Comitato Guglielmo Marconi International
Fondato nel 1995


PARENTESI BELLICA

Frequentando la casa dell'amico Cordiani incontrai una ragazza della mia età e che abitava nella casa di fronte. Allacciai una relazione che si concluse con il mio matrimonio il 17 gennaio 1940.
Alla fine di Gennaio fui chiamato alle armi e, per fortuna, assegnato ad un reggimento di stanza a Ferrara.
A seguito della dichiarazione di guerra fui inviato, con il mio reggimento, il 12 Gennaio 1941 in Africa Settentrionale e partecipai alle varie operazioni in quel settore. Ero al reparto comando del mio reggimento e avevo l'incarico della manutenzione e riparazione degli apparati radio ricetrasmittenti. Un giorno, il 21 settembre 1941, mi sono recato con la motocicletta di servizio ad una batteria (ero in artiglieria) nelle prime linee che aveva la radio in avaria. Durante la riparazione iniziò una forte azione nemica di bombardamento e mi riparai dietro allo scudo di un cannone.
Per mia sfortuna cadde una granata nei pressi e una scheggia colpì il cumulo di sacchetti di balistite, necessari ad alimentare il cannone. La massa prese fuoco e fui colpito da una violenta fiammata che mi procurò ustioni di 1^ e 2^ grado alla gamba destra. Fui ricoverato all'ospedale militare di Derna e potei raggiungere di nuovo il mio reparto dopo due mesi.
Verso la fine di dicembre dell'anno 1941 il comando mi mandò con un automezzo a prelevare il rifornimento settimanale di acqua potabile presso un impianto di desalinatura dell'acqua marina sulla spiaggia di Sollum bassa. Per adire all'impianto si doveva scendere una collina con tornanti stradali molto stretti e purtroppo il nostro autista, forse perché stavamo usando un mezzo Francese recuperato nel deserto, che non aveva mai guidato, all'ultima curva prima della base l'automezzo non riuscì a fare il tornante e precipitò dalla scarpata. Io ricordo solo che al primo impatto, contro il fianco della montagna, si aprì lo sportello di accesso e fui sbalzato fuori dall'abitacolo.
Mi risvegliai in un ospedale militare a 500 km dal disastro e con mia sorpresa notai che mi trovavo in compagnia di colleghi tedeschi. L'ufficiale di servizio poi mi spiegò che avendo perduto la bandoliera con la pistola, e perso la mostrina sul braccio con i gradi e non sapendo di che nazionalità fossi, fui avviato ad un ospedale tedesco.
Essendo in stato di incoscienza rimasi per alcuni giorni senza riprendermi e appena fui in grado di parlare e raccontando la mia avventura, fui trasferito a Tripoli in un ospedale Italiano.
Il mio reparto però non sapeva dove ero finito e, dopo le ricerche del caso, contattarono la croce rossa che provvide a dichiararmi “disperso” e ad inviare una comunicazione alla mia famiglia in Italia con tale versione.
La faccenda fu chiarita nel giro di una settimana e in Italia tirarono un sospiro di sollievo.
All'ospedale mi concessero sei mesi di convalescenza, ma non il rientro in Italia come io speravo. Dal 7 gennaio 1942 fui assegnato al comando tappa di Tripoli.
Non sapendo dove andare e cosa fare cominciai a cercare conoscenti o amici e dopo una settimana trovai occupazione e asilo, presso un centro di assistenza ai militari impiegandomi come operatore cinematografico, in quanto posto vacante.
Il mio impegno era bisettimanale, per l'attuazione di proiezioni cinematografiche, e quindi avevo molto tempo libero. Giravo per Tripoli, facevo fotografie, e cercavo contatti per ritrovare il mio mondo dei radioamatori. Frequentai un negozio di apparati radio gestito da un simpatico napoletano, che però non aveva la mia passione. Questo però mi diede modo di conoscere l'ambiente e fui presentato alla direzione dell'EIAR (oggi RAI) e cominciai a frequentare il gruppo dei tecnici che gestivano radio Tripoli.
Il direttore, dott. Mori, mi disse che non mi poteva assumere in quanto io ero militare, in zona operativa, ma che avrei potuto collaborare con il Team per un buon funzionamento del servizio. (Chiaramente senza stipendio) Questo per me fu una grande opportunità. Cominciai a vivere l'atmosfera di una vera stazione radiotrasmittente manovrando i vari ricevitori che permettevano il collegamento con la sede di Roma e imparando la tecnica Diversità System che si avvaleva della ricezione del segnale desiderato prelevandolo da diverse frequenze e con antenne di differente polarizzazione. Vi erano appunto pannelli di ricevitori con RF diverse che poi confluivano in una sola bassa frequenza che veniva utilizzata per la reale trasmissione.
La stazione trasmittente era a Zanzur una quindicina di chilometri da Tripoli e il centro direzionale con auditorio e apparati era nei locali della Fiera di Tripoli, che nel periodo bellico non gestiva più nessuna manifestazione.
Iniziai amicizie che poi anche dopo la guerra ho coltivato e vissuto con lo spirito del radioamatore. Una persona in particolare mi aiutò e mi permise di usare la apparecchiature, ed era il capo servizio Enrico Firpo.
Con lui una volta andammo a visitare il centro trasmittente a Zanzur e ricordo ancora il simpatico autista. Si chiamava Conti ed era di Bologna.
L'impianto aveva due tralicci per il sostegno dell'antenna filare e la cosa che più mi colpì visitando i vari armadi del complesso, lo stadio finale di potenza. Era formato da due enormi valvole che sembravano due damigiane di vino. Erano infilate nella loro sede e avevano due maniglie per l'estrazione dall'alloggiamento per permettere a regolari intervalli la pulitura dalle incrostazioni calcaree, in quanto raffreddate ad acqua forzata.
Ho partecipato alla vita sociale del gruppo EIAR di Tripoli per vari mesi vivendo i frequenti bombardamenti aereonavali e il normale servizio di stazione.
Cercai di convincere l'amico Firpo a diventare radioamatore. ma senza successo. Però, dopo la guerra, ci frequentammo assiduamente e gli regalai una valvola 807 per convincerlo ad entrare nella nostra famiglia di OM. Con mia grande soddisfazione diventò un ottimo radioamatore con il call I1EX e per molti anni, terminato il suo lavoro di tecnico RAI, passava alla sua stazione di radioamatore le ore di svago. Sono certo che tutti i radioamatori di Venezia e di Mestre, città dove viveva, si ricorderanno con simpatia di lui.
Alla fine di Gennaio 1943 le sorti della guerra mi costrinsero a scegliere il mio destino. Gli Inglesi avevano rotto il fronte e stavano arrivando a Tripoli.
Dovevo scegliere se rimanere e darmi prigioniero oppure seguire i colleghi del centro di assistenza dove dimoravo. Il 25 Gennaio cercai gli amici dell'EIAR, ma erano già partiti per la Tunisia, e mi aggregai al gruppo dei militarizzati del centro che avevano avuta assicurazione di rifugio certo oltre il confine Libico e verso il vicino stato della Tunisia.
Non avevo documenti che certificassero la mia condizione militare in quanto anche il comando tappa aveva evacuato Tripoli. Con due autocarri raggiungemmo la città di Sfax, dove nel porto aspettava una nave ospedale.
Il capo della missione mi disse che forse avrebbe potuto farmi imbarcare e che con il gruppo, in attesa sulla spiaggia, attendessi di essere chiamato.
Un ufficiale di marina cominciò a chiamare, con nome e cognome, leggendo da un elenco i nomi dei presenti. Ormai si erano imbarcati sulle scialuppe della nave ospedale quasi tutti, anche il capo del mio gruppo, e ormai disperavo di essere chiamato. Sentii chiamare Pellegrini Virgilio più volte senza che nessuno si presentasse. Presi il coraggio a due mani e alla quarta chiamata risposi… presente!!. L'ufficiale mi disse che dovevo porre attenzione e rispondere subito alla chiamata. Mi scusai e mi misero al collo una piastrina con il nom... indicato, il tipo di malattia (epatite) e la destinazione Napoli imbarcandomi sulla scialuppa verso la nave ospedale.
Furono momenti di grande paura anche a bordo perché il nostro capo missione vedendomi e osservando il cartellino con il nome mi disse che era quello di un loro dirigente che da giorni non vedevano.
Finalmente la nave salpò per Napoli: era il giorno 27 Gennaio 1943.
La nave fu fermata a Malta e vennero a bordo gli ufficiali inglesi per il controllo dell'equipaggio. Fummo pregati di rimanere nelle cabine e non muoverci. Tutto andò bene, nessuno venne a controllare i cartellini.
Il giorno dopo sbarcammo a Napoli. Sul porto accompagnato dai vari componenti del centro, con il direttore in testa, ci salutammo sperando di rivederci un giorno!!!
Rimisi la divisa di artigliere, che avevo nello zaino, e al comando tappa dichiarai le mie “vere” generalità, il reggimento al quale appartenevo e raggiunsi quindi Ferrara, sede del mio reparto.
Non mi presentai subito in caserma e raggiunsi casa mia per riabbracciare mia moglie, mia figlia e i genitori.
Il 30 Gennaio 1943, previa avviso al comando, rientrai in caserma e fui accolto dalla guardia schierata perché ero l'unico rimasto del mio reggimento in quanto, a seguito delle operazioni belliche, tutti i miei commilitoni erano stati fatti prigionieri. La maggior parte, ufficiali e sottufficiali, finirono in India e tornarono a guerra finita.
Fui assegnato, come responsabile, all'ufficio assistenza.
Arrivò il 25 Luglio 1943 e il nostro reggimento fù comandato in operazioni di protezione dei centri nevralgici della città per prevenire disordini. Fui incaricato di presiedere lo zuccherificio di via Darsena e il complesso dell'acquedotto di piazza XXIV Maggio.
Per fortuna non avvenne nulla di grave e dopo alcuni giorni rientrammo in sede al comando.
Altra fatidica data -- 8 settembre 1943 -- L'esercito Italiano si sciolse e seguirono le tragedie che la storia ricorda. In quella data io ero in licenza e non partecipai direttamente all'evento.
Per timore di rappresaglie mi trasferii, con mia moglie e la figlia, in un podere agricolo isolato fra i monti di Città di Castello, dove mio zio amministrava una azienda di proprietà di un Ferrarese.
Per alcuni mesi tutto andò bene. Rimanevo in contatto con il mondo con una radio a batteria costruita prima di partire. Ebbi notizia, quindi, della tragedia avvenuta a Ferrara il giorno 11 Novembre 1943 con l'eccidio di noti professionisti ad opera delle squadre fasciste. Pensavo di rimanere il più possibile lontano da tutti, ma purtroppo la morte della sorella di mia moglie, mi costrinse al rientro a Ferrara.
Trovammo rifugio a S. Bartolomeo in Bosco, presso una famiglia di agricoltori che ci accolsero cordialmente. La guerra procedeva e io temendo qualche spiata, mi presentai al distretto militare per evitare noie alla famiglia.
Fui assegnato ad un battaglione del genio lavoratori e dopo pochi giorni inviato in zona di operazioni a Lunuvio, nei pressi di Anzio. Il nostro gruppo era formato da cittadini di Ferrara e province limitrofe. Ogni mattina con circa 20 soldati partivamo a piedi verso il fronte di battaglia, per scavare trincee protettive.
Il 21 Gennaio 1944 noi, sottufficiali, fummo chiamati al comando del battaglione e il comandante ci comunicò che ad Anzio era avvenuto uno sbarco di truppe alleate e che eravamo circondati ed isolati. Ci dichiararono liberi da ogni vincolo militare e di agire di conseguenza. Al rientro nel reparto comunicai agli uomini la notizia e i più giovani cominciarono ad allontanarsi mentre i ragazzi, che dipendevano direttamente da me, mi chiesero di aiutarli a ritornare al nord. Scelsi quelli della mia città e formammo un gruppo di 20 persone circa e ci incamminammo, seguendo i binari del treno, verso Roma.
Si viaggiava solo di notte, e raggiunto il comando militare di tappa a Roma, mi presentai al comandante e chiesi il foglio di via per raggiungere il nostro deposito a Ferrara. Mi dissero che la ferrovia da Roma a Bologna non funzionava e allora organizzai il rientro. Acquistammo, da un soldato della Folgore, un fucile mitragliatore pagandolo con una colletta fra di noi, 1000 lire.
Ci mettemmo sulla camionabile per Bologna e fermando con il mitra i vari mezzi civili, inviai a gruppi i soldati, con appuntamento alla stazione di Bologna. Fino a Ferrara funzionava la ferrovia e caricai tutti sul treno. Giunti a Ferrara mi presentai all'ufficiale di servizio, presentando il documento di rientro al deposito, inquadrai il reparto e ci avviammo alla sede.
Condussi il gruppo alla piazza XXIV maggio e davanti all'acquedotto fermai i soldati e comandai il “Rompete le Righe”. E ognuno andò per la sua strada.



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