Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995


TRICOLORE BOLOGNESE
di Marco Bortolotti


Scrivo il compitino mensile sempre con buona voglia e lieto. Questo mese con amarezza, e scontento. Sarà sgarbato, se qualcuno leggerà dispiacendosi, riprenda l'argomento.
7 gennaio, festa del Tricolore. Reggio è in festa; il presidente Napolitano attira consenso e tripudio nella città che ha propiziato la nascita del Tricolore, nel 1797. Bologna e l'Università che ha costruito anche attorno alla coccarda tricolore di Giambattista de Rolandis, il museo europeo degli Studenti, hanno dimenticato di esser state con gli studenti Giambattista de Rolandis e Luigi Zamboni, orrendamente torturati ed impiccati per aver sognato la libertà, una culla del Risorgimento unitario.
Soltanto Claudio Santini, già presidente dell'Ordine dei giornalisti, ha ricordato i fatti in due interventi sul Corriere di Bologna. Le istituzioni, tutte, musei, biblioteche, enti culturali, fondazioni hanno taciuto. Otello Sangiorgi, studioso ed ottimo direttore del civico Museo del Risorgimento, nella intervista al telegiornale regionale di domenica 9 gennaio, ha dichiarato (cito a memoria):
“l'evento più importante del Risorgimento bolognese è la battaglia della Montagnola dell'Otto agosto”. Opinione frettolosa, televisiva, da non condividere. La giornata della Montagnola è stata monumentalizzata, ha dato il nome ad una piazza, prima del Mercato, e luogo designato per le esecuzioni pubbliche - qui fu martirizzato de Rolandis, ma gli austriaci tornarono subito dopo e non ebbe il risalto delle Cinque Giornate milanesi. A scuola ho poi sentito dire che di un fenomeno qualsiasi hanno gran significato le sue origini, quando nasce, come e perché. Il Risorgimento non solo bolognese nasce con il sacrificio di due studenti, ambedue iscritti a giurisprudenza; astigiano di Castell'Alfero, Giambattista de Rolandis, bolognese Luigi Zamboni, abitante in via Galliera. Nessuno mai si ferma a leggere l'iscrizione posta nell'atrio di palazzo Poggi che trascrivo: “Da questa Università I Luigi Zamboni e Giambattista de Rolandis I trassero l'amore operoso / per gli ordini liberi e civili I e la eroica virtù del sacrificio I per cui primi assertori dei diritti I e della libertà d'Italia I morirono vittime della tirannide pontificia I 1795 - 1796”. In “Colorare la patria” catalogo di mostra con il sottotitolo “Tricolore e formazione della coscienza nazionale” edito nel 1996, il nostro Risorgimento inizia nel 1797, nascita del Tricolore, silenziando de Rolandis e Zamboni e i fatti di cui furono protagonisti e martiri.
Da dove viene il silenzio su quei fatti? Perché Reggio celebra il Tricolore e Bologna tace? Quando ne parlo con qualcuno, mi tocca sorbirmi delle lezioncine sul buon gusto storiografico, caute e remissive. In una delle sue fenomenali vignette, Altan così satirizza la storiografia; si vedono due personaggi colorati, uno dice:” la storia insegna... e l'altro: “Non mi faccia ridere! ha tutto da imparare quella!”
Non si parla di de Rolandis e Zamboni - ristabiliamo l'ordine alfabetico - per una serie di motivi che provo ad elencare:
- i nomi dei due studenti sono stati assunti da una loggia massonica bolognese e questo insospettisce, induce cautela in chi bada ai nomi e non alla cose: nomina nuda tenemus come ha scritto Umberto Eco nella chiusa del suo capolavoro. Non so niente di massoneria, di grembiulini e cazzuole; Mario Zanetti, mio coetaneo, veniva in segreteria di medicina negli anni Sessanta, assistente in Igiene di Ambrosioni, gentile, spiritoso, ciclista come me, uomo di enorme probità morale e intellettuale, ha voluto sul feretro le insegne della massoneria; Mario non avrebbe fatto parte né sarebbe restato con fratelli di loggia diversi da lui. Il massimo studioso della massoneria che non nomino sperando che sia lui a riprendere l'argomento, mi dice che intorno alla massoneria sono cresciute ipocrite mitologie e che nel periodo considerato, nascevano logge fatte da ottimi professionisti estranei alle spartizioni partitiche;
- a torturare ed impiccare i due giovani studenti ribelli fu lo stato pontificio impersonato a Bologna dal legato cardinale Ippolito Vincenti Mareri. Uno dei primi atti di Napoleone, allora generale Bonaparte, giunto a Bologna, fu di scacciare l'Ippolito dalla legazione imputandogli la morte di de Rolandis. Se ad impiccare fossero stati gli austriaci, ora la piazza Otto Agosto si chiamerebbe de Rolandis Zamboni e al centro vi sarebbe la colonna che ricordava quel sacrificio con l'iscrizione. Colonna atterrata nel 1815 con il ritorno del legato pontificio. La Santa Madre non dimentica ed intimidisce. Nessuno, Soprintendenze, istituti, libere associazioni, ha protestato e protesta per l'installazione nella piazza antistante porta Saragozza, di una statua di padre Pio che ha sconvolto l'assetto urbanistico e civile del luogo, installazione avvenuta in silenzio e in assenza dei pareri soprintendenti
- la coccarda de Rolandis è tacciata di falsità. Esaminata da esperti, sottoposta ad analisi, la coccarda di fattura tutta manuale è un tessuto di seta di antica manifattura settecentesca. Conservata per un secolo e mezzo dalla famiglia comitale dei de Rolandis, prima di entrare nel museo degli Studenti per volontà del conte Ito de Rolandis, era esposta nel Museo del Risorgimento di Torino. Assunta ad emblema delle celebrazioni unitarie del 1961 è raffigurata nelle copertine dei volumi pubblicati in quell'anno. La figura qui pubblicata accosta la coccarda esposta nel museo degli Studenti alla copertina di uno di quei volumi. I documenti attestanti la veridicità del cimelio sono numerosi, la falsità è solo presunta, opinione preconcetta. E' poi cosa ripugnante che un cimelio sempre conservato dalla pietà domestica, simbolo e documento del sacrificio di due giovani, sia rigettato con noncuranza In sedi autorevoli si è sostenuto che la coccarda de Rolandis è la prima testimonianza del nostro Tricolore; la bandiera è simbolo di Unità, non va sporcata con beghe meschine, si rinunci a polemiche di cortile. Il primato di Reggio ha sostanziose ragioni. Si ha però il sospetto che la riluttanza ad occuparsi del tumulto de Rolandis Zamboni e della coccarda del 1794, abbia motivazioni estranee alla storiografia. Per le celebrazioni del Tricolore, Reggio riceve finanziamenti ministeriali assai cospicui. Il primato reggiano va proclamato e consolidato, guai a chi lo tocca!

Tratto dal mensile "il Cubo" Febbraio 2011, pag. 9, numero 2, anno 23, seconda serie

 Coccarda Tricolore 1794
 
 Nel Primo Centenario dell'Unità d'Italia
 GLI IDEALI DEL RISORGIMENTO E DELL'UNITÀ 
Ente Nazionale Biblioteche Popolari e Scolastiche




Ho letto l'intervento del Dr. Marco Bortolotti. Me ne compiaccio. Non posso credere che nella dotta Bologna ci sia tanta superficialità, ignoranza, saccenza, e che tanti italiani viaggino su auto Fiat. E' una città con una storia ed un civiltà troppo ricca e patriottica per essere confusa con un raglio da cortile.
Mi duole anche - e questa è colpa mia - non averla costantemente aggiornata sulle ricerche che vengono condotte da molti giovani storici attenti. Speravo che tesi del genere venissero svolte dalle facoltà felsinee. Mi sono sbagliato. Così ritenevo anche che l'ex rettore Roversi Monaco correggesse una buona volta i lemmi errati della Treccani. (Come la nemesi storica marchia nel nome il valore di un'opera: Tre Cani!) Un falso la coccarda? C'è nulla di più sacro e vero. Anche perchè dovremmo buttare personaggi come Napoleone, Antoine Saliceti, Jean Remicci, Giobatta Galeazzini, Antonio Aldini, Olindo Guerrini, Giosuè Carducci, Ugo Foscolo, Angelo Brofferio, Vittorio Alfieri, Carlo Alberto, Giuseppe Mazzini (anche questo, grazie ad un giovane storico Claudio Di Lascio che ha trovato una sua lettera nella quale cita il "Derollandis" con due "l") e poi Aglebert, Ricciardi, Vancini, Fiorini … Tutti coevi ed orbi!
Se la coccarda non è la Coccarda mi vuol spiegare come mai hanno impiccato il povero "Zuanin"? I giudici dell'Inquisizione (il responsabile era Francisco Xaverio De Zelada e non Archetti, né Innocenti) erano certamente criminali sanguinari, ma non scemi). Ma qualcuno ha esaminato quello che scrive il Compagnoni? E c'è un bolognese che ha letto le 450 pagine della difesa di Aldini? E gli atti del processo?
La faccenda del falso non mi va proprio giù: dunque il giornale il Messaggiere Torinese con l'articolo di Angelo Brofferio esponente della sinistra nel governo Cavour con data 19 febbraio 1848 sarebbe spergiuro? Guardi che per aver cucito quelle coccarde sono morti il padre, la madre e la zia di Luigi Zamboni. E' un cimelio reso sacro dal sangue di troppa gente per essere messo in dubbio. E' uno sproloquio che fa orrore e che finisce col riversarsi su chi ha osato menzionare una scempiaggine simile.
C'è un bel proverbio piemontese: "le galline la fanno senza aver mangiato". Massoneria. Ma perché la gente parla senza documentarsi? De Rolandis e Zamboni furono avvicinati dall'avvocato Benedetto Boselli di Savona e dal conte Nicolis di Robilant torinese abitante a Bologna. Costoro, amici del Saliceti e di Filippo Buonarroti dettero un po’ di "paoli" ai ragazzi per l'acquisto di fucili e polvere da sparo. Boselli e Nicolis erano i referenti italiani della massoneria francese, senza la quale la Rivoluzione del 1789 non sarebbe avvenuta. E non sarebbe avvenuto neppure il Risorgimento. E come la dobbiamo mettere sull'unica pagina del "Saggio di Governo di una Repubblica" il cui contenuto è identico a quello scritto da Filippo Buonarroti ideatore con Bebeuf del "Movimento Comunistico" ripreso da Marx ed Engels col nome di comunismo? Non fa bella figura "Bologna la Rossa", se ignora le radici del suo ideale !?
Per l'auto Fiat? Il Boselli, massone, ha avuto una nipotina graziosa, Clara, andata in sposa a Giovanni Agnelli senior, senatore, fondatore della Fiat. Grazie caro dottor Bortolotti. Non se la prenda, e quando è a tavola azzanni il pollo!

Ito De Rolandis di Castell'Alfero

Torino, 21 febbraio 2011

 Cardinale Giovanni Andrea Archetti
Giovanni Andrea Archetti (Brescia, 11 settembre 1731 – Ascoli Piceno, 5 novembre 1805)

Quando De Rolandis e Zamboni  furono arrestati, Principe di Santa Madre Chiesa a Bologna era Giovanni Andrea Archetti nominato il 20 settembre 1784  da Pio VI col titolo di Sant'Eusebio, e rimasto sino al 28 maggio 1795.
Poi la reggenza di Bologna passò ad Ippolito Antonio Vincenti Mareri (Rieti, 20 gennaio 1738 – Parigi, 21 marzo 1811), nominato cardinale il 21-2-1794 ed eletto a Principe di Bologna il 1 giugno 1795 due mesi e mezzo prima della morte dello Zamboni.


 Bandiera coi colori Nazionali - Richiesto quali siano i colori Nazionali per formarne una bandiera, si è risposto il Verde il Bianco ed il Rosso

Bandiera coi colori Nazionali: Immagine del documento varato dal Senato Provvisorio datato 28 ottobre 1796 col quale si sancisce la composizione dei colori della Bandiera, identici a quelli della Coccarda. Questo Atto è conservato all'Archivio di Stato di Bologna (Sopra lo scritto originale), il Senato Provvisorio di Bologna decreta che per la costituzione di una Bandiera Nazionale si utilizzino i colori Verde Bianco e Rosso, in quest'ordine. L'Atto stabilisce la nascita del nuovo Vessillo in data 28 ottobre 1796, e tra i firmatari è presente l'Avvocato Antonio Aldini. (Archivio di Stato di Bologna, Archivio napoleonico, I, Senato provvisorio, Atti dell’Assunteria di magistrati, b. 5, c. 542 “Bandiera coi colori nazionali” e sgg., 10 maggio 1796 - 30 ottobre 1796).
Estratto del verbale del Senato di Bologna datato 28 ottobre 1796 in cui si legge: "Bandiera coi colori Nazionali - Richiesto quali siano i colori Nazionali per formarne una bandiera, si è risposto il Verde il Bianco ed il Rosso."


 Coccarda conservata al Museo Europeo degli Studenti di Bologna -
Foto scattata ad una manifestazione  Astigiana tenutasi nel 2001
La prima Coccarda tricolore (1794) conservata nel "Museo Europeo degli Studenti" di Bologna
Foto scattata ad una manifestazione Astigiana tenutasi nel 2001
Gentilmente concessa al Comitato Marconi da Radio Asti TV

Scrittori patrioti spennati
di Aldo A. Mola
Storico

Poi è sciocco lamentare che il Centocinquantesimo è sempre meno “sentito”. Non mancano occasioni per seminare dubbi e delusioni. Anche il Salone del Libro di Torino ci mette del suo. E' il caso della “lista” degli editori e degli scrittori elevati a profeti e testimoni dell'Unificazione.

In attesa di conoscere il nome del 16° editore invitato, constatiamo la totale esclusione di quelli prevalentemente impegnati a far conoscere la chiesa cattolica e le opere dei suoi scrittori, da Giacomo Margotti a san Giovanni Bosco. Però al Salone c'è Adelphi. Non è questione di essere anticlericali o meno, ma di fotografare la realtà. Ebbene, gli editori invitati al Salone non lo fanno.

Non lo fa neppure l'elenco dei 15 superlibri considerati indispensabili per il buon cittadino, i cui principi fondativi il Salone ha il buon senso di non dettare, a differenza del festival della democrazia che ora fa le comiche.

Tra i superlibri sarebbero Myricae di Giovanni Pascoli, ma nessuna opera né di Giosue Carducci né di Antonio Fogazzaro, cioè dei due autori che davvero formarono gli italiani tra Otto e Novecento. Né vi compare il grande Giuseppe Cesare Abba, per il Risorgimento questi fece quanto nessuno scrittore ha saputo fare per la lotta di liberazione: renderla davvero popolare con un racconto limpido, genuino, fededegno. Non lo seppe fare neppure Pier Paolo Pasolini, benché suo fratello fosse stato ammazzato dai comunisti a Porzus.

Carducci è recuperato tra i 15 scrittori significativi, accanto allo scomodo Gabriele d'Annunzio (che, piaccia o meno, ma è davvero tra i sommi) e a Pirandello, ma Fogazzaro niente. Cattolico modernista pentito, rimane inviso alla chiesa e ai nemici suoi? E perché, mentre ci si riempie la bocca di valorizzazione delle regioni e delle donne, dal novero manca Grazia Deledda che pur ebbe il Nobel per la letteratura? Solo perché glielo dettero nel Ventennio? Come ricorda Enrico Tiozzo in La letteratura e il premio Nobel (Olschki), a proporla fu per decenni Luigi Luzzatti, che non può certo essere liquidato come protofascista o criptorazzista.

Ma tra tanti, due “buchi neri” non possono essere sottaciuti.

In primo luogo lascia di stucco constatare il silenzio su Giovanni Verga. Compare il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, anziché I Viceré di De Robertis, di cui è buon riassunto.

Quanto al Piemonte, se ne ritrova qualche cenno solo nel repertorio dei 150 libri dell'Italia unita: "I miei ricordi" di Massimo d'Azeglio, "Le miserie ‘d Monsù Travet" di Vittorio Bersezio.... Non vi figura affatto Edoardo Calandra che Benedetto Croce giudicò secondo solo ad Alessandro Manzoni.

Ma La Bufera è un libro scomodo: condanna giacobinismo fatuo, rivoluzionarismo di seconda mano, il movimentismo che è il tarlo dell'intellettualismo spacciato per cultura.

Oggi si affonda nei “canali mussolini” e si dimentica Il Mulino del Po dell'insuperato Riccardo Bacchelli e si scorda Enrico Morselli, che capì tutto e se ne andò senza raccomandare di non fare troppi pettegolezzi, che ieri e oggi è il vezzo di “opinionisti” e penne spremute. Non lo furono quelle di Angelo Brofferio, Vittorio Bersezio, Luigi Pietracqua, Faldella, Giacosa...

16 marzo 2011