Comitato Guglielmo Marconi International - Fondato nel 1995
Fondato nel 1995




Estratto da pag. 7 a pag. 30

 

ANTONIO ALDINI

ED I SUOI TEMPI.

NARRAZIONE STORICA

CON DOCUMENTI INEDITI O POCO NOTI

PUBBLICATI

da

ANTONIO ZANOLINI
Deputato al Parlamento italiano.
—
VOLUME PRIMO.

FIRENZE.

FELICE LE MONNIER.
—
1864

 

Omissis

 

LIBRO PRIMO.

CAPITOLO I.

Nascita di Antonio Aldini. — Di diciotto anni lettore pubblico di diritto naturale e delle genti. — Poi di diritto civile e di diritto pubblico. — Luigi Zamboni. — L'abate Bousset e Renoux generale. — Disegni sediziosi di Zamboni. — Giovanni de Rolandis. — Manifesto, fuga, carcerazione dei cospiratori. — Morte di Zamboni.— Aldini difensore dei carcerati. — De Rolandis mandato alla forca. — Sua ultim' ora.

Dirò della vita privata e degli offici civili di Antonio Aldini solo quanto basta a dimostrare com' egli venisse in fama presso i suoi concittadini.
Nato in Bologna il 27 di Dicembre dell'anno 1755 da Giuseppe Aldini, avvocato e lettore sopra il gius civile in quella università delle scienze, e da Caterina Galvani sorella all'autore rinomatissimo del galvanismo, di soli diciassette anni sostenne esperimenti pubblici in filosofia tenendone disputa con un Luigi Palcani e colla Laura Bassi in quel tempo celebratissima. Non aveva compito ancora il diciottesimo anno allorché ebbe grado di dottore in legge civile e canonica, e l'anno appresso gli fu dal senato di Bologna fatta abilità di insegnare nella università stessa il diritto naturale e delle genti accanto al padre suo e ad altri professori valentissimi.
Gli scolari in lui si gloriavano vedendolo, così giovane, salire a pie' fermo sulla cattedra dei sapienti, non si commovevano a invidia, perciocché egli, in cui la presunzione non andava innanzi alla scienza, riguardava come colleghi più che discepoli que' suoi pari o maggiori di età e, dandosi indefessamente allo studio, gl'invogliava coll'affezione e coll'esempio a rendersi pari a lui nel sapere. la fine, volendo aggiungere alla scienza delle leggi la pratica della giurisprudenza, si recò in Roma, permettendolo il Senato, che gli serbò il magistrale seggio fino al ritorno.
Tornò dopo due anni, avendo nella sua mente fatto tesoro di eletti studi presso dotti ed esperti giureconsulti, e risalito sulla cattedra vi tenne scuola di diritto civile fino all'anno 1786, in cui fu fatto lettore di diritto pubblico, materia di insegnamento importantissimo e specialmente per le nuove dottrine dei filosofanti e dei pubblicisti di oltremonte che d'ogni intorno si dilatavano. Nel tempo stesso si dié al difendere ed al consigliare nelle cause criminali e nelle civili, e venne in tanta reputazione che in pochi anni, pel numero dei clienti e per la importanza delle difese, nonostante la discrezione abituale e la naturale liberalità e splendidezza, si formò un lenimento vasto di poderi acquistato in un tempo, in cui d'ordinario colle arti mercatantesche solamente si potevano accrescere le facultà dei privati cittadini che di beni immobili avevano poco, essendo la maggior parte in possessione dei frati (1) e dei patrizi. Egli fu quindi per la sua dottrina e per la sua beneficenza eletto avvocato dei poveri e coadiutore dell' avvocato Ignazio Magnani difensore dei rei.
Dato questo breve cenno sulle prime mosse di Antonio Aldini nel cammino della vita, imprendo la narrazione dei fatti più notabili a bene comprendere quella età a noi prossima e non bastantemente e veracemente conosciuta.
Già in questa ed in quella parte d'Italia apparivano indizi della metamorfosi che sordamente si apparecchiava. Ed in Bologna nella quaresima dell'anno 1790 fu veduto affisso ai muri e sparso qua e là uno scritto, con cui si invitava il popolo a sollevarsi. Vi si parlava di tirannide da abbattere, di libertà da conseguire, ma della sollevazione non si indicavano i mezzi, non si proponeva il fine e non si sapeva da chi venisse l'invito. Taluni ne facevano maraviglia, altri mostravano di prenderne sgomento, i più guardavano e passavano. Non un atto od un segno di approvazione; ed anche il governo faceva le viste di riguardarla come una fanciullaggine da non farne caso.

1) il signor conte Giovanni Gozzadini bolognese, senatore del regno d'Italia e letterato di squisita erudiziene specialmente nelle cose patrie, possiede tre volumi in cui sono registrali i novantaquattro conventi che in più riprese furono aboliti in Bologna dall'anno 1797 al 1810, colla indicazione del valore dei beni che loro spettavano; e, nonostante le lacune che vi si incontrano e quantunque que'beni fossero dei periti fiscali stimati a basso prezzo, stante la necessità della vendita, pur montano circa 41 milioni e mezzo di lire bolognesi. I soli padri domenicani possedevano un valsente di lire 1,700,408. Cronaca di Ronzano: nota, 246, pag. 123.

In fatti l' autore dello scritto sedizioso era un giovinetto appena uscito de' pupilli per nome Luigi Zamboni di costumi onesti, d'indole vivace, il quale tanto si era infiammato sulle novelle di Francia apprese di straforo che, credendo tutti accesi di quel fuoco, si era figurato bastasse quella chiamata a far nascere una rivoluzione. Vedendo l'accoglienza fatta alle sue parole gli venne meno lo spirito, e forse se ne sarebbe rimasto per sempre, se di que' dì appunto non fosse capitato in Bologna un abate Bousset marsigliese mandato dalla Convenzione in Italia ad esplorare la pubblica opinione. Costui vide Zamboni e, conosciutolo di tempra facile ad accendersi, trovò modo di mandarlo in Francia, là in mezzo a quel grande incendio, con animo di valersi di lui al suo ritorno, come di tizzone acceso, a gettare il fuoco in Bologna.
Zamboni si portò in Marsiglia con una commendatizia dell'abate ad un suo fratello capo di battaglione nella guardia nazionale. Creato tenente nei cacciatori passò in Corsica coll'esercito repubblicano, egli'italiano ed amatore sviscerato di libertà, a stringere le catene poste dallo straniero agli abitatori di quella parte d'Italia. Forse n'ebbe rimorso, ché, chiesto congedo, cambiò divisa e nome, si recò in Roma, si arrolò nelle truppe papali, disertò, e posto il piede nel territorio bolognese, fu preso e, come straniero e vagabondo, ricondotto ai confini. Tornò dopo tre anni in Bologna, ove mantenne corrispondenza di lettere col Bousset e con Renoux generale.
Frattanto l'influsso della rivoluzione francese continuava con vario effetto a farsi sentire negli stati italiani. In Roma distrutte le insegne di feudalità nell'Accademia di San Luca, poi fatta strage di alcuni francesi, Basseville assassinato, incendiati i palazzi dell'accademia e del console di Francia, pubblicata una nota enciclica del Papa contro la rivoluzione francese. In Padova piantato dagli studenti l'albero della libertà: Alvise Quirini dalla repubblica di Venezia inviato ambasciatore alla repubblica di Robespierre.
A queste novità così diverse Zamboni si sentì preso ora da sdegno e da terrore, ora da gaudio e da speranza; e nella seconda metà dell' anno 1794, messi in nota i nomi di alcuni giovani ch' egli aveva in concetto di novatori, deliberò di fare, come fosse giuoco, una rivoluzione. Ne tenne parola con taluno dei suoi amici, ne scrisse ai corrispondenti di fuori, i quali gli consigliarono di aspettare la primavera, in cui, dicevano, l'esercito francese scenderebbe in Italia. Questo consiglio gli fu sprone ad affrettare la folle impresa, perciocché egli abborriva ogni soccorso straniero e, promettendosi certa la riuscita, voleva serbare a sé tutta la gloria, e tutto il profitto alla patria.
Egli teneva le conventicole in una bottega di merceria presso la piazza di San Petronio nella via Canton de' fiori, ove sua madre ed una zia stavano a banco; ed, affinché esse ed il padre non ponessero impedimento al suo disegno, die' loro ad intendere che i Francesi, di già entrati in Italia come si vociferava, marciavano verso Bologna e, secondando l'ubbìa che taluni si erano messa in capo e spezialmente le donnicciuole, li dipingeva come canibali dati ad ogni maniera di ribalderìa e di nefandità, aggiungeva la gioventù italiana correre alle armi per difendere la patria, opera gloriosa e meritoria, a cui egli ed altri suoi compagni volevano concorrere e scampare Bologna da pericolo così grave. Le due donne gli prestarono fede e si dettero a fabbricare le coccarde (1) ch'esser dovevano il distintivo dei difensori della patria, e ciò fecero celatamente, perciocché si soggiungeva che il governo, di natura sospettoso ed a suo avviso forte abbastanza, non permetteva ai cittadini di riunirsi e di armarsi.

1) Ricciardi in un suo opuscolo afferma, sopra notizie raccolte in Londra, che nella bandiera italiana fu sostituito il verde al turchino della francese da Luigi Zamboni, il quale detestava la imitazione delle cose di Francia.

Il 16 di novembre era il giorno in cui i cospiratori dovevano radunarsi di notte tempo nelle camere terrene della casa in via Galliera ove Zamboni abitava, ed uscirne muniti gli uni di fucili e di sciabole, altri di pali di ferro e di picconi, e cosi cogli amici di già raccolti e con altri che accorrerebbero spontanei mettere ad effetto il concepito disegno.
I cavalleggieri, guardia del Cardinale Legato, si ricoglievano la notte alle case loro ed un presidio di soldati svizzeri rimaneva a custodia del palazzo pubblico ov'erano le casse, l'armeria, le carceri.
Zamboni aveva fatto nel suo pensiero questo ordinamento: Disarmare la sentinella ed il caporale di guardia, investire d'improvviso gli altri svizzeri per solito addormentati, chiudere la porta del palazzo, atterrarne altre e votare le casse, l'armeria, le prigioni; proporre al comandante svizzero una capitolazione onorevole, subornare i birri e dar loro l'incarico di capitanare i malfattori sprigionati ; in fine condurre il Legato, il Vice-Legato ed il loro codazzo con fida scorta fuori dei confini. Non si teneva conto dei cavalleggieri, né della milizia urbana, tanto di buona tempera, che veniva chiamata milizia dolce, e neppure del presidio di papalini introdotto in Bologna per chirografo di Pio VI del 7 di novembre 1780 contro il concordato solenne fra il Papa ed i Bolognesi, i quali se la legarono al dito e non cessarono mai più di querelarsene.
Fatto tutto ciò, come egli nella sua mente si figurava, dovevasi innalzare con grande pompa lo stemma del comune, ove sta scritta la parola Libertas. Alcuni scolari, prendendo esempio da que'di Padova, volevano piantare nel mezzo della piazza un palo di legno battezzato per l'albero della libertà; ma Zamboni, che aveva in orrore le carnificine della rivoluzione francese, né pur poteva soffrire che sì copiassero le stravaganze popolari di que' repubblicani. Egli intendeva di ridare a Bologna la independenza con una rivoluzione, dirò così, di famiglia, che, non disturbando gli altri, nondovev'essere da altri disturbata. Compiuta l'opera, si sarebbero convocati i capi di famiglia o di casa, affinchè si creassero uno Statuto conforme ai tempi e confacente ai bisogni della città e della provincia. Sogno d'infermo o di ragazzo che pur dimostra quanto anche negli animi giovanili fosse radicato l' amore della libertà e del municipio.
I compagni di Zamboni e gli altri in cui credeva di poter fare assegnamento, non più di trenta, erano pochi per condurre a fine la cospirazione, troppi per tenerla secreta, e non avevano armi né danaro per pigliare le prime mosse. Taluni, che forse si erano messi con lui solo per non parere, procurarono di dissuaderlo e, trovandolo pertinace, si figurarono ch'ei tenterebbe il colpo, previdero che andrebbe a voto, ond'egli e que'che lo seguissero sarebbero presi, giudicati e puniti senza remissione, perciocché Io spavento del Cardinale legato e dei suoi uditori chiuderebbe la via alla misericordia. Risolvettero pertanto di tenersi in disparte, come non avessero avuta con Zamboni veruna corrispondenza. Ma in fine dal Governo si ebbe un primo sentore della cospirazione per rivelazione fatta dal confessore di un cospiratore, ed altri poi s'indusse a svelarla con patto d' impunità. (1) Zamboni ne fu avvertito affinchè aprisse gli occhi sul pericolo grave a cui erasi esposto e cautamente si dileguasse. Ma egli, saldo nel suo proposito, risolvè in vece di accelerare la mossa. Non trovando chi volesse seguirlo, tranne Giambattista De Rolandis piemontese, più giovane di lui, studente in teologia ed alunno nel collegio Ferrerio detto della Viola, (2) s'avvide in fine della impossibilità dell'impresa e ch' era d'uopo dimetterne il pensiero e scampare ; non però darla a gambe, come un codardo, ma fare la ritirata in arme, lasciando ricordo, forse utile un giorno, delle sue intenzioni.

1) La difesa di tutti gl' imputati della cospirazione, da cui ho ricavate queste notizie, allega che taluni si fecero denunziatori per la salvezza dei denunziati, perciocché tenevano che impedendosi il fatto, la sola intenzione sarebbe leggermente punita. Un opuscolo di Angusto Aglehert I primi martiri della libertà italiana, Bologna 1862, contiene una descrizione tratta dai documenti autentici del tentativo di cospirazione, del processo, della condanna, da cui rilevasi fin dove giungesse la barbarie del governo di Roma.
2) Il Palazzetto della Viola, ora nell'orto agrario, fu costruito dal II Giovanni Beutivogli, e vi hanno nei muri dipinture molto pregevoli d' Innocenzo da Imola preservate iu parte, e descritte elegantemente da Pietro Giordani.

A questo fine la notte del 13 di novembre suddetto i due cospiratori, rimasti soli, andarono in traccia di chi loro desse mano a spargere per la città un manifesto, che avrebbesi dovuto affiggere soltanto compiuta la rivoluzione, e condussero in casa di Zamboni, con promessa di menarli a bere, sei dell'infima parte del popolo trovati a caso, fra i quali un Camillo Galli facchino ed un Antonio Forni mascalzone rifugiato in un sacrato, a cui Zamboni era solito di fare elemosina. Dettero loro a mangiare, li avvinazzarono, li armarono di archibusi, e loro consegnarono copie in buon numero di quel manifesto letto di volo senza spiegarlo. Usciti insieme si misero chi per una via, chi per un'altra a spanderle sullo spazzo dei pertichi, e taluni degli spanditori erano cosi ignoranti di ciò che facevano, di così corto intendimento, o tanto briachi, che le mettevano in pezzi, affinché ne fosse più spessa la semina. Terminato questo bel lavoro, ognuno se ne andò pe' fatti suoi. Zamboni e De Rolandis sul far del dì uscirono dalla città e volsero i passi verso il confine toscano, ove furono arrestati e condotti in carcere.
Il manifesto parlava in nome del popolo al popolo di Bologna ed a quello di Castelbolognese, staccato arbitrariamente dalla provincia sul principio di quell'anno 1794 ed unito alla Romagna, altra querela contro il governo di Roma; conteneva le solite doglianze, ricchezza soverchia di pochi, povertà estrema di molti, soprusi, ingiustizie, arbitrii; e terminava con un' apostrofe alla libertà glorioso stemma della patria.
Quantunque le novelle che andavano per bocca di ognuno ed il bisbigliare dei malcontenti, dessero a dubitare di tumulti e di insurrezioni, pure i lettori del manifesto non ne tennero conto più che dell'altro di quattr'anni fa. Bene si mostravano curiosi di scoprirne l'autore e bucinavano di questo e di quello, onde si aumentava il numero dei sospetti ; ma quando si seppe che si erano imprigionate diecinove persone di età, di sesso, di condizione diverse, si cominciò a credere e a dire che in Bologna si era tramala una grande sollevazione, che il governo l'aveva scampata per miracolo, e benché questa volta la fosse andata in fumo, crescevano le speranze dei nemici, e degli amici la paura.
Si erano imprigionati, oltre ai due fuggiaschi, le merciaie madre e zia ed il padre di Zamboni, quelli ch'erano intervenuti ai ragunamenti segreti, altri i cui nomi stavano scritti nella lista trovata presso Zamboni, che nulla dei suoi disegni sapevano od avevano ricusato di parteciparvi; coloro che si erano fatti denunziatori, que' che avevano seminato il manifesto; poi anche il carceriere che, mosso da pietà insolita verso Zamboni, levò la catena che gli aveva piagata una gamba. Il vecchio Zamboni, preso da dolore profondo per la prigionìa della moglie e del figlio, e martoriato dalle torture, infermò nella prigione e vi morì; e Luigi, prevedendo la sua condanna ed avendo in orrore il morire per mano del carnefice, con parte della stoppa del suo covile si fabbricò una corda, di cui si avvinse il collo e si strozzò. (1)
Ad Antonio Aldini avvocato dei poveri e coadiutore al difensore dei rei, fu commessa la difesa di De Rolandis e degli altri processati per accusa di ribellione, i quali dovevano essere giudicati dalla congregazione criminale presieduta dal Cardinale Ippolito Vincenti Legato a latere del Papa.
Aldini che voleva si riformassero gli antichi abusi, condannati dal giudizio dei sapienti e dalla pubblica opinione, riguardava le massime ed il tentativo di Zamboni come un primo indizio di mutamenti inevitabili. Indarno egli aveva consigliato che si prevenissero, dicendo che il peggio era opporsi alla corrente e pretendere di respingerla all'erta. Di gran cuore egli assunse la difesa di De Rolandis e dei supposti correi, sebbene sapesse che si porrebbe ogni studio, ogni arte, onde aggravare la incolpazione.

1) Fu sparsa e creduta la voce che Luigi Zamhoni fosse stato assassinato da due mascalzoni datigli per ciò a compagni nel carcere, e si stampò nel Quot. Bolognese, vol. 2, n. 86 e 87, che era stato strozzato in carcere dall'empia mano dì imo dei giudici stessi.

Federico Pistrucci, primo Sotto-Uditore del Torrone, tormentatore matricolato, per concussioni, per rigori disorbitanti odiatissimo, si era ingegnato di fare apparire rei di ribellione tutti gl'inquisiti, come autori, compiici, aderenti o consapevoli.
La difesa di Aldini indiritta al Cardinale presidente fu dotta, concludente, franca, commoventissima. Egli dimostrò non esservi stata ribellione, né un cominciamento effettivo, né possibilità di eseguirla, il solo fatto imputabile consistere nello spargimento notturno del manifesto eseguito a quel modo da cinque o sei passeggianti in arme per le vie di Bologna senza offesa o disturbo di chicchessia; il resto chiacchere, chimere, follie di menti inferme. E poiché Luigi Zamboni, vero ed unico autore della stolta macchinazione, si era sottratto al rigore della legge, contra ogni principio di ragione voleva l'accusatore fare di De Rolandis il capo di una tentata ribellione.
Aldini ogni suo sforzo impiegò in difesa del giovane piemontese. Non era credibile ch'egli forestiere volesse dar mano ad una rivoluzione, di cui avrebbe diviso con altri il pericolo e non il frutto; l'uscire di notte in arme e disseminare uno scritto quereloso più che sedizioso non costituiva il delitto di ribellione: De Rolandis s'era lasciato invescare nella intrinsichezza di Zamboni e, mettendosi in una via ben diversa da quella a cui i suoi studi di teologia lo indirizzavano, aveva mostrato animo sconoscente verso i reggitori del paese che gli aveva data ospitalità, ma perciò il Cardinale, giudice e parte, non poteva, soprusando la propria autorità, condannarlo ad altra pena che l'esiglio. La parte più commovente della difesa era volta a Brigida Borghi madre di Luigi Zamboni, tenuta complico e cooperatrice dell'attentato, e chiusa in carcere, ove soffrì torture terribili d'animo e di corpo. Sciagurata! esclamava il difensore: Verrà il giorno in cui si schiuderanno le porte che la tengono disgiunta dal consorzio umano e sarà il più infelice della sua vita. Correrà ad abbracciare lo sposo e non troverà di lui che fredde ceneri. Domanderà del figlio ed un tetro silenzio le annunzierà eh' essa non è più madre. O luce più funesta delle tenebre del carcere! Ma se in quell'istante di desolazione e di orrore una condanna obbrobriosa venisse ad accrescere la sua disgrazia; se la infamia. . . . Tremate, o giudici, e vi rimorda il pensare che per l'eccesso del dolore ben potrebbe la infelice donna darsi alla disperazione. Ha un limite l'umano soffrire. Vedovasi il difensore ora commosso da pietà, ora acceso d'ira contro l'accusatore che, facendo quasi un fascio degli altri inquisiti, tutti voleva colpevoli di complicità, perché svelando il disegno di Zamboni tacquero le circostanze che lo gravavano, o perché, avendone notizia, noi palesarono. Di quelli che chiamate compiici, ei diceva, gli uni credettero di uniformarsi alla legge, la quale intende ad impedire i delitti più che a punire i rei; gli altri si attennero alla legge dell' onore ed alla autorità della pubblica opinione. A colui, che accolse nel seno dell'amicizia le confidenze segrete di un cospiratore, chi mai potrà imporre la dura alternativa di essere condannato all'infamia palesando il segreto dell'amico, o di avere comune con lui la pena bench'e ricusasse di avere comune il delitto alla natura e la ragione fremerebbero al vedere puniti ad un tempo l'autore di iniqua trama, e colui che serbò il silenzio per serbare l'onore. Prova assai rara di forte animo si fu il dire così fatte verità, nella presenza di tanti ascoltatori ed in occasione tanto solenne, ad un Cardinale di Santa Chiesa, legato a latere del Sovrano Pontefice: prova ad un tempo che i chiari ingegni italiani, benché vissuti ed allevati sotto il dispotismo dei chierici, già accoglievano e proclamavano i sacri principii della libertà.
Sosteneva il difensore di De Rolandis che a soddisfare la pubblica vendetta erano assai le morti miserande dei due Zamboni, e che forse una follìa giovanile non fu mai cagione di sciagure più deplorabili. Ma al governo papale, che della prima fanciullerìa di Zamboni, quattr'anni addietro non si die'pensiero, ora mettevano spavento le novelle di fuori ed il mormorare dei malcontenti che di giorno in giorno aumentavano: laonde Aldini terminava la sua difesa volgendo al Cardinale presidente queste parole: Non si dirà che i tempi sono difficili, che perciò la causa presente è assai grave e la salute pubblica esige uno straordinario esempio di severità. Queste parole barbare e proprie della timida politica dei despoti, non si udiranno dinanzi a voi, eminentissimo Principe, e nell'augusto tempio della giustizia. Ove la legge assolve guai a quel giudice che ardisse di condannare. La legge vuole si punisca il fallo e non la intenzione di fallire. Se a colui che mosse il passo verso il delitto si chiuderà la via del ritorno, se avrà la pena stessa chi si mette nel cammino della colpa e chi giunse alla méta, non vi sarà alcuno che si ritragga, perciocché la disperazione ed il timore stesso del gastigo lo costringeranno a cercare suo malgrado nella esecuzione del misfatto la propria salvezza che non potrà sperare nel ravvedimento.
Parve che le ragioni eloquentemente esposte dal difensore avessero guadagnati gli animi del Cardinale e dei giudici della Congregazione criminale in pro dei processati; universalmente si aspettava una sentenza mite per De Rolandis, assolutoria per gli altri, ed Aldini stesso si teneva sicuro del buon esito del giudizio; quando il dì appresso nella piazza grande e ai capi di strada videsi affisso un piccolo cartello a stampa che qui trascrivo.

Sabato, 23 aprile 1796.

Nella piazza del mercato presso la Montagnola si eseguirà la giustizia della forca contro
Giovanni De Rolandis piemontese, il quale unitamente a Luigi Zamboni bolognese e ad altri aveva tentata una sollevazione in questa città; e però, restando condannata la memoria del detto Zamboni premorto nelle carceri con perpetua infamia, saranno esposti ancora sotto la forca
Antonio Forni e Cammillo Galli, bolognesi e quindi si trasmetteranno alla galera in vita con stretta custodia.

La sentenza ordinava inoltre che la effigie di De Rolandis fosse a sua perpetua infamia ed a pubblico esempio, dipinta in luogo da destinarsi. (1)

1) Il Cap. V del Bando Serbelloni, che era il Codice penale vigente nella Legazione di Bologna, al delitto di ribellione imponeva la pena della morte colla demolizione della casa e colla pittura infarne. Ma un Legato a latere non era tenuto di uniformarsi al Bando, e stava in sua balia il condannare, l'assolvere, il graziare. A formare un concetto di quel Bando basterà notare, che pel Cap. III, chi avesse tentato di baciare violentemente in pubblico una donna onesta, con atto prossimo, sebbene non gli riuscisse di baciarla, si doveva condannare alla galera perpetua; e se ebbe in animo di impedire o di contrarre un matrimonio, alla pena di morte e nelle stesse pene chi avesse prestato aiuto, consiglio, od in altro modo fosse complìce dì questo delitto.

Aldini tentò se vi fosse modo di ottenere grazia dal Legato a latere, e fu invano. Oppresso da rammarico volle informarsi di ogni particolare sull' ultim' ora del giovane sciagurato, ed apprese, per bocca del canonico Giambattista Morandi suo confessore, che all'annunzio della condanna inaspettata svenne esclamando povera mìa madre! Ricuperati gli spiriti, accolse i conforti della religione. Ricusò di prender cibo, e privo di forza portato da un becchino nella stanza, in cui lo attendeva il carnefice venuto da Reggio per lui, fu collocato nello scanno, in cui agonizzano i condannati al patibolo. Giunto alla montagnola ripigliò fiato, baciò il confessore, discese da sé lo scanno, e di nuovo sclamando povera mia madre!
Ricuperati gli spiriti, accolse i conforti della religione. Ricusò di prender cibo, e privo di forza portato da un becchino nella stanza, in cui lo attendeva il carnefice venuto da Reggio per lui, fu collocato nello scanno, in cui agonizzano i condannati al patibolo: Giunto alla montagnola ripigliò fiato, baciò il confessore, discese da sè lo scanno, e di nuovo sclamando povera mia madre! si diè in mano al canefice.
Brigida Borghi, orbata miseramente del figliuolo e del marito, fu per le vie di Bologna trascinata e da mani infami percossa nelle reni ignude, poi chiusa in un carcere a vita fuori della provincia. (1)
Aldini per dolore infermò; ma la rinomanza dell'ingegno, della dottrina, della bontà dell'animo di cui era fornito, divenne più chiara e più popolare, e sempre maggiore l'avversione al governo di Roma.

1) Correspondance de Napoleon I, publiée par ordre de l'Empereur Napoleon III, Paris, 1858, T. 1, pag. 448, n. 709: vi si contiene la nota dei condannati per la supposta ribellione e chiusi nelle fortezze e nelle galere. Dottor Lucci, (o Succi), Dottor Pietro Gavaselli, Brigida Zamboni, Barbara Borghi nella fortezza di San Leo, Tommaso Bambocci e Pietro Succi nel forte di Ancona, Camillo Tomessani (o Galli) ed Antonio Forni nelle galere di Civitavecchia, ed Alessio Succi esiliato.

CAPITOLO II.

Sceso nella Lombardia l'esercito di Francia, Bologna invia suoi deputati e Roma il miuistro di Spagna a Bonaparte. — Ingresso dei Francesi in Bologna. — Tolto il governo di Bologna al Pontefice e dato al Senato temporalmente. —Messi a ruba i denari del pubblico, i depositi del Monte, le opere più pregevoli di pittura. — Contribuzioni di cavalli, di tele. — Tassa di quattro milioni di lire. — Armistizio fra Francia e Roma.— Deliberazioni del Senato. — Insurrezione di Lugo. — Aldini, Savioli e Conti deputati dal Senato al Direttorio della repubblica francese.

In quell'anno 1796 l'esercito repubblicano, già sceso dalle Alpi nella Lombardia, dava vista di grandi apparecchi e voce nei suoi proclami di volere occupare tutta l'Italia. I governi degli altri stati italiani trepidavano, e dei popoli erano vari i giudizi ed i voti; alcuni temevano, altri speravano, tutti stavano in sentore.
Pio VI, cedendo alle esortazioni di Leopoldo di Toscana, di Giuseppe II che in persona visitò, e del Tanucci che reggeva nella corte di Napoli, aveva lasciato abolire la ghinea e disfare monasteri. Que' principi e quel ministro secondavano il progredire del secolo; ed a ciò appunto aspiravano i popoli degli Stati pontificii e domandavano riforme. Ma il Pontetice ai popoli non dava orecchio, e perfino ricusava l'udienza ai senatori Angelelli ed Hercolani recatisi a lui coll'incarico di ambasciatori della repubblica bolognese.
Non andò guari che si sparse la fama delle vittorie di Bonaparte, ed aggiungevasi che il Generale vittorioso, sgombra la Lombardia dai Tedeschi, moveva guerra a tutti i principi italiani e si inoltrava minaccioso verso il cuore della penisola. Laonde il senato di Bologna, essendo il Legato a latere impotente ed irresoluto, ricorse alla corte di Roma chiedendo aiuto ed istruzioni, e solo queste ottenne, dopo lungo indugio, indeterminate ed ambigue. Ridotto a dover fare da sé, deliberò di mandare a Parma, ove stava a campo il Generale, come suoi deputati il Marchese Angelo Marsigli ed il Conte Giuseppe Malvasia senatori, (1) affinché indagassero quali erano le intenzioni di lui, se di spingersi avanti fino a Bologna o di tenere altra via, quale il procedere dell' esercito nei luoghi occupati.
Roma mandò mediatore a Bonaparte, ch'era tornato a Milano, il cavaliere Don losè Nicolao d'Azara ambasciatore e ministro plenipotenziario di Spagna presso la Santa Sede, nella cui mediazione molto confidava. Spagna assolutissima teneva amistà col Direttorio della repubblica francese, e d'Azara, che si sentiva molto innanzi nelle arti cortigianesche ed era legato d'intima amicizia a Girolamo Bonaparte, si prometteva di potere disporre a sua voglia del Generale in capo dell'esercito d'Italia. Gli aveva recata in dono la testa scolpita in marmo di Alessandro il grande, greco lavoro pregevolissimo tenuto pel solo ritratto vero ed autentico di queir eroe; (2) dono magnifico di per sé e condito di fina adulazione.
Giunto in Milano il D'Azara, era fuori di ogni convenienza diplomatica che deputati di una provincia si accontassero con un Ministro regio ed in fama di negoziatore abilissimo; ond'eglino tornarono voti di utili notizie e pieni di vane speranze nella missione di Roma.
Intanto le truppe francesi si avvicinavano, ed il Cardinale Legato di Bologna, fatto sicuro che, se pur venissero, andrebbero a dilungo, come uccelli di passo, senza fermarsi, il 21 del maggio pubblicò un Editto, per cui guai a coloro che avessero osato di suonar campane a stormo, o solo di fare malviso ai soldati francesi, che da amici, quali erano, si dovevano trattare e rispettare.
Il senato aveva provveduto che nella città s'introducesse grano, fieno, biada più dell'usato, affinché ve ne avesse pel bisogno dei cittadini e dei soldati francesi, e la penuria non fosse causa di disordine. Di quella sua previdenza gli fu poi dato carico dal governo di Roma, quasi avess' egli chiamati i Francesi.

1) Botta, nel libro VII della sua storia, in luogo del Marchese Marsigli pone il Senatore Caprara, ed aggiunge a que' due l'avvocato Pistorini.
2) Quella testa di Alessandro si conserva tuttora nél museo del Louvre.

Poco stante si ebbe notizia che Foste repubblicana già era entrata nella provincia, ed il Senato tornò allo spediente, né altri seppe suggerirne il Cardinale Legato, di mandare deputati al Generale. Il Conte Malvasìa sunnominato andò a San Giovanni in Persiceto, ed il Conte Carlo Caprara a Crevalcore (1) ove giunse l'avanguardia la mattina del 18 di giugno.
Or mentre si attendevano novelle per fare que' preparamenti che abbisognassero, la sera stessa del 18 di giugno, un distaccamento di cavalleria francese alla sprovista entrò in Bologna come vi stesse a casa. Verdier, che lo comandava, si recò dritto nel palazzo pubblico e, condotto per la più breve davanti ai senatori che ivi si trovavano, annunziò che la mattina appresso arriverebbe tutto l'esercito ed ordinò si preparassero i quartieri ed i foraggi, e si assicurassero i cittadini che i repubblicani francesi venivano come amici e rispettavano la religione, il governo, le proprietà. Ripetè la lezione al Cardinale Legato, il quale con editto del 19 notificò qnelle promesse agli abitanti della città e del contado, e prescrisse che ognuno badasse alle sue faccende, come se non vi fossero truppe straniere, e seguiva la solita comminatoria di pene gravi ai trasgressori ed anche della morte ad arbitrio.
Il Senato fece allestire fuori della Porta maggiore i quartieri dei soldati e nelle case suburbane gli alloggi degli uffìciali come per dar loro la via; da che, avendo appresi i casi di Pavia del 25 di maggio, dugento cittadini ostaggi in Francia, ed i magistrati fucilati, punto non si curava che quegli amici pigliassero dimora.
La mattina appresso Augereau Generale di divisione arrivava in Bologna, e lo precedeva il Senatore Caprara pago in Vista dell'esito della sua missione e della nuova conoscenza.

1) Pio IX, allorché nel 1856, fece in Bologna lunga dimora, alla provincia, che chiedeva riforme, concedè che Crevalcore si chiamasse Buoncore e Malalbergo, Buon Albergo.

Augereau, cui era stata indicala la via diritta verso porta maggiore, pervenuto davanti la fontana del Nettuno, fece dar volta ad alcune compagnie, le quali, schierate davanti al palazzo pubblico, posero di qua e di là due cannoni colle micce accese, dando così a conoscere ch'erano di quegli amici a cui non si può dir di no. Fatti prigionieri i soldati del Papa in tutli quattrocento, (1) de'Francesi alcuni si sdraiarono sulle scalee della Basilica di San Petronio, gli altri si acquartierarono per la Città.
Sulla mezzanotte giunsero in Bologna Bonaparte Generale in capo e Saliceti Commissario del Direttorio di Francia, e la mattina del 20 Bonaparte ordinò ai Cardinali legati di Bologna e di Ferrara anch'essi prigionieri di guerra, al vice-legato, al gonfaloniere, ai senatori di Bologna, all'uditore ed al comandante della fortezza di Ferrara 2 di recarsi il giorno appresso prima del mezzodì nel palazzo ov'egli dimorava; 3 primo atto di padronanza. Ivi parlò a lungo e si mostrò istrutto della storia di Bologna: ei voleva, disse, restaurare i privilegi antichi della Repubblica bolognese, e frattanto attribuiva il potere legislativo e l'esecutivo al Senato, che doveva giurare fedeltà alla Repubblica francese, e gli dava facollà di riguardare come nulli tutti i decreti di Roma che avevano tolta o ristretta al popolo la libertà. Bonaparte aveva per iscopo di spaventare la corte pontificia e di renderla vie più odiosa ai Bolognesi, tanto che facessero d'ogni loro potere per non cadere di nuovo sotto il giogo di Roma e per non sottostare alle sue vendette.(4) Mentre dimorava in Bologna prese contezza degl'impiegati e trovò che tutti si potevano lasciare nei loro offici, (5) s'informò del processo contro Zamboni e de Rolandis e de cretò che i loro coinquisiti detenuti nelle carceri del Torrone fossero immediatamente posti in libertà.

1) Correspondance de Napoléon I, T. 1, pag. 417, n. 663.
2) Correspondance de Napoléon I, T. 1, pag. 413, n. 657 e pag. 418, n. 663 Furono dichiarati prigionieri di guerra anche i Comandanti di Forte Urbano e della Fortezza di Ferrara entramhi Cavalieri di Malta.
3) Bonaparte prese alloggio nel palazzo Senatorio Pepoli, che doveva poi scadere in retaggio ad un suo pronipote nato da Letizia Pepoli figlia di Carolina Murat. Saliceti andò ad abitare nel palazzo Gnudi.
4) Corresp. pag. 441, n. 665.
5) Ivi, pag. 448, n. 709. Je n'ai pas changé ici un seul employé: hormis le légai du Pape, tout le reste est prononcé et trcs-décidé pour le peuple.

Il cavaliere d'Azara intanto, scornato e triste di aver perduti i passi, giunse in Bologna ed, unitosi al marchese Antonio Gnudi altro incaricato del Papa, il 23 di giugno conchiuse con Bonaparte e con Saliceti un armistizio, per cui il Papa doveva riparare gli oltraggi ed i danni toccati ai Francesi negli Stati della Chiesa e segnatamente alla famiglia di Basseville assassinato, liberare i carcerati per cause politiche, aprire i porti ai Francesi, chiuderli ai loro nemici, dare cento quadri, vasi, statue, busti compresivi quelli di Giunio e di Marco Bruto, cinquecento manoscritti a scelta dei commissari francesi, ventuno milioni di lire, di cui circa tre quarti in oro ed in argento, il resto in derrate, stanza alle truppe francesi in Bologna, in Ferrara e nella cittadella di Ancona e passaggio libero per tutto lo Stato. Niuno più dubitava che i Francesi non avessero in animo di rimanere e già riusciva grave quella ospitalità forzata, ed il vedere quei soldati assai male in arnese dava a temere che bisognasse alloggiarli non solo, ma anche spesarli e vestirli.
Il Cardinale a latere aveva data certezza che i Francesi rispetterebbero la religione, il governo, le proprietà; l'Arcivescovo ed il Senato ripeterono poi queste assicurazioni lasciando indietro il governo dopo che si erano mandati via con mal comiate lo stesso Cardinale legato, i suoi ministri ed uditori. Il vice-legato monsignor Giacinto Orsini rimase in ostaggio fino alla metà del luglio presso il Barone Capelletti ministro in Bologna della corte di Spagna.
Per queste promesse reiterate e solenni delle autorità civili ed ecclesiastiche e per essersi veduto fucilare ipso facto un soldato che aveva rubato un calice in una chiesa,(1) nessuno pensò di ripigliarsi i depositi di gioie, di oro, di argento dal Monte di Pietà, onde caddero nelle mani dell'ordinatore Aubernon per diritto, si disse, di conquista; si eccettuarono soltanto, per ordine di Bonaparte, i depositi che non oltrepassavano il valore di dugento lire, i quali furono gratuitamente restituiti: Bonaparte, cui stava a cuore di farsi amico il popolo minuto più numeroso e più ardito, aveva detto nel suo proclama che non gli soffriva l'animo che i suoi allori fossero bagnati dalle lagrime dei poverelli.

1) Corresp. pag. 418, n. 663.

Le querele furono molte ed acerbe contro il Senato che aveva creduto ai Francesi, quasi che questa credulità fosse da imputarsi soltanto a chi pubblicò le promesse, non a quelli che cosi bonariamente vi si affidarono.
Mentre si rapivano i depositi dal Monte di Pietà, si volavano le casse pubbliche, si metteva accatto di cavalli per farne destrieri da battaglia, e di tele di canapa per coprirne i soldati mezzo ignudi; (1) e, mentre si tassava la provincia di quattro milioni di lire tornesi 2 da pagare entro otto dì colla malleveria propria dei Senatori, Bonaparte faceva dire al Senato nell'editto del 21 di giugno 1796 che la Repubblica francese non profittava del diritto di conquista se non se per rendere al popolo bolognese i diritti ed i privilegi che gli erano slati tolti.
Coloro che mai non ebbero ad ingolfarsi per entro a questi impicci, forse prenderanno a scherzo taluno dei provvedimenti, a cui si appigliarono i Senatori, i quali dovevano sborsare del proprio i quattro milioni se non si riscuotevano negli otto dì. E non era questo pensiero che più li metteva in travaglio; consideravano la difficoltà di dovere in così breve tempo imporre con giusta proporzione i cittadini; se, esaurite le casse pubbliche, anche votavansi le private, se si privavano i facoltosi dei loro cavalli e del denaro contante, e se eglino perciò si tenevano costretti di restringersi nello spendere e di licenziare cocchieri, palafrenieri, staffieri e gli altri famigli di nome e di officio diversi, come tenere a freno quel servidorame a un tratto congedato?
Il Senato in questo frangente con editto del 25 di giugno notificò gli ordini del Generale e dei commissari Garreau e Saliceti e lo spediente prescelto per cavarne le mani. Doveva ognuno secondo la sua possibilità sovvenire ai bisogni dello Stato, e siccome sapevansi ad un dipresso le ricchezze in suppellettili preziose che questi e quelli possedevano, ad una Giunta di dodici davasi l'incarico di formare la lista dei sovventori e di fissare la somma di cui ciascuno sarebbe gravato, da soddisfarsi tutta o la maggior parte in oro ed in argento lavorato. Primi ad offrire sarebbero i conventi, i sacerdoti, i luoghi pii, i quali riterrebbero soltanto gli arredi sacri d'oro e d'argento necessari al culto religioso, e delle offerte loro costituirebbesi un credito verso lo Stato, non fruttifero provenendo da cose di loro natura infruttifere ed inalienabili. Agli altri sovventori spetterebbe il frutto del cinque per cento guarentito sui beni del clero regolare e secolare in virtù delle facoltà date al Senato, con lettera del Cardinale Segretario di Stato del 21 di giugno, di ipotecare que'beni a guarenzia dei contribuenti e per qualsiasi pubblico bisogno. Si dichiaravauo benemeriti della patria coloro che avessero esibito più che la quota loro attribuita. Niuno (così conchiudeva l'editto) vorrà esporre i Senatori alle conseguenze di un ritardo a pagare la imposizione: chi rinunzia al lusso di masserizie inutili e ricava sul loro valore un cinque per cento, di tanto aumenta la rendita: ninno perciò prenda pretesto dalla contribuzione per minorare spese o disimpiegare persone, e se taluno per altra cagione vorrà licenziare un impiegato o servitore, dovrà senza indugio sostituirne un altro.

1) Correspondance de Napoléon I, T. 1, pag. 455, n. 723. Il va partir de Bologne quatre-vingts voitures chargées de chanvre pour Nice, où elles seront à votre disposilion.
2) Di valore presso che uguale alle bolognesi, ossiano circa quattro milioni e dugento cinquanta mila lire italiane.

I Senatori, messi alle strette, furono i primi a disfarsi dei cavalli, degli ori e degli argenti, e contuttociò non usarono parsimonie, non mandarono via nessuno. Speravano che gli altri patrizi farebbero altrettanto e gli ori e gli argenti verrebbero a furia; ma i più invece si affrettarono di appiattarli nonostante la pena comminata del doppio della tassa e della confisca delle cose occultate.
La Giunta delle contribuzioni, non avendo voluto assumere sopra di sé lo stabilire quanto dovesse contribuire ciascuno dei posti in lista come facoltosi, li invitò a dare denunzie spontanee, le quali si ommisero affatto o non si fecero conformi al vero; quindi editti sopra editti con esortazioni e con minacce. In fine il Senato si recò al punto di ordinare con altro editto del 22 di luglio, che chiunque avesse ad investire denaro in cambi, in censi, in luoghi di monte o simili, lo collocasse invece presso la Giunta delle contribuzioni sotto le cautele menzionate nell'editto del 21 di giugno, vietando e dichiarando nulli gli altri investimenti, e sottoponendo a multe i notai rogatori che vi prestassero mano o non li denunziassero. In questa guisa pagata una parte della tassa, s'ebbe per fare il saldo un po'di respiro.
Il Senato si smarriva in quel laberinto di guai, ov'era entrato per forza e da cui non trovava la via di uscire; gli era venuta in ira una signoria incerta, caduca, procellosa, e le male lingue dicevano ch'egli mirava a ritenerla in perpetuo. In fine il 1° di luglio il Senato creò un'altra Giunta incaricata di proporre una forma di governo, che ritraesse da quella acuì Bologna si reggeva nel tempo della sua indipendenza, una Costituzione insomma da attuarsi tosicené dalla Repubblica francese venisse assicurata la stabilità del nuovo Stato. Là Giunta della Costituzione si compose di trenta deputati, fra cui quattro sacerdoti, e dei senatori nè pur uno.
In mezzo a quel subito e non ispontàneo commovimento di un popolo da secoli renduto inerte e neghittoso, taluni tristi od ambiziosi si sollevavano come il lezzo nello agitarsi di acque stagnanti. Costoro formarono combriccole, in cui latrando con una facondia sleale e forsennata, incitavano la moltitudine a disprezzo contro ogni ordine antico, contro l'autorità del Senato, contro i nobili, i preti ed i frati, ed eglino si nietlavano innanzi come quelli che saprebbero cambiare faccia alla cosa pubblica e condurre all'acquisto della libertà e della uguaglianza. Si erano innalzati nella piazza alberi della libertà, d'intorno ai quali si consumava il tempo in grida, in balli, in mattezze d'ogni maniera. Dopo di avere atterrati tutti gli stemmi papali, dava molestia fino alla statua di Gregorio XIII sedente sopra la porta del palazzo pubblico, e fu d'uopo mutare la tiara in una mitra e farne un san Petronio. Si dissotterrarono con pompa le ossa di Zamboni e di De Rolandis, chiuse in un'urna si portarono trionfalmente alla Montagnola, e levata via la insegna di macigno (1) che sporgeva dalla sommità della colonna nella piazza del mercato, ivi fra canti e suoni le collocarono. Brigida Borghi era tornata in Bologna, ma, tenendosi sfregiata di vergogna incancellabile pel pubblico scorno che aveva avuto a soffrire, di farsi vedere non osava; onde, recatasi di soppiatto nella casa di una sua conoscente, stette, tutta in lagrime, osservando dall'abbaino quello spettacoloso riscatto della memoria del suo Luigi.
Frattanto que' che avevano avversione al nuovo ordine di cose si adoperavano sordamente nel suscitargli contro il basso popolo, a cui davano a credere che i Francesi e gli aderenti loro mirassero a distruggere la religione. All'udire lo strazio che se n'era fatto in Francia, ove non ne rimaneva pur l'ombra, que'che sinceramente la professavano, ed erano i più, tenevano per fermo che le autorità civili e le ecclesiastiche anche in questo si fossero lasciate ingannare. In fatti avevano promesso che non si sarebbero toccate le proprietà, e contuttociò si erano votate le casse, levati i depositi del Monte, imposti accatti e balzelli e per soprappiù spogliati gli altari delle più belle opere di pennello, togliendole allo studio delle belle arti ed alla venerazione dei fedeli, e per fino si erano portate via le cose di maggior pregio dai gabinetti scientifici della Università. (2)
Il governo transitorio del Senato doveva vegliare i demagogi fautori della uguaglianza, e schermirsi da altri demagogi della teocrazia, gli uni e gli altri raggiratori e sovvertitori delle ignoranti moltitudini.
In questo mezzo il Senato ebbe l'annunzio della insurrezione di Lugo ed apprese che il Vescovo d'Imola, accorsovi per frenare colle preghiere il furore popolare, non aveva potuto impedire che la masnada del Morone non facesse strazio di due commissari francesi e che non fosse perciò quella città messa a sacco, e passata a fll di spada una parte dei cittadini.

1) La insegna rappresentava sei monti e sopra una stella, ed era l'arme di Fabio Chigi da Siena, Papa Alessandro VII, sotto il cui pontificato fu inalzata la colonna l'anno 1658.
2) Correspondance de Napoléon I, T. 1, pag. 418, n. 663. Le citoyen. Barthèlemy s'occupe dans ce moment-ci a choisir les tableaux de Bologne. Il comple en prendre une cinquataine, panni lesquels se trouve la Sainte Cécile qu on dit etre le chef-d'auvre de Raphaèl. Monge, Berthollet et Thouin sont à Pavie où ils s'occupent à enrichir notre Jardin des Plantes et notre Cabinet d'Histoire naturelle. Je pense qu'ils seront après-demain a Bologne, où ils auront aussi une abondante récolte à faire.

Bonaparte, prima di partire, aveva detto al Senato ed ai corteggiatori recatisi ad ossequiarlo: Vi lascio liberi, ma non posso rendervi indipendenti: rivolgetevi perciò al Direttorio; ed aveva lasciata una lettera commendatizia indirizzata a Carnot uno dei direttori. Il Senato pertanto deliberò d'inviare deputati al Direttorio della Repubblica francese, al fine principalmente di chiudere ogni via al ritorno della dominazione di Roma, di non ricadere sotto le ingiustizie antiche o di non sopportarne di nuove incitate dalla vendetta.
Importava assai il fare buona scelta; perciocché dei moltissimi, che avevano mostrato di assentire alle avvenute novità, taluni per vero o finto entusiasmo erano usciti del seminato, altri per debolezza d'animosi erano piegati senza querele ad ogni volere dei nuovi ospiti. Aldini aveva abbracciati apertamente e con fede gli ordini nuovi, ma non si era lasciato abbagliare da promesse bugiarde, non si era dato a sperare cose impossibili e, resistendo animosamente contro la prepotenza e le ingiustizie degli unì, le sregola tezze e le disorbitanze degli altri, si era adoperato, per quanto da lui dipendeva, nel volgere gli avvenimenti inevitabili al maggior bene della patria, ond'era di Aldini grande il nome, grande nelle deliberazioni delle cose pubbliche l'autorità. Già ei s'era posto in cuore, ed a Bonaparte aveva comunicato il suo pensiero, che delle provincie occupate dai Francesi si formasse intanto uno Stato, quasi a modello ed a richiamo degli altri stati d'Italia, affinché passo passo tutti poi si unissero sotto lo stendardo della libertà.
Aldini fu dal Senato eletto a deputato presso il Direttorio di Francia e gli furono dati per compagni il conte Lodovico Savioli senatore ed il dottor Gaetano Conti medico di Castel San Pietro, e per segretario Sebastiano Bologna. (1) I deputati partivano da Bologna il 4 di luglio 1796 accompagnati dagli augurii felici del Senato e dei concittadini.

1) Correspondance de Napoleon I, T. 1, pag. 432, n. 635. Al Direttorio La Lègatìon de Bologne est une des partìes les plus riches des Etats du Pape. On ne se fait pas une idèe de la fiuine gue cette ville a puur la domination papale. Ce Pape-cì leur a otè une grande partie de leiirs privilèges, auxquels ils paraissent fort attachès. Comme ils ont vu que leur sort dèpendait du traité de paia:, ils ont le projet de vous envoyer des dèputès. E pag. 447, n. 709. Ils nous aiment avec enthousiasme, ils ayent avec empressement et ils haissent le Pape avec ardeur. Les nobles et les grands Seigneurs qui sont à la tête du gourvernement sont des hommes modèrès et sages. Le Sènat vous envovoie trois dèputès. Ils regarderaient camme le plus grand malheuir de rentrer sous la domination papale; je crois qui'il n'est pas de notre génèrositè de les y contraindre. Segue dicendo che di Bologna, Ferrara e Romagna si potrebbe fare una repubblica che con due porti sull'Adriatico starebbe a petto di Venezia, annienterebbe il potere papale e condurrebbe poi Roma e la Toscana nella via della libertà. Ed a pag. 451, n. 715, leggesi la commendatizia al Direttore Carnot del 2 di Luglio suddetto. Les porteurs de la présente, mon cher Directeur, sont les dèputès de la Lègation de Bologne qui 'viennent a Paris pour rèclamer et plaider les intèrêts de leur patrie, au moment de la conclusion de la paix avec le Pape. Je vouss ai làdessus dèveloppè,par le courier de ce matin (N° 709), qu’il porrait etre fintèréi de la Rèpubblique dans celie circonstance; mais je sais bien que ces petits calcids sont subordonnès aux autres gènèrales.

Omissis

 

l'Avv. Antonio Aldini