PARENTESI BELLICA
Frequentando
la casa dell'amico Cordiani incontrai una ragazza della mia età
e che abitava nella casa di fronte. Allacciai una relazione che
si concluse con il mio matrimonio il 17 gennaio 1940.
Alla fine di Gennaio fui chiamato alle armi e, per fortuna, assegnato
ad un reggimento di stanza a Ferrara.
A seguito della dichiarazione di guerra fui inviato, con il mio
reggimento, il 12 Gennaio 1941 in Africa Settentrionale e partecipai
alle varie operazioni in quel settore. Ero al reparto comando
del mio reggimento e avevo l'incarico della manutenzione e riparazione
degli apparati radio ricetrasmittenti. Un giorno, il 21 settembre
1941, mi sono recato con la motocicletta di servizio ad una batteria
(ero in artiglieria) nelle prime linee che aveva la radio in avaria.
Durante la riparazione iniziò una forte azione nemica di
bombardamento e mi riparai dietro allo scudo di un cannone.
Per mia sfortuna cadde una granata nei pressi e una scheggia colpì
il cumulo di sacchetti di balistite, necessari ad alimentare il
cannone. La massa prese fuoco e fui colpito da una violenta fiammata
che mi procurò ustioni di 1^ e 2^ grado alla gamba destra.
Fui ricoverato all'ospedale militare di Derna e potei raggiungere
di nuovo il mio reparto dopo due mesi.
Verso la fine di dicembre dell'anno 1941 il comando mi mandò
con un automezzo a prelevare il rifornimento settimanale di acqua
potabile presso un impianto di desalinatura dell'acqua marina
sulla spiaggia di Sollum bassa. Per adire all'impianto si doveva
scendere una collina con tornanti stradali molto stretti e purtroppo
il nostro autista, forse perché stavamo usando un mezzo
Francese recuperato nel deserto, che non aveva mai guidato, all'ultima
curva prima della base l'automezzo non riuscì a fare il
tornante e precipitò dalla scarpata. Io ricordo solo che
al primo impatto, contro il fianco della montagna, si aprì
lo sportello di accesso e fui sbalzato fuori dall'abitacolo.
Mi risvegliai in un ospedale militare a 500 km dal disastro e
con mia sorpresa notai che mi trovavo in compagnia di colleghi
tedeschi. L'ufficiale di servizio poi mi spiegò che avendo
perduto la bandoliera con la pistola, e perso la mostrina sul
braccio con i gradi e non sapendo di che nazionalità fossi,
fui avviato ad un ospedale tedesco.
Essendo in stato di incoscienza rimasi per alcuni giorni senza
riprendermi e appena fui in grado di parlare e raccontando la
mia avventura, fui trasferito a Tripoli in un ospedale Italiano.
Il mio reparto però non sapeva dove ero finito e, dopo
le ricerche del caso, contattarono la croce rossa che provvide
a dichiararmi “disperso” e ad inviare una comunicazione
alla mia famiglia in Italia con tale versione.
La faccenda fu chiarita nel giro di una settimana e in Italia
tirarono un sospiro di sollievo.
All'ospedale mi concessero sei mesi di convalescenza, ma non il
rientro in Italia come io speravo. Dal 7 gennaio 1942 fui assegnato
al comando tappa di Tripoli.
Non sapendo dove andare e cosa fare cominciai a cercare conoscenti
o amici e dopo una settimana trovai occupazione e asilo, presso
un centro di assistenza ai militari impiegandomi come operatore
cinematografico, in quanto posto vacante.
Il mio impegno era bisettimanale, per l'attuazione di proiezioni
cinematografiche, e quindi avevo molto tempo libero. Giravo per
Tripoli, facevo fotografie, e cercavo contatti per ritrovare il
mio mondo dei radioamatori. Frequentai un negozio di apparati
radio gestito da un simpatico napoletano, che però non
aveva la mia passione. Questo però mi diede modo di conoscere
l'ambiente e fui presentato alla direzione dell'EIAR (oggi RAI)
e cominciai a frequentare il gruppo dei tecnici che gestivano
radio Tripoli.
Il direttore, dott. Mori, mi disse che non mi poteva assumere
in quanto io ero militare, in zona operativa, ma che avrei potuto
collaborare con il Team per un buon funzionamento del servizio.
(Chiaramente senza stipendio) Questo per me fu una grande opportunità.
Cominciai a vivere l'atmosfera di una vera stazione radiotrasmittente
manovrando i vari ricevitori che permettevano il collegamento
con la sede di Roma e imparando la tecnica Diversità System
che si avvaleva della ricezione del segnale desiderato prelevandolo
da diverse frequenze e con antenne di differente polarizzazione.
Vi erano appunto pannelli di ricevitori con RF diverse che poi
confluivano in una sola bassa frequenza che veniva utilizzata
per la reale trasmissione.
La stazione trasmittente era a Zanzur una quindicina di chilometri
da Tripoli e il centro direzionale con auditorio e apparati era
nei locali della Fiera di Tripoli, che nel periodo bellico non
gestiva più nessuna manifestazione.
Iniziai amicizie che poi anche dopo la guerra ho coltivato e vissuto
con lo spirito del radioamatore. Una persona in particolare mi
aiutò e mi permise di usare la apparecchiature, ed era
il capo servizio Enrico Firpo.
Con lui una volta andammo a visitare il centro trasmittente a
Zanzur e ricordo ancora il simpatico autista. Si chiamava Conti
ed era di Bologna.
L'impianto aveva due tralicci per il sostegno dell'antenna filare
e la cosa che più mi colpì visitando i vari armadi
del complesso, lo stadio finale di potenza. Era formato da due
enormi valvole che sembravano due damigiane di vino. Erano infilate
nella loro sede e avevano due maniglie per l'estrazione dall'alloggiamento
per permettere a regolari intervalli la pulitura dalle incrostazioni
calcaree, in quanto raffreddate ad acqua forzata.
Ho partecipato alla vita sociale del gruppo EIAR di Tripoli per
vari mesi vivendo i frequenti bombardamenti aereonavali e il normale
servizio di stazione.
Cercai di convincere l'amico Firpo a diventare radioamatore. ma
senza successo. Però, dopo la guerra, ci frequentammo assiduamente
e gli regalai una valvola 807 per convincerlo ad entrare nella
nostra famiglia di OM. Con mia grande soddisfazione diventò
un ottimo radioamatore con il call I1EX e per molti anni, terminato
il suo lavoro di tecnico RAI, passava alla sua stazione di radioamatore
le ore di svago. Sono certo che tutti i radioamatori di Venezia
e di Mestre, città dove viveva, si ricorderanno con simpatia
di lui.
Alla fine di Gennaio 1943 le sorti della guerra mi costrinsero
a scegliere il mio destino. Gli Inglesi avevano rotto il fronte
e stavano arrivando a Tripoli.
Dovevo scegliere se rimanere e darmi prigioniero oppure seguire
i colleghi del centro di assistenza dove dimoravo. Il 25 Gennaio
cercai gli amici dell'EIAR, ma erano già partiti per la
Tunisia, e mi aggregai al gruppo dei militarizzati del centro
che avevano avuta assicurazione di rifugio certo oltre il confine
Libico e verso il vicino stato della Tunisia.
Non avevo documenti che certificassero la mia condizione militare
in quanto anche il comando tappa aveva evacuato Tripoli. Con due
autocarri raggiungemmo la città di Sfax, dove nel porto
aspettava una nave ospedale.
Il capo della missione mi disse che forse avrebbe potuto farmi
imbarcare e che con il gruppo, in attesa sulla spiaggia, attendessi
di essere chiamato.
Un ufficiale di marina cominciò a chiamare, con nome e
cognome, leggendo da un elenco i nomi dei presenti. Ormai si erano
imbarcati sulle scialuppe della nave ospedale quasi tutti, anche
il capo del mio gruppo, e ormai disperavo di essere chiamato.
Sentii chiamare Pellegrini Virgilio più volte senza che
nessuno si presentasse. Presi il coraggio a due mani e alla quarta
chiamata risposi… presente!!. L'ufficiale mi disse che dovevo
porre attenzione e rispondere subito alla chiamata. Mi scusai
e mi misero al collo una piastrina con il nom... indicato, il
tipo di malattia (epatite) e la destinazione Napoli imbarcandomi
sulla scialuppa verso la nave ospedale.
Furono momenti di grande paura anche a bordo perché il
nostro capo missione vedendomi e osservando il cartellino con
il nome mi disse che era quello di un loro dirigente che da giorni
non vedevano.
Finalmente la nave salpò per Napoli: era il giorno 27 Gennaio
1943.
La nave fu fermata a Malta e vennero a bordo gli ufficiali inglesi
per il controllo dell'equipaggio. Fummo pregati di rimanere nelle
cabine e non muoverci. Tutto andò bene, nessuno venne a
controllare i cartellini.
Il giorno dopo sbarcammo a Napoli. Sul porto accompagnato dai
vari componenti del centro, con il direttore in testa, ci salutammo
sperando di rivederci un giorno!!!
Rimisi la divisa di artigliere, che avevo nello zaino, e al comando
tappa dichiarai le mie “vere” generalità, il
reggimento al quale appartenevo e raggiunsi quindi Ferrara, sede
del mio reparto.
Non mi presentai subito in caserma e raggiunsi casa mia per riabbracciare
mia moglie, mia figlia e i genitori.
Il 30 Gennaio 1943, previa avviso al comando, rientrai in caserma
e fui accolto dalla guardia schierata perché ero l'unico
rimasto del mio reggimento in quanto, a seguito delle operazioni
belliche, tutti i miei commilitoni erano stati fatti prigionieri.
La maggior parte, ufficiali e sottufficiali, finirono in India
e tornarono a guerra finita.
Fui assegnato, come responsabile, all'ufficio assistenza.
Arrivò il 25 Luglio 1943 e il nostro reggimento fù
comandato in operazioni di protezione dei centri nevralgici della
città per prevenire disordini. Fui incaricato di presiedere
lo zuccherificio di via Darsena e il complesso dell'acquedotto
di piazza XXIV Maggio.
Per fortuna non avvenne nulla di grave e dopo alcuni giorni rientrammo
in sede al comando.
Altra fatidica data -- 8 settembre 1943 -- L'esercito Italiano
si sciolse e seguirono le tragedie che la storia ricorda. In quella
data io ero in licenza e non partecipai direttamente all'evento.
Per timore di rappresaglie mi trasferii, con mia moglie e la figlia,
in un podere agricolo isolato fra i monti di Città di Castello,
dove mio zio amministrava una azienda di proprietà di un
Ferrarese.
Per alcuni mesi tutto andò bene. Rimanevo in contatto con
il mondo con una radio a batteria costruita prima di partire.
Ebbi notizia, quindi, della tragedia avvenuta a Ferrara il giorno
11 Novembre 1943 con l'eccidio di noti professionisti ad opera
delle squadre fasciste. Pensavo di rimanere il più possibile
lontano da tutti, ma purtroppo la morte della sorella di mia moglie,
mi costrinse al rientro a Ferrara.
Trovammo rifugio a S. Bartolomeo in Bosco, presso una famiglia
di agricoltori che ci accolsero cordialmente. La guerra procedeva
e io temendo qualche spiata, mi presentai al distretto militare
per evitare noie alla famiglia.
Fui assegnato ad un battaglione del genio lavoratori e dopo pochi
giorni inviato in zona di operazioni a Lunuvio, nei pressi di
Anzio. Il nostro gruppo era formato da cittadini di Ferrara e
province limitrofe. Ogni mattina con circa 20 soldati partivamo
a piedi verso il fronte di battaglia, per scavare trincee protettive.
Il 21 Gennaio 1944 noi, sottufficiali, fummo chiamati al comando
del battaglione e il comandante ci comunicò che ad Anzio
era avvenuto uno sbarco di truppe alleate e che eravamo circondati
ed isolati. Ci dichiararono liberi da ogni vincolo militare e
di agire di conseguenza. Al rientro nel reparto comunicai agli
uomini la notizia e i più giovani cominciarono ad allontanarsi
mentre i ragazzi, che dipendevano direttamente da me, mi chiesero
di aiutarli a ritornare al nord. Scelsi quelli della mia città
e formammo un gruppo di 20 persone circa e ci incamminammo, seguendo
i binari del treno, verso Roma.
Si viaggiava solo di notte, e raggiunto il comando militare di
tappa a Roma, mi presentai al comandante e chiesi il foglio di
via per raggiungere il nostro deposito a Ferrara. Mi dissero che
la ferrovia da Roma a Bologna non funzionava e allora organizzai
il rientro. Acquistammo, da un soldato della Folgore, un fucile
mitragliatore pagandolo con una colletta fra di noi, 1000 lire.
Ci mettemmo sulla camionabile per Bologna e fermando con il mitra
i vari mezzi civili, inviai a gruppi i soldati, con appuntamento
alla stazione di Bologna. Fino a Ferrara funzionava la ferrovia
e caricai tutti sul treno. Giunti a Ferrara mi presentai all'ufficiale
di servizio, presentando il documento di rientro al deposito,
inquadrai il reparto e ci avviammo alla sede.
Condussi il gruppo alla piazza XXIV maggio e davanti all'acquedotto
fermai i soldati e comandai il “Rompete le Righe”.
E ognuno andò per la sua strada.