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TRICOLORE BOLOGNESE
Tratto dal mensile "il Cubo" Febbraio 2011, pag. 9, numero 2, anno 23, seconda serie |
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Ito De Rolandis di Castell'Alfero Torino, 21 febbraio 2011 |

Giovanni Andrea Archetti (Brescia, 11 settembre 1731 – Ascoli Piceno, 5 novembre 1805)
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Quando De Rolandis e Zamboni furono arrestati, Principe di Santa Madre Chiesa a Bologna era Giovanni Andrea Archetti nominato il 20 settembre 1784 da Pio VI
col titolo di Sant'Eusebio, e rimasto sino al 28 maggio 1795. |
Bandiera coi colori Nazionali: Immagine del documento
varato dal Senato Provvisorio datato 28 ottobre 1796 col quale si sancisce la composizione dei colori della Bandiera, identici a quelli della Coccarda. Questo Atto è conservato all'Archivio di Stato di Bologna (Sopra lo scritto originale), il Senato Provvisorio di Bologna decreta che per la costituzione di una Bandiera Nazionale si utilizzino i colori Verde Bianco e Rosso, in quest'ordine. L'Atto stabilisce la nascita del nuovo Vessillo in data 28 ottobre 1796, e tra i firmatari è presente l'Avvocato Antonio Aldini. (Archivio di Stato di Bologna, Archivio napoleonico, I, Senato provvisorio, Atti dell’Assunteria di magistrati, b. 5, c. 542 “Bandiera coi colori nazionali” e sgg., 10 maggio 1796 - 30 ottobre 1796). |

La prima Coccarda tricolore (1794) conservata nel "Museo Europeo degli Studenti" di Bologna
Foto scattata ad una manifestazione Astigiana tenutasi nel 2001
Gentilmente concessa al Comitato Marconi da Radio Asti TV
Scrittori patrioti spennati Poi è sciocco lamentare che il Centocinquantesimo è sempre meno “sentito”. Non mancano occasioni per seminare dubbi e delusioni. Anche il Salone del Libro di Torino ci mette del suo. E' il caso della “lista” degli editori e degli scrittori elevati a profeti e testimoni dell'Unificazione. In attesa di conoscere il nome del 16° editore invitato, constatiamo la totale esclusione di quelli prevalentemente impegnati a far conoscere la chiesa cattolica e le opere dei suoi scrittori, da Giacomo Margotti a san Giovanni Bosco. Però al Salone c'è Adelphi. Non è questione di essere anticlericali o meno, ma di fotografare la realtà. Ebbene, gli editori invitati al Salone non lo fanno. Non lo fa neppure l'elenco dei 15 superlibri considerati indispensabili per il buon cittadino, i cui principi fondativi il Salone ha il buon senso di non dettare, a differenza del festival della democrazia che ora fa le comiche. Tra i superlibri sarebbero Myricae di Giovanni Pascoli, ma nessuna opera né di Giosue Carducci né di Antonio Fogazzaro, cioè dei due autori che davvero formarono gli italiani tra Otto e Novecento. Né vi compare il grande Giuseppe Cesare Abba, per il Risorgimento questi fece quanto nessuno scrittore ha saputo fare per la lotta di liberazione: renderla davvero popolare con un racconto limpido, genuino, fededegno. Non lo seppe fare neppure Pier Paolo Pasolini, benché suo fratello fosse stato ammazzato dai comunisti a Porzus. Carducci è recuperato tra i 15 scrittori significativi, accanto allo scomodo Gabriele d'Annunzio (che, piaccia o meno, ma è davvero tra i sommi) e a Pirandello, ma Fogazzaro niente. Cattolico modernista pentito, rimane inviso alla chiesa e ai nemici suoi? E perché, mentre ci si riempie la bocca di valorizzazione delle regioni e delle donne, dal novero manca Grazia Deledda che pur ebbe il Nobel per la letteratura? Solo perché glielo dettero nel Ventennio? Come ricorda Enrico Tiozzo in La letteratura e il premio Nobel (Olschki), a proporla fu per decenni Luigi Luzzatti, che non può certo essere liquidato come protofascista o criptorazzista. Ma tra tanti, due “buchi neri” non possono essere sottaciuti. In primo luogo lascia di stucco constatare il silenzio su Giovanni Verga. Compare il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, anziché I Viceré di De Robertis, di cui è buon riassunto. Quanto al Piemonte, se ne ritrova qualche cenno solo nel repertorio dei 150 libri dell'Italia unita: "I miei ricordi" di Massimo d'Azeglio, "Le miserie ‘d Monsù Travet" di Vittorio Bersezio.... Non vi figura affatto Edoardo Calandra che Benedetto Croce giudicò secondo solo ad Alessandro Manzoni. Ma La Bufera è un libro scomodo: condanna giacobinismo fatuo, rivoluzionarismo di seconda mano, il movimentismo che è il tarlo dell'intellettualismo spacciato per cultura. Oggi si affonda nei “canali mussolini” e si dimentica Il Mulino del Po dell'insuperato Riccardo Bacchelli e si scorda Enrico Morselli, che capì tutto e se ne andò senza raccomandare di non fare troppi pettegolezzi, che ieri e oggi è il vezzo di “opinionisti” e penne spremute. Non lo furono quelle di Angelo Brofferio, Vittorio Bersezio, Luigi Pietracqua, Faldella, Giacosa... 16 marzo 2011 |