Comitato Guglielmo Marconi International
Fondato nel 1995


Gli 80 anni della radio. La vera storia della radio locale a Parma

In Italia, crescono antenne come funghi.
Serve un vecchio trasmettitore militare riadattato, da pochi watt,
un'antenna da cb riadattata, uno sgabuzzino e tanta voglia di sfogarsi.
Radio Parma nel dicembre 1974 iniziņ le trasmissioni sperimentali,
e dal 1° gennaio 1975 i programmi regolari,
è considerata la prima radio privata italiana,
o almeno quella che a tutt'oggi trasmette continuativamente da più tempo.


08/10/2004 - Voci, fruscii, suoni e musica. Antico strumento di comunicazione. Motrice di fantasie e sogni. Seconda solo ai giornali, in quanto ad antico mezzo d'informazione. Fantastico esempio di abbattimento delle distanze. Signori e signore, sua Maestà la Radio. 80 anni di vita, di trasformazioni e difficoltà. 80 anni di passione. Perché gli organi vitali delle radio di tutto il mondo sono la fedeltà dei suoi ascoltatori e la reciproca stima tra chi parla e chi ascolta. Un matrimonio che va avanti da quasi un secolo, malgrado nell'ultimo decennio abbia evidenziato crepe e difficoltà.
La radio, insomma, sta diventando vecchia e le rughe si vedono tutte. Internet, forse, è un ottimo intervento di lifting, utile per ridare bellezza e splendore ad una signora comunque e sempre affascinante.
Parma e la radio: la storia è lunga, molto lunga. Un romanzo che è la spina dorsale delle emittenti libere italiane. Questa città, infatti, ha dato il "la" alla prima radio libera d'Italia, sebbene in materia di storia della radio esistono alcune contraddizioni e/o rivendicazioni di primato. Ma il primato spetta a Parma, sicuro. Per dare maggiore credibilità a questa tesi, abbiamo intervistato Gabriele Majo, 40 anni, giornalista professionista, collaboratore di numerose testate nazionali, oggi coordinatore della comunicazione del Parma F.C., profondo conoscitore del panorama radiofonico locale, visto che la prima volta che ha usato un microfono, aveva solo 11 anni, come racconta lui stesso: "Era il giugno del 1975, facevo la quinta elementare e a causa della mia allergia ai pollini, quel giorno rimasi a casa e mentre sfogliavo le pagine della Gazzetta di Parma mi accorsi dell'esistenza di una radio, Radio Parma, ubicata in via Farnese. Ero troppo curioso, dovevo andare a vederla. Si trovava dalla parte opposta della città, che per un bambino di 11 anni che abitava in zona Arco San Lazzaro, era una bella trasferta. Volevo fare un intervista al direttore della radio, perchè ai tempi facevo un giornalino che si chiamava "L'Eco del Quartiere". Quando sono arrivato in via Farnese la storia si è capovolta: è stato Drapkind (ex direttore e fondatore di radio Parma) ad intervistare me. L'intervista fu trasmessa all'interno del programma "Buongiorno signora". Nel concludere quell'intervista Drapkind mi disse: se volevo considerarmi uno dei più giovani collaboratori, sarebbero stati lieti di avermi con loro. Il giorno dopo ero già a Radio Parma".
Basta poco, insomma, per capire che di fronte abbiamo un giornalista che negli ultimi trenta anni ha vissuto tutti i cambiamenti del panorama radiofonico locale, sebbene le sue esperienze professionali lo hanno portato anche fuori Parma, dove vanta prestigiose collaborazioni con Mediaset e Radio Capital, per citarne solo alcune.
"Il palinsesto della radio del 1975, confrontato con i palinsesti attuali delle poche radio locali esistenti -attacca Majo-, era molto più completo. La maggior parte delle radio locali di oggi, o fanno soltanto musica non stop o sono dei network. La vera radio locale, sostanzialmente, non esiste più.
Nel palinsesto dei programmi di una volta c'era molta più informazione, musica e tradizioni locali in genere".
Una delle principali cause del declino delle emittenti locali coincide con l'avvento della legge Mammì del 1990, in materia di disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato.
"La legge Mammì ha posto fine al fenomeno della radio locali. Quella legge fu un grosso limite alla nascita di nuove realtà locali. Dalla Mammì in poi non sono nate radio nuove, salvo editori che acquistavano frequenza già esistenti. La legge ha eliminato il far west radiofonico, ma di fatto a posto fine al movimento delle radio libere".
Eppure negli ultimi anni, come sottolinea lo stesso Gabriele Majo, sono nate importanti iniziative che ricordano il fermento radiofonico degli anni 70/80.
"Seguo con curiosità fenomeni interessanti, nati a Bologna e Milano, che mi ricordano il movimento di idee che c'era all'inizio dell prime radio degli anni 70. Mi riferisco alle televisione di quartiere che produce trasmissioni televisive che si vedono solo in una strada o in un singolo quartiere. Queste micro televisioni parlano dei problemi e delle cose curiose che accadono nel quartiere. Il localismo è un esperimento interessante, ma purtroppo fuori legge".
I tempi, in effetti, sono cambiati radicalmente, esempi di radio libere sono una rarità e là dove esistono fanno fatica ad andare avanti.
"Una volta c'era la radio del parroco, come a Traversetolo o a Bardi, che raccontavano la vita del Paese. Per fare un esempio a Bardi c'era Carlo Vaccari che oggi è radiocronista di Radio Capital, era cresciuto in quelle radio private. La radio privata ha formato molti giornalisti che poi sono passati alla televisione.
La crisi della radio a Parma parte dalla fine degli anni 80. Da quegli anni in poi è mancata creatività. Noi negli anni 70 avevamo fatto delle cose molto significative: nel '79 a radio Emilia avevamo fatto una mega diretta, senza cellulari ma con mezzi di fortuna, raccontando il crollo del padiglione Cattani dell'ospedale. Avevamo organizzato un'iniziativa per raccogliere fondi e ricostruire il padiglione dell'ospedale crollato. Nel 1976 ci fu il terremoto in Friuli Venezia Giulia e da Parma erano partiti dei camion di viveri, noi seguimmo l'evento in diretta. Radio Emilia aveva uno studio abbastanza fatiscente in via Zarotto, era un ex magazzino di formaggi che ora è stato abbattuto. Quando c'era stato il terremoto si era formata una preoccupante crepa sulle pareti nella stanza, eppure io e pochi altri appassionati eravamo andati a trasmettere anche di notte e lì ci chiamavano i giornalisti di testate nazionali per avere aggiornamenti sulla situazione a Parma e noi passavamo quelle telefonate in dirette e le facevamo ascoltare a tutti. Era una diretta non stop. Erano i tempi della vera Radio libera. Dopo quegli anni c'è stato l'avvento della televisione che, di fatto, ha sostituito la radio".
Un grande o piccolo contributo alla rinascita della radio lo sta dando in questi anni l'avvento di Internet che potrebbe rappresentare una via d'uscita alla crisi delle radio locali: "La nascita di internet ha fatto bene alla radio. Oggi molte radio hanno il sito internet, c'è una buona sinergia".
Il problema della sopravvivenza della radio resta la televisione: "Può essere che per quanto riguarda l'informazione, radio e televisione si siano passate il testimone. Anche se esistono ancora esempi di buona radio: Radio Parma e Radio 12, infatti, sono esempi di radio fatte bene e con cognizione".
La popolarità, Gabriele Majo, la raggiunse verso la fine degli anni'70 quando dai microfoni di Radio Emilia conduceva un noto programma di dediche e richieste, altro esempio di radio di una volta.
"Era singolare che una trasmissione di dediche e richieste di due ore dove trasmettevamo 8 dischi e il resto erano chiacchiere, perchè non avevamo i soldi per comprare i dischi, riscuotesse tanto successo. A quei tempi avevo 25 anni, chiamavano i ragazzi e si discuteva, era molto costruttivo perchè nel mio piccolo cercavo di educarli. Molti genitori mi ringraziarono. La popolarità che mi ha dato quel programma è imparagonabile con quello che ho fatto dopo, sia come radio sia come televisione o giornali".
La nascita delle radiocronache sportive, tutte figlie del noto programma di Rai Stereo 1 "Tutto il calcio minuto per minuto" ha dato l'ultima spinta alla radio. Migliaia di persone, la domenica pomeriggio, avevano l'orecchio attaccato alla radiolina: "L'avvento della radiocronache ha dato una spinta importante. Poi
con l'avvento della vendita dei diritti radiofonici delle partite di calcio è stata un'altra brutta botta che ha limitato il raggio di azione delle radio locali. Grazie al discorso Parma calcio si poteva raccogliere un pò di pubblicità e garantire qualche stipendio".
La soluzione per ritornare ad un antico splendore sembra lontana: "Non so se ci sono le condizioni per ripresentare la radio come era una volta, forse è il percorso naturale della vita della radio che l'ha portata a questi livelli. Non riesco a pensare ad una ricetta per trovare la rinascita della radio, anche se l'esempio di Radio Parma è da seguire con particolare interesse. Luigi Furlotti (direttore artistico di Radio Parma), che quando entrò in radio aveva appena 16 anni, sta facendo un grande lavoro, sta cercando di riportare Radio Parma ai livelli di un tempo. Speriamo sia così. Mi piacerebbe vedere la riscoperta del localismo. Una volta facevamo la diretta dai bar, non so quanto è possibile -oggi- ripetere queste cose. Oggi la maggior parte degli ascoltatori segue la radio in macchina. Una volta la mattina si ascoltava il radiogiornale, adesso si guarda la TV. Sono tutti esempi che dimostrano quanto sia in crisi la radio. Sono un nostalgico. La sinergia tra radio e tv potrebbe essere migliore. La Tv oggi fa vedere la radio in televisione, ma la radio è un'altra cosa, non è un prodotto televisivo.
Invece che far vedere delle televendite durante la mattina, sarebbe interessante mandare la diretta dei programmi radiofonici, come si faceva un tempo. Le telecamere che entrano nell'affascinante mondo della radiofonia. Questa sarebbe una vera sinergia tra radio e tv.
Gli chiediamo tre nomi da abbinare alla storia della radio parmigiana e tra mille difficoltà, perchè i personaggi da citare sarebbero tanti, Majo fa un breve elenco, su tutti: "Carlo Drapkind il primo direttore responsabile di Radio Parma; Virgilio Menozzi l'ex proprietario di Radio Parma; Marco Toni il primo tecnico che ha ancora il primo trasmettitore di Radio Parma; e Mauro Coruzzi (in arte Platinet) che è un grande esempio di "animale radiofonico", uno veramente bravo. Dispiace che abbia trovato fortuna solo nelle vesti di Platinet. Aveva dei numeri, al di là del personaggio, di grande spessore. E' uno dei prodotti migliori mai usciti da Parma. Ne dimentico sicuramente tanti altri. Il mondo radiofonico di Parma ha sfornato bravi speaker che poi sono finiti in Rai o altrove".
La memoria di Majo sembra un enciclopedia dove trarre ottimi spunti e ricordare una storia lunga e romantica come quella della radio. Il suo racconto spazia a 360 gradi, ma spesso fa riferimento alla prima radio libera italiana quale è stata Radio Parma:
Radio Parma, prima dell'attuale collocazione, aveva avuto tre storiche sedi, una in via Cavallotti, poi in via dei Farnese e infine in Borgo Guasti di Santa Cecilia; lì ci fu il primo vetro che separava la regia dalla sala microfoni. Nel 1978 radio Parma era composta da due sale regia e da una sala microfoni.
La cosa che più mi ha imbarazzato?: inizialmente ero abbastanza afferrato nella parte tecnica. Avevo 14 anni ma giravo in camice bianco e avevo tanti capelli. Ero un esperto, tant'è che nel 1977 mi ero costruito un piccolo trasmettitore artigianale per fare una radio a casa che purtroppo si sentiva poco. Un giorno quando ero a radio Parma, vicino la postazione mixer, avevo un cavo che saliva dalla sala radio fino al trasmettitore, posto al secondo piano. Pensavo fosse poco estetico e che servisse poco alla causa: l'ho tagliato e ho oscurato per qualche ora il segnale di Radio Parma. Resta il fatto che l'errore più diffuso era ed è tuttora quello di dimenticarsi il canale del microfono aperto. Si sono sentite delle bestemmie imbarazzanti".
La chiacchierata con il noto giornalista parmigiano potrebbe continuare all'infinito essendo un grande appassionato e conoscitore del panorama radiofonico locale, ma purtroppo esigenze di spazio e di tempo non ci permettono di continuare. L'idea o la proposta che lanciamo al buon Majo è di scrivere un interessante libro sulla storia della radio privata a Parma. Saremmo i primi a comprarlo e forse sarebbe un modo per cercare di salvaguardare un patrimonio di tutti che oggi conosce uno dei periodi più bui della sua esistenza. Oggi a Parma si contano solo pochissime radio locali dove però è possibile ascoltare solo della musica, fatta eccezione per Radio Parma, Radio 12 e pochissime altre. Difendiamo la radio alla quale rivolgiamo i più sentiti auguri di 80 anni di vita.

Antonio Boellis

Quelli di Radio Parma
Parma non vanta solo il primato della stampa con la Gazzetta di Parma, ma anche della radiofonia, visto che la prima emittente privata o "libera", come si diceva a quei tempi, è Radio Parma, che trasmette ininterrottamente dal 1° gennaio 1975. Come la Gazzetta di Mantova rivendica l'anzianità quale giornale più antico, così Radio Milano International passa per essere la più vecchia radio indipendente.
Il giornalista Carlo Drapkind (scomparso il 6 marzo 2003), primo direttore responsabile di Radio Parma, porta prove inconfutabili a sostegno della sua tesi: "Radio Milano International iniziò a trasmettere tre mesi dopo noi, nel marzo 1995: i fratelli Borra, editori della stazione milanese, vennero a vedere le nostre trasmissioni -raccontò Drapkind a Majo-, registrarono tutti i programmi e, successivamente imbastirono un loro palinsesto. Quando si trattò di celebrare i 20 anni della prima radio libera in Italia, gli attuali proprietari di Radio Parma, non trattandosi di una loro primogenitura, lasciarono cadere questo primato, senza difenderlo. Così Radio Milano International poté fregiarsi del titolo di prima radio libera in Italia". La testimonianza è avallata dal racconto di Marco Toni, il radioamatore parmigiano che, modificando un ponte radio dell'esercito consentì a Radio Parma di emettere i primi ruggiti: "Furono proprio i Borra, appassionati di reperti militari, a procurare quel trasmettitore. Ne comprarono uno uguale anche per loro; ma, per motivi di carattere politico, avevano paura ad andare in onda. Solo mesi dopo, trovato il coraggio, vennero a chiedermi di apportare le modifiche necessarie. Lo montai io, in via Locatelli, a Milano, al secondo piano, stendendo anche i cavi per l'antenna".
Erano gli anni in cui, nel nostro Paese, ferveva il dibattito sull'informazione e sulla rottura del monopolio della Rai, con le prime sentenze della Corte Costituzionale di liberalizzazione dell'etere (.)
(.) Proprio alle autorità cittadine, militari, civili e religiose furono dedicate le prime parole di Radio Parma: peccato che nessuno poté ascoltare il saluto a loro rivolto da Carlo Drapkind: "Era il 1° gennaio 1975, io -racconta Toni- ero sul tetto di quella casa, tra l'altro una delle più basse di Parma (zona Oltretorrente) e avevo appena montato su un traliccio estensibile da sei metri della Fracarro, l'antenna stilo, da me progettata. Alle ore 11, era tutto pronto: accesi l'impianto, il trasmettitore erogava la massima potenza, 60 watt, ma il segnale non si sentiva più lontano di 50 metri. Menozzi (il proprietario di Radio Parma) era disperato: lui sperava che il segnale arrivasse almeno fino in Piazza Garibaldi. Impossibile, fino a quando mi accorsi che, per colpa del peso del cavo, si era sfilato il connettore dell'antenna. Sistemai tutto nel pomeriggio: Menozzi captò il segnale perfino a casa sua, a Sala Baganza, ed era l'uomo più felice del mondo. Ci fu una grande festa: così nacque la radio". (.)

Tratto da "Quelli di Radio Parma; storia della prima voce libera in Italia" di Gabriele Majo, febbraio 2002.


Il Sindaco di Parma si intrattiene con Gabriele Majo, componente storico di Radio Parma

Radio Parma, rivoluzione in Fm



Il primo gennaio del 1975 era una giornata fredda e serena. In quei giorni la canzone in testa alle classifiche era «Sabato pomeriggio» di Baglioni, un film con la Melato e Giannini, dispersi nel mare d'agosto, riempiva i cinema e dal primo programma radiofonico trasmesso nel Massachussets erano passati 69 anni. Mentre sui coppi di una casa di via Felice Cavallotti, nonostante il gelo, un giovane si affannava ad alzare un'antenna fatta in casa collegandola ad un grumo di fili. Quel tecnico appollaiato in alto si chiamava Marco Toni, l'antenna era quella di una radio che ancora non esisteva e nella stanza al piano di sotto si accatastavano giradischi e microfoni presi in prestito. Radio Parma, la prima «radio libera» d'Italia stava per iniziare a trasmettere e nessuno, forse, si era reso conto che la rivoluzione dell'etere era cominciata. «Anche perchè il progetto originario era quello di creare una tv via cavo», ricorda, con immutata passione, Virginio Menozzi l'imprenditore che per primo provò, con stupefacente lungimiranza, a rompere il monopolio della Rai. «Ma una tv era un doppio rischio: prima di tipo legale, poichè si rischiava un sequestro in tempi brevi, e secondo di carattere economico: un impianto televisivo costava milioni, un apparecchio per la radio molto meno». Soprattutto scegliendo un vecchio trasmettitore militare, un dignitoso e indistruttibile residuato che con opportune modifiche poteva, al costo di 300mila lire o poco più, avvolgere di parole e musica una città come Parma «Alle prime trasmissioni sperimentali arrivavamo a malapena alla Pilotta - rievoca Marco Toni, il «papà» di quel primo apparecchio. - Poi mi resi conto che si era staccato un filo. Sistemai tutto e scoprii che ci sentivano sino a Sala Baganza».
Una manciata di chilometri, un'inezia per chi oggi ragiona di parabole e satelliti, ma un trionfo in un'epoca in cui molti apparecchi non avevano neppure la «rotella» per le Fm, le frequenze cenerentola schiacciate dalle blindatissime onde medie. «Partimmo subito con intenzioni serie e con la volontà di fare grandi cose - aggiunge Menozzi-. Ma tutti erano contro e l'evanescenza della legge dell'epoca ci esponeva al rischio di interventi delle autorità». Che, tuttavia, lasciarono fare, consentendo le prime trasmissioni affidate a giovani pieni della voglia di fare un po' incosciente che nasce quando si è primi. «Cosí, quando fui chiamata ad aprire i programmi pronunciando la fatidica frase «qui Radio Parma» avevo il cuore in gola», ricorda, con un sorriso, Anna Maria Bianchi, voce storica per 21 anni dell'emittente. «Lavoravamo in una stanza di sei per tre con due giradischi, due microfoni, un mixer e qualche registratore. Mandavamo in onda musica e un po' di informazione. E ripetevamo sempre la formula magica: «in modulazione di frequenza»». Inventando, perchè no, anche la pubblicità per negozi e botteghe dei dintorni che si sdebitavano «mandando su» cabaret di tartine e di panini imbottiti.

«Eravamo giovani e entusiasti - rievoca Luigi Furlotti, ora direttore artistico della radio dove ha debuttato quindicenne. - Io ero allora un radiodipendente che passava le notti ascoltando Radio Montecarlo e Radio Luxemburg e non appena ho saputo che a Parma stava per nascere qualcosa ho cercato di intrufolarmi». Finendo per condurre, insieme a Roby Bonardi, programmi diventati piccoli classici come Radio One o Free Music 102, un format che, trent'anni dopo, resiste ancora. «La radio è strana perchè dà assuefazione - prosegue Furlotti. - Noi, in più, eravamo assolutamente privi di esperienze, forti solo della nostra passione e degli insegnamenti di quel maestro che è stato Carlo Drapkind».
Quel giornalista prestato all'etere, e purtroppo ora scomparso, che prese con sè quella allegra banda di voci per insegnare loro un modo nuovo per fare l'informazione attraverso un canale che non si era visto mai. «A ripensarci oggi si sente ancora il senso di poesia che c'era in quell'esperienza - suggerisce Roby Bonardi che dalla radio di via Felice Cavallotti prese il volo arrivando sino agli studi «mitici» delle emittenti di Capodistria e Montecarlo. «Noi facevamo «Radio One» che era la risposta provinciale al «Per noi giovani» di Arbore. Era forse un po' ingenuo come modo di proporci ma eravamo un gruppo affiatato; non c'era competizione e si respirava un'atmosfera speciale».
Anche perchè il manipolo dei primi giorni di gennaio ben presto crebbe e raddoppiò, attirando altre voci e altri stili, calamitando l'interesse della gente che telefonava e si raccontava. Quasi fosse un miracolo andare in diretta sulla Fm. Quelle onde ballerine dove rimbombavano i cantautori tutto impegno e «giro di Do», dove si parlava, magari con l'accento vergine di birignao, di libri e giovanili passioni e dove era ancora possibile, a cavallo del mezzogiorno, spegnere il microfono per una liberatoria sosta in trattoria. «Infatti, dalle 13 alle 14.30, i programmi terminavano e tutti insieme ci spostavamo a mangiare a due passi dallo studio». Piccola tribù della «radio libera», senza stipendio ma con una busta paga di pranzi e merende, pronta a inventarsi uno stile e una competenza pur di andare in onda. «Avevo letto sulla «Gazzetta» di quella novità e mi presentai a Drapkind proponendo un programma di mezz'ora al giorno sull'operetta - annuisce Corrado Abbati, ora a capo della più celebre compagnia d'Italia. - Lui accettò l'idea e alla fine la radio e l'operetta sono diventate praticamente la mia vita». Cosí come è accaduto ad un altro ragazzo che un giorno si presentò in via Cavallotti con una chitarra in spalla e una manciata di spartiti. «Poi di scrivere canzoni ho smesso, ma ho iniziato ad andare in onda proponendo quelle scritte dai cantautori che allora adoravo - spiega Mauro Coruzzi, pilastro della radio fino a che l'alter ego Platinette l'ha trascinato lontano per il mondo. - Ricordo un'atmosfera di libertà dove sperimentare contenuti e stili che sarebbero poi venuti di moda molto tempo dopo e che la Rai da allora non avrebbe mandato in onda.
Un laboratorio nato da una intuizione geniale che ci ha permesso di fare cose incredibili: penso, ad esempio, ad una stupenda intervista a Patty Pravo o a strani personaggi nati e cresciuti dalle dirette su quelle frequenze». Da dove quella cotonata bionda linguacciuta che si chiama Platinette ha spiegato le ali mentre altri, come Emanuela Merlo, dal ruolo di annunciatrice sono passati a più sobri incarichi di regista in Rai. «Anche se ricordo ancora, nel'76, la prima diretta da Sanremo fatta da una radio libera», abbozza ripercorrendo un cammino ormai lungo tre decenni. «E' vero, è passato molto tempo da allora e tutto è diverso - conclude Bonardi. - Ma il bello della radio è che non fa invecchiare». «Sabato pomeriggio» ormai non lo ascolta quasi pi ù nessuno e del film di allora, con la Melato e Giannini, è nato un brutto remake. Radio Parma invece trasmette ancora. Dimostrando che forse allora è vero che la giovinezza viaggia in modulazione di frequenza. Luca Pelagatti

Articolo tratto dal quotidiano: La Gazzetta di Parma, Mercoledì 29 dicembre 2004


Radio Parma, è considerata la prima radio privata italiana, o almeno quella che a tutt'oggi trasmette continuativamente da più tempo. (il cui primato nazionale non è mai difeso abbastanza, se persino "La Storia Siamo Noi" dell'ottimo Minoli lo ignora: nel documentario "I cento fiori. l'Italia delle radio libere", dedicato al trentennale delle radio libere, andato in onda mercoledì 28 dicembre 2005, alle ore 08.05 e alle ore 00.05 su Rai Tre, non viene mai fatta menzione di Radio Parma e tra le esperienze più significative dagli autori Amedeo Ricucci e Stefano Dark, viene citata la solita Radio Milano International, (fondata il 10 marzo 1975 la formazione iniziale era composta da Rino Borra, Piero e Nino Gozzi che cominciarono a trasmettere tre ore al giorno -dalle 17 alle 20- per poi arrivare alle famose 24 ore), spesso ritenuta come la prima, ma invece nata circa tre mesi dopo Radio Parma e dopo che gli stessi milanesi, i fratelli Borra, "due giovanissimi radioamatori" andarono a lezione dai parmigiani, come può testimoniare Marco Toni, il tecnico che riadattò alla bisogna dei vecchi trasmettitori militari).
Alla fine del 1975 le radio private che trasmettono in Italia sono 150. Due anni dopo, grazie a una sentenza della Corte costituzionale che ne riconosce la legittimità in ambito locale, sono diventate 1500. Nel '79 sono già 2600. Lo aveva predetto Marshall Mc Luhan quindici anni prima: «La radio dimostra la sua vitalità quando si rivolge alle necessità personali dell'individuo e lo accompagna in camera da letto, in bagno, in cucina ed ora anche in tasca». E lo cantava pure Eugenio Finardi: «Amo la radio perchè arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente, se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace anche di più, perchè libera la mente»

Cenni storici sull'invenzione della radio
Era il 1874, un'era piena zeppa di invenzioni e scoperte. Nell'Aprile di quell'anno, il giorno 25 nasce a Bologna Guglielmo Marconi.
Dal 1885 al 1889 riceve la sua prima istruzione scientifica presso L'Istituto Nazionale di Livorno. Sua madre (Annie Jameson) intuisce la predisposizione del figlio verso le discipline scientifiche e lo affida agli insegnamenti del Prof. Vincenzo Rosa e del Prof. Giotto Bizzarrini. (Fisica sperimentale il primo, Fisica matematica il secondo). Dagli articoli di Heinrich Rudolph Hertz prematuramente scomparso nel 1894, prende campo in lui l'idea di poter trasmettere e ricevere le onde 'Hertziane' a grande distanza, cominciano per lui gli studi e gli esperimenti atti a creare nuovi apparecchi e a modificare gli esistenti. "Fu mio intento seguire nella produzione delle oscillazioni elettriche una via completamente opposta da quella degli scienziati che si erano sforzati, per le dimostrazioni a cui erano intenti, di renderne il carattere quanto possibile uguale a quello delle onde luminose". A fine Agosto 1895 da Villa Griffone (Pontecchio Marconi), Marconi trasmette oltre la collina dei Celestini (distanza 2400 metri) i segnali Morse della lettera 'S', dimostrando esatte le previsioni analitiche di James Clerk Maxwell (1831 - 1879 filosofo, matematico e fisico). Inizia così l'era della radio.
Il fisico Augusto Righi in un convegno di elettrotecnici a Parigi disse: "L'antenna lineare asimmetrica ideata da Marconi costituisce un oscillatore completamente originale di cui una parte vibra elettricamente nello spazio e l'altra parte è costituita dall'ombra elettrica della prima sulla terra".


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