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dicembre 1746: la rivoluzione di Portoria
La rivoluzione
genovese scoppiata in Portoria fa parte degli avvenimenti della
guerra per la successione austriaca. Morto Carlo VI nel 1740,
sua figlia Maria Teresa dava per certa la sua successione ritenendo
che la «legge salica», la quale vietava alle donne
la successione al trono d'Austria, fosse stata abolita dal padre.
Di diverso avviso erano Prussia, Francia e Spagna che la ritenevano
ancora vigente: infatti venne eletto imperatore il duca di Baviera
che prese il nome di Carlo VII.
Genova cercò di restare fuori dalla contesa. Ma il
suo tentativo fallì per l'antica rivalità con i
Savoia; questi ultimi, in compenso degli aiuti che avrebbero prestato
all'Austria, ebbero da Maria Teresa la promessa della cessione
di diverse terre tracui il marchesato di Finale acquistato dai
Genovesi da Carlo VI per una rilevante somma. «Una sottigliezza
formale è che Genova entra in guerra contro il Piemonte,
non contro l'Austria...» scrive Teofilo Ossian De Negri.
Ai Genovesi non rimase che allearsi con gli spagnoli e i francesi,
attirandosi le ire degli austriaci. E mentre all'inizio della
guerra pareva che le sorti fossero propizie agli alleati genovesi,
più tardi la situazione si invertì e Genova rimase
da sola alle prese contro il nemico. Gli Austriaci sotto il comando
del generale Brown superata la Bocchetta scesero a Campomorone
e il 4 settembre 1746 entrarono in San Pier d'Arena. Il giorno
6 settembre i Genovesi dovettero accettare le gravosissime condizioni
imposte dal generale austriaco Botta Adorno. Una volta
padroni gli austriaci chiesero con prepotenza grandi quantità
di denaro e armi che la Repubblica possedeva per la sua difesa.
Era il 5 dicembre 1746 sul tramontare quando un drappello di soldati
austriaci trascinava per la via di Portoria il mortaio «Santa
Caterina» prelevato alla Cava dalle alture di Carignano.
Ad un certo punto la strada sprofondò sotto il peso del
mortaio. I soldati chiesero in malo modo un aiuto alla gente del
posto e quando un caporale alzò il bastone contro un uomo
per farsi ubbidire, finalmente il popolo perdette la pazienza.
E quando, gridando «Che l'inse?» (ovvero «che
la incominci?»), un ragazzo, il Balilla (1),
lanciò il primo sasso, una pioggia di altri sassi venne
scagliata sugli invasori austro piemontesi che furono costretti
ad abbandonare il mortaio e a darsi alla fuga.
(2) Una lapide ricorda l'avvenimento: si può
scorgerla all'angolo di via XX Settembre e via 5 Dicembre, strada
di Portoria che è stata denominata proprio con la data
dell'inizio della rivoluzione contro l'oppressore austro piemontese.
Il monumento dedicato a Giambattista Perasso, si trova a Genova,
davanti al palazzo di giustizia, in zona Piccapietra, incastonato
tra edifici che ne riducono la visibilità.
Balilla
Traendo
liberamente da Vito Vitale (Breviario della Storia di Genova,
Genova, 1955), ricordiamo che un punto molto controverso è
l'identità personale dell'ardito monello che generosamente
diede il segnale dell'insurrezione.
Poiché nessuna narrazione storica e poetica contemporanea
e nessun docu mento
dà il nome del fanciullo di Portoria (anzi per lo più
ne è taciuto anche il gesto) si è arrivati a sostenere
che
si tratti di pura leggenda. Ma la sua esistenza non può
essere messa in dubbio: un dispaccio del veneziano
Cavalli al suo governo in data 23 gennaio 1747 (quindi a poco
più di un mese dall'avvenimento) parla di un manifesto
del «nuovo governo» contenente la frase: «la
prima mano onde il grande incendio si accese, fu quella
di un picciol ragazzo, quel dié di piglio ad un sasso e
lanciollo contro un ufficiale tedesco».
Un ragazzo dunque che, non potendolo individuare, chiameremo col
nome eternato da Goffredo Mameli: Giovanni Battista
Perasso. Bisogna infatti ammettere che l'identificazione personale
di Balilla in Giambattista Perasso, nato nel 1729 nella parrocchia
di Pratolongo di Montoggio, (paese montano di Genova) è
apparsa a un secolo di distanza, nel 1845. A lui si è contrapposto,
nel 1865, un altro Giambattista Perasso nato nel 1735 nella parrocchia
di Santo Stefano, in Portoria, (nel quartiere genovese di Portoria),
(Sulle case dove nacquero fu posta una lapide commemorativa).
La Società Ligure di Storia Patria, invitata dal Municipio
e dal Ministero della Pubblica Istruzione nel 1927 a riferire
sulla vessata
questione ha risposto che, allo stato attuale delle conoscenze
e della documentazione, non è possibile identificare con
sicurezza il «ragazzo delle sassate».
Diciamo quindi col Donaver che il monumento di Portoria anziché
un eroe rappresenta «l'ardire generoso d'un popolo che,
giunto al colmo dell'oppressione, spezza le sue catene e si rivendica
la libertà».
(1) "Balilla" era un nomignolo che voleva significare "monello"
o "ragazzo", mentre per altri voleva significare "Baciccia", che
a Genova è diminutivo di Giovan Battista.
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