Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995


All'emerito professor Aldo A.Mola è stato assegnato il "Premio Taormina" a riconoscimento di quanto questo studioso svolge nella ricostruzione storica della nostra Nazione.
Mola si è occupato più volte della ricostruzione del passato della nostra Penisola, ha scritto 80 volumi sull'epopea del nostro Parlamento, ed ha eseguito ricerche specialmente sull'ampio periodo che va dalla Rivoluzione Francese ai giorni nostri. Ha eseguito inoltre indagini mirate sulla storia della Massoneria, sugli interventi Politici della Chiesa, e sugli avvenimenti che tracciano l'evolversi delle normative sul lavoro, sui movimenti sindacali, e sui diritti dei lavoratori.
Instancabile, scrittore accanito, ha ricostruito episodi rimasti nebulosi, dal delitto Matteotti, alla morte di Cavour, dalle leggi Siccardi, agli interventi di Giovanni Giolitti, entrando nelle biblioteche segrete del Vaticano, dei Savoia, riesaminando i documenti che segnano l'avvento del fascismo.
Puntiglioso scrittore, dalla prosa simpatica ed avvincente, severo nella ricerca delle testimonianze, ma sempre pronto a riferire anche le voci di controcorrente, è considerato oggi il più fecondo e documentato scrittore di Storia Patria.  Per questo motivo questo sito, dedicato alla grandezza scientifica di Guglelmo Marconi,  padre indiscusso di ogni tecnologia moderna,  ed al Tricolore della nostra Patria, simbolo immacolato della nostra italianità, propone ai nostri visitatori uno dei suoi più recenti articoli.

Ito De Rolandis

 

La strana storia del  "Canto Nazionale"
di Aldo A. Mola

Michele Novaro, l'autore della musica L'Italia ha una bandiera ma non ha non ha un inno o musica di Stato. La Repubblica ereditò il tricolore dal Regno d'Italia costruito da Carlo Alberto di Savoia e da suo figlio, Vittorio Emanuele II, che coronarono il Risorgimento con l'adesione dei “popoli” via via annessi col suggello dei plebisciti. La nascita del tricolore viene celebrata ogni 7 gennaio a Reggio Emilia, perché lì venne proposto nel 1797 da  Giuseppe Compagnoni alla nascente Repubblica Cisalpina. Compagnoni era un prete che  aveva gettato la talare alle ortiche. Divenne famoso anche per  un falso letterario (Le notti del Tasso). Dopo la Restaurazione tornò “nella vigna del Signore”. In realtà, come è ampiamente documentato, la bandiera verde bianca e rossa non nacque affatto a Reggio Emilia. Venne deliberata il 28 ottobre 1796 a Bologna, la città ove due anni prima erano stati suppliziati gli studenti universitari Luigi Zamboni e Giambattista De Rolandis, primi ideatori e martiri del tricolore. Nel 1946 l'Assemblea Costituente strappò dal tricolore lo scudo sabaudo, simbolo delle lotte che, almeno a oriente, portarono i confini politici a coincidere con quelli “naturali”. I costituenti approvarono anche, ma solo in bozza, l'emblema repubblicano ora vigente, scarabocchiato in bianco/nero da Paolo Paschetto, molto apprezzato da Benito Mussolini, poi colorato e varato nell'aprile 1948, a Costituente sciolta. Incuriosisce l'invenzione dello stendardo del Capo dello Stato: un “di più”, di cui in repubblica non si sente alcun bisogno.

Ancora più bizzarra è la storia dell'inno di Stato, sino a oggi inesistente. Nel Dizionario biografico degli Italiani Giuseppe Monsagrati scrive che  il “canto” di Mameli “il 17 novembre 2005, in forza di un decreto legislativo del Senato, è stato formalmente proclamato inno nazionale”. Non è affatto vero. Le cose andarono e sono così: il 12 ottobre 1946 il governo De Gasperi (comprendente i partiti del Comitato di liberazione) decise che  nelle imminenti cerimonie militari del 4 novembre venisse eseguito “Fratelli d'Italia” in sostituzione della Marcia Reale. La Costituzione non dice che lo Stato deve avere un inno. L'Assemblea affidò la decisione alle Camere. Ma dal 1948 a oggi il Parlamento non ha deciso se lo Stato abbia un inno e quale esso sia. In ogni legislatura sono stati depositati disegni di legge, sempre meno convincenti. Il tempo fa il suo corso. In tutti i Paesi del mondo, ormai plurietnici, il concetto di “nazione” è in discussione. Anziché canto “nazionale” semmai occorre una musica o inno “dello Stato” o “dell'Italia”, non  della “Repubblica”, che è un termine storicamente  riduttivo, perché si riferisce solo alla forma non alla sostanza storica e morale dello Stato. Adesso una commissione parlamentare in sede deliberante ha deciso che il “Canto nazionale” venga studiato: un obbligo insensato sino a quando il Parlamento non deliberi quale sia l'inno o musica dello Stato. Diversamente il cosiddetto inno di Mameli rimane quel che è: una  musica composta da Michele Novaro sul testo portatogli da Ulisse Borzino, che gli disse “Questo te lo manda Mameli”, non  già “è di Mameli”.
Secondo Massimo Scioscioli (Goffredo Mameli. Una vita per l'Italia, Einaudi) il “Canto nazionale” venne scritto nel novembre 1847 dal ventenne genovese, poi ferito da fuoco amico e morto nella difesa di Roma (luglio 1849). Molti elementi dicono invece che esso è del padre scolopio Atanasio Canata, scrittore, poeta e docente  di Giovanni Battista Mameli nel collegio di Carcare (Savona), ove suo fratello Goffredo andò in vacanza e lo apprese. Su un punto non vi sono dubbi: “Fratelli d'Italia” è un testo appassionato, complesso, erudito, coltissimo, storicamente aggiornato sino al 1846. Esprime l'animo non di un ventenne ma di un pedagogo profondamente religioso che si rivolge ai discepoli e li esorta: “Uniamoci, amiamoci; /l'unione e l'amore/rivelano ai popoli/ le vie del Signore”: nulla di “sabaudo”, dunque,  ma neppure di repubblicano, mazziniano, giacobino, rivoluzionario, sinistrorso. Quindi, se e quando lo adottasse, il Parlamento confermerebbe la continuità  tra l'attuale e l'Italia neoguelfa di Gioberti e Rosmini, eccitata da Pio IX che esclamò “Benedite, Gran Dio,  l'Italia, e conservatele sempre questo dono preziosissimo fra tutti, la Fede”.  Ma saranno d'accordo la deputata Maria Coscia e il capo di Sel, Vendola? Nessuno stupore, in realtà, se  molti docenti non se la sentiranno di subordinare il concetto di cittadinanza alle parole di un canto di quel genere. Lo ha ricordato più volte Enrica Bonaccorti, che propone di aggiornarne  il testo, in linea con italiani che hanno l'orgoglio della propria storia (tutta intera: 2500 anni malcontati) e della propria unità effettiva, antica e  profonda (non  quella sequestrata da arroganti “giacobini miti”) ma si sentono al tempo stesso europei e cittadini del mondo.
Decenni orsono allo studio della storia venne appicciato quello dell'educazione civica, un po' come la “mistica fascista” negli anni del regime. La leggina su “Cittadinanza e costituzione e insegnamento dell'Inno di Mameli nelle scuole” arriva fuori tempo massimo. Essa non nasconde la verità: neppure la  Legislatura ora al crepuscolo ha approvato l'inno “ufficiale” dell'Italia. Ma ve ne è davvero bisogno?  La Marcia Reale nacque e vinse senza parole… Per dare la sveglia agl'italiani di oggi e di domani forse bastano la musica di Novaro e i due primi versi  del Canto nazionale, di padre Canata o di chiunque sia: “Fratelli d'Italia/ l'Italia si era desta”.  Il resto può rimanere sobriamente a fior di labbra.


Aldo A. Mola

(Tratto da "Il Giornale del Piemonte" il 17 giugno 2012)


Goffredo Mameli

Michele Novaro


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