Comitato Guglielmo Marconi International
Fondato nel 1995

IL 23 NOVEMBRE 1974 LA PRIMA TRASMISSIONE "PRIVATA" DAI COLLI FELSINEI
E' una delle prime radio a rompere il monopolio

RADIO LIBERE
Pionieri a Bologna

di Sergio Colomba

 
COOPERATIVA
Il regista Roberto Faenza, oggi: fondò nel 1974
la Cooperativa lavoratori informazione.
 
INCORAGGIAMENTO
Guido Fanti, a sinistra, e Renato Zangheri, a destra, in una foto dei primi anni '70.

Evidentemente l’Emilia ha qualche legame particolare con la radio che forse le viene da Marconi.
Ricordiamoci la prima radio Libera in Onde medie attivata a Ferrara ad opera di I4FP Franco Moretti nel lontano 1946 per trasmettere un processo a un ex gerarca e le prime trasmissioni in FM del 1974, per concludere che la libertà di comunicare il proprio pensiero, come previsto dalla Costituzione, ha visto l’Emilia all’avanguardia di queste importanti iniziative.
Oggi se si accende una radio in FM si possono ascoltare tantissime stazioni di tutti i tipi, ma fino al 1973 non era così, la liberalizzazione della frequenza da 87.5 a 108 MHz, che in origine era pertinenza esclusiva della RAI, la si deve ad un gruppo di coraggiosi a Bologna, seguiti da altri ardimentosi in varie parti d’Italia e fu così possibile una così importante conquista di democrazia che servì ad aprire la strada anche alla televisione libera.
La prima radio libera nella storia italiana della comunicazione e dell'informazione - forse non sono in molti a saperlo o a ricordarlo - nacque a Bologna proprio trent'anni fa. Era il 1974, e per l'etere ancora sgombro volavano soltanto i programmi della Rai. Ma la sera di sabato 23 novembre, cercando di sintonizzarsi sulle trasmissioni locali, qualche migliaio di bolognesi restò sbalordito: al posto della voce del solito speaker dei radiogiornale regionale, o di Orietta Berti che cantava Io, tu e le rose, stavano captando quella tonante di Marco Pannella, impegnato in una delle sue roventi invettive di allora sulla necessità di democratizzare l'informazione. Senza cambiare frequenza, ma restando lì intorno ai 100 megahertz, ascoltarono a bocca aperta un dibattito sul traffico cittadino dal quartiere San Ruffillo, e le lamentele in diretta di un tassista bolognese sulle corsie preferenziali intasate dagli abusivi (buone anche per oggi), un reportage sulle ripercussioni della congiuntura economica sulla vita delle famiglie e nelle fabbriche della città. Era la prima volta, dal 1923 o dalla nascita della radio in Italia, che dagli apparecchi uscivano voci e linguaggi alternativi a quelli dell'emittente di stato. "Radio Bologna per l'accesso pubblico" trasmetteva da una roulotte parcheggiata sui colli bolognesi, irradiata su un raggio di 50 chilometri con un raggio d'ascolto di circa 700 mila abitanti. Non male per una radio pirata, che poi pirata non era affatto. Soddisfacente la ricezione, alto l'interesse e l'indice di gradimento: insomma un successo. Ma soprattutto un esperimento destinato a spalancare spazi e prospettive storiche, visto ciò che sarebbe accaduto poi. A chi si doveva l'idea? A un gruppetto di giovani operatori, per l'occasione costituiti nella Cooperativa Lavoratori Informazione, riuniti intorno a Roberto Faenza. Questi aveva già debuttato nella regia cinematografica con alcuni film corrosivi e graffianti, ma soprattutto era stato in America a studiare le nuove possibilità che offrivano il video-tape e la televisione via cavo (anche da noi appena sperimentata). Con lui c'era Rino Maenza, presidente della cooperativa allora ancora studente, e tra gli altri Mario Bortolini, Pier Giorgio Righi, Pier Luigi Franzoni, l'avvocato Giorgio Finzi ed Elda Ferri, funzionaria della Regione, di cui presidente di allora, Guido Fanti, era tra i più attivi nel promuovere un tema dominante per le prospettive dei nuovi organismi come l'apertura della Rai ad una più ampia partecipazione pubblica. La data della nascita di Radio Bologna non fu infatti casuale: di lì a pochi giorni, il 30 novembre, il governo Moro avrebbe dovuto pronunciarsi con un decreto sulla riforma dell'emittente di stato. Ecco all'allora l'idea di Faenza, Maenza e compagni: dimostrare che il decentramento dell'informazione, la possibilità per tutti di essere amessi a parlare alla radio, è realizzabile e costa poco. Molto poco. E il materiale da mandare in onda si procurava così: studenti e impiegati giravano per i quartieri o nei luoghi di lavoro con il registratore in mano, raccogliendo le opinioni della gente su problemi d'interesse generale. Dunque erano i protagonisti delle situazioni e dei problemi, senza mediazioni o filtri, a poter parlare per la prima volta; e la formula aperta, la possibilità di fare informazione in prima persona, coinvolse gli ascoltatori che risposero con decine di telefonate alla radio. O meglio, al numero del contadino che abitava nel campo vicino alla roulotte. Con un manico di scopa come attacco dell'antenna e un trasmettitore militare da mezzo milione, vigilando per sette giorni fino a quel fatitico 30 novembre legislativo, Radio Bologna continuò le sue trasmissioni. Lavorando quasi in clandestinità, con pochi mezzi, una provocazione culturale e un pionieristico esempio di controinformazione che avrebbero aperto varchi immensi.



Nella roulotte, sui colli bolognesi, Roberto Faenza ai microfoni di Radio Bologna

PARLANO I PROTAGONISTI: «QUANDO ETTORE BERNABEI CHIESE: CHI DIAVOLO SONO QUESTI?»

IL RICORDO
E la Rai si mise a spiare

di Sergio Colomba

Non era la voce del colonnello Harold Stevens da Radio Londra. Molto meno oxfordiana, con ruvide "esse" bolognesi che sibilavano nel microfono, ma a suo modo e nel suo piccolo parlava anch'essa di libertà, «Qui Radio Bologna per un'informazione democratica»: ecco l'annuncio. Un palinsesto inventato lì per lì, ma deciso già in linea di massima prima di partire, con una declinazione tutta pubblica e d'interesse generale. «Avevamo paura che in vacanza della legge ci impedissero di andare avanti», ricorda il regista Roberto Faenza. «La scelta cadde sulla radio perché eravamo convinti che fosse il mezzo di comunicazione più potente, quello che raggiunge più persone e si ascolta in ogni momento, senza impegno». Ne è convinto anche Rino Maenza: «Per fare comunicazione e cultura la radio è il mezzo più versatile e incisivo, con un'elasticità che gli altri non hanno. E' quella che meglio ti consente di penetrare nella società. Risulta anche oggi, con l'audience in crescita costante. Bei tempi, allora. Bastava un'antennina, e con mezzo watt coprivo quasi tutta la provincia di Bologna», Così, da quella roulotte bianca nella vecchia fattoria sul colle dell'Osservanza, si andò in onda «senza chiedere il permesso» (era il titolo di un manuale di Faenza che in quel 1974 fece clamore). Un radioamatore di Treviso aveva messo a disposizione il trasmettitore militare che il tecnico mago Salerno taroccò ritoccando le frequenze. Non solo comizi e quartieri, ma anche buona musica, jazz raffinato e John Cage. Ospiti prestigiosi come Livio Zanetti, allora direttore dell'Espresso, che intervenivano; il sindaco Zangheri disponibile a mandare in onda i suoi interventi. Insomma, l'accoglienza fu buona e non solo a Bologna. Stipati in dieci nella roulotte, magari facendo confusione con i nastri e rovesciandosi addosso il caffè bollente durante la diretta. Mentre all'esterno, dentro una jeep anonima con un'antenna di cinque metri sul tetto, due sconosciuti registravano tutto. Il Grande Orecchio della Rai? Faenza spiega che le loro trasmissioni furono riversate sui canali di servizio dell'ente. E Ettore Bernabei, il direttore di allora, organizzò a Roma un gruppo di ascolto e un meeting sul fenomeno bolognese. Pare che ripetesse: «Ma chi sono questi?».

Articolo tratto dal quotidiano: Il Resto del Carlino,
EMILIA-ROMAGNA PRIMO PIANO Pag. 2 e 3
Sabato 20 novembre 2004


Articolo tratto da: Millecanali, Anno II, n. 4-5, Aprile-Maggio 1975


"Buon Compleanno Radio Bologna!"
Compie trentadue anni la "madre" delle radio libere

Il 23 novembre 2006 Radio Bologna ha compiuto trentadue anni dalla sua nascita. Erano infatti le 11 del 23 novembre 1974 quando, per la prima volta a Bologna, 700.000 ascoltatori, per la maggior parte bolognesi, poterono udire la voce dei dieci "pionieri", di coloro che per primi parlarono ai microfoni dell'antenata delle trasmissioni di "radio libere" odierne. Furono infatti i due registi Roberto Faenza e Rino Maenza che con mezzi molto più "spartani" di quelli di oggi guidarono il loro team alla preparazione della prima trasmissione radiofonica italiana, diversa da quelle Rai, già presenti sin dagli anni trenta.

Il nome della radio era "Radio Bologna per l'accesso pubblico", e nonostante avesse una struttura ben diversa da quella della celeberrima RAI, moltissimi ascoltatori apprezzarono questo primo tentativo di "fare radio" in maniera del tutto indipendente. Interventi dei cittadini, problemi di traffico e crisi economico-finanziarie erano gli argomenti quotidiani principali, seguiti poi da brani musicali di jazz e classica. A volte erano gli stessi cittadini invitati dalla redazione radiofonica a condurre delle puntate di queste trasmissioni.

La sede di "Radio Bologna per l'accesso pubblico" era una roulotte, situata vicino a una vecchia fattoria sul colle dell'Osservanza poco distante da Bologna, e gran parte delle attrezzature necessarie per la radiotrasmissione erano state procurate clandestinamente. Dopo pochi giorni, infatti, una volante della polizia perquisì e fece chiudere questa radio. Ma questo non bastò a fermare coloro che volevano un tipo di informazione "libera", diversa da quella " paludata e lontana dai cittadini " come era considerata da molti quella della RAI. Tante persone, infatti, non erano interessate agli argomenti trasmessi dalla RAI, li ritenevano noiosi e "di parte politica". Nonostante Radio Bologna fosse stata cancellata, pochi mesi dopo, in tutta Italia, cominciarono a nascere varie emittenti radio del tutto autonome.
Al processo tutti furono assolti.

Successivamente, poco distante da dove partiro le prime trasmissioni della prima radio libera bolognese in FM, furono istallati diversi ripetitori radiotelevisivi.


«Qui a Bologna abbiamo inventato le radio libere: quell'utopia non è morta»
Il regista Roberto Faenza, in questi giorni nelle sale con "Alla luce del sole", il film dedicato a don Pino Puglisi, il prete ucciso dalla mafia, parla di Bologna e cinema, politica e informazione. E di quella settimana di ventisette anni fa, quando sotto le Due Torri aprì la prima radio libera d'Italia.

Intervista realizzata a Bologna nel gennaio 2005

«L'utopia di "Radio Bologna per l'accesso pubblico" non è fallita. Allora eravamo un gruppetto, oggi sono le masse a volere un'informazione libera». Sono trascorse poche settimane dal trentesimo compleanno della prima radio libera italiana, che vide la luce proprio all'ombra delle due Torri il 23 novembre 1974. Dietro quell'obiettivo ambizioso, una roulotte piazzata nel giardino di un contadino, un manico di scopa come supporto per l'antenna, e un gruppo di amici decisi a lanciare la sfida finale alla Rai puritana e filo democristiana di Ettore Bernabei. A guidarli c'era il regista Roberto Faenza, nelle sale in questi giorni con "Alla luce del sole", il film dedicato a don Pino Puglisi, il prete ucciso dalla mafia.
Con "Radio Bologna" vi battevate per un libero accesso alla rete dell'informazione. Avete anticipato quello che sarebbe accaduto negli anni Ottanta, quando partì la riforma della Rai e la liberalizzazione dei canali privati. Da vecchio "ribelle dell'etere" e da studioso dei media come giudica il sistema radiotelevisivo di oggi?
«Oggi c'è una presa di coscienza diffusa sull'importanza dell'informazione. Davanti a questo atteggiamento, però, gli spazi si sono purtroppo ristretti, malgrado l'avvento delle nuove tecnologie. Paradossalmente, cioè, questi nuovi supporti per la comunicazione scoprono sì nuovi orizzonti, ma i gruppi di potere intervengono a stringere lo spettro d'accesso per il pubblico».
Quindi l'utopia dell'informazione libera può dirsi fallita per lei? Nessun rimpianto per questo? In fondo la realtà di oggi è anche figlia di quelle battaglie…
«Dieci o venti anni non sono niente… Non è vero che l'utopia rincorsa da "Radio Bologna per l'accesso pubblico" sia fallita: si è innestato un processo, ma non è detto che i gruppi politici abbiano la meglio per sempre. I giochi sono ancora aperti, perché quante più persone sono attente al problema dell'informazione tanto più possibile è che le cose cambino. Anzi. Le idee degli anni Settanta mettono più radici oggi nelle masse, rispetto ad allora…Allora eravamo un piccolo gruppo di intellettuali, oggi sono le masse ad appassionarsi ai giochi».
Com'era la Bologna degli anni Settanta, delle radio libere e della contestazione?
«La città in cui sono venuto a lavorare era una miccia accesa che vedeva nel ruolo dell'informazione un elemento importante di discussione».
La radio sperimentale trasmise però per poco più di una settimana. Come mai il progetto si concluse così in fretta?
«Il nostro obiettivo era solo quello di dimostrare la possibilità di trasmettere, quando la Rai diceva che non c'erano frequenze libere. "Radio Bologna" ha avuto poi il pregio di dare il via alla miriadi di radio libere sorte dopo, e alla discussione sul libero accesso alle frequenze».
Qualche anno fa proprio sotto le due Torri è nata anche la prima tv di quartiere, "Tele Orfeo"…
«Sì, lo so, ma per me non è una novità. Anche noi negli anni Settanta, dopo aver sperimentato con la radio, facemmo qualche prova di tv di strada».


Intervista a Roberto Faenza realizzata a Roma il 28 Giugno 2006

Alle undici di mattina del 23 novembre del 1974, dai colli dell'Osservanza iniziarono le trasmissioni di Radio Bologna, com'è nata questa esperienza?
«Nel 1973, di ritorno dagli Stati Uniti, dove avevo vissuto alcuni anni lavorando come docente presso una Università di Washington e sperimentando nuove tecnologie di comunicazione (televisioni di quartiere, radio cittadine, etc), avevo pubblicato un libro dal titolo Senza chiedere permesso, che insegnava ai giovani a impossessarsi della televisione e della radio senza chiedere il permesso alle autorità o ai centri di potere. Questo libro spiegava tra l'altro come il monopolio Rai sulle frequenze radiofoniche e televisive fosse basato su parametri del tutto opinabili e invitava le forze politiche a smantellarlo in nome di una democratizzazione dell'informazione. L'idea di dare il via a delle trasmissioni radio foniche "pirata" nasceva da questi presupposti. Si prefiggeva l'obiettivo di dimostrare, in modo plateale, che non era vero il presupposto di una limitazione delle frequenze disponibili, anzi che era vero il contrario. Radio Bologna per l'Accesso Pubblico, così si chiamava l'emittente che mettemmo in funzione a novembre del 1974, tendeva appunto a dimostrare la possibilità di dare via, finalmente, alla nascita delle radio indipendenti. E difatti, di lì a poco, la Corte Costituzionale sancì l'illegittimità del monopolio pubblico e grazie alla nostra esperienza si aprì in Italia il fronte delle radio libere».
Cosa trasmettevate?
«Essendo la nostra una radio "dimostrativa", che non aveva la pretesa di durare nel tempo, ma solo di aprire una breccia nella fortezza del monopolio di allora, ci interessava soprattutto dare la parola ai soggetti tradizionalmente esclusi dalla radio e dalla televisione: studenti, operai, consigli di quartiere e di fabbrica... con l'idea di opporre ai messaggi dell'informazione "verticale", ovvero del potere, un nuovo modo di fare informazione, quella che nel mio libro chiamavo la "comunicazione orizzontale", ovvero la comunicazione delle masse opposta al verticismo della comunicazione di massa».
Oltre a lei c'erano Rino Maenza e Elda Ferri...
«Rino Maenza era un giovane socialista che si occupava di comunicazione e di critica cinematografica. Elda Ferri, che sarebbe poi diventata la mia compagna e la produttrice dei film di Benigni oltre che miei, era allora una funzionarla della Regione Emilia-Romagna, incaricata di coordinare una esperienza di comunicazione decentrata (radio e televisione su base regionale e cittadina), che io stesso avevo proposto alla Regione nel 1973. In un primo tempo la Regione seguì questo progetto, poi, venuto il tempo del compromesso storico e della opportunità per il Pci di entrare, per la prima volta, nella gestione della Rai, fu scelta una linea diversa e la nostra esperienza abbandonata. Fu quella, a mio avviso, la prova di una cecità imperdonabile, frutto di un errore che la sinistra pagò nel tempo e che mina tuttora l'idea di un modo diverso di fare informazione e spettacolo».
La sua esperienza è stata preceduta dalla Radio Libera Partinico che Dolci sperimentò nel 1970, nella sua Radio Bologna se ne poteva scorgere l'eco?
«Le due esperienze, quella di Donilo Dolci del 1970 e la nostra del 1973, avevano in comune l'idea di dare voce agli esclusi. Di diverso, c'era nella nostra esperienza il proposito di fungere da detonatore per scardinare l'assetto del monopolio, non però in chiave privatistica, bensì per rendere realmente "pubblica" l'informazione e la comunicazione».
Trasmettevate da una roulotte con i cavi elettrici attaccati a una casa colonica, come vi siete organizzati da un punto di vista tecnico?
«La nostra radio voleva altresì dimostrare che si poteva mettere in piedi una, e mittente con pochi soldi e con risorse del tutto limitate. Usavamo un trasmettitore di tipo artigianale, simile a quelli dei radioamatori. L'idea della roulotte derivava dall'esigenza di poterci spostare in continuazione per sfuggire all'eventuale sequestro da parte dell'Escopost, la polizia addetta a vigilare sulle frequenze. Il che sarebbe certamente accaduto se non avessimo avuto dalla nostra parte la stampa, che si accorgeva, per nostra fortuna, che era venuto il tempo di dire basta alla radiotelevisione essenzialmente dominata dai governi e dalle forze politiche».
Avete fatto parlare direttamente cittadini, studenti, operai: quanto rimane oggi della filosofia dell'accesso?
«L'esigenza di dare voce agli esclusi, ai giovani, ai lavoratori, ai cittadini, è forte ora quanto allora. Con l'avvento di internet questa esigenza si è fatta ancora più attuale. Non è difficile prevedere che il terremoto causato dalle nuove tecnologie porterà uno sconquasso nelle modalità di fare e fruire informazione, per cui penso che molte delle teorie di allora troveranno nuova linfa».
Si può ancora fare radio "senza chiedere permesso"?
«È quanto sta accadendo nel mondo di internet. Il potere, sia politico che industriale, sta lavorando a limitare l'accesso in internet per "economicizzarlo", ma credo che sarà un tentativo destinato a fallire, o per lo meno a essere molto limitato».



Articolo tratto dal Quotidiano Il Resto Del Carlino, Bologna spettacoli, Sabato 22 novembre 2014


RADIO BOLOGNA PER L'ACCESSO PUBBLICO
Storia e cronaca della prima radio libera italiana - Novembre 1974


MONOSCOPI E LOGHI TV STORICI: Emittenti estere che si ricevevano a Bologna

Loghi di alcune radio locali che si ascoltavano a Bologna


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