Torino.